La lingua italiana salvata dai migranti

28 febbraio 2005
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di Giuseppe Caliceti

La scorsa settimana ha destato molto scalpore una notizia: la lingua italiana è stata decretata off limits dagli atti ufficiali del Parlamento e della Commissione europea.

L’Italia ha protestato tramite il suo ambasciatore all’Ue. Durante la settimana si sono susseguiti trasmissioni radio e articoli sui giornali, anche da parte di opinionisti e/o scrittori, che gridavano allo scandalo e proponevano soluzioni per ridare vigore alla diffusione della lingua italiana in Europa e nel mondo.

D’altra parte, il nostro governo, che ha scommesso sulla presidenza Barroso, è stato ricambiato nominando cinque portavoce tedeschi, cinque francesi, tre inglesi, uno spagnolo e nessun italiano. Anche l’Accademia della Crusca – che non manca mai in queste occasioni – ha sollevato proteste per l’ostracismo decretato nei confronti della nostra lingua, espulsa dai documenti ufficiali dell’Unione. Non è tutto. Il ministro degli Esteri Gianfranco Fini ci ha fatto sapere con un lungo articolo che persino Thomas Eliot, ricordando che la poesia di Dante Alighieri è “europea”, esprimeva la sua alta considerazione per il nostro idioma.

D’altra parte, l’importanza e la diffusione di una lingua, è sempre stata una questione di potere. Non a caso il famoso “esperanto” non è mai decollato. E l’Italia politica paga la sostanziale nullità della propria influenza ai piani alti dell’euroburocrazia di Bruxelles.

La notizia è grave, ma non drammatizzerei. L’Italia in passato non ha mai avuto grandi colonie come Francia, Inghilterra, Spagna, Germania. Ha avuto molti immigrati in varie parti del mondo nel suo recente passato, è vero. Ma non li ha saputi utilizzare come “ambasciatori della lingua italiana nel mondo”, ma al massimo di alcuni dialetti, per lo più meridionali.

In passato, come insegnante elementare, sono stato distaccato dall’insegnamento su classe per quattro anni per curare “sul campo” un progetto di integrazione dei bambini di origine straniera nelle scuole elementari di Gattatico e Sant’Ilario d’Enza, due paesi tra Parma e Reggio Emilia: poi il progetto è stato soppresso per mancanza di fondi. Per due anni ho poi avuto modo di essere docente di italiano in corsi accellerati di italiano per giovani uomini stranieri (per lo più operai di fonderie) e per giovani e meno giovani donne straniere (operaie, ma anche badanti) che lavoravano in Emilia. Perciò ho seguito con attenzione questa notizia proveniente da Bruxelles sull’italiano.

Per rilanciare e diffondere questa nostra povera lingua così bistrattata, ho letto e ascoltato nei giorni scorsi proposte di ogni tipo. E in larga parte condivisibili. Dall’idea di puntare al rilancio collegando l’italiano alla nostra prestigiosa tradizione letteraria, a quella di collegarla a importanti settori di produzione artistica – ma non solo – dove è già una sorta di lingua indispensabile: si pensi ai settori della moda, della lirica, dell’architettura, del teatro, del design, eccetera.

La proposta più radicale, convincente e interessante, l’ho comunque ascoltata durante una trasmissione radiofonica intitolata “La lingua del potere, il potere della lingua”, su Radio 3. Lo scrittore Erri De Luca parlava dei crescenti immigrati stranieri che arrivano in Italia come possibili “ambasciatori della lingua italiana in Europa e nel mondo”.

Anche secondo me, al di là del ruolo più o meno strategico della Case della Cultura italiana all’estero, insegnare bene l’italiano a cittadini italiani di origine non italiana, non è solo un segno di civiltà, ma senza dubbio anche il sistema più semplice e efficace per diffondere e radicare la nostra lingua: non solo nel nostro Paese, ma anche in tanti altri.

Peccato che in questi ultimi anni, rispetto al tema della lingua nazionale e in genere della scuola di fronte alla crescente immigrazione, al di là dei proclami elettorali, l’impegno degli ultimi due o tre governi che si sono succeduti, sia andato scemando. Al punto che questi gridi di allarme di Fini e di altri politici di oggi, dopo i nuovi tagli di personale e di fondi del Ministro dell’Istruzione Letizia Moratti – anche rispetto ai progetti scolastici di integrazione dei bambini e dei ragazzi stranieri nelle scuole italiane – fanno sorridere per la loro goffaggine, ipocrisia e inutilità.

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(Questo articolo è uscito sul quotidiano “Liberazione” venerdì 24 Febbraio)

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3 Responses to La lingua italiana salvata dai migranti

  1. kristian il 28 febbraio 2005 alle 14:35

    insomma si mormora che l’Italia – goffa e ipocrita – ha il posto che si merita nel mondo, anche per quel che riguarda la lingua che produce

    se davvero la diffusione di una lingua è mera questione di potere, allora la prima cosa sarebbe dotare gli italiani tutti delle armi necessarie a preservare e diffondere la nostra lingua

    si dovrebbe partire dalle persone che pensano e si esprimono in italiano – il VIA è nelle nostre teste, e non è solo questione di grammatica generativa

    per cui, se l’unica opera divulgativa veramente democratica ed efficace in ogni ordine di scala è la divulgazione delle opere – la prima cosa di cui si dovrebbe occupare l’istituzione sarebbe quella di compilare archivi generali delle opere e renderli gratuitamente accessibili, in ogni ordine di formato e protocollo a disposizione

    non si preserva quel che non si conosce, e non si può conoscere ciò che viene occultato

    diffondere l’italiano: sì, certo – innanzitutto tra gli italiani

  2. vins gallico il 1 marzo 2005 alle 23:17

    Boh. Della lingua come forma di potere non me ne frega sinceramente nulla. Sul fatto che spagnolo, inglese, francese e tedesco siano lingue più “europee” della nostra non credo ci sia molto da discutere. Sono più parlate, più studiate, più lette: è giusto che in queste lingue vengano scritti i documenti ufficiali dell’Unione.
    Oltre tutto da questo “ostracismo” burocratico potrebbe derivare una maggiore attenzione degli italiani alle lingue straniere, trascurate abbondantemente da vecchi e nuovi sistemi scolastici (e che i nostri politici imparassero due parole in inglese, please). E lo dico da grande amante della lingua italiana; la insegno anch’io agli stranieri, ma non per diffondere flussi verbali di potere, placche semantiche di conquista, ma perché a mio avviso è una lingua splendida.



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