Kant e la disciplina – contro il pensiero dei prigionieri nella caverna

5 aprile 2005
Pubblicato da

Ai filosofi col martello… J.G.

di Vito Mancuso

kant.jpgKant, con la posizione dei quattro paralogismi prodotti dalla ragione pura nella sua riflessione sull’uomo, ha inchiodato il pensiero occidentale all’impossibilità di dimostrare sia l’esistenza sia la non esistenza dell’anima, e ci ha consegnati alla più totale igonoranza.

Oggi arrivano anche gli scienziati, ma la situazione non si smuove di un passo.
Francis Crick, lo scopritore insieme a James Watson della struttura a doppia elica del Dna, ha scritto che l’anima è solo una catena di neuroni, un fenomeno materiale prodotto dal cervello. Tale affermazione non può essere confutata. Neppure Crick, però, può a sua volta confutare chi sostiene che la catena dei neuroni è solo la base di un fenomeno molto più ampio, che, se viene ridotto alla sola sua base, non si comprenderà mai per quello che è nella sua globalità. Rispetto al 1781, anno della pubblicazione della Critica della ragion pura, non abbiamo fatto molti passi in avanti, abbiamo sempre a che fare con i paralogismi in cui cade inevitabilmente ogni discussione sull’anima.
Kant ha stabilito che le quattro proprietà che la metafisica tradizionale assegna all’anima (immaterialità, incorruttibilità, personalità, immortalità) non possono essere razionalmente fondate, perché ciò che le genera, cioè l’esperienza del soggetto, è a questo riguardo del tutto insicura. Dall’indubitabile e primordiale percezione di noi stessi come di un Io distinto da tutte le altre cose, non si può passare alla conoscenza di tale Io in se stesso. La coscienza che io ho di me stesso in quanto conoscente è così legata alle cose che conosco da non poter stabilire se, in assenza delle cose, tale coscienza vi sia ancora oppure no. Il fatto che io conosco è evidente; ma non potrò mai sapere con certezza che cosa genera in me la conoscenza, se l’anima spirituale (che quindi esiste indipendentemente dalle cose) o se invece solo una «catena di neuroni» (che invece non si mette in moto senza le cose, e che quindi non esiste indipendentemente da esse, non esiste come una sostanza in sé).
Questo è lo stato dell’arte. Ma che fare allora di tutte le dottrine accumulate lungo i secoli a proposito dell’anima? Kant risponde in una pagina memorabile della Critica alla ragione pura:

«Non vi è in alcun modo una psicologia razionale come dottrina, che ci procuri un incremento alla conoscenza di noi stessi, ma c’è soltanto una psicologia razionale come disciplina, la quale pone in questo campo limiti invalicabili alla ragione speculativa, da un lato, perché essa non si getti in grembo a un materialismo che non riconosce l’anima, e d’altro lato, perché non si perda vagando in uno spiritualismo, che per noi, nella vita, è infondato. Tale disciplina, piuttosto, ci ricorda di considerare questo rifiuto della nostra ragione a dare una risposta soddisfacente alle questioni indiscrete che si spingono al di là di questa vita, come un suo avvertimento di rivolgere la conoscenza di noi stessi da un’infeconda e stravagante speculazione ad un fecondo uso pratico. Tale uso, anche se si indirizza sempre ai soli oggetti dell’esperienza, desume tuttavia i suoi principi da un’origine più alta, e determina il nostro comportamento, come se la nostra definizione si estendesse infinitamente al di là dell’esperienza, e quindi al di là di questa vita».

In queste parole è racchiuso tutto il senso spirituale della filosofia di Kant, simbolo del profondo e onesto impegno degli uomini per venire a capo di se stessi. L’uomo si trova nel mondo come una qualunque altra cosa del mondo, ma, insieme, in modo del tutto diverso rispetto a ogni altra cosa del mondo. La differenza tra se stessi e ogni altra cosa del mondo è stata chiamata dagli uomini lungo la storia in molti modi, il più frequente dei quali è anima. Questa loro differenza gli uomini hanno pensato di poterla sistematizzare in un sapere, in una dottrina. Ma tale impresa speculativa della ragione umana, esaminata con rigore, mostra la sua infondabilità. Della differenza dell’uomo rispetto a ogni altra cosa del mondo non si può dare alcun sapere certo, e quindi sarà sempre possibile che qualcuno la cancellerà, considerando l’uomo del tutto identico a ogni altra cosa del mondo. Questo è lo stato di miseria e di oscurità in cui si dibatte la condizione umana. Non sappiamo chi veramente siamo.
Ma proprio per questa assenza di dottrina, più necessaria che mai è la disciplina. La ragione speculativa va disciplinata, dice Kant, «da un lato perché non si getti in grembo a un materialismo che non riconosce l’anima, e d’altro lato, perché non si perda vagando in uno spiritualismi infondato». La disciplina cui va sottoposta la ragione ha innanzitutto un compito critico, di sorveglianza contro i due estremi, quello di considerare l’uomo solamente come una cosa del mondo, e l’estremo opposto di considerarlo in diretta comunicazione con una realtà al di là del mondo. (…).
Occorre prendere atto di una cosa, stamparsela bene in mente: la nostra ragione non è in grado di dare «una risposta soddisfacente alle questioni indiscrete che si spingono al di là di questa vita». Tali questioni indiscrete esistono, premono dentro di noi. Ognuno vuole sapere che ne sarà di lui, che ne sarà e che ne è stato di tutti coloro che ha amato, ognuno vuole sapere dove lo porta lo scorrere del tempo. Lo vogliamo sapere. Ma a questo nostro desiderio indiscreto la ragione si rifiuta di rispondere. O, per meglio dire, lo fa in modo contraddittorio, portando taluni a credere che esiste una dimensione superiore dell’essere e che l’anima è ciò che ci lega a tale dimensione superiore, e portando altri a credere il contrario, che non esiste nulla al di là di questo mondo, e che ciò che viene detto anima è solo, di questo mondo, un piccolo e indisciplinato frammento.
E’per questo che occorre una ferma disciplina, e comprendere (come uomini «ormai usciti dallo stato di minore età») che alla nostra domanda più urgente non c’è alcuna risposta razionale. Riguardo alle diverse ipotesi sul senso della nostra vita, «noi non sappiamo nulla né affermiamo seriamente nulla». Occorre riconoscere e imparare a sopportare questo vuoto, questa assenza di sicurezza sul nostro destino.
Ma questo formidabile brano di Kant dice qualcosa di più. Le parole kantiane, mentre sono la dichiarazione della nostra ignoranza riguardo l’anima, ne sono anche, a un secondo e superiore livello, la prova dell’esistenza. Kant parla di disciplina: ora, chi è che decide all’interno di noi stessi questa disciplina cui va sottoposta la ragione? Se la ragione ha bisogno di essere disciplinata, non può essere lei. E’ piuttosto qualcosa di superiore alla ragione, qualcosa che la vede come dall’alto e che per questo è in grado di giudicarne le affermazioni e di disciplinarla. E che cos’è questo qualcosa di superiore alla ragione?
Di più; Kant invita a «rivolgere la conoscenza di noi stessi da un’infeconda e stravagante speculazione a un fecondo uso pratico». E aggiunge poi che «tale uso, anche se si indirizza sempre ai soli oggetti dell’esperienza, desume tuttavia i suoi principi da un’origine più alta». Quale? Che cos’è questa origine più alta? E perché essa, come continua Kant, «determina il nostro comportamento come la nostra destinazione si estendesse al di là di questa vita»?
Qui c’è qualcosa di strano. C’è una cosa del mondo, materiale come ogni altra cosa del mondo, che si percepisce da sempre (da quando ha iniziato ad esistere) come diversa rispetto a ogni altra cosa del mondo. Nonostante la dottrina generata dalla percezione di tale differenza sia risultata infondabile, questa strana cosa del mondo non rinuncia alla sua differenza, non «si getta in grembo a un materialismo che non riconosce l’anima», ma pone un comportamento conforme alla differenza tra sé e ogni altra cosa del mondo, un comportamento che tutte le altre cose del mondo non conoscono e mai conosceranno, un comportamento che trae i propri principi «da un’origine più alta», e che concepisce la sua destinazione come «infinitamente al di là dell’esperienza».
Perché? Non è davvero strano tutto ciò? Se l’uomo fosse solo «una catena di neuroni», se cioè fosse solo necessità biologica, se in lui non esistesse qualcosa di diverso dai semplici neuroni, come si potrebbe rendere conto di questa disciplina e di questo comportamento? Questo è il punto: la posizione dell’anima è la spiegazione meno inadeguata della più grande ricchezza che contraddistingue l’uomo rispetto a ogni altro ente dell’universo: la libertà.
Il pensiero che riduce l’anima a una catena di neuroni non conosce altro orizzonte che quello della necessità naturale: per spiegare un fenomeno ha sempre bisogno di rintracciare un altro fenomeno naturale che lo ha causato, non gli è data la possibilità di concepire nulla di spontaneo, di creativo, di veramente nuovo. E’ un pensiero prigioniero, è il pensiero dei prigionieri nella caverna del settimo libro della Repubblica. Il pensiero che parla dell’anima e cerca di fondarne il sapere si muove, invece, nell’orizzonte della libertà. «L’anima ha una funzione specifica che non potrebbe essere espletata da nessun’altra realtà», sapeva già Platone, e aggiungeva che tale funzione è «l’assolvere il ruolo di guida e di comando, il prendere decisioni». L’anima è la volontà, l’anima è la libertà.
Se c’è la libertà, c’è l’anima, perché l’anima è la condizione trascendentale dell’esistenza della libertà dell’uomo rispetto alla necessità naturale del mondo. Per questo, se si nega l’anima, si nega in radice la libertà.

