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	Commenti a: Verso una spiritualità atea 1	</title>
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		Di: Vincenzo Della Mea		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/04/verso-una-spiritualita-atea-1/#comment-8587</link>

		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Della Mea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi trovo d&#8217;accordo con praticamente tutto, a meno del fatto che, forse, per fare una Rimini dell&#8217;ateismo gli atei dovrebbero avere un senso del branco che secondo me non hanno (carenza che è uno dei pregi di una certa cultura laica).</p>
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		Di: lorenzo_galbiati		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/04/verso-una-spiritualita-atea-1/#comment-8588</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo_galbiati]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[PREFERITE ESSERE ATEI CONVINTI (E ASPIRANTI FANATICI) O ATEI “PENSANTI”?

Sono anni che cerco di fare un’unica propaganda religiosa, che è questa: la differenza sostanziale non è più tra atei e credenti ma tra ‘pensanti’ e ‘nonpensanti’. Cosa intendo dire? 
Be’, ve lo spiego con Bobbio, era una sua idea (rielaborata dal cardinale Martini nei termini sopra indicati). E scusate se mi dilungherò ma il pezzo credo meriti un confronto con questi post di Andrea Inglese che, in ultima  analisi, se attuati, temo trasformerebbero l’ateismo (che secondo me è una grande forza religiosa - lo diceva già Ernst Bloch - senza i difetti delle religioni istituzionalizzate) in una specie di setta di fanatici al pari di quelle teistiche.
Bobbio, dunque: “Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. Religiosità significa per me avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità dell’universo. L’unica cosa di cui sono sicuro, sempre stando nei limiti della mia ragione, è semmai che io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all’uomo di ragione che all’uomo di fede. Con la differenza che l’uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall’alto, e di cui non riesco a convincermi. Resta però fondamentale questo profondo senso del mistero, che ci circonda, e che è ciò che io chiamo senso di religiosità. La mia è una religiosità del dubbio, anziché delle risposte certe. Io accetto solo ciò che è nei limiti della stretta ragione e sono limiti angusti: la mia ragione si ferma dopo pochi passi, mentre, volendo entrare nel mistero, la strada non ha fine. Più noi sappiamo più sappiamo di non sapere…E’ una domanda tradizionale ma io non ho risposta: perché l’essere e non piuttosto il nulla? Io non so chi possa dare una risposta, se non per fede….E negare che la domanda abbia un senso, come fa certa filosofia analitica, mi pare un gioco di parole… Quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non so percorrere. Resto uomo della mia ragione limitata – e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo ‘la mia religiosità’… Certo, probabilmente non si riesce a resistere a questo continuo non sapere, e allora ci si affida alle credenze…Un giorno al cardinal Martini ho detto: per me la differenza non è tra il credente e il noncredente, ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio: c’è il credente che si accontenta di risposte facili (e anche il noncredente, sia chiaro, che delle risposte facili si accontenta!). Qualcuno dice: ‘sono ateo’, ma io non sono sicuro di sapere cosa significa. Penso che la vera differenza sia tra chi, per dare un senso alla propria vita, si pone con serietà e impegno queste domande, e cerca la risposta, anche se non la trova, e colui cui non importa nulla, a cui basta ripetere ciò che gli è stato detto fin da bambino.&quot;
Lorenz]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>PREFERITE ESSERE ATEI CONVINTI (E ASPIRANTI FANATICI) O ATEI “PENSANTI”?</p>
<p>Sono anni che cerco di fare un’unica propaganda religiosa, che è questa: la differenza sostanziale non è più tra atei e credenti ma tra ‘pensanti’ e ‘nonpensanti’. Cosa intendo dire?<br />
Be’, ve lo spiego con Bobbio, era una sua idea (rielaborata dal cardinale Martini nei termini sopra indicati). E scusate se mi dilungherò ma il pezzo credo meriti un confronto con questi post di Andrea Inglese che, in ultima  analisi, se attuati, temo trasformerebbero l’ateismo (che secondo me è una grande forza religiosa &#8211; lo diceva già Ernst Bloch &#8211; senza i difetti delle religioni istituzionalizzate) in una specie di setta di fanatici al pari di quelle teistiche.<br />
Bobbio, dunque: “Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. Religiosità significa per me avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità dell’universo. L’unica cosa di cui sono sicuro, sempre stando nei limiti della mia ragione, è semmai che io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all’uomo di ragione che all’uomo di fede. Con la differenza che l’uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall’alto, e di cui non riesco a convincermi. Resta però fondamentale questo profondo senso del mistero, che ci circonda, e che è ciò che io chiamo senso di religiosità. La mia è una religiosità del dubbio, anziché delle risposte certe. Io accetto solo ciò che è nei limiti della stretta ragione e sono limiti angusti: la mia ragione si ferma dopo pochi passi, mentre, volendo entrare nel mistero, la strada non ha fine. Più noi sappiamo più sappiamo di non sapere…E’ una domanda tradizionale ma io non ho risposta: perché l’essere e non piuttosto il nulla? Io non so chi possa dare una risposta, se non per fede….E negare che la domanda abbia un senso, come fa certa filosofia analitica, mi pare un gioco di parole… Quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non so percorrere. Resto uomo della mia ragione limitata – e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo ‘la mia religiosità’… Certo, probabilmente non si riesce a resistere a questo continuo non sapere, e allora ci si affida alle credenze…Un giorno al cardinal Martini ho detto: per me la differenza non è tra il credente e il noncredente, ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio: c’è il credente che si accontenta di risposte facili (e anche il noncredente, sia chiaro, che delle risposte facili si accontenta!). Qualcuno dice: ‘sono ateo’, ma io non sono sicuro di sapere cosa significa. Penso che la vera differenza sia tra chi, per dare un senso alla propria vita, si pone con serietà e impegno queste domande, e cerca la risposta, anche se non la trova, e colui cui non importa nulla, a cui basta ripetere ciò che gli è stato detto fin da bambino.&#8221;<br />
Lorenz</p>
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		Di: Elio Paoloni		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Paoloni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi sembrano parole definitive]]></description>
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