Le illusioni costano meno della verità #2

1 marzo 2005
Pubblicato da

di Franco Del Moro

Sono nella panetteria del paese e sto aspettando il mio turno. La persona davanti a me, una donna anziana, dice al panettiere che l’Antonio, il vecchio calzolaio che da tempo si sapeva essere malato, è morto all’ospedale il giorno prima.

Segue il consueto scambio di informazioni e frasi dolenti, poi il panettiere si rivolge al cliente che sta servendo, un uomo sulla quarantina, chiaramente uno che viene da fuori, un gitante con infradito, braghe corte al ginocchio e occhiali da sole fra i capelli, e gli dice: “Pensi, che questo signore andava tutte le settimane a vedere gli allenamenti del Torino!”. Era un modo come dire: l’Antonio era in gamba, anche se aveva la sua età non si era lasciato andare…

E il gitante, d’istinto: “Ah! Ma io sono della Juve, se quello era del Torino…” e per un attimo ho temuto che aggiungesse la battutaccia che certamente aveva pensato: “meglio così che è morto”. Poi, forse si è accorto che non si trattava del cazzeggio verbale a sfondo calcistico, di cui era sicuramente un esperto, ma di una persona nota ai presenti veramente deceduta da poche ore, e si è trattenuto, ma non ce l’ha fatta lo stesso ad innalzare il livello dei suoi pensieri: la sua mente, ormai irreversibilmente plagiata da chissà quante insulse discussioni calcistiche e sterili norme sociali, ha continuato lungo gli stessi binari e così la morte di Antonio, il vecchio calzolaio del paese, si è confusa con i commenti sulla passata domenica sportiva.

Eugenio Borgna scrive che ogni dialogo rischia sempre di sbriciolarsi nella leggerezza e nella frivolezza: nella inconsistenza tematica e nella inerzia comunicativa.

Io aggiungo che la cosa è già andata oltre e non riguarda più solo ciò che le persone si dicono fra loro, ma anche ciò che pensano fra sé e sé.

Nel mondo regna la confusione perché in primis il caos è nella nostra testa, e ci rende strabici.

Per esempio il fatto che in Italia ci siano trenta milioni di pacifisti dichiarati e tutti quelli fra loro con più di diciotto anni hanno l’automobile è puro strabismo, sfacciata manifestazione di incoerenza: non si rendono neppure conto di consumare giornalmente uno o due litri di petrolio, spesso per pura pigrizia, poi però manifestano contro le guerre che vengono fatte per il petrolio.

Quando dico questa cosa di solito mi dicono che sono matto.

Eppure a me pare evidente che il modo migliore di boicottare le guerre è consumare meno petrolio. E non lo penso solo io, lo dice anche Beppe Grillo: “Se dimezzo il consumo di petrolio faccio o no un gesto di pace vero e straordinario? Il petrolio è la ragione di tutte le guerre: cominciamo a consumarne meno e finiscono metà di queste guerre! Questo è un accorato messaggio a tutti coloro che credono nella pace.”

E se lo dice un comico, che in quest’epoca appartiene alla categoria intellettuale più informata, è senz’altro vero!

Questo mi fa capire che possono condizionarci fino al midollo, convincerci di qualunque cosa, usare la nostra coscienza come una lavagna per scriverci quello che pensano loro e farci credere che l’abbiamo pensato noi.

Possono convincerci non solo a fare guerra a uno stato di cui sino a tre settimane prima non ce ne importava niente, ma possono convincerci ad esempio che l’agricoltura non potrà produrre abbastanza frutta e verdura per tutti e c’è bisogno di ricorrere agli OGM (anche se le campagne sono quasi del tutto incolte); possono convincerci che abbiamo realmente bisogno di un’automobile a testa per tutta la vita; che la corrente elettrica non basterà più e ci vorrà per forza il nucleare (sebbene vento e sole sono fonti di energia perenni, ecologiche, praticamente inutilizzate); possono convincerci a fare un lavoro orribile, vivere in una città orribile, abitare in due locali orribili che però costano duecentomila euro, box escluso; possono convincerci che un po’ di Prozac a grandi e bambini fa sempre bene, che in farmacia ci sono le soluzioni chimiche a tutti i problemi della nostra vita e, sono sicuro, fra non molto ci convinceranno anche a farci impiantare un chip ultratecnologico sottocute che sostituirà il bancomat e la carta di credito o magari soltanto il telecomando per il decoder: pensi alla televisione ed ecco che si accende, pensi ad un numero ed ecco che cambia canale, e magari mentre vedi la pubblicità della coca cola il chip trasmette un impulso elettrico direttamente al tuo cervello e ti fa venire sete.
Fantascienza?

