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14 marzo 2005
Pubblicato da

di Roberto Saviano

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Battezzo il locale come lo battezzarono i nostri tre vecchi antenati. Se loro lo battezzarono con ferri e catene, io lo battezzo con ferri e catene. Alzo gli occhi al cielo e vedo una stella volare è battezzato il locale. Cade una stella, scende una belata: con parole d’omertà è formata società.” Queste le parole di Raffaele Cutolo svelate da Giuseppe Marrazzo nel suo libro “Il camorrista”, sono pronunciate per battezzare il luogo dove avverrà l’entrata nella Nuova Camorra Organizzata.

Il rituale di affiliazione è in realtà una prassi a metà tra la religiosità e l’iniziazione militare, un vero e proprio momento cruciale nella vita di un individuo paragonabile ai sacramenti. Antonio Bardellino il capo della Nuova Famiglia, il leader negli anni ’80 della cosca dei Casalesi, il boss che si affiliò alla Pizza Connection della mafia siciliana di Badalamenti e Buscetta, portò avanti per un lungo periodo il rituale della pungitura mutuato proprio da Cosa Nostra. Il polpastrello destro dell’aspirante affiliato veniva punto con uno spillo e il sangue fatto colare sull’immaginetta della Madonna di Pompei, poi questa veniva fatta bruciacchiare su una candela e passata di mano in mano a tutti i dirigenti del clan che erano disposti in piedi lungo il perimetro di una tavola. Se tutti gli affiliati baciavano la Madonna, il nuovo presentato diveniva ufficialmente parte del clan. La religione è un riferimento costante per l’organizzazione camorristica non soltanto come forma scaramantica o residuo culturale ma come forza spirituale che ne determina le scelte più intime. Il messaggio cattolico non viene visto in contraddizione con l’attività camorristica: il clan che finalizza la propria attività al vantaggio di tutti gli affiliati considera il bene cristiano rispettato e perseguito dall’organizzazione. La necessità di uccidere i nemici ed i traditori viene sentita come una trasgressione lecita, il non uccidere inscritto nelle tavole di Mosè può nell’argomentazione della camorra essere sospeso se l’omicidio avviene per un motivo superiore, ovvero la salvaguardia del clan, degli interessi dei suoi dirigenti, del bene del gruppo e quindi di tutti. Ammazzare è un peccato che verrà compreso e perdonato da Cristo in nome della necessità dell’atto.

Alla Madonna viene infatti chiesto, come accadeva a Rosetta Cutolo che veniva trovata in chiesa nelle ore delle mattanze ordinate da don Raffaele, oppure alla moglie di Sandokan devota della Maria Santissima Preziosa, di intercedere presso Cristo per far comprendere che la condanna a morte e la violenza necessaria per le attività del clan avviene per il bene degli uomini. In breve le famiglie camorristiche ed in particolar modo i boss maggiormente carismatici spesso considerano il proprio agire come un calvario, un assumersi sulla propria coscienza il dolore e il peso del peccato per il benessere del gruppo e degli uomini su cui il suo comando regna. A Pignataro Maggiore il defunto boss Raffaele Lubrano ucciso in un agguato di camorra nel 2002, religiosamente fece restaurare a sue spese, nella sala Moscati attigua alla chiesa madre, un affresco raffigurante una Madonna. È detta la «Madonna della camorra», poiché a lei si sono rivolti durante la latitanza a Pignataro Maggiore i più importanti boss di Cosa Nostra. Non è difficile infatti immaginarsi Totò Riina, Michele Greco, Luciano Liggio o Bernardo Provenzano chini sugli scranni dinanzi all’affresco della Madonna, implorare penitenti d’esser illuminati nelle loro azioni e protetti nelle loro fughe. Quando don Vincenzo Lubrano padre di Raffaele, è stato assolto in appello, nel processo Imposimato, ha organizzato un pellegrinaggio a sue spese con diversi pullman a San Giovanni Rotondo per ringraziare Padre Pio, artefice, secondo lui, dell’assoluzione.