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da Vito Mancuso, Per amore. Rifondazione della fede, Mondadori, 2005, pp. 304, euro 17,00.

28 Responses to Kant e la disciplina – contro il pensiero dei prigionieri nella caverna

  1. luminamenti il 5 aprile 2005 alle 10:22

    Le cose da dire sarebbero moltissime e mi dispero dato il tempo ridotto e l’innumerevole materiale interessante del mese di aprile di nazione indiana. Si è parlato su nazione indiana, altrove, di ateismo e prove dell’esistenza di Dio.
    Fermo restando il mio interesse a una chiarificazione intorno a che cos’è una prova, e sospendendo per il momento tale questione epistemologica,che è anche storica e sociale, mi preme ricordare in relazione a questo pezzo di Vito Mancuso, che storicamente è esistita una scienza dell’anima, che coincideva con la scienza (conoscenza) di Dio.

    L’anima è così completamente una con Dio che nessuno dei due può essere compreso senza l’altro. Si può concepire il calore senza fuoco e la luce senza il sole, ma non si può pensare Dio senza l’anima, né l’anima senza Dio, tanto essi sono uno. (Meister Eckart)

    Il precetto delfico conta ancora Qualcosa per chi vuole indagare, illuministicamente.

    Anche dopo l’emarginazione ecclesiastica della mistica, questa unione, tra Anima e Dio, permane nella grande filosofia moderna da Cartesio ad Hegel, che produce una scienza dell’anima ove è ben presente la distinzione tra anima e spirito, e con la capacità di offrire vera conoscenza di sé e salute.

  2. elio il 5 aprile 2005 alle 11:58

    > Il pensiero che riduce l’anima a una catena di neuroni non conosce altro orizzonte che quello della necessità naturale.

    Se non altro, la chiarezza di linguaggio di Mancuso permette di capire abbastanza presto che nel mortaio si sta pestando la solita acqua.

  3. massimo adinolfi il 6 aprile 2005 alle 11:03

    Io vorrei commentare questo estratto di Vito Mancuso, e spiegare dove secondo me non va, Vorrei mostrare che “il formidabile brano” di Kant citato da Mancuso non dice quel di più che secondo Mancuso direbbe perché non è, ad un superiore livello, una dimostrazione dell’esistenza dell’anima (come invece Mancuso pretende); vorrei proprio mostrare che la dimostrazione che Mancuso trova si appoggia su un argomento che prova un poco troppo, il quale argomento, se valesse, manderebbe in rovina la Critica della ragion pura; che il fatto di non sapere se l’uomo sia una catena di neuroni non significa che in quei termini (catena di neuroni, ecc.) la percezione che l’uomo ha di sé ed il suo comportamento pratico sarebbero inspiegabili; e soprattutto mi piacerebbe dire che l’osservazione secondo la quale se la ragione ha da essere disciplinata non può essa stesa disciplinar-si contiene (a mio modestissimo avviso) il più grave travisamento della Critica, ma Luminamenti mi ha spiegato sul mio blog che non posso farlo se non conosco il libro da cui è estratto, che farlo sarebbe uno scivolone e una scorrettezza, e allora rinuncio.

  4. elio il 6 aprile 2005 alle 18:26

    Ah Luminamenti dice così? E tu fai comunque come ti pare! Tanto difficile?

  5. emma il 6 aprile 2005 alle 18:56

    Beh, questa storia del “Luminamenti dixit” mi pare carina assai… :-)