Quando io ero bambino a casa mia c’era il duplex, ossia due famiglie diverse anziché avere una linea telefonica per uno, potevano mettersi d’accordo e averne una sola in comune, per risparmiare. Oggi in una famiglia di tre persone ci sono quattro telefoni. Ho un amico che ha tre cellulari, e per ognuno di questi telefonini ha delle smart card con altri numeri diversi, oltre a questo casa sua è cablata, ha una fibra ottica con tre linee indipendenti. Quando ho bisogno di mettermi in contatto con lui gli scrivo una lettera perché i suoi numeri di telefono sono così tanti e cambiano così di frequente che è pressoché impossibile telefonargli al numero giusto. E il bello è che questo mio amico fa l’impiegato, il telefono gli serve solo nel tempo libero, per parlare con gli amici… solo che ha più telefoni che amici, anzi ha solo telefoni. Ogni tanto fa uno squillo a qualcuno, per farsi pensare. A volte con il suo cellulare numero 2 fa squillare il suo cellulare numero 3 per ricordare a sé stesso che esiste.

Fino a qualche anno fa il telefono era soltanto uno strumento utile, indispensabile, non un oggetto di investimento emotivo; le persone lo tenevano in casa come la lavatrice, o il ferro da stiro, cose utili, ma a nessuno sarebbe mai venuto in mente di prendersi due telefoni. Eppure da un certo punto in poi “la gente” ha cambiato atteggiamento verso il telefono rivestendolo di aspettative magiche, di significati esagerati… qualcuno è riuscito a trasformare un utensile che vale poco più di un trapano o di un frullatore, in oggetto di culto nel giro di pochi anni.

Allora penso che questo “qualcuno” potrebbe un giorno fare la stessa cosa anche con qualcos’altro, con le armi per esempio, o con i farmaci, o con i trofei di guerra.
E allora mi preoccupo.

Ma non tutti sentono la necessità, o sono abbastanza forti, da prendere le distanze dalla routine, dal conformismo, e assumersi la personale responsabilità di quello che realmente sono, pensano di essere o potrebbero potenzialmente essere.

Erich Fromm vede in questo un dispositivo di sopravvivenza che ci arriva in linea retta da quella zona della corteccia cerebrale dove si sono sedimentati nel corso dell’evoluzione gli istinti animali, i quali ancora influenzano strategicamente la nostra vita in modo addirittura autonomo rispetto alla coscienza dell’individuo e alla sua convinzione di esercitare il “libero arbitrio”:

“Per dirla in breve, l’individuo cessa di essere sé stesso; adotta in tutto e per tutto il tipo di personalità che gli viene offerto dai modelli culturali, e perciò diventa esattamente come tutti gli altri, e come questi pretendono che egli sia. Il divario da ‘me’ e il mondo scompare, e con esso la paura cosciente della solitudine e dell’impotenza. Questo meccanismo può essere paragonato alla colorazione protettiva che assumono certi animali. Somigliano talmente al loro ambiente che li si può appena distinguere. La persona che rinuncia al suo io individuale, e che diventa un autonoma, identico a milioni di altri automi che la circondano, non deve più sentirsi sola e ansiosa.”

Questa tesi è in contrasto con l’identità cosciente dell’individuo, che non accetta l’idea di vivere come un automa:

“si ritiene che la maggioranza di noi sia composta di individui liberi di pensare, sentire, agire come gli garba. Naturalmente questa non è solo l’opinione generale sull’individualismo moderno, ma anche ogni individuo crede sinceramente di essere, ‘sé stesso’, ed è convinto che i suoi pensieri, sentimenti, desideri siano ‘suoi’. E tuttavia, pur essendoci certamente dei veri individui tra di noi, nella maggior parte dei casi questa convinzione è una illusione, ed è anzi una illusione pericolosa, giacché impedisce l’eliminazione di quelle condizioni che creano questo stato di cose.”

Le illusioni costano meno della verità, per questo ne abbiamo così tante.

(2 – continua)
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questo brano è un’anteprima del libro
Riposare nel cuore della tempesta
(pp. 196; 14,00 euro; ISBN 88-89621-00-1; Ellin Selae ed. – tel 0173/791133 – email: ellin@libero.it)



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