Ciao, come stai?

9 marzo 2005
Pubblicato da

di Matteo Serpente

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La città si era risvegliata con il sole e con un sorriso bonario inciso tra le pieghe del cielo e le insegne degli esercizi commerciali. Mentre il profumo del pane fresco proveniente dal forno antistante si spargeva tra i capelli dei passanti, Dario De Sio si avviò verso l’ingresso della metropolitana accompagnando l’ancheggiare del busto con piccole torsioni delle spalle.

Si fermò al chiosco dei giornali, comprò un carnet di biglietti da 10 euro ricevendo in resto una manciata di monetine che gli ricaddero sul palmo della mano producendo un rumore sordo. Pensò che se mai avessero bandito un concorso a premi per stabilire il rumore tipico dell’inutilità lui avrebbe partecipato con quel suono, il suono di una manciata di monetine che cadono su un palmo aperto di mano.
Timbrò il biglietto e percorse le scale che conducevano ai binari mormorando a denti stretti e occhi bassi una breve serie di squittii lamentosi, aveva dimenticato a casa il portafoglio e ora si ritrovava senza soldi e avrebbe dovuto chiederli a Petra.

Nei pochi minuti di attesa prima che arrivassero i vagoni del treno vide dalla parte opposta della banchina due piccole donne vestite di grigio che parlavano animosamente, erano due suore. Rimase colpito dal modo con cui una delle due, la più alta, gesticolava flettendo l’avambraccio destro con un movimento regolare dall’alto verso il basso, pareva piena di rabbia come se stesse frustando l’aria circostante per farsi spazio. Non aveva mai visto una suora muoversi così rapidamente, sembrava un gesto precario, un’improvvisazione di cui si sarebbe pentita, pensò Dario. Al vederla così irritata, quasi stizzita, raggiunto il culmine della sopportazione si impuntò nella direzione della donna e le farfugliò di smetterla come si sarebbe fatto per un desiderio irrealizzabile, fuori del controllo di un qualunque tipo di forza di volontà e di una realistica strategia di azioni.

Il rumore dei vagoni in arrivo riuscì a scuoterlo, la brezza fredda che lo travolse all’altezza della nuca lo costrinse a voltarsi di fianco per proteggersi col colletto del suo giubbetto in goretex. Il meccanismo automatico di apertura delle porte gli spalancò di fronte una foresta di persone che, per quanto possibile, sembravano sostenersi le une alle altre. Riuscì a mala pena ad entrare, si fece largo con il busto fino ad incastrarsi di schiena in un nicchia creata appositamente per lui da un signore sulla cinquantina che sonnecchiava dentro un cappotto di tweed verde. Lo scossone in partenza fece vacillare un gruppetto di distratti, qualcuno si voltò tendendo il collo come una giraffa affamata, la maggioranza rimase immobile con lo sguardo abbandonato a se stesso. La banchina restò vuota, fatta eccezione per le due suore e un ragazzino biondo che rimase del tutto immobile appoggiato al muro con la zona bassa dei lombari e la schiena a novanta gradi che gli spezzava il busto in due tronconi monchi. Avrebbero atteso il vagone successivo.

Non molto lontano da lì, a qualche chilometro a sud-sud-ovest, Petra Masi si adagiava sullo schienale di un sedile d’autobus mezzo vuoto che procedeva svogliatamente, semaforo dopo semaforo, e che l’avrebbe condotta al suo appuntamento con Dario De Sio. Petra alternava lo scorcio di piccoli dettagli che le sfumavano di fronte da dietro i finestrini (pettinature eccentriche, fiori finti in vetrina, cartelli pubblicitari scrostati o strappati, propaganda politica illegale) con sguardi carichi di intensità rivolti ad un ragazzino di una decina d’anni che indossava un cappellino rigido con la visiera di cotone bianco e una mantellina verde bottiglia abbottonata fino al collo ed era seduto dalla parte opposta alla sua insieme ad una signora in trench bianco e foulard con fiori rossi (sembravano azalee), probabilmente sua madre.

Le cose scorrono da sole, si disse Petra accavallando le gambe da sotto una gonna di taffettà viola e scoprendo ampie parti di cosce solitamente tenute nascoste. Se lo ripeté ancora quando, socchiudendo gli occhi fino a farne una fessura, notò che il ragazzino la stava guardando proprio in mezzo alle gambe. Glielo lasciò fare.