  6. luminamenti il 7 aprile 2005 alle 02:04

    Il caro Massimo è un poco permalosetto, e riporta le cose secondo i suoi impulsi, che però non appartengono ai fatti. Ho solo detto che sarebbe stato corretto nel momento in cui si critica un autore, un testo di quell’autore, citare la fonte da cui è estratto quel testo.
    Ora nel primo articolo postato da Jacopo su Nazione Indiana non è stato citato il titolo del libro, mentre nel secondo è stata effettuata la correzione, con mia soddisfazione.
    Il caro Massimo, ha preso il primo articolo e ci ha ricamato su un esercizietto critico sul suo blog. E siccome Jacopo non ha riportato la fonte del suo articolo, poiché ha indicato solo l’autore, Massimo ritiene di essere a posto.
    A mio parere, è corretto nei confronti degli altri che leggono, e anche nei confronti di Mancuso, e specie nel momento in cui si fa una critica, riportare il testo, la fonte del pezzo criticato, in modo che ognuno può:
    1) controllare la fonte; 2) vedere se deve essere considerata in un contesto più ampio di quel libro.
    Infatti il primo pezzo del libro di Mancuso postato da Jacopo è un breve estratto (solo pagina 156) da Adversus Nietzche, che nel libro Per Amore, Rifondazione della Fede, va da pagina 124 a pagina 157. Per non dire poi che tutta la critica di Massimo implica altre considerazioni che implicano la lettura di altre parti del libro, che a maggior ragione quindi richiedevano la correttezza deontologica di citare la fonte, cioè il titolo del libro.
    Da qui ne è nata una polemica che mi ha spinto a postare qualche minuto fa sul suo blog il cattivo esempio di Massimo come kantiano e la sua magnifica imitazione di Pinocchio.
    Elio, lui sa benissimo che può fare quello che gli pare e che non gli ho certo detto che non può fare quello che gli pare (ti sembra che io o chiunque altro abbia tale potere?), quello che gli viene difficile è ammettere l’errore, che è di altra natura, e sopratutto trattenersi dal travaso di bile.
    In sintesi. Non credo che a nessuno che scriva un libro, possa piacere scoprire, magari a distanza di tempo, senza essere interpellato in prima persona, delle critiche in uno spazio pubblico senza possibilità di difendersi, senza neanche saperlo.
    Ora, siccome non sempre è possibile chiamare in causa il diretto interessato, ed è anche normale e fisiologico che si parli di terzi non presenti, il minimo che si può fare in uno spazio pubblico, è fornire la fonte del testo criticato. E’ la citazione della fonte la sua stessa difesa. Così, ogni lettore potrà, con completezza, se lo vuole, comprendere meglio sia chi critica e chi è criticato.
    E’ un problema di completezza dell’informazione, onde evitare di dover ricostituire una archeologia del sapere.

  7. elio il 7 aprile 2005 alle 08:06

    Io penso, caro Luminamenti, che tu possa anche avere – in linea di principio – qualche ragione sulla questione delle modalità del citare e dell’argomentarci sopra, ma penso anche che tu abbia usato fin da principio dei termini esageratamente “forti” (scorrettezza, mancanza di deontologia ecc.) in rapporto al contesto, abbastanza infimo, dei fatti in esame. E d’altra parte Massimo poteva alzare le spalle e dirti “mbeh? su Internet funziona così, fammi causa così finiamo sui giornali e diventiamo entrambi un po’ più famosi”, oppure: “Se Mancuso mi sfiderà ad un pubblico dibattito otterrà piena soddisfazione”. Invece la sua “libido” è stata così stranamente attratta dalla tua critica da indurlo a manovre un po’ ridicole: sul suo blog avevo aggiunto un mio commento (non riguardante la vostra diatriba) subito dopo una sua risposta nei tuoi confronti; a distanza di qualche tempo ho visto che aveva risistemato quella sua risposta in cima ai commenti (attraverso cancellazione&reinserimento) – segno la cosa gli stava tremendamente a cuore. Dopodiché qui vedo a quale scopo: essa gli permette di richiamare l’attenzione indossando (esageratamente) i panni della vittima. Che dire? Da un “filosofo” mi aspettavo una maggiore robustezza ed attinenza ai temi, ma beninteso ognuno è liberissimo di dispiegare come vuole la propria sensibilità. Più in generale mi stupisce un eccessivo “realismo” nei confronti di ciò che accade su Internet, mezzo che – secondo me – andrebbe usato con un deciso distacco da “nominalista” (flatus voci) in quanto si presta (senza possibilità di rimedio) ad ogni sorta di rappresentazione fraudolenta, nobilitata o meno che sia da qualche vezzoso tocco di “auto-ironia”.

  8. massimo il 7 aprile 2005 alle 08:57

    Caro elio, la risistemazione della mia risposta era dovuta a un errore di ortografia, e all’inserimento di una parola, ‘magari’, senza la quale il mio primo commento non era intellegibile. Tutto qui (se vuoi cancello e inserisco il tuo sopra il mio, ma non pensavo che l’ordine fra serie di commenti distinti avesse importanza). Io qui non indosso i panni della vittima: e di che sarei vittima, di luminamenti? Ma tutta la blogosfera è vittima di luminamenti! Quanto all’attinenza ai temi: se mi indichi dove luminamenti ha parlato del tema … Quanto a Mancuso, in qualche commento l’ho scritto: sono sicuro che non vi è alcuna scorrettezza nell’aver commentato il post di jacopo guerriero che citava mancuso senza indicare il libro da dove il pezzo era estratto: se ho ben capito, econdo luminamenti, prima di farlo, avrei dovuto fare la ricerca bibliografica relativa. Ma forse non ho ben capito, e forse luminamenti (che è sicuramente più clto di me, su questo non ci piove) voleva solo far vedere che conosceva il libro che io non conosco.
    Quanto alla mia permalosità, è in verità mera puntigliosità: o non dovrei replicare quando mi si dice che sono demagogico, deontologicamente scorretto e, quel che è peggio, ultimamente persino cattivo kantiano?
    Quanto infine al tuo post, era molto interessante, ho visto il tuo link, che però porta ad una lettura impegnativa che ho deciso, avendo annotato, di rimandare. Tutto qui.
    Ciao

  9. Jacopo Guerriero il 7 aprile 2005 alle 09:00

    Chiedo scusa se ho generato un po’ di equivoci. Colpa mia e solo mia. Lumina ha ragione.
    In realtà, per problemi di connessione che mi tormentano a intermittenza (spyware), la prima volta ho postato in modo indegno la pagina di Vito -avrei voluto inquadrarla meglio, citare il libro e tutto- solo che..il pc mi impazziva sotto le mani e allora ho fatto una scelta drastica, promettendomi di rimediare in un secondo momento. Così ho fatto.
    Ma forse, anche questa, è stata una decisione un po’ così, Va letto tutto questo libro..
    Un saluto.

  10. massimo adinolfi il 7 aprile 2005 alle 09:02

    Dimenticavo: fra vittimismo e ironia c’è qualche differenza. Tutti abbiamo avuto un nonno (o qualcuno del genere), che esclamava, giocando a tressette: “ma si può dire che sono piombo a coppe? Ah, no.”

  11. elio il 7 aprile 2005 alle 09:43

    Io mi dichiaro soddisfatto delle tue precisazioni, Massimo, e serenamente “riaggiusto” i miei pesi. Quanto all’ “attinenza ai temi”, mi riferivo alla questione originale di cui il frammento Mancuso è ovviamente soltanto uno stimolo: a me interesserebbe capire l’errore che tu individui in quel apparente tentativo di dare plausibilità all’ipotesi di esistenza anima (intesa come entità cognitivamente non vuota capace di sopravvivere al corpo) e quindi ti invito a pubblicare ugualmente le tue ragioni. Poi, dato che Mancuso è assente ma Luminamenti, che ne conosce l’opera e la condivide, è presente, possiamo anche dare a lui, se gli aggrada, il compito di difendere delle posizioni che – corrette o meno che siano rispetto al contesto originale, noi possiamo legittimamente decidere di considerare “nell’astratto” (o meglio “nell’estratto”).

