L’afferramento

24 marzo 2005
Pubblicato da

(Monologo teatrale d’occasione)

Di Marco Alderano Rovelli

mano.jpgSi guarda intorno, muovendo la testa lentamente, e muovendo velocemente gli occhi, come a cercare qualcosa che dovrebbe essere lì, davanti a lei, all’altezza dei suoi occhi sbarrati. Dovrebbe proprio esserci. Ma non c’è. Senti, Lama, ascolta. Lo so che ci sei. Non è stata colpa mia. Mi ha afferrata. Mi ha afferrata come si afferra un concetto. Das begriff. Il concetto è ciò che si afferra, i tuoi amici tedeschi la sanno lunga. Più che lunga la sanno bene. Ce l’hanno dimostrato, a Dresda. Ma a me non interessa la cosa che si afferra. A me interessa il gesto dell’afferrare. Fa il gesto di afferrare qualcosa, lentamente, lentamente la mano si contrae, i nervi delle dita tesi, vibranti.

Questa linea, vedi, Lama, (indica con l’altra mano la linea esterna del palmo) è questa linea che mi interessa, questo contorno. Questa contrazione. Ma non ci dev’essere la cosa afferrata, se no il contorno scompare, si vede solo la cosa, l’oggetto – e un oggetto è sempre inanimato – e la contrazione non si vede più. Non si vede più questo tremore. Sì, Lama, d’accordo, tu non lo vedi adesso, ma questo dipende dai tuoi occhi. Non hai più la vista di una volta. Sei dietro un vetro, adesso. Ecco, io ero l’oggetto, quando mi ha afferrata. La mano si affloscia chiudendosi. No, Lama, non so perché è finita così. So solo che mi ci sono trovata. Era come quell’appartamento di Dresda. Solo che là c’eri anche tu. Ieri non c’eri. Ed è colpa tua, Lama. No. Non è colpa di nessuno. Non è colpa. Ma se c’eri anche tu sarebbe stato diverso, Lama. L’avresti usato il tuo nome, gliel’avresti piantato dritto nella pancia, come avevi fatto in quell’appartamento di Dresda. Quando lo svedese voleva portarmi nell’altra stanza. Hai una fica profonda, mi diceva. Voglio vedere meglio. L’ho lasciato guardare, Lama, ti ricordi. Eri venuto anche tu nell’altra stanza, e guardavi lui che mi guardava. Io non ti guardavo, invece, il cerchio non deve mai chiudersi. Ma quando si è sbottonato i pantaloni e ha tirato fuori il cazzo e ha provato a infilarmelo dentro, tu ti sei messo a gridare, no, hai detto, non va bene così, prima devi chiedere il permesso, stronzo. Ma lui aveva già cominciato a masturbarsi, si è alzato, mi ha sborrato dentro. Allora tu l’hai preso, l’hai messo contro il muro e gli hai infilato il coltello nella pancia. Benedetto il frutto del ventre tuo. A Dresda, Lama. Ti ricordi che pioveva, no? E quella pioggia ci aveva levato il sangue di dosso. Levato, lavato… Era schizzato, il sangue dello svedese. Era ben caldo. Anche la pioggia era calda. Quasi bollente. E l’odore, l’odore delle strade intorno… Odore di sangue caldo. Mentre scappavamo sentivo la pelle che colava. Non ricordo altro di quella corsa. C’era solo quella sensazione di spasimo, di fluidità, di un senso che scorre, che corre avanti appuntito come una freccia. Ma una freccia imbevuta di veleno, ed ero io quel veleno, ce l’avevo in mezzo alle gambe il veleno. A un certo punto l’ho sentito, quel veleno, nella fica che mi bruciava, ho sentito il veleno che mi risaliva nel ventre benedetto. Allora ti ho fermato, ti ricordi, siamo entrati in un portone, era buio, ingombro di biciclette. Ti ho tirato verso il muro, una bicicletta è cascata, ma io ti ho tenuto contro di me, mi sono alzata la gonna, ti ho spinto la testa verso il basso