Scendendo dall’autobus si sentì più leggera come se una manciata di nodini che si portava nella testa si fossero sciolti. Girando l’angolo notò una figura che le si avvicinava da dietro, era Dario. Il silenzio che si trascinava addosso le franò sui piedi in un ciao dimesso e fu subito un toccarsi morbido, braccia contro schiene, ginocchia contro ginocchia, nasi contro zigomi, impacciati di desiderio.
“Come stai?” le chiese Dario carezzandosi la nuca come se dopo aver abbracciato Petra avesse sentito il bisogno di riprendere contatto con se stesso, anche se solo con una parte inconsistente come quel bordino di pelle sotto l’attaccatura dei capelli. “Come mi vedi,” rispose Petra con un leggero affanno, “Vorrei avere la forza di mia madre, no?” proseguì, ma non era una domanda. “Come stai tu?” si affrettò ad aggiungere cercando di mascherare la sensazione di aver sbagliato risposta. “Ho visto i miei,” rispose Dario. “Sono passati stamattina per colazione. Mio padre aveva uno sguardo pietoso, sembrava aver perso qualcosa, ti direi che stava lì lì per piangere come un bambino a cui hanno tolto il gioco”. Fissò lo sguardo nel vuoto, poi, dopo aver cominciato a maneggiare alcune monetine che si era cavato di tasca aggiunse: “Almeno non abbiamo litigato!”

Per qualche secondo rimasero incastonati in quelle parole, la luce del sole, riflettendosi nei finestrini delle automobili, li avvolse in un bagliore da carta patinata, uniformemente diffuso. Accelerarono il passo fino a raggiungere la piccola ruota girevole in ferro battuto che regolava l’accesso ad uno dei ponti più vecchi della città. Andare al ponte le domeniche col sole era stata un’idea di Dario. Lo faceva stare bene, era la sensazione di stare sospesi che lo aiutava a rimettere ordine nella sua testa. “Mi distrae, quello spazio sospeso sull’acqua mi distrae. Hai presente ascoltare un assolo di David Gilmour che conosci a memoria o vedere un film di Totò di cui ti ricordi praticamente tutte le battute? Sono cose che mi rilassano,” aveva detto Dario a Petra la prima volta che l’aveva portata a passeggiare sul ponte.

Il fiume sotto scorreva borioso e lasciava affiorare qua e là dei grossi fusti di alberi morti ricoperti di alghe e melma marrone. Man mano che avessero imbarcato acqua la corrente li avrebbe trascinati via.
“Sono stanca, potremmo fermarci,” cantilenò Petra cercando un fraseggio melodico che la aiutasse a capire se stava dicendo la verità o stava mentendo. Voleva guadagnare tempo senza mostrarsi troppo in difficoltà? Forse. O forse no. In realtà si sentiva invecchiata. Invecchiata? Ma come poteva sentirsi così? E, come poteva affrontarla una cosa del genere? Come poteva dirselo? Magari è solo un po’ di depressione e dovrei sbattermene pensò, ci sono tante cose di cui non me ne frega un cazzo, perché dovrei mettermi a fare tante storie su una cosa assurda come questa della vecchiaia? Non esistono mica gli attacchi di vecchiaia. Come no, dubitò! Ok! – si disse – ci sono attacchi di panico, attacchi di fame, attacchi di vomito e anche attacchi di sonno. Ma attacchi di vecchiaia, no! No? “No” disse, ma non voleva dirlo, continuava a sbagliarsi, notò con un certo rammarico. “No cosa?” chiese Dario, “Io non sono stanco, ma se vuoi ci fermiamo” aggiunse poi con un tono lievemente distaccato che non riuscì a nascondere se non accelerando il passo. “Arriviamo al centro del ponte, ti va? Da lì è splendido, a quest’ora è completamente vuoto” proseguì, fissandola dritta negli occhi. Il ciottolato del ponte era di pietra scura, liso e scivoloso come ghiaccio nero, i due lo percorsero spalla a spalla facendo finta di pattinare e tirandosi avanti l’uno con l’altra con delle mosse che avevano visto fare qualche giorno prima in un film.

Si fermarono nel mezzo, come avrebbero fatto i due protagonisti. Le lunghe file di olmi da una parte e dall’altra delle due sponde ondeggiavano al vento con ampi movimenti morbidi e ripetitivi, sembravano spazzare il cielo. Sulle sponde del fiume, sotto i grandi argini, alcuni gabbiani si erano intestarditi a inseguire un gruppo di piccioni che sembravano arenati in una chiazza di sole.
Era una danza fatta di passetti, unghiate e voli rattrappiti, li avrebbero sopraffatti se non fosse stato per un tandem guidato da un uomo e una donna che all’improvviso invase la strada e li scaraventò via come briciole da una tovaglia.

