2001 Prima del contatto

21 febbraio 2005
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di Paolo Pecere

divano.jpg «Sono le dieci. Non mi chiama. Dice che sono obeso. Perché fa così?», disse il suo amico G., cercò di sospirare mentre sbadigliava, poi allungò le gambe sul divano. «Lo sai che è fatta così», disse P. Poi cominciò a ripetere cose già dette, sulla loro storia, per rendersi utile.
G. si era addormentato.

P. uscì lasciandolo sul divano. Doveva andare a San Pietro, il papa si sarebbe affacciato in un paio d’ore. Il pezzo non doveva superare le 500 battute. Aveva sonno e nessuna voglia di lavorare e l’idea di G. che russava sul suo divano lo innervosiva. Prima di scendere sotto la metro chiamò Veronica. «Ciao piccola, come va?». «Ciao». «Che fai?». «Vado a scuola». «Come va quella bambina che ieri ha sbattuto la testa?». «Lo saprò tra venti minuti». «Ah, certo. E… poi?». «Poi cosa?». «Esci alle cinque?». «Ho la riunione con i genitori». «E che si è deciso per il tempo pieno?». «P. Ho fretta». «Va bene, ti chiamo dopo». «Perché?». «Ok ciao».
Di fronte a lui stavano seduti due bambini che giocavano con un coltellino. Quello che stava in braccio alla madre venne punto dal fratello, e cominciò a piangere. Allora la donna si svegliò e disse ai figli di dormire un po’.
Quando uscì dalla metro lo chiamò sua madre. «Va tutto bene?». «Ho fretta, ma». «Volevo solo sapere se mio figlio è vivo e se ha bisogno di qualcosa». «Ciao».
Telefonarono dall’ufficio. Non più di 450 battute. Nel pomeriggio conferenza stampa di Berlusconi.
Il papa disse delle cose che non si capivano, interrotto continuamente dagli applausi. Arretrò senza voltarsi, come fosse una sagoma di cartone, poi chiusero la finestra. P. telefonò a Veronica, raccolse il cellulare dentro la mano come una fiammella. «C’è qualcosa che non va?», disse, distribuendo il fiato con dolcezza. «No, sono in pausa». «E allora?». «Allora cosa? Ma che hai, P.?». Si sentì come il suono del mare in una conchiglia. «Che hai detto?». «Ho sbadigliato. Ho sonno».

Berlusconi disse: «Questa sinistra non cambia mai. Cambiano il nome, ma non gli uomini, e i metodi stalinisti. Come si fa a dialogare?».
Il giornalista seduto accanto a P. stava dormendo. P. si voltò a sinistra, per cercare uno sguardo. Due giornalisti con il pugno sulla bocca. Chiese qualcosa all’altro vicino, che gli fece una smorfia felina che era uno sbadiglio. «Presidente, i sindacati abbandonano il tavolo delle trattative. La posizione del governo resta inflessibile?». Berlusconi restò un po’ con la bocca spalancata, mentre la sua fronte si stringeva. Si portò la mano sulla bocca. «Perdonatemi», sorrise, «ma siete voi che fate sempre le stesse domande». P. sentì le mucose ostruite di un collega della fila posteriore. Squillarono diversi cellulari. Alle 17.00 si presentava il nuovo simbolo di un partito.

«Sono stanco», disse G. «Non riesco a lavorare». «Ma non sei contento che oggi è stata carina?» «Sì, sì. Sarà la tensione accumulata». «Sei ancora sul mio divano?» «No, sono sul mio». «Senti. Prima è successa una cosa molto strana».

Erano un centinaio, sotto il palazzo, e tutti aspettavano Berlusconi, stringendosi addosso ai microfoni, ai registratori, ai taccuini. Un vento gelido li investiva, faceva attaccare i pantaloni alla pelle, toglieva sensibilità alle cosce, poi scivolava via, faceva il giro della piazza, tornava a colpire. Telefonò sua madre. «Ti senti bene?». «Siamo un branco di creature semiconsce, prossime alla morte siderale: sì». «Hai messo i pantaloni di lana, quelli doppi?». «Per carità di Dio, mamma». «Ma tu vuoi farmi ammalare? Che hai?». «Niente», disse P. lontano dal telefono. «Mi gira male». «…stasera?» «Mamma arriva Berlusconi devo andare ciao».
Rimasero tremanti ad aspettare che li facessero salire, per qualche ora. La voce dei telecronisti del calcio, ronzìi delle radioline, ricordava epoche prelavorative, dava un morbido senso di attesa, rassicurava. «Dormirei tre giorni», disse qualcuno. «Ne parliamo quando torno, cristosanto», alzò la voce qualcun altro. Quando scesero trovarono uno di loro avvolto nella giacca, che dormiva sulle scale.
Chiamò Veronica, che accettò di vedere un film insieme. Il film era inutilmente triste. Lei si addormentò dopo mezz’ora e P. andò a casa. Faceva molto freddo, e alcuni barboni si erano sistemati sotto il palazzo. Un gatto dormiva vicino a un piatto di pasta pieno. Sul sedile posteriore dell’auto dei carabinieri c’era un uomo che dormiva. Accese la TV e vide Kofi Annan che si girava e tornava nel suo ufficio. Svitò il microfono e sostituì le pile.
Non era felice, con Veronica, ma era certo che avrebbe potuto esserlo. Ma gli sembrava che le cose non sarebbero mai cambiate. Rimase sveglio quattro ore, sul divano. Poi le telefonò, sapendo che lei si sarebbe arrabbiata. Il telefonò squillo una cinquantina di volte, distribuite su tre tentativi.
«Ma che c’è!», si sentì alla fine.
«Niente. Volevo sentirti».
«Cioè non è successo niente di grave?»
«Forse sì».
«Che vuol dire? Stavo dormendo».
«Possiamo parlare?»
«Domani devo fare dieci ore. Ho molto bisogno di dormire molto, in questo periodo. Te ne sei accorto?»
«Posso dire una sola cosa? Che riassume tutto?»
«Oh mio Dio. Dai».
«Vorrei. Sentirmi. Utile».
«Che vuol dire?»
P. cominciò a spiegare. Dopo cinque minuti si fermò e chiese qualcosa.
«Scusa scusa, davvero: sto dormendo», sussurrò Veronica.