  12. massimo adinolfi il 7 aprile 2005 alle 09:48

    Caro J. G.: ora domando a te: se tu citi da un libro che io non conosco, anzi non so nemmeno se sia un libro, una pastorale, il frammento di un’opera a venire, un pezzo giornalistico, o non so cos’altro: dov’è l’errore che commetto commentando, e rimandando alla mia unica fonte, che è appunto il tuo post?
    Caro Luminamenti, ripropongo anche a te la domanda (che ti ho già rivolto sul blog): Pensi che prima di commentare uno debba aspettare tre giorni per vedere se nel post non vi siano errori, se la citazione non sia completa, ecc.? Pensi ancora che io abbia commesso un grave errore deontologico e uno scivolone demagogico? Caro Luminamenti: pensi?
    Infine, caro J. G., io non ho mai detto che Vito Mancuso o il suo libro non valgano un’attenta lettura. Può darsi che Luminamenti mi regali il libro, ed io lo leggerò.
    P. S. Quanto al cattivo kantiano di cui mi hai onorato, caro Luminamenti, attendo ancora che tu entri nel merito.

  13. Jacopo il 7 aprile 2005 alle 10:10

    Caro Massimo Adinolfi,tu non hai commesso alcun errore. Lo dico al di là di ogni equivoco. Pensavo di avere chiarito che, se un torto c’è stato, è stato mio nel momento in cui non sono stato preciso (non ti ho offerto, cioè, la possibilità di un inquidramento del testo, cosa che tu stesso denunci).
    Tutto qui. Sono molto interessato a quanto scrivi, se mi aiuti con un link (sono un analfabeta informatico)vengo a leggere la critica sul tuo blog.

  14. massimo adinolfi il 7 aprile 2005 alle 11:00

    Ti ringrazio. Da analfabeta a analfabeta: il link lo trovi cliccando sul mio nome. Sul blog ci sono i due post, dedicati ai due estratti. Grazie ancora, e ciao.

  15. luminamenti il 8 aprile 2005 alle 06:30

    La risposta è molto semplice Massimo alle tue domande banali (che non meriterebbero risposta). Sarebbe bastato mandare una e-mail a Jacopo Guerriero o in mancanza, chiedere in questa sezione commenti di N.I. l’informazione bibliografica del testo postato da Jacopo.
    O al limite del comportamento deontologico inserire quel tuo esercizietto qui nella sezione commenti e aggiungere alla fine di voler sapere da jacopo da dove era estratto quel testo (cosa a cui ho rimediato io sul tuo blog, sebbene tu abbia avuto la faccia tosta di negarmelo in una tua replica successiva e anche qui su Nazione Indiana, sono stato io il primo a specificare.)
    Hai alzato tanto polverone, quando sarebbe bastato dirmi: grazie luminamenti per avermi detto da dove è estratto quel testo. Invece è scattato l’ego ferito! e il mare agitato!

    Tanta lettura di Kant e poca capacità di soluzione ai problemi, Massimo? illuminismo kantiano non ti è servito a niente per il problem solving?
    Invece, subito la fretta, la precipitazione, apettare qualche ora non va bene, la voglia di rovesciare!

    Per me la forma va a vantaggio della sostanza del modo con cui si costituisce una opinione.
    E quando si parla di terzi non presenti e ci si riferisce a un testo di questo terzo, è giusto e sacrosanto in mancanza del terzo, dire quale è il testo.

    To ho solo fatto notare l’errore, non ti ho condannato a morte, e invece tu ci hai ricamato su un trattato di permalosità e altre cose illogiche a cui ho risposto ampiamente sul tuo blog e che evidentemente dato il tuo travaso di bile mi hanno costretto a replicare, molto facilmente tra l’altro. Bene, ora che sei venuto su N.I. e ti sei fatto consolare e sperando che il tuo fegato si sia risistemato, spero se non continuerai su questa linea, di scrivere qualcosa in merito a Vito Mancuso, a quanto inserito da Jacopo e ai tuo commenti tecnici.
    Intanto impara a portare pazienza, ho poco tempo, e a me non interessa replicare a livello di bignami di filosofia (e ci vuole quindi proprio del tempo materiale solo per digitare il testo che ho in mente sul Pc.) Quanto postato di Vito Mancuso da Jacopo contiene una montagna di riferimenti, che richiedono molti richiami, altrove. E non repliche a livello di una bassa retorica.
    Chi non è abituato con la filosofia, non ci può capire quasi nulla.
    Quando scriverò quello che scriverò lo manderò a Jacopo Guerriero.
    In verità, avevo prima da completare un’altra cosa. Vedrò se rimandarla anch se mi premeva adesso di più che fare sfogio di competizione che mi sembra è quello che cerchi. Ho altri valori, personalmente.