e ti ho fatto chinare, finché ho costretto la tua bocca a succhiarmi la fica, a ingoiare lo sperma dello svedese. Mi hai vomitato sui piedi. Poi siamo usciti ancora, la pioggia era diventata tempesta, e tutto odorava di sangue bollente. Io correvo a bocca aperta, volevo ingoiare quel liquido che colava, e non sapevo se era acqua, sangue, sperma, era tutto quanto insieme, ed era bollente, e aveva un odore di vertigine. Siamo spariti, poi, nessuno a Dresda ha mai saputo niente di noi. Né prima né dopo. Noi a Dresda non siamo stati che fantasmi. Ed eravamo fantasmi sovrani. Il cielo era nostro, la terra era nostra, il sangue era nostro. A Dresda. Ma ieri, ieri non era Dresda, e tu non c’eri. Il tuo amico, Lama. Mi è venuto a trovare a casa. Sono un amico di Lama, ha detto. Io, figurati se non lo facevo entrare. Voleva dei soldi. Ha detto che ti conosce bene, e che tu glieli avresti dati, se fossi stato qua. Ma tu non ci sei. Io non ce l’ho i soldi. Non ho soldi. Gliel’ho detto. Lui me li darebbe, ha detto. Io ero mortificata. Lui non ha più detto niente. Io sapevo di essere in debito. E poi tu non ci sei. Mi ha messo una mano sulla coscia. Poi l’altra. Mi ha girato, e mi ha preso da dietro, come si prende un concetto. Un concetto, è come la verità. E la verità, bisogna incularla. Poi se ne è andato. E’ questione di natura, Lama, non l’ho deciso. E’ questione di linea della mano, è questione di gesto, di contrazione. E’ questione di cosa si afferra. Della cosa che si afferra. Lo so, Lama, secondo te o si afferra una cosa, o è la cosa, che ci afferra. Ma c’è una terza possibilità, Lama. Si può anche diventare una cosa, e farsi afferrare. Io mi sono fatta afferrare, Lama. Tu no, e vedi com’è finita. Essere afferrati è un destino, Lama. Meglio farlo proprio, finché si è in tempo. E io l’ho scoperto in tempo, Lama. Non riuscivo più a vedere la linea della mano. Non sentivo più la contrazione. Non tremavo più, Lama, e tu lo sai che tutto quello che ho fatto, che abbiamo fatto, l’abbiamo fatto solo per febbre. Ma ho scoperto in tempo perché non tremavo, Lama. E che dovevo essere afferrata per tremare ancora. L’ho scoperto, il perché. Dresda. Non tremavo più perché da Dresda mi sono portata in grembo una bestia. Nel mio ventre benedetto. C’era una bestia nel mio ventre benedetto. Non te l’ho detto, Lama, non te l’ho detto perché non lo avevo ancora detto a me stessa. Come potevo pensare di avere qualcosa che non fosse tuo, nel ventre? E invece c’era, Lama, tu non mi avevi lavato con la tua lingua. Ti eri rifiutato. Avevi finto di succhiare, non avevi ingoiato. Avevi vomitato dallo schifo, Lama, non per aver ingoiato lo sperma. Per lo schifo, Lama, ed era schifo di me, capisci? Era schifo di me. Quando l’ho capito non potevo che denunciarti, Lama, dovevi caricarti sulle spalle la distanza che avevi voluto prendere da me. Non è che eri colpevole di qualcosa. Non avevi colpa. Non c’è colpa. E’ solo una questione di natura. Non mi guardare, Lama. Il vetro ti fa gli occhi acquosi, mi spaventi. Non ho nessuna colpa, Lama, come te. E’ per questo che sono venuta qui da te, Lama. Perché non riesco più a seguire la linea della mano. A vedere la contrazione. Allora devo essere l’oggetto inanimato che la mano deve afferrare. Io devo essere afferrata, Lama. Voglio che mi si squarci il ventre. La verità, bisogna incularla. Benedetto sia il ventre mio, Lama. Benedetto te, Lama.



indiani