La sera della diretta, nella casa del Grande Fratello, i ragazzi si addormentarono tutti contemporaneamente e dovettero mandare qualcuno a svegliarli. P. inserì la notizia sul sito dell’agenzia e rimase a pensare. Rutelli, quel pomeriggio, parlò della necessità di eliminare la parola socialdemocrazia, e P. vide con i suoi occhi le teste dei giornalisti appoggiate sui banchi delle prime file. Attesero tre ore che scendessero Berlusconi e i rappresentanti della comunità islamica, mentre sulla piazza allagata c’era un gruppetto di leghisti che cercavano di scrivere sull’asfalto «FUORI DALLE BALLE». Chiamarono dall’ufficio: 350 parole. Chiamò G.: «Sto male P. sto male P.». «Dove sei?» «Sul divano di casa di M.» «Che è successo? Pronto? Che è successo?». «Le solite cose, mi tratta da cani, da cani, non ce la faccio più…» «Scusa, mi allontano». P. uscì dal mucchio di giornalisti ammassati per tenersi caldo con i corpi, «… tre giorni che non risponde nessuno…», sentì dire a qualcuno, poi corse e si riparò dalla pioggia sotto le insegne di un bar. «Pronto G.? G.? Ci sei?»

Sua madre chiamò e lui la mandò al diavolo. Poi lui chiamò Veronica: «Non lo faccio più», disse lei per la decima volta negli ultimi dieci giorni. Ricominciarono a parlare di quel viaggio da farsi insieme in India, che era ormai una scusa per scherzare insieme della loro stessa bugia patologica. Chiamò l’ufficio sull’altro telefono e dissero qualcosa sulla fiera dei materassi. Veronica gli mandò un bacio e lo salutò di fretta. «E’ uno scherzo?», disse P. a uno dei telefoni.
Alle otto entrò in casa con il cibo cinese e accese la TV. «Qual è, secondo un recente sondaggio, il maggior luogo comune secondo gli Occidentali? Rimangono: 1) L’orrore dell’incesto e 3) i bambini africani affamati. Su una questione così delicata, signora, lei si gioca 100.000 euro. Si prenda tutto il tempo che vuole».
Quella notte disse a Veronica che non sopportava più la situazione, che lei non lo cercava mai. La porta sbattuta spaccò i cardini e tornò indietro come un osso rotto. P. spense il cellulare. Alle otto arrivò in ufficio per aprire e vide con i suoi occhi due colleghi che dormivano sulle tastiere, mentre i telefoni suonavano. La carta usciva dal fax. Sui monitor comparivano notizie. Il calendario Unicef era fermo sul mese di agosto. Il collega che russava aveva la faccia felice e le labbra che rimasticavano il sonno. P. chiamò G. «Devo dirti una cosa, G. Sta succedendo qualcosa, ascoltami. Ci sei?». G. sbadigliava, non riusciva a parlare.

Quella mattina P. si alzò. Preparò la caffettiera e la appoggiò sul fornello. Si tirò su i pantaloni. Aveva dolori alla schiena e alla testa, faceva lentamente i movimenti abituali osservando le traiettorie delle mani che si muovevano da sole spostando le cose, sparivano e riapparivano. Inghiottì il caffè, girò tre volte la sciarpa intorno al collo, infilò la giacca. Il telefono squillò. Accese la televisione e la spense. Si sfilò una scarpa. Accese il computer. Si sbottonò la camicia. Prese una bottiglia d’acqua e un bicchiere, entrò nella camera da letto ancora buia, chiuse la porta. Il telefono e il cellulare continuavano a squillare fuori sincrono. P. si raggomitolò nelle lenzuola e, per la prima volta in tre giorni, si addormentò.

Sognò di andare a letto con sua madre.
La madre faceva capolino dalla porta della stanza, in vestaglia.
Lui da sotto le coperte diceva: «E va bene. Aiutami tu».
Diceva: «Vorrei sentirmi necessario per qualcuno».
La madre entrava nel letto facendo il suono della sabbia che scorre in una clessidra.
«Non ti sembra assurdo?», disse P.
Ma la madre, per noia o appagamento, si era addormentata.

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