IL POETA E LA FOGNA

11 marzo 2005
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Di Jacques Vallet

traduzione di Martina Mazzacurati

«Voi mi chiedete, idioti:
– Perché non torni in Grecia?
E già, sono greco, per forza,
Ma il mio paese mi deprime.
Non voglio mettere mai più piede ad Atene.
E dico a mia moglie:
– Quando creperò qui, a Parigi,
Crema il mio cadavere,
E getta le ceneri nelle fogne.
Questo è il mio testamento».

Qualche mese dopo aver scritto questa poesia, Elias Petropoulos depositò al consolato greco di Parigi un testamento sigillato, dove riaffermava quest’ultima volontà: essere cremato, poi gettato nelle fogne.
Il testamento, in data 6 settembre 1993, fu aperto poco dopo la sua morte, sopraggiunta il 3 settembre 2003 a Parigi, all’età di 75 anni (era nato il 26 giugno 1928 ad Atene).
Ero amico di Elias Petropoulos. Si riconosceva nella voce del Fou parle. E per anni veniva regolarmente a trovarmi nella sede della rivista che aprivo ogni giovedì in rue de la Félicité. Ho conosciuto il suo impegno libertario, la sua collera permanente contro i poteri, la sua volontà implacabile di resistenza davanti a tutto ciò che minaccia l’uomo, il suo bisogno feroce di libertà, la sua violenza verbale. Vituperava quest’epoca infernale. Tuonava contro tutto quello che considerava ‘merda’…
Un’altra poesia (che ho tradotto con sua moglie, Mary Koukoulès) la dice lunga sulla sua statura di imprecatore ombroso:

«Tutto ciò che è contro la Chiesa mi dà gioia.
Tutto ciò che è contro l’Ordine mi rasserena.
Tutto ciò che è contro la Morale
mi fa bene alla salute.
E visto che la Merda è la più diffusa,
scriverò
dei poemi diabolici».

Certo, Elias Petropoulos era prima di tutto un tenero, un delicato, un amante della vita. Amava alla follia le parole. Amava alla follia le donne.
Ha pubblicato quasi ottanta libri, tra cui una mitica Antologia rebetika con più di 1500 rebetika, canti dell’ambiente degli emarginati greci, il Manuale del perfetto ladro, che denuncia la giustizia e la prigione in Grecia e che gli è valso una nuova condanna a diciotto mesi di prigione per contumacia, poiché si era rifugiato in Francia dal 1975. (Era stato in prigione tre volte sotto i colonnelli). Ha pubblicato un dizionario di lessico degli omosessuali che gli è valsa una prima condanna come pornografo. Alcune opere sui bordelli, l’hashish, il preservativo, le torture… E ancora numerosi album per salvare la memoria popolare dal dimenticatoio, fotografando, in più di cento luoghi nella Grecia continentale e sulle isole, migliaia di porte, finestre, spioncini, opere in ferro battuto, sedie, chioschi… tombe. Tremila foto di cimiteri greci.
A proposito di tombe, ha aperto il numero del Fou parle dedicato all’ateismo con una foto straordinaria della tomba di un ateo a Sacy (il paese di Restif de la Bretonne nello Yonne). Era il suo modo per sottoscrivere il mio editoriale:

«Ateo fino al più profondo del mio essere. In tutto e per tutto. Come una pietra, come un fiore, come un dromedario. Scarto, ottuso, testardo, dal mio destino il minimo accenno di tremore mistico, il più remoto frammento dell’aldilà, la più minuscola vertigine di trascendenza. Partecipo alla vita terrena fino alla sua raffinatezza più squisita, disponibile anche a registrare le miriadi di echi di una permanenza che mi oltrepassa e che agita il silenzio eterno e cieco delle galassie, e d’altronde, che mi piaccia o no, alle zanzare piace? appartengo alla morte, appartengo alla putritudine, appartengo al nulla. Senza nessuna speranza, senza alcun desiderio di sopravvivenza. Scintilla provvisoria e che si martirizza, ahimè, tra niente e niente».

Riporto queste parole solo perché si capisca bene la portata di ciò che segue.
L’incinerazione di Elias Petropoulos si svolse il sabato 13 settembre 2003 nel crematorio del Père Lachaise.
L’addetto alle pompe funebri fece alzare e sedere i presenti, come è d’uso. Prima di tutto chiese: «Cinque minuti di completo silenzio alla memoria del Signor Petropoulos». Poi, il feretro fu messo in cima alle scale e il macchinario lo inghiottì: «La cremazione del Signor Petropoulos è cominciata. Vi prego di sedervi».