Come i soldati della gioventù hitleriana avevano scritto sulle fibbie il motto “Gott mit uns” (Dio è con noi), così i soldati dei clan spesso hanno portato sul corpo tatuaggi che dimostravano la loro devozione, le collane con i volti santi, i braccialetti costruiti con grani di rosario come quello celebre di don Lorenzo Nuvoletta. Spesso la passione religiosa spinge a veri e propri deliri mistici come accaduto al boss dei casalesi, Francesco Schiavone Sandokan che durante il periodo di latitanza dipingeva volti santi inserendo al posto del volto di Cristo il suo ritratto. Ma sono i matrimoni i veri momenti che celebrano la fedeltà dei clan alla chiesa. Il matrimonio tra Marianna Giuliano e Michele Mazzarella fu un tripudio di sfarzo e dimostrazione di pia osservanza, furono infatti versati – secondo indiscrezioni – oltre 60 milioni di lire come offerta per la celebrazione. Gli sposi ebbero in dono un enorme crocifisso in radica di noce con adagiato un Cristo di preziosissimo cristallo ma il feticismo religioso abbonda in tutte le ville dei boss da Marano a Casal di Principe, da Teverola a Casapesenna. Statue a grandezza naturale di Padre Pio, copie di terracotta e bronzo del Cristo che campeggia a braccia aperte sul Pão de Açucar di Rio, sono presenti in moltissime ville di boss della camorra. Pare che Cosimo di Lauro avesse ordinato per la sua villa recentemente sequestrata nella zona di Secondigliano, un enorme Padre Pio di terracotta colorata dell’altezza di quattro metri. Nel santuario della Madonna di Pompei gli ex voto dei camorristi si sprecano. Nella cascata di oggetti dorati, nelle sfoglie argentate che tracciano forme di piedi guariti, occhi salvati, bambini simbolo di fertilità concessa, campeggiano anche immagini di fucili, pistole, coltelli, strani oggetti che simboleggiano uno scampato pericolo. Nicola, ex appartenente al clan Cesarano mi spiega: “Mi sono salvato una volta, quando ero giovane, perché un proiettile mi è stato deviato da una costola. Io non ci credo. Quello che mi ha sparato mi ha sparato al cuore, i medici hanno detto che era una costola, ma per me non è stata la costola ma è stata la Madonna.”

I penitenti che ogni sette anni a Guardia Sanframondi per la festa dell’Assunta si battono ripetutamente e per oltre dodici ore il petto con una spugna di sughero con trentatre spilli o chiodi, sono anonimi fedeli ma è notizia diffusa che molti di loro sono affiliati non solo della Camorra ma anche della Sacra Corona Unita e della N’drangheta e dopo aver scontato le pene del carcere decidono di scuoiarsi il petto volendo scontare anche le pene dell’anima. Tra loro spesso anche molte donne con figli caduti nelle guerre di clan. Anche il battesimo ha una sua metamorfosi nella criminalità organizzata. Il battesimo in chiesa viene preceduto spesso da un vero e proprio battesimo di clan come avveniva per la vecchia n’drangheta. Racconta l’ex ndranghestista Antonio Zagari autore di “Ammazzare stanca” che quando nasceva un figlio di uno ndranghetista veniva preso in braccio nudo dalla madre, il padre gli avvicinava un coltello ed un mazzo di chiavi, a secondo di cosa il bimbo toccava si prevedeva il suo destino, di uomo d’onore se toccava il coltello, e di sbirro se toccava le chiavi. Ovviamente il padre avvicinava alle manine il coltello e allontanava le chiavi. Quando il bimbo toccava la lama la madre girava pancia sotto il bambino ed il padre sputava nell’ano del piccolo così che dal suo corpo l’onore non sarebbe mai più uscito. Anche oggi sembrano esser tornate in voga le ritualità di affiliazione, e il simbolismo religioso torna ad imperare tra le dinamiche di camorra.