“Tua madre è solo tua madre, perché ne parli sempre come se avesse una forza speciale. Sotto le ascelle non ha mica delle riserve di umanità, ha solo peli, peli e peluria, né più né meno di me e di te o di chiunque altro,” disse Dario guardandola con la coda dell’occhio. La cosa che davvero lo stupiva di più in quella mattinata di ottobre era che non ci fosse anche la madre. Negli ultimi tempi infatti la donna aveva preso l’abitudine di accompagnarli quasi regolarmente dovunque andassero (l’ultima volta si era impuntata ed era scesa in ciabatte al drugstore sotto casa per controllare che comprassero della verdura veramente fresca). Da quando aveva scoperto che il marito collezionava film porno era andata via di casa e aveva assunto le pose di una vedova inconsolabile, una specie di martire dell’amore spirituale. Aveva praticamente supplicato Petra di accoglierla in casa sua e aveva deciso di sentirsi sola per il resto della sua vita. Nel giro di poche settimane però era rinata, invasa quasi da una frenesia da teenager si era iscritta ad un corso di teatro, aveva stipulato un contratto con una tv via cavo e si era tinta i capelli. Non voleva divertirsi, voleva solo esserci, diceva così, e infatti era quasi sempre con Dario e Petra a cibarsi della loro relazione, una delle ultime, diceva lei con commozione sincera, rimasta ancora in piedi.

“Quando giochi a fare il re Dario ci perdi, butti via almeno un sessanta per cento di credibilità, un ottanta per cento di fascino e il cento per cento di ironia. Praticamente diventi uno stronzo,” argomentò Petra. “Sarò anche uno stronzo, ma devi ammettere che sono sotto pressione. Mi hanno rinnovato un contratto di merda adducendo la scusa che l’INPS sta lì lì per sfornare una nuova riforma che ci agevolerà. Tu guarda, dicono che agevolerà proprio noi che abbiamo questo tipo di contratto di merda. E sai chi me l’ha comunicata questa notizia? Uno che hanno assunto un mese fa!”

“Resti comunque uno stronzo per parlare così di mia madre?” disse Petra modulando un tono irritato, avrebbe voluto riportare la discussione su un piano fisico e finirla magari con un abbraccio, si sentiva stanca, avrebbe preferito tornare indietro, si immaginò di nuovo seduta in quell’autobus, il ragazzino continuava a fissarla con un aria sbigottita, avrebbe voluto alzarsi per guardare in faccia quella signora che restava di spalle. Che razza di madre poteva essere se restava immobile davanti ad una faccia così?

Dalla strada arrivarono pochi colpi di clacson ma la strada era vuota, da terra si alzò una brezza che tagliò in due il ponte, le poche foglie in terra si caricarono di una spinta verso l’alto che le sparpagliò nell’aria circostante come pesci guizzanti.
Avevano ripresero a camminare e a fissare dettagli inutili seguendo sequenze casuali, un repertorio di oggettistica urbana che alleggeriva la concentrazione. Oltre il ponte trovarono le strade vuote.
Camminarono a lungo immaginando di seguire un brusio che proveniva da sotto, dalla terra. Si scrutavano con la coda dell’occhio cercando di intuire le intenzioni l’uno dell’altra, annusavano l’aria, tastavano i muri e rallentavano il passo per raccogliere gli indizi di una possibile intesa. Era un gioco che avevano inventato per capire quanto fossero in sintonia. Quando riusciva si ritrovavano davvero a filare via tra i vicoli della città vecchia senza pronunciare parola.
Stavolta il giochino gli svanì tra le mani quando Petra scuotendo le spalle indicò a Dario di entrare in un bar. Si sedettero e ordinarono due birre ad un cameriere in gilè e maniche di camicia che allontanandosi lasciò nell’aria circostante il profumo di detersivo per i piatti aromatizzato al limone.