Attesa di due ore, durante le quali ciascuno prende la parola, recita una poesia, o si raccoglie, secondo i casi. Jacques Lacarrière pronuncia le parole che esprimono l’emozione comune. Gli omaggi sono in tutte le lingue. La presenza è internazionale: i poeti e scrittori greci Yannis Yphantis, Theo Rombos, Thomas Drikos, Aristidis Antonas, Costas Vergopoulos, Vassilis Alexakis; lo scrittore macedone Jordan Plevnes; gli scrittori e artisti turchi Sinan Fisek, Mine Kirikkanat, Selçut Demirel; lo scrittore americano John Taylor, il disegnatore olandese Willem, il poeta peruviano José-Carlos Rodriguez; gli amici parigini: Claudine Martin, Olivier O. Rodriguez, Daniel Colagrossi, Valérie Dardenne, etc.
Attesa intervallata dalle rebetika che canta instancabilmente Nicolas Syros, accompagnato dal suo bouzouki. Il primo canto dice:

«Un mascalzone è morto sulla pubblica piazza
Non una lacrima sarà versata
Non un cuore sarà spezzato…
Ah, che cazzo di società!»

Le persone vanno e vengono, chiacchierano. Poi qualcuno serve il pasto tradizionale dei morti, il Kolyva, misto di grano e di aromi che accompagna le cerimonie funerarie dai tempi dei misteri di Eleusi.
Più volte si fa cenno alla destinazione delle ceneri di Elias. La fogna? Non è forse questa una volontà poetica? Mary Koukoulès conferma l’esistenza del testamento depositato al Consolato. Propone di gettarle nelle fognature che si visitano al Pont de l’Alma. E perché non nella Senna, che è una fogna? Troppo banale, dice Mary.
Conveniamo, Olivier O. ed io, che seElias deve andare nelle fogne, tanto vale che sia nel primo tombino trovato per caso uscendo dal cimitero.
Mary Koukoulès accetta immediatamente.
D’accordo.
Poco dopo, il corteo si avvia sotto un sole magnifico, ed esce dal cimitero sull’Avenue Père Lachaise, in direzione della Place Gambetta. Mary porta l’urna con le ceneri di Elias. C’è chi ha preso con sé dei fiori.
Quelli che stanno alla testa del corteo girano istintivamente a destra nella rue des Rondeaux, leggermente in salita.

Il primo tombino è inaccessibile; una macchina è parcheggiata troppo vicino al marciapiede.
La rue des Rondeaux sale ancora un po’, poi ridiscende per chiudersi in un vicolo cieco.
In fondo, intravediamo un secondo tombino. Un po’in disparte.
Qualcuno deposita un grande mazzo di girasoli sul marciapiede, al di sopra del tombino. Il gruppetto, una ventina di persone, si dispone tutto intorno.
Al centro, Mary Koukoulès, aiutata dal figlio Phedon, tira fuori l’urna dal suo contenitore nero. Come urna, ha voluto un oggetto familiare, un vecchio vaso che conteneva caramelle, portato tempo prima dalla Grecia. Disfa il nastro nero che avvolge il coperchio, poi avanza verso il tombino. Con gesto deciso, versa le ceneri nella fogna. Poi, quando nessuno se lo aspetta, lancia brutalmente il vaso contro la griglia di ferro che scoppia in un fracasso inaudito, ne raccoglie i pezzi troppo grandi e li getta di nuovo.

Tutti i presenti trattengono il respiro. Mary Koukoulès comincia a fare pulizie sul tombino, spazza delicatamente con la mano le ceneri rimaste sulla griglia, e i pezzi di vetro. Non si ferisce, lo fa con cura…
All’arrivo di questo gruppetto silenzioso, insolito, alcune persone di una casa vicina si erano messe alla finestra. In seguito al rumore del vetro che si infrange sulla griglia, un tizio esce sulle scale di casa sua, antistante al luogo. Corre a cercare sua moglie e esclama:
– Sono un proprietario, non sono stato avvertito.
Qualcuno mette il dito sulla bocca, e dice:
– Silenzio!
E aggiunge:
– È una cerimonia…
La donna chiede:
– Per i topi?
– È una cerimonia, si ripete, con gravità.
La donna capisce che sta succedendo qualcosa. Fa tacere suo marito. E guarda, affascinata, Mary che pulisce amorosamente la griglia.
In quel momento Nicolas Syros si inginocchia davanti alla fogna, accorda il suo bouzouki, e si lancia in una nuova rebetika con voce straziata. Un canto lancinante, un addio sconvolgente che risuona in questo pomeriggio estivo, avvolge gli alberi che delimitano il vicolo, sale verso il cielo miracolosamente blu.
Canta in questa avvincente lingua greca:

