Omaggio a Bellow

6 aprile 2005
Pubblicato da

di Antonio Moresco

Bellow.jpgE’ morto Bellow, uno scrittore americano che ho cominciato a leggere da ragazzo e che amo in modo particolare. In questi anni, negli Stati Uniti, ci sono diversi bravi scrittori e, se è per quello, Bellow certe volte è anche irritante con quella sua esibizione di finta mediocrità e sano e basso sentire, come può esserlo anche Orazio tra i poeti latini. Eppure, se devo dire qual è lo scrittore americano di questi anni più vicino al mio cuore, allora devo dire Bellow. Se si escludono alcune eccezioni e soprattutto lo straordinario e trasmigrante Arcobaleno della gravità di Pynchon, è Bellow -che cammina su quel filo sottile che separa sempre ottimismo da nichilismo- a sembrarmi il più grande. Altri scrittori del suo paese sono magari bravi, bravissimi a usare il calco, prendono gli stereotipi del romanzo americano e ci danno dentro e tutti applaudono e ci sono, anche in casa nostra, molti cloni che vengono incitati a imitarli. Però si sente, anche nei migliori, che sono di quelli che “hanno imparato”. Bellow è più artista. E coi suoi libri riesce a darci una cosa preziosa che altri scrittori, magari anche più grandi di lui, non riescono a dare: quell’intrepido e tranquillo fervore che è raro incontrare nei libri e che non trovo di meglio che chiamare “felicità”.

Trascrivo qui un paio di brani tratti dal suo discorso tenuto nel 1976 a Stoccolma in occasione del Nobel, che prendo da un suo libro di saggi intitolato I conti tornano, pubblicato da Mondadori e che ho trovato un po’ di anni fa tutto impolverato su una bancarella di libri a metà prezzo:

“E’ possibile che gli esseri umani siano finiti? L’individualità dipende veramente così tanto dalle condizioni storiche e culturali? Dobbiamo proprio accettare la spiegazione che di quelle condizioni danno tanto “autorevolmente” scrittori e psicologi? Secondo me il problema non sta nell’interesse intrinseco degli esseri umani bensì nelle idee e nelle spiegazioni. E’ l’inadeguatezza delle idee, il loro essere stantie, a respingerci. Per trovare la fonte del disagio, dobbiamo guardare nelle nostre teste. Il fatto che il necrologio sia stato firmato dai saggisti più seri significa che un altro gruppo di mummie -certi rispettabili capi carismatici della comunità intellettuale- ha stabilito le sue leggi. Mi diverte che questi seri saggisti abbiano il potere di firmare il necrologio di una forma letteraria. L’arte dovrebbe forse seguire la ‘cultura’? C’è qualcosa che non va. Un narratore deve essere libero di lasciar perdere il ‘personaggio’, se così vuole. Ma è insensato prendere una simile decisione partendo dal presupposto teorico che l’epoca che ha segnato l’apogeo dell’individuo e via dicendo è finita. Non dobbiamo permettere che gli intellettuali diventino i nostri boss. E poi permettendo loro di governare le arti non gli facciamo certo del bene. Quando leggono un romanzo vogliono forse trovarvi soltanto l’avvallo delle loro opinioni? Siamo qui per fare questi giochetti?”

E così conclude l’intero discorso:

“Un romanzo sta in equilibrio tra alcune impressioni vere e la moltitudine di impressioni fasulle che formano la maggior parte di ciò che chiamiamo vita. Ci dice che per ogni essere umano c’è una pluralità di esistenze, che ogni singola esistenza è di per sé una parziale illusione, che queste molteplici esistenze significano qualcosa, tendono a qualcosa; ci promette un significato, l’armonia, persino la giustizia. Quanto diceva Conrad era vero: l’arte cerca di trovare nell’universo, nella materia nonché nei fatti della vita, ciò che di fondamentale, durevole ed essenziale vi è.”

4 Responses to Omaggio a Bellow

  1. angelo petrelli il 7 aprile 2005 alle 10:14

    gentile Antonio, apprendo solo ora, ahimè per mia ignoranza, della morte Saul Bellow.. è veramente un grosso dispiacere, tale è per me, ed immagino questo sia per tutti coloro che hanno amato ed amano la letteratura, il romanzo americano ecc ecc… e chi attualmente riesce ancora a leggere Roth, l’ultimo Roth quello in minore, pensando nostalgicamente al passato e all’importanza di questo accostamento e molteplici altri possibili…beh l’arte e l’impegno e la comunicazione sono anche questo… percorsi fondanti dei quali ci accorgiamo sono quando la fine biologica di un’artista getta importanza e riflessione sul suo lavoro… sì, hai veramente ragione: Bellow è più artista.. e a lui l’onore della sua significativa opera e del suo impegno…
    grazie infinite per questo tuo post, come al solito necessario ed opportuno..

  2. Marco il 7 aprile 2005 alle 10:28

    Io ricordo quando, avrò avuto circa 16 anni, lessi “Herzog”. La settimana prima avevo letto “Il Lamento di Portnoy”…mia madre aveva molti dei romanzi di Roth, pubblicati negli anni Settanta, mi si rompevano tra le mani… pazzesco…da un libro all’altro, si inseguivano, e per me erano tempi di scoperta, ma penso che sia stato così per tutti. Mi innamorerò mai di un romanzo, di uno scrittore, di una “scuola” (addirittura!) come mi capitò allora..?
    Veramente, ONORE alla memoria di uno scrittore formidabile.

  3. Franz Krauspenhaar il 7 aprile 2005 alle 15:32

    Non dimenticherò mai la prima volta che ho letto La resa dei conti. Un libro immenso, anche se “sottile”.



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