  16. massimo adinolfi il 8 aprile 2005 alle 09:20

    Da un Adversos Luminamenti

    Caro Luminamenti:
    1. Caro Luminamenti, alle domande banali che non meriterebbero risposta fai il favore di non rispondere. (Ma tu, domanda banale, Le Iene le vedi? Forse hai deciso di trarre ispirazione dal grande Moralizzatore?)
    2. Caro Luminamenti, campione di deontologia e correttezza, fai il favore di scrivere di tuo pugno qualcosa come: Jacopo Guerriero sostiene su Nazione Indiana che Massimo Adinolfi non ha commesso alcuna scorrettezza deontologica? Così, per tranquillità di tutti.
    3. Caro Luminamenti, Iacopo Guerriero dice che io non ho nessuna colpa, tu invece dici che ne ho (e di gravi, visto che mi accusi di scivoloni demagogici e scorrettezze deontologiche – e di essere cattivo kantiano): mi fai il favore di convincere anzitutto Jacopo Guerriero della tua tesi?
    4. Caro Luminamenti, fammi capire: Caio cita Tizio, e secondo te io prima di commentare la citazione di Tizio nei termini in cui l’ha messa Caio, devo mandare un email a Caio? Oppure dire a Caio: caro Caio, non è che per caso l’hai presa da un libro, la citazione? Sa, perché io dovrei commentare, e Luminamenti dice che non posso farlo se prima Lei, caro Caio, non mi specifica se la citazione di Tizio è tratta da un libro, da una sua chiacchiera privata con Tizio, da un sermone di Tizio, da un saggio di Tizio, da un enciclopedia di Sempronio, o da non so cos’altro. (E se non era tratta da un bel nulla e stava così come stava?)
    5. Caro Luminamenti, al limite del mio comportamento deontologico, tu dici che avrei potuto commentare, ignorando dove diavolo Tizio avesse scritto quanto citato da Caio, solo su Nazione Indiana. Questa è proprio curiosa, come se un autore dovesse comunque sapere quello che altri dicono sui suoi scritti pubblici. Fammi capire bene: se Pinco Pallo legge una pagina di Vattimo pubblicata da Caio, senza nemmeno sapere che di una pagina di un libro di Vattimo si tratta, deve avvertire o mettere comunque in condizione Vattimo che sta leggendo una sua pagina?
    6. Caro Luminamenti, Jacopo Guerriero ha detto di avere sbagliato a non indicare la fonte. Perché ti ostini a ritenere che io, ignorando l’errore di Guerriero e la sua fonte, avrei commesso un errore a citare solo Guerriero, cioè la mia fonte, mettendo chiunque in condizione di leggere direttamente Mancuso, cioè tutto quello che io avevo letto (senza mai asserire che avevo letto altro da quello che avevo letto, o che quel che avevo letto era tutto quello che c’è da leggere, ecc. ecc.)? Se tu citi ora questa mia replica, sta’ attento, potrebbe esserci da qualche parte (per esempio dal capodivisione Tuzzi, o a casa di mio fratello) uno scritto più ampio dal quale questa replica è estratta. Potrebbe, questa replica, non essere di Azione Parallela. Potrebbe potrebbe potrebbe. Prima di replicare, manda un email per chiedere ad Azioneparallela se il testo che stai leggendo sia autosufficiente, se non sia estratto da qualche parte, se chi scrive queste righe sia lo stesso che le posta, eccetera eccetera.
    7. Caro Luminamenti, io ti avrei detto molto volentieri: grazie Luminamenti di avermi detto qual era il libro in questione, se tu non avessi indicato il libro in questione per accusarmi di scivoloni demagogici e scorrettezze deontologiche. Prima di ringraziare un tipo così, confesso di mettercene un po’.
    8. Caro Luminamenti, ma tu hai la funzione strumenti, conteggio parole? Io alzo polveroni? Ma tu ti sei riletto, hai riletto il tuo primo commento?
    9. Ego ferito. Caro Luminamenti, ma tu sai cos’è il senso del ridicolo?
    10. Caro Luminamenti, mi fa piacere che ogni volta che commenti e replichi, specifichi che lo fai molto facilmente (a proposito di ego feriti, permalosità, sfoggi di competizione, ecc.ecc.).
    11. Caro Luminamenti, mi fa piacere che tu ritieni (così par di capire) che io mi esercito a livello di bignami e di bassa retorica, mentre tu, che hai da completare un’altra cosa (non ne dubito minimamente) e sai la montagna di riferimenti e i molti richiami implicati dal testo da commentare, rimandi l’ansioso lettore a quando potrai lasciare senza fretta il tuo commento (a propositi di ego feriti, permalosità e sfoggi di competizione, ecc. ecc.). Io, per me, aspetto paziente.
    12. Caro Luminamenti, io ti leggo, e già solo per questo mi dovresti attribuire una straordinaria pazienza.
    13. Caro Luminamenti, ti sembra che io cerchi di mettermi in competizione con te. Io? Con Luminamenti? Non ci penso nemmeno.
    14. Caro Luminamenti, non dubito che personalmente tu abbia altri valori. Ti sarei grato se ti risparmiassi illazioni sui valori che io avrei. Però se vuoi saperlo: io non ho valori. Io non parlo così, proprio no.
    15. Caro Luminamenti, io sono perfido. Chi scrive (e chi scrive?) ha trasformato la replica in un post per toglierti tempo, costringerti a replicare, e impedirti così di scrivere il tuo pezzo su Mancuso che legge Kant, pieno di riferimenti e di richiami che l’umanità aspetta paziente.
    16. Caro, olimpico Luminamenti, tu dici che mi si ingrossa il fegato, che verso bile, che sono permaloso. E non vedi invece che io sono soltanto cattivo.

  17. luminamenti il 8 aprile 2005 alle 12:10

    Come avevo detto sei permaloso e quello che hai scritto è un bellissimo trattato della permalosità.
    Prenditi un poco di Amaro Giuliani.
    Su Vito Mancuso, scriverò.
    P.S. Ho già risposto a tutte le domande e sopratutto sull’essenziale.
    Riscriverle è per me noioso! sarebbe semplice ma a questo punto una perdita del mio tempo!
    Ti prego, non ti mettere a piangere…

  18. luminamenti il 8 aprile 2005 alle 12:29

    Aggiungo una precisazione. Mi sono lamentato perché mi aspettavo, almeno da un professore di filosofia, un poco di rigore nella forma, nel momento in cui ha esercitato il sacrosanto diritto alla critica. Questa è la ragione di quella mia durezza, tanto più forte tanto più ci si aspetta da qualcuno il rigore morale, che invece ha fatto scattare le umane fragilità (mie comprese, non mi escludo dall’onda emotiva).

  19. massimo adinolfi il 8 aprile 2005 alle 13:56

    Caro luminamenti, ti ho risposto sul blog. Tu telegrafico io telegrafico.

  20. luminamenti il 8 aprile 2005 alle 17:04

    Come ha detto magnificamente Solzenicyn, nel suo terribile Arcipelago Gulag, “ci vuole il senno per la miserircordia”

    Ma da come mi hai risposto sul tuo blog mi sembra che la digestione post-prandiale non abbia funzionato. Non hai seguito il mio consiglio dell’Amaro Giuliani.
    Stasera due cucchiai abbondanti!

    SUL METODO.
    Ti servirà tutta la lucidità e la calma per leggere il mio commento critico ai due pezzi di Mancuso, e per ragionare sui tuoi errori deduttivi, sulla tua sconsiderata e gratuita lettura interpretativa del pensiero di Vito Mancuso, sulle tue arbitrarie attribuizioni di pensiero (atto veramente poco conoscitivo e dialogico per un filosofo) che addossi a Mancuso, ignorando dove sta la sua fondazione.
    Dove sta? ti do un indizio per preparati prima!
    Sarà forse nella libertà? e cos’è la libertà? cos’è la libertà per Mancuso? dove la fonda? e cos’è la materia per Vito Mancuso? e l’anima?.
    Al di là del problema della fonte, su cui non occorre ritorni, la cosa alquanto sconsolante per me che ho letto il tuo commento sul tuo blog, è stata la semplificazione spaventosa che hai fatto di quanto era il pezzo postato da Jacopo Guerriero (e questa semplificazione è ingiustificata persino a prescindere dal fatto che è un estratto breve di un intero capitolo, oltre che di un intero libro, dove ciò che scritto nell’estratto pubblicato da Jacopo, implica molti altri capitoli, a quei concetti fortemente connessi), con una serie di deduzioni e attribuizioni di determinati concetti, e secondo le tue definizioni e nominalismi, che NON SONO di Vito Mancuso.
    Il peggiore esercizio filosofico che si possa fare. Ti sei limitato a pensare certi concetti a partire dall’idea che tu hai di questi concetti (e fin qui niente di strano), ma poi li hai attribuiti a Vito Mancuso (qui invece manca il rigore, manca proprio il prof. di filosofia, qui manca l’etica, che non è il sapere, ma la verità, non quella maiuscola, in questo caso da mettere tra parentesi, ma quella semplice semplice di voler commentare cosa esattamente ha detto Mancuso e non sviluppando un discorso secondo quello che tu pensi, arbitrariamente perché non scritto da Mancuso, lui intendeva. Caduto nel baratro della bassa retorica).
    Potevi impostare un esercizio critico anche immediato, anche senza avere sotto mano tutto il testo, usando un linguaggio che solleva obiezioni, problemi e interroga e chiede senza deduzioni assolutamente arbritarie, completamente prive di quel rigore filosofico che fa attenzione con esattezza a ciò che l’altro ha scritto senza mettergli in testa i tuoi pensieri dandone a lui la paternità. Perché lì dove non si capisce (ma si capisce) è chiaro che si è obbligati a vedere più a fondo nelle righe successive).
    Che ne sai cos’è un atto di fede per Mancuso? Parli di fondazione epistemica e neanche ti sei interrogato dove la colloca; anzi dove tu la/o collochi.
    Acutilfosforo, domattina