«Quando morirò
lasciami in un angolo da solo
e accanto a me
metti il mio bouzouki – aman! aman!
come unica consolazione!
Che nessuno venga
non voglio nessuno – aman! aman!
per accendere il lumino
neanche colei che amo
Non voglio che lei versi qui le sue lacrime…»

Un momento straordinario. Come se lo spirito di Elias fosse venuto a sorvegliare la ‘sua’ cerimonia, questa assume una dimensione impensabile. La luce lambisce le teste. Non ci sono lacrime. Solo la solennità, la dignità di guardare la morte in faccia. Quel luogo sembrava trasfigurato. Il gesto sordido di gettare i resti di una vita nella fogna si rischiara per l’eternità. Ho pensato in quel momento al testamento del ‘divino marchese’ di Sade, quell’uomo senza paura e senza speranza, che guardava la nostra era di pietra mentale con i suoi occhi spalancati sull’avvenire, quell’araldo di luce che ha chiesto di essere sotterrato sul ciglio della strada e che la vegetazione ricoprisse per sempre le tracce del suo passaggio. «Desidero» diceva, «che le tracce della mia tomba spariscano dalla faccia della terra così come io mi lusingo che la memoria di me sarà cancellata dalla memoria degli uomini». Ben sapendo che la sua immensa opera si sarebbe iscritta per sempre nelle fila dei liberatori.
Lo stesso vale anche per l’opera di Elias Petropoulos.
Lasciando il vicolo della rue des Rondeaux, ci siamo fermati nell’edicola di Place Gambetta per comprare “Le Monde” nel quale Jacques Lacarrière rendeva omaggio a Elias Petropoulos (fu l’unico in Francia, insieme a Willem il lunedì seguente nella sua cronaca Images di “Libération”).

Jacques Lacarrière ci ricorda quello che realmente fu questo ribelle, questo irriducibile renitente, questo spirito libero. «Scrittore, poeta, è certo. Ma anche archivista, ricercatore, scrutatore, esploratore, scopritore, collezionista di tutte le curiosità, singolarità e tesori sconosciuti della Grecia di oggi…». «Storico dell’ombra, speleologo dei bassi fondi, Magellano dei continenti perduti, cantoredei silenziosi, biografo degli anonimi, Elias Petropoulos fu tutto questo insieme. Senza dimenticare il suo riso, il suo inimitabile riso!»
Poco dopo, gli amici si ritrovano al caffè La Palette. Una tradizione quando la morte ci sembra troppo carogna.
L’artista turco Arslan, al quale racconto i funerali del suo amico, il poeta greco Elias Petropoulos, riassume così la grandezza dell’evento: «Ha raggiunto Diogene».

(in SUD Rivista Europea, N°3, Libreria Dante&Descartes)

9 Responses to IL POETA E LA FOGNA

  1. Roberto Saviano il 11 marzo 2005 alle 23:56

    Una delle cose più belle mai scritte sulla poesia. Ottima la traduzione della Mazzacurati.
    Elias Petropoulos: un rabbioso ermafrodita formato da Kavafis e Ravachol!

  2. Lucio Angelini il 12 marzo 2005 alle 07:49

    QUANDO I BAMBINI FANNO OH

    Quando i bambini fanno oh
    c’è un topolino
    mentre i bambini fanno oh
    c’è un cagnolino
    se c’è una cosa che ora so
    ma che mai più io rivedrò
    è un lupo nero
    che da un bacino
    a un agnellino
    Tutti i bambini fanno oh
    dammi la mano
    perchè mi lasci solo
    sai che da soli non si può
    senza qualcuno,
    nessuno può
    diventare un uomo
    per una bambola o un robot
    magari litigano un pò
    ma col ditino ad alta voce
    almeno loro, eh, fanno la pace…