“Dovresti riprendere a fare fotografie, quelle che hai fatto in Africa erano splendide. Se hai preso la malaria non sarà mica colpa di quelle foto. No?” disse Dario. Ascoltando quelle parole Petra si sentì immersa in un profumo di caramella alla fragola e credette che si spandeva da alcune parti del corpo di Dario, ripensò alla donna in autobus, fissa sui lombari non si era degnata neanche di una torsione del collo. Si sentì ondeggiare sui gomiti. Le strade vuote su cui aveva camminato fino a pochi minuti prima le avevano fatto venire la voglia di correre, occupare quello spazio, appropriarsene passandoci sopra col corpo. Ma non l’aveva fatto, non era riuscita a staccarsi da Dario, non ci aveva neanche provato. Pensò a quella donna che forse non riusciva neanche lei a staccarsi da qualcosa, la sua noncuranza poteva nascondere un modo di fare, un esserci, un tenere il punto.

“Hai presente la fotografia di un tramonto?” disse Dario adagiandosi nell’idea di una conversazione-svago che potesse distoglierlo dalla prospettiva di doversi cercarsi un nuovo lavoro. “È una specie di promessa non mantenuta, l’illusione che una luce del genere possa davvero illuminare qualcosa. In realtà è come una finestra che dà su un cortile chiuso, senza grosse prospettive,” non riuscì a finire la frase che Petra lo interruppe: “Non è una questione di luce ma di profondità,” riprese Petra, “Non dipende dalla pellicola, né dalla stampa, bianconero o colore non cambia. L’immagine di un tramonto è semplicemente un bluff come le creme antirughe o i weekend in montagna.” Mentre parlava le ciglia le si piantarono attorno agli occhi come uno steccato che segna il confine di una proprietà, le mani grandi, decorosamente tenute in tasca per via delle dimensioni irrispettose del resto del corpo, si mossero una dopo l’altra e fecero la loro comparsa sul piccolo tavolo circolare come un siparietto. Si vedeva che quelle mani le aveva ereditate così com’erano, non le appartenevano, non le voleva, ma non poteva farci niente, le spettavano come un segno dei tempi. Nel muoverle con circospezione sentì che il profumo dolciastro di caramella si era fatto più intenso, ora sembrava calare sulle loro teste da qualche fessura nel soffitto.

“Forse hai ragione,” disse Dario senza decidersi se fosse o meno in disaccordo con quanto aveva detto Petra, gettò gli occhi sul tavolino di fianco che il cameriere nel frattempo si era affannato a ripulire anche se, tranne loro, nel locale non c’erano clienti. Si riempì il bicchiere di birra e prese a fissarla con lo sguardo più semplice che riuscì a fare. L’aroma del detersivo aveva perso la sua fragranza. “Hai ragione,” ripetè allungando una mano per prenderne una delle sue. Voleva che Petra continuasse a parlare, e quello gli sembrava un bel modo per suggerirglielo ma nel farlo percepì quasi un leggero strappo che lo attirò verso di lei e si decise a parlare per primo. “Pensi che il mondo in tutto questo tempo si sia accorto di noi? Che qualcuno possa aver capito quello che siamo, quello che stiamo facendo? Non viviamo anche noi come i particolari dell’immagine di un tramonto, senza profondità, senza prospettiva?”

“Noi non siamo un bluff,” disse Petra senza pensarci. Forse avrebbe voluto prendersi del tempo prima di rispondere, ma quelle parole le erano uscite senza che potesse controllarle, erano sbucate fuori come se qualcuno le avesse architettate per lei e al momento opportuno gliele avesse fatte pronunciare con un comando a distanza. “Ti senti un particolare? Ma di cosa? E poi comunque niente sparisce senza lasciare qualcosa al suo posto,” si costrinse a dire sotto la spinta di un impeto che la stava risollevando come quando si esce da uno stato di torpore. Poi tacque di nuovo, avrebbe voluto dirgli che niente poteva segnare quel momento più di tutte le ansie pronunciate, più del desiderio che i loro corpi erano in grado di sprigionare, più della tensione che si palleggiavano a turno, ma si ingarbugliò nel pensarle tutte quelle cose. Si sentì tirare sotto il torace, un colpetto che la afferrò per un tratto di una ventina di centimetri, poi un altro e un altro, come se il busto le si staccasse dal bacino e al suo posto le fosse spuntata una gonnellina da charleston. Ognuna di quelle striscioline di carne si muoveva per conto proprio, il resto del corpo invece era diventato di ferro ghiacciato, pesante e livido. “Prima e poi,” disse. “Noi abbiamo anche fatto molto, come sicuramente hanno visto” aggiunse con il viso che assumeva contemporaneamente espressioni diverse, stupore negli occhi, sorriso tra i muscoli delle labbra, mascelle serrate e chiuse sui denti, guance incuriosite e leggermente gonfie di aria, la fronte divisa in due e il naso che respirava convulsamente cercando di assecondare uno o l’altro dei quadranti di pelle che gli danzavano sul viso.