  21. massimo adinolfi il 8 aprile 2005 alle 17:44

    Caro Luminamenti, è inutile che io ripeta qui che la fonte mancava perché la ignoravo (e mettici pure che ignoravo di ignorarla). Quanto invece al tuo non condividere il mio metodo, vedo che hai fatto tutta l’ironia del caso: non mi spiace affatto. Ognuno giudichi. Consentimi ancora queste tre osservazioni:
    se rileggi il mio post, da cui tutto ha avuto origine, trovi che io ho sostenuto che quanto Mancuso scrive implica (secondo me) che, ecc. Tu mi pare obietti che non è così, forte di una conoscenza del testo di Mancuso che io non ho. Può darsi benissimo. Anzi, ne sono certo, e senza ironia attendo che tu ne parli. Ma io procedevo come procede un tuo filosofo di riferimento, Severino, cercando di mostrare quel che il passo secondo me implica, non quello che Mancuso pensa.
    2) Io, lo ripeto per l’ennesima volta, non ho dato un giudizio su Mancuso, né sul suo sistema di pensiero. Ho detto qualcosa che potrebbe essere parafrasato in questi termini: se viene Tizio e mi dice che, ecc., allora io gli mostro che, ecc. Nient’altro. (Resto peraltro assolutamente convinto di quello che ho scritto sul blog, che peraltro non è nemmeno tutta farina del mio sacco).
    3) Non so se è per gentilezza o per ironia, ma tu usi quel titolo di prof. che proprio non mi si addice. Non mi pare di assumere atteggiamenti professorali, né all’università (come sa chiunque mi conosca) né su un blog (sospetto pure che blog e atteggiamento professorale non posono andare insieme). Per cui, se non ti spiace, chiamami pure Massimo.

  22. elio il 8 aprile 2005 alle 19:37

    Gesù sta arrivando. Fatti vedere occupato!
    [da un adesivo per paraurti]

    cit.dal libro “L’evoluzione della libertà” di Daniel C.Dennett

    La caratteristica peggiore dello pseudo-Mancuso (figura dichiaratamente mitologica, ottenuta per interpolazione di un certo campione di frammenti – disponibili in rete – attribuiti a Vito Mancuso) è l’apparente ignoranza dei progressi e della raffinatezza concettuale raggiunti nell’ambito delle cosiddette “scienze cognitive”, ignoranza che sembra portarlo a delle raffigurazioni ingenue e caricaturali della “posizione scientifica” stessa, p.es. ridotta, nel brano in questione, ad una sciocca “sparata” (dalla natura evidentemente “tattica”) del ultra-riduzionista Crick.

    Ma possiamo anche capirlo. In fondo che cos’è mai un teologo? Beh, per esempio una persona che pensa di potersi permettere discorsi di questo tenore:

    «La creazione porta in sé la necessità che Dio soffra. Di più, che Dio venga sacrificato. Dio, che è amore, scegliendo di porre il mondo e di porlo libero, diventa agnello sacrificale. È un´assurdità che l´onnipotenza divina debba soffrire, proprio nell´atto che più di ogni altro rivela la sua onnipotenza. Ma questa assurdità è l´unico spazio concettuale per pensare l´assurdità dei bimbi nati malformati».

    Il sentimento è nobile (e questa è la caratteristica migliore dello pseudo-Mancuso), l’immaginazione potente e suggestiva, ma è altresì ovvio che qui siamo – come Borges ben sa – in piena “letteratura fantastica”.
    Non è forse del tutto evidente come l'”assurdità” sia questione che riguarda il linguaggio (e da lì le nostre cognizioni, emozioni e sentimenti, ovvero il nostro corpo “sentito dal di dentro”) e non può quindi venire scriteriatamente proiettata sul mondo “materiale”, che ovviamente produce i bimbi “malformati” in virtù di quelle stesse cieche, indifferenti, spietate e provvidenziali qualità che lo portano a produrre quelli “benformati”?

    Mi sembra dunque abbastanza vano – una ridicola posa – far mostra di attenersi a dei “protocolli” di rigorosità persino più stringenti di quelli scientifici, quando poi l’oggetto delle manovre del pensiero sono astrazioni chiaramente “intrattabili” quali Dio, l’Anima o la stessa Libertà. Si faccia piuttosto appello alla fede e al sentimento, che ce la sbrighiamo molto prima.

  23. luminamenti il 8 aprile 2005 alle 21:54

    Caro Massimo quello che ho detto emergerà da quanto scriverò, ma tanto per darti un assaggio di come tu intendi l’implicazione, hai scritto: “mentre Mancuso è uno che pensa l’essere come mera materia, più l’anima”.
    NON è così assolutamente dal pezzo postato da jacopo (e dal resto del libro, anzi…e se avessi dato una ripassatina alle posizioni teologiche cattoliche contemporanee sull’anima, ti sarebbe venuto qualche dubbio nel dire quello che hai detto, pur avendo in mano una parziale conoscenza del libro di Mancuso). E’ una deduzione alquanto arbitraria, un salto quantico troppo facile, come dicevo prima, privo di rigore. Ma è solo il primo esempio, rimando al mio intervento che svilupperò organicamente.
    Su Severino. Non mi sembra proprio che proceda così come tu dici e cmq questo non è un argomento per stabilire un principio di ragione nel tuo ragionamento. Questo è un altro modo, tendenza che hai a difendere una posizione senza rigore. Se Severino lo fa o qualche volta l’ha fatto, sbaglia, anche lui. Forse che lui non può sbagliare? con tutta la stima e l’affetto che ho per lui, non lo considero esente da errori. Dopo essere stati dei bravi allievi del maestro, ci si ribella. Rimane cmq almeno per me, il filosofo su cui mi misuro per eccellenza.
    Cosa cambia? Non mi vorrai mica dire che siccome lo fa Severino, Severino è un principio di verificazione del tuo ragionamento? La tua risposta, perdonami, non è da filosofo.
    Ora, da questo non devi dedurre che non ti consideri all’altezza della filosofia, anzi.
    Ma ritengo, che nel caso specifico, hai preso qualche cantonata interpretativa (perché poi la critica a Mancuso la si può fare ma su ben altri livelli di ragionamento che sono sicuro sai condurre anche te, ma senza salti quantici. A mio parere hai fatto la critica non a Mancuso ma a un inesistente).
    Sul fatto di chiamarti prof. c’era nelle mie intenzioni solo rispetto (che non esclude critiche, ma non avevo certo intenzione di offenderti, e questo sin dal mio primissimo intervento), non ti chiamavo più Massimo perché mi sembrava che mi volessi morto dai toni assunti e non volevo quindi prendermi la libertà di chiamarti per nome. Ma preferisco chiamarti per nome, grazie quindi. E poi il tuo blog sai che lo seguo e sì qualche volta abbiamo avuto qualche contrasto e incomprensione, ma ho sempre detto che lo leggo con piacere e interesse e molte volte ho apprezzato i tuoi articoli, le critiche e l’ironia.