    Giuseppe Povia, in arte Povia, 30 anni, è nato a Milano, ma ha vissuto gran parte della sua vita all’Isola d’Elba dove risiede. Con un passato
    travagliato alle spalle, Povia è solito ricordare “sentirmi senza affetti e senza domani. Sono cose che restano”. Nonostante ciò ama sorridere, osservare la gente e godersi la vita. Voce accattivante, indagatore attento di
    sentimenti, sincero, ironico, si sente un poeta degli affetti in spontanea sintonia con la musica. Definisce la canzone il suo “rifugio perfetto”, ama osservare gli aspetti della realtà che lo circonda e metterli in versi.
    Cosciente di svolgere una professione dal futuro incerto e sempre soggetta ad imprevisti e delusioni, non intende comunque abbandonare ciò che definisce il suo sogno. Dopo il singolo “Tanto tu non mi cambi”, è uscito
    nel giugno scorso il nuovo lavoro dal titolo “Zanzare”. Non potendo
    partecipare alla gara in quanto la sua canzone ” I bambini fanno Oh” presentata due anni prima al Premio Recanati, è stata scelta come bandiera
    per l’operazione “Avamposto55” che il Festival di Sanremo 2005, ha messo in atto a favore dei bambini del Darfur .

    [Questa canzone é dedicata a tutti i bambini del mondo e a tutti i
    bambini che vivono dentro di noi.]

  3. luminamenti il 12 marzo 2005 alle 08:33

    La poetica di Elias Petropoulos è salutare sicuramente. Compreso l’evento (funebre). Poetica anche dell’impurità

    Stanco di non allinearmi
    verso l’orizzontalità – e con odio
    dell’irrequietezza dei colli,
    stanco forse di avervi insultati
    accettando che diveniste fantasmi,
    o genitori:
    che pressoché dissonate, che state fuori da ogni contaminazione o sospetto
    o lecca-lecca di tempo,
    fuori dagli effetti speciali
    e dai metabolismi erratici
    del Tutto. Non avete bisogno
    del mio sostegno, del mio
    ricordo.
    Non esiste bisogno né critica del bisogno.
    Siamo, anche se io stento, fatti di orizzonte,
    disadattati a questo tipo di mondo.
    Ma in linea di massima convinti
    (costituendo chissà quale frase)
    di essere,
    di meritarci di essere, un bell’essere,
    di avere in pugno, chissà come,
    ogni carenza e rastrematura
    infida e terrificante
    dell’essere.
    Questa è la poesia scelta da Zanzotto alla postfazione dell’affascinante percorso del libro il Dominio dei morti di Robert Pogue Harrison, Fazi editore. Harrison dedica particolare attenzione al rito della sepoltura. Questo testo ha anche un apparato di note estremamente utile per ricchezza bibliografica e considerazioni per chi volesse approfondire il tema della morte e i suoi rituali.
    Non dimenticherei il discorso sulle eteropie e eterocronie di Foucault. Scrisse al riguardo sul cimitero.

  4. gina il 12 marzo 2005 alle 09:32

    splendida icona queer, con il sé fisico che diventa “spazio di contestazione, e arena poltica”.

  5. davide racca il 12 marzo 2005 alle 12:14

    dunque prima del museo d’orsay e dell’atelier brancusi, quando si andrà a parigi sarà d’obbligo una preghiera atea sull’ultima lapide della rue des rondeaux…

  6. aggiornamenti il 14 marzo 2005 alle 13:43

    “Lui, Giuseppe Povia, è un milanese di 32 , neo papà, che ora vive a Firenze, ed è un autodidatta. Come ha rivelato in un intervista ad un giornale, ha smesso di andare scuola dopo la terza media, ma a 16 anni ha iniziato a suonare la chitarra seguendo un corso comprato in edicola e la sua cultura musicale si è sviluppata ascoltando Vasco Rossi, Rino Getano, Franco Califano, ma anche Claudio Baglioni”

  7. giuseppe genna il 15 marzo 2005 alle 00:01

    Giuseppe Povia abitava in via Arconati, nell’infame quartiere di Calvairate, e fece le elementari alla Tommaso Grossi. Nota distintiva di tutta la famiglia Povia: una marcata fossetta sul mento. Sua sorella era insopportabilmente vacua. Lui giocava molto bene a pallone, con un ruolo di fantasista atipico, nei prati di piazza Martini prima che al loro centro posassero enormi fari lampione a forma di ufo o di centrale Telecom. La presenza del Libraccio, in corrispondenza del portone in cui abitava Giuseppe Povia, ne stemperò la memorabilità. In cambio, nella pizzeria al taglio di fronte, emerse il talento di un giovane doppiatore, che ha anche recitato in piccole parti di film e che, come il Povia e me, si chiamava Giuseppe e continua a chiamarsi così.

  8. Lucio Angelini il 16 marzo 2005 alle 13:30

    Sono contento di aver creato questo filo rosso tra Elias Petropoulos, Povia e Giuseppe Genna. Le vie della letteratura sono infinite. Lasciate che i pargoli vadano a essa:-/



indiani