Dario era fisso su di lei. Cercò di stringerle una mano, ma sul punto di averla raccolta nel palmo la lasciò. Con un movimento da croupier si allungò su di lei fino al gomito, lo afferrò e iniziò a stringere e si fermò solo quando ebbe la sensazione di avere in mano una palla da tennis che si apre sotto la pressione dei polpastrelli.

Petra non parlò ma si mosse leggermente, il dolore della presa la costrinse a riprendere fiato. “Lasciami! Se io esagero non vuol dire che devi farlo anche tu,” sbottò, poi ricadde sulla sedia. “Non sai quello che dici!” aggiunse. “Senza offesa, ma non credo che tua madre abbia fatto un buon lavoro con te.” Sogghignò all’indirizzo delle mani di lui che la tenevano ancora sotto tiro. “Non sapevo che mia madre facesse i lavoretti?”, disse Dario forzando una risata sguaiata. “Se è per questo li ho fatti anch’io! Non ultimamente, ma li ho fatti!”, disse Petra chiudendo gli occhi e accavallando le gambe. Alcuni mesi prima durante una visita di controllo aveva provato un dolore all’inguine, il medico le aveva suggerito di fare una ecografia vescicale ma lei si era rifiutata e continuava a rimandare, sperava che fosse un blocco muscolare dovuto al nervosismo. Non aveva proprio voluto saperne di pensare ad altro, aveva cominciato ad accentuare un certo modo di parlare anche, cercava la discussione, alimentava la tensione e altre piccole diavolerie che riusciva a improvvisare con il corpo, in questo modo era riuscita a dare un senso a quel suo dolore all’inguine.

“Lo sai,” disse Dario. “Lo sai che l’universo si espande? Noi invece? Pensa alle cose a cui hai dovuto rinunciare finora, a tutto quello che avresti voluto fare ma non hai fatto, non hai potuto, non sei riuscita a capire! Ti pare crescita questa?”. Petra fu invasa da una ondata di calore che la schiacciò sullo schienale della sedia, percepì una leggera brezza tra i capelli e sul collo, la stessa che aveva sentito qualche minuto prima sul ponte. Ma questa era più calda e al posto delle foglie degli olmi si trascinava dietro delle piccole lampadine rosse, uno sciame di piccole lampadine rosse. Sembravano quelle della sua camera oscura. Riaprì gli occhi e vide Dario piantato di fronte a lei che gesticolava, le stava parlando di qualcosa ma non riusciva a distinguere le sue parole, vide del fumo grigio uscirgli lentamente dalle orecchie e dalla bocca, gli stava avvolgendo il viso, un fumo immobile che non riusciva ad espandersi. Se continuava così sarebbe soffocato, pensò.

Si immaginò che dentro quell’uovo grigio il suo viso stava subendo mutazioni di colore e di forma, sopracciglia folte come lana, labbra carnose e zanne per la carne cruda, corna piccole e tozze per colpire. Si voltò ma il bar era deserto. Si tirò su in piedi e si allungò verso di lui cercando di afferrarlo, voleva dirgli che era stufa di bere birra e che voleva chiedere il conto. Voleva toccarlo ma invece gli cadde tra le braccia, rigida come un tronco, senza riuscire neanche a dirgli che voleva solo andarsene da lì, che voleva pagare e andar via, che aveva voglia di camminare ancora, di annusare l’aria e tastare i muri, di sentire ancora il brusio che proveniva da sotto, dalla terra.

Riaprì gli occhi sotto una luce al neon bianco-ossa. Doveva aver dormito per ore. Si ricordò di quando a nove anni per la prima volta aveva passato la notte fuori casa, quando si era risvegliata aveva creduto di poter cambiare nome e tingersi i capelli di rosso come sua madre. Si guardò attorno. Erano in sei. L’ultima volta era finita in una stanza doppia, una situazione sicuramente più discreta ma decisamente più noiosa, soprattutto se il tuo compagno di stanza non ti andava a genio. Si voltò su un fianco e sentì un calore morbido salirle su dall’inguine. Quanto tempo le rimaneva? Chiuse gli occhi e decise che avrebbe dormito ancora un po’. Voleva riposarsi e rimettersi in piedi il più presto possibile. In sei — pensò — qualcuno con cui parlare l’avrebbe sicuramente trovato.



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