  24. massimo il 8 aprile 2005 alle 22:31

    Caro Luminamenti, non replico sul punto specifico, in attesa del tuo iù ampio commento. Voglio solo farti osservare che portare un esempio non è produrre un argomento ex auctoritate. Ho detto anche Severino procede così solo per renderti più familiare quel che io ho inteso fare. E cioè: non discutere delle intenzioni che animano Mancuso, di ciò che veramente egli volesse e voglia dire, ma di ciò che io considero sia implicato in ciò che il testo dice – e pace se Mancuso non la pensa così. Peraltro, mi pare che sia precisamente quello che ritieni di fare tu, mostrando che nel mio post c’è (a tuo dire) una deduzione arbitraria, poiché io invece intendo che questa deduzione aritraria non vi sia, ma vi sia un’implicazione ben stretta. Mma di questo, ripeto, riparliamo quando avrai dato il tuo commento.
    Intanto, vale la pena agiungere che anch’io considero Severino un filosofo col quale misurarsi. E come lui – si parva licet – sono meno interessato alla verità storica, filologica o psicologica di un testo, e molto più al suo senso logico-filosofico. Poi posso sbagliarmi, ma è quello che preferenzialmente cerco di fare (e di nuovo, Severino funziona da esempio, qui, non da autorità).

  25. luminamenti il 10 aprile 2005 alle 07:32

    Stamattina volevo iniziare a scrivere su Mancuso, ma quello che mi dici nel tuo post mi costringe nuovamente a interrompermi, perché non alcuna intenzione di fare passa re quanto hai detto.

    Inizierò da ciò avevo scritto per ultimo in questo post, il mio P.S.

    P.S Severino non dà importanza alla verità storica o filologica? Non è vero! trasecolo a sentirti dire questo! Ma come, tutto il suo discorso si basa proprio su una certa lettura storica dell’Occidente. Sì STORICA La Storia dei Greci, il parricidio di Parmenide. LA STORIA DEL NICHILISMO come storia dell’identificazione dell’essere con il niente! La verità storica sarebbe proprio questa identificazione e lui in Essenza del Nichilismo la esamina minuziosamente a partire da i testi storici di filosofia, con una montagna di riferimenti di storia della filosofia, passi citati di Platone, Parmenide eccetera eccetera da cui poi ricava e mostra le sue implicazioni: l’inconscio dell’Occidente. Ninete a che vedere con l’inconscio psicoanalitico. Piuttosto ed esattamente: La Gioia è l’incosncio più profondo del Tutto, ossia è l’inconscio della struttura originaria del destino, la quale è a sua volta l’inconscio di quell’inconscio (Preconscio) che è la fede dell’Occidente nel divenire: incosncio, dell’inconscio dell’inconscio.
    Non mi fare sentire più cose del genere! Vuoi l’esempio? uno tra i molteplici esempi? vuoi l’esempio di quanto lui dia importanza alla filologia? Leggiti il Timbro della flessione nelle lingue greca e latina contenuto in Destino della Necessità!
    E che dire dell’importanza che ha dato insieme a Galimberti, Zolla, Cacciari, Cardini agli studi del brillantissimo e rivoluzionario filologo Giovanni Semerano (intervistato anche da Beppe Sebaste), grazie al quale ha visto confermato Severino tutta la sua analisi filologica? Guarda che l’ha detto Emanuele Severino! L’importanza che lui dà al senso logico-filosofico come dici tu (ma a lui la parola logica non gli andrebbe granché bene, lo sai o non lo sai? e dove l’ha scritto? e su quali argomenti storico-filosofici?)è fortemente implicato dall’attenzione massima che dà nell’esposizione, nel mostrare la storia filosofica e la correttezza filologica. I suoi libri sono zeppi di ciò!
    Ma naturalmente siccome tu non sei interessato alla verità storica negherai che Severino abbia detto questo di Semerano e nello specifico di come abbia visto confermato il suo DISCORSO FILOLOGICO e così cadi in piedi e potrai continuare a dire che Severino “procede così” come hai fatto tu con Mancuso! Un accostamento ingeneroso e totalmente gratuito!

    Fine di quello che era il P.S.

    C’è poco da replicare quando scrivi: “mentre Mancuso è uno che pensa l’essere come mera materia, più l’anima”.

    L’attribuzione è chiara e anche il soggetto:
    Mancuso dice, anzi, PENSA…eccetera eccetera.
    E non è mostrato dove ha scritto questo e da dove deriva conseguentemente la tua implicazione.

    E Severino invece mostra chiaramente le sue implicazioni, perché cita tra virgolette eccome e CITA i TITOLI dei testi altroché!!! Ma sono consapevole che questo che ho scritto qui sopra (su Severino) non è un argomento, un esempio e una prova, ma ti ho solo mostrato una mia convinzione (ma l’hai introdotto tu il discorso su severino e non cadrò nel tranello di dover mostrare la tesi che sarebbe poi l’antitesi che dovrebbe seguire alla tua tesi, che non c’è, qui) né ho interesse a spostare la questione su questo tema, come invece tenti di fare tu, poiché:

    Tu non hai portato nessuno esempio su Severino, perché ti sei mantenuto riguardo alla tua deviazione su Severino, su un discorso astratto, su una tua convinzione che Severino proceda secondo eccetera eccetera…come dici e fai tu.
    L’esempio è esaminare un suo scritto.
    E mostrare che nell’esempio “procede così” come dici e fai, hai fatto tu con Mancuso(procede così, sarebbe un esempio?); che sarebbe come tu, Massimo, procedi? (utilizzi la tua persuasione come garanzia della correttezza del tuo modo di procedere. Ma una tua persuasione non può essere persuasione per un altro senza argomento! non c’è né teoresi né esempio, né comparazione esemplificata, mostrata)
    E quindi hai posto il discorso di Severino come giustificazione del tuo modo di procedere.
    Ma non basta dire “è come fa Severino”, “lui procede così”, per dare ragioni della tua giustificazione al tuo modo di procedere, né è dimostrazione (perché non me la mostri, mi hai mostrato solo la tua convinzione, persuasione, alla quale io ho opposto la mia. Ma dato che lo hai inserito tu il discorso su Severino, la tua ipotesi che Severino fa così eccetera eccetera, dovresti poi mostrarmi la tesi ed eventualmente la neutralizzazione dell’antitesi. Dico tutto questo, solo per tentare di farti comprendere come non puoi spostare impunemente il tuo discorso, chiaramente difensivo, su Severino, senza poi mostrare la difesa. Non sarà mica un argomento di difesa dire: lo fa pure Severino. Occorre poi mostrare quello che fa Severino.
    Hai, logicamente, usato un principio ben noto in retorica e anche nelle tecniche di persuasione: il principio di autorità, per persuadermi. Mi dovrei persuadere solo perché tu ne sei convinto o ci vuole piuttosto un mostrare da dove viene questa convinzione? E corollario a questo discorso allora potrei a mia volta dire che Severino procede per tesi e antitesi, cosa che almeno nell’esempio Mancuso non fai. A mia volta quando dico che Severino procede per tesi e antitesi non sto mostrando che la mia persuasione). Ma io non ho alcuna intenzione di difendere alcunché di questo discorso, perché non devo dimostrarti cosa fa e come lo fa Severino, perché mi interessa esporre la mia critica aa tuo articolo su Mancuso senza accusarti di non procedere come Severino, cioè senza raggiri retorici ( a parte il fatto che potrei neutralizzare tutto il tuo arzigolare su Severino, ripentendoti come già fatto: ammesso e non concesso che tu fai esattamente come Severino, invece di essere tu solo a sbagliare siete in due! Ma che razza di argomento è il tuo che mi tiri avanti Severino!)ma concentrandomi su ciò che realmente ha detto Mancuso, e mostrando con tutti i limiti della mia intelligenza e comprensione la implicazioni che io ne deduco (quindi deduzioni sempre discutibili e per nulla incontrovertibili), ma facendo molta attenzione a non attribuire a Mancuso frasi che non sono da lui state scritte.
    Le mie deduzioni se contraddiranno Mancuso dovranno mostrare con la massima forza ed evidenza le SUE contraddizioni A PARTIRE DAI SUOI LIBRI E TESTI CITATI!
    Per me il rigore con cui si deve procedere deve essere al massimo delle mie capacità e con attenzione morale! Sono giorni che ti dico questo, fermo restano che è umano sbagliare. non escludo che io stesso possa in passato, ma potrebbe accadere in futuri, aver commesso lo stesso errore. Ma se me lo si fa notare, non ho alcuna difficoltà ad ammettere di avere sbagliato.
    Fai tutto da solo, ti dai i torti e le ragioni.
    Speriamo che possa scrivere finalmente questo pezzo su Mancuso