A Scampia nei laboratori di stoccaggio della droga gestiti dal clan di Paolo Di Lauro vengono tagliati trentatre panetti di hascisc per volta, come gli anni di Cristo poi ci si ferma per trentatre minuti, si fa il segno della croce e si riprende il lavoro. Una sorta di omaggio a Cristo per propiziarsi guadagni e tranquillità. Lo stesso accade con le bustine di coca che spesso prima di essere distribuite ai pusher, il capozona bagna e benedice con l’acqua di Lourdes sperando che le partite non uccidano nessuno, anche perché della cattiva qualità della roba ne risponderebbe lui direttamente al clan. Anche i rituali di affiliazione sembrano essere tornati in voga soprattutto negli ultimi anni dove i clan secondiglianesi ma anche quelli del centro storico stanno affiliando per la prima volta nella storia della camorra ragazzini dai 12 ai 17 anni e quindi si necessita per responsabilizzarli, di un vero e proprio simbolo di appartenenza che stringa le loro volontà e trasformi la loro età in una veloce maturità di soldato. Viene dato appuntamento quasi sempre di domenica fuori ad una chiesa, lì si incontrano tutti i ragazzini che vogliono entrare nel clan l’uomo che li presenta ed ovviamente un capozona. Dopo aver assistito alla messa ed aver fatto la comunione una stretta di mano tra il ragazzino e tutti i membri decreta l’affiliazione. Se qualcuno non gli da la mano il ragazzino non entra nel clan. Solo un’ingenua lettura può considerare questi connubi tra religione e camorra come manifestazioni di un tribalismo metropolitano, o tracce d’una arretratezza feudale incastonata nell’anello di brillanti della modernità. Il senso religioso dei cartelli criminali che sempre più dismettono il rapporto con le periferie e quindi la cultura del margine si accresce con il potere economico, poiché come scrive Max Weber è proprio nella gabbia d’acciaio dell’economia che l’uomo ritrova come unico senso quello della religione. Il sistema-camorra è un potere quindi che non coinvolge soltanto i corpi né dispone soltanto della vita di tutti, ma pretende di artigliare anche le anime.

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Pubblicato sul Corriere della Sera-Corriere del Mezzogiorno il 13 Marzo 2005

7 Responses to 33

  1. vins gallico il 15 marzo 2005 alle 11:36

    Come al solito, Roberto, gran pezzo. Solo che per quanto riguarda il “tribalismo metropolitano” o le “tracce d’una arretratezza feudale”, sono fenomeni che non escluderei del tutto. Almeno rifacendomi ai ricordi di quando vivevo in “zone di mafia”. Il cristianesimo mafioso (o la religiosità mafiosa) avvolge un tessuto di strana ignoranza (umana? culturale? sociale?). Piccoli supestiziosi crescono, piccoli mafiosi anche. Contemporaneamente.

  2. giovanni maderna il 17 marzo 2005 alle 08:37

    mi viene in mente quello che lessi diversi anni fa sulla cattura del boss di cosa nostra Aglieri, che nel covo di Bagheria teneva, fra statue della madonna e crocifissi, una vastissima biblioteca sacra con scritti sulla vita degli apostoli e l’opera omnia di Soren Kierkegaard…. Mi venne voglia di scriverci un soggetto…

  3. Angelo Petrelli il 17 marzo 2005 alle 17:28

    effettivamente la brutalità de l’aut-aut è molto mafiosa… costrittiva…

  4. Gli amici il 18 marzo 2005 alle 15:17

    Saviano ma ancora non ti hanno ammazzato? Ti piace tanto immaginarti sull’asfalto?

  5. davide racca il 18 marzo 2005 alle 16:31

    roberto, ma che amici frequenti? e che bella ironia, fresca, esibita, giocosa? vai a parlare di santini e spuntano i fedeli? se frequenti questa gente non mi viene più nessunissima voglia di frequentarti! bhe, fammi sapere se li conosci!
    ciao eh

  6. piero sorrentino il 19 marzo 2005 alle 08:45

    “Gli amici”, se riesco a risalire al tuo IP ti stano a casa e ti faccio un culo così. E scusate il francesismo.



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