  26. massimo adinolfi il 10 aprile 2005 alle 19:02

    Caro Luminamenti, ti prego di non trarre da questa mia replica ragione per sospendere il tuo pezzo su Mancuso. Cerco di essere il più breve possibile.
    1. Io ho scritto: “Mancuso pensa che”, avrei dovuto scrivere: “il pezzo di Mancuso postato su Nazione Indiana (che non so da dove venga ecc. ecc.)”. Chiamasi METONIMIA, abbastanza ben evidente. Se non era evidente, te l’ho abbondantemente evidenziata nei commenti, o almeno qui.
    2. Severino era solo un esempio. Non ha nessuna importanza se siamo d’accordo se sia un esempio corretto, proprio per le ragioni che dici tu: in questione è l’interpretazione di un testo. Chiamasi ERMENEUTICA DEL TESTO. (Il mio maestro, Vitiello, lo dico scherzosamente, si concede pure il lusso di fare a pezzi il testo, perché contesta l’idea che un testo abbia comunque e sempre un senso unitario). Io ritenevo e ritengo che quando Severino legge un testo, si interessa a quel che il testo vuol dire e non a quello che vuol dire l’autore. (Poi, posso certamente sbagliarmi nel ritenere che il testo di mancuso voglia dire quel che io gli faccio dire, e siamo ancora alla tua interpretazione che mi prometti).
    3. Se proprio vuoi un esempio, l’Anello del ritorno, Introduzione, pp. 26-27:
    “Ma infine va aggiunto che, indipendentemente dalla presenza, nella coscienza di Nietzsche, di questo nesso tra l’esplicito e l’implicito, tale nesso si impone di per se stesso”. Ora, immagino tu possa trovare tutti i passi che vuoi in cui Severino dice altro, ma poiché il mio era solo un esempio, credevo per farmi capire, dopo averti dettagliato in che senso io intendessi l’esempio posso pure rinunciarvi.
    4. Noto che almeno la questione della scorrettezza deontologica è passata in secondo piano, e questo mi fa piacere.
    5. Come sono solito ripetere, visto che parli di persuasione: omnia munda mundis. Non pretendo di riuscire a convincerti di essere rigoroso. Spero mi crederai se ti assicuro che mi sforzi di esserlo, come anche tu. Poi, ognuno giudichi, e, giudicando, giudicherà anche se stesso.
    Ciao

  27. luminamenti il 11 aprile 2005 alle 12:15

    Il mio primo articolo su Mancuso è pronto, eventualmente ne farò una seconda parte. Se non viene pubblicato da nazione indiana, non lo so ancora, te li mando e fanne quello che vuoi.
    Tra l’altro questo articolo mostrerà quello che tu stesso ammetti: un’interpretazione di mancuso non tanto di quanto Kant ha ritenuto intenzionalmente di pensare, ma di quanto si può ricavare, senza il consenso di kant, dalle sue stesse parole. Cosa che su kant hanno fatto in tanti (o come il lavoro ardito di Luigi Vero Tarca su Wittengestein). Il mio primo articolo è quindi partito da questa questione, poi se è il caso passerò a quello su Nietzsche. Non ho mai pensato che non tenti o non riesci a essere rigoroso e chi tra di noi può mai non sbagliare?
    L’esempio sul fatto che Severino proceda come tu hai fatto o fai, consiste nel riportare un testo di Severino. E il testo che ora mi hai riportato su Severino, per poter parlare non più dell’invisibile su cui non si può discutere, non è comparabile al modo con cui hai proceduto con Mancuso. Tant’è che severino cita approfonditamente la fonte degli autori da cui poi ricava le sue considerazioni e inoltre non ho proprio bisogno di portarti esempi di Severino contrari. Basta l’esempio che mi hai riportato, dove Severino precisa con rigore che quanto sta dicendo non è cosa pensata, detta, scritta da Nietszche, che è cosa diversa dal dire Mancuso al corpo materiale aggiunge l’anima (semmai sulla base di quanto scritto da Mancuso se uno vuole ritenere che Mancuso non si renda conto di continuare a collocarsi nella prospettiva che gli hai attribuito, allora si mostrerà con argomenti dove il pensiero di Mancuso implica questa sua mancanza di coscienza. Modo di procedere che è invece tipico di Severino. Siccome sul web tutto è più veloce e si consuma rapidamente, a maggior ragione ritengo necessario l’attinenza a un minomo di fonti, onde evitare che chi consuma in fretta creda questo e questo e questo eccetera eccetera. Ma è un discorso che ti ho già motivato e non volevo squalificarti, ma invitarti a una riflessione). E’ il passo stesso che mi riporti che dice ciò che Severino pensa e ciò che pensa Nietzsche
    Come avevo già detto in altri post, mostra dove inizia la sua deduzione distinguendola da quello che pensa l’autore che deduce.
    L’ermeneutica del testo non interessa molto a Severino, è questo è noto, come è noto che non è un post-strutturalista, né decostruisce.
    La sua attenzione alla verità storica dei testi e alla natura filologica dei testi è un dato di fatto del suo modo di procedere, che non è quindi comparabile a quanto tu ritieni sia giusto non fare e che lo farebbe pure Severino (non sto entrando qui ovviamente nel merito se sia giusto o meno fare derivare la forza di un discorso da fondamenta storiche e filologiche, che come si sa si prestano a fraintendimenti, ad aggiornamenti che mutano completamente il volto della questione. Questo anzi mi sembra possa essere un motivo di scetticismo nei confronti della grandi filosofie di sistema. E’ rimasto solo Severino a fare questo. Mah, non so, ho perplessità insieme ovviamente a grande ammirazione).
    Luminamenti



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