La Disciplina della Ragione

11 aprile 2005
Pubblicato da

di Emanuele Giordano

kant.jpgPochi giorni fa ho inserito in NI un brano tratto dall’ultimo volume di Vito MancusoPer amore. Rifondazione della fede, Mondadori, 302 pp., 17 euro-. Quella che segue è una discussione del testo che ho postato. Ricevo e pubblico con grande piacere. J.G.

Kant era così fortemente legato al peso enorme della tradizione della metafisica, tanto da attenersi a ciò che ne costituisce l’oggetto tradizionale, cioè a quei temi di cui si potesse provare l’inconoscibile. Così, mentre giustificava il bisogno della ragione di pensare oltre i limiti di ciò che può essere conosciuto, rimase insensibile al fatto che il bisogno di riflettere dell’uomo abbraccia praticamente tutto quanto gli accade, le cose che conosce non meno di quelle che non potrà conoscere.

Egli non ebbe una piena consapevolezza del grado in cui, giustificandola nei termini delle questioni ultime, aveva emancipato la ragione, ovvero la capacità di pensare. Egli affermava così, sulla difensiva, di aver “ritenuto necessario sopprimere la conoscenza…per far posto alla fede” (I. Kant, Kritik der reienen Vernunft, trad. it. Critica della ragion pura, Bari, 1966, p.28): ma non aveva fatto posto alla fede, aveva fatto posto al pensiero; non aveva “soppresso la conoscenza”, ma aveva separato la conoscenza dal pensare. Aveva separato la conoscenza dei suoi oggetti, dal pensiero sull’esistenza di questi oggetti, gettando le fondamenta di ogni sistema metafisico futuro e Hegel, l’ultimo e il più ingegnoso dei fondatori di sistemi, trasformò la distruzione da parte del pensiero dei propri risultati nella formidabile potenza del negativo, senza cui non potrebbero aver luogo nessun movimento e sviluppo, come le stesse note kantiane delle lezioni sulla metafisica prefigurano: “Lo scopo della metafisica…è di estendere, quantunque solo negativamente, il nostro uso della ragione al di là dei limiti del mondo dato ai sensi, vale a dire, di eliminare gli ostacoli con cui la ragione intralcia se stessa”. (Kants hanschriftlicher Nachalass, in Gesammelte Schriften, vol 18, 4849).

Il grande ostacolo che la ragione frappone al suo stesso cammino sorge dalla parte dell’anima e dei suoi criteri completamente giustificati che essa ha stabilito per i suoi scopi, per estinguere la nostra sete e soddisfare il nostro bisogno di sapere.
E’ in questo solco, a mio parere, che si inserisce il pensiero del teologo Vito Mancuso, che nel brano su Kant riportato su Nazione Indiana da Jacopo Guerriero, pone a un livello superiore la distinzione tra il bisogno di ragione che non è a un primo livello ispirato direttamente alla ricerca di verità e dei suoi luoghi, quanto piuttosto alla ricerca di significato. E’ necessario che “la ragione che fa esperienza del limite”, così afferma Kant, consista – cosa che sfugge e non dice Kant – nel non interpretare il significato secondo il modello della verità, ma toccato il suo limite, cioè la completezza del suo senso (che non può abbracciare la verità) – che per Kant è fare della conoscenza di se stessi “un fecondo uso pratico” -, passi a un secondo livello, che non è quello di una certa dottrina della fede, che fa di questa un accadimento arbitrario o una predestinazione o un inconoscibile, ma piuttosto faccia della ragione che esperisce il limite una riflessione che non si ferma alla ricerca del significato ma ci spinga ad emanciparci da questo limite del significato per il tramite della Libertà che sola può disciplinare questo uso pratico della ragione in virtù del riconoscimento kantiano che “se la libertà c’è, e per Kant c’è, allora l’Io a cui approdiamo – e che Kant dichiara essere “solo il nome che designa l’oggetto del suo senso interno” – “è qualcosa di più del semplice nome che designa l’oggetto del senso interno, e quindi – deduce Mancuso – è quella cosa che la tradizione metafisica ha chiamata anima.
Tanto che Kant stesso dice quanto Mancuso riporta del suo pensiero: “Che cos’è questa origine più alta? E perché essa, come continua Kant, «determina il nostro comportamento come la nostra destinazione si estendesse al di là di questa vita»?”.

La ragione si ferma alla constatazione che “c’’è una cosa del mondo, materiale come ogni altra cosa del mondo, che si percepisce da sempre (da quando ha iniziato ad esistere) come diversa rispetto a ogni altra cosa del mondo. Nonostante la dottrina generata dalla percezione di tale differenza sia risultata infondabile, questa strana cosa del mondo non rinuncia alla sua differenza” (Vito Mancuso).

Cos’è che risulta infondabile? Ciò che risulta infondabile, a livello della ragione (sempre secondo Kant), è la sua conoscenza, la conoscenza dell’anima; la differenza tra ragione e anima risulta a Kant inconoscibile (conosciamo solo Ragione), ma non risulta inesistente e inconoscibile la percezione di tale differenza. La conoscenza dell’anima è in una disciplina della Ragione. La sua esistenza è nella percezione di una differenza, che è rivelata dalla ragione ma inconoscibile dalla ragione.

Tutti i passi di Kant citati da Mancuso mostrano l’esistenza di questa percezione. Quindi l’anima esiste ma non si conosce (con la ragione). Questo è quanto dice, a mio parere, Vito Mancuso relativamente alla sua lettura kantiana. Ma quanto Mancuso deduce dalla lettura di Kant, è solo un punto di appoggio, un porre attenzione sull’esistenza dell’anima, che Kant prova senza sapere di fatto di averla provata, dedotta.

D’altra parte è lo stesso Kant che nel segreto delle sue note pubblicate postume, scrive: “Non approvo la regola per la quale, se l’uso della ragione pura ha provato qualcosa, il risultato non debba più essere soggetto a dubbio, come se si trattasse di un solido assioma”; e ancora: “non condivido l’opinione…secondo cui non si dovrebbe dubitare una volta che ci si sia convinti di qualcosa” (Gesammelte Schriften, Berlin, Leipzig, 1928, 5019 e 5036).

E’ innegabile che persino Kant, il filosofo di gran lunga più critico nei confronti dei pregiudizi metafisici tradizionali, avrebbe enumerato occasionalmente due tipi di oggetti:

“Io, come pensante, sono un oggetto del senso interno, e mi chiamo anima. Ciò che è oggetto dei sensi esterni si dice corpo” (Kritik der reinem Vernunft, B 400, trad. it. Cit., p.319).

Certo Kant comincia la Critica della Ragion pura con la scoperta della facoltà di conoscere superiore, cioè dell’interesse speculativo della ragione. Questo interesse si rivolge ai fenomeni; i fenomeni, infatti, non essendo delle cose in sé, possono essere sottomessi alla facoltà di conoscere, e debbono esserlo perché la conoscenza sia possibile. E fin qui nulla da ridire a mio parere dello straordinario argomentare kantiano. Ma d’altra parte, se lo chiede Kant, ci domandiamo qual è la facoltà che, come fonte di rappresentazioni, assicura questa sottomissione e realizza questo interesse. Qual è la facoltà (nel secondo senso) che legifera nellafacoltà di conoscere stessa? La celebre risposta di Kant è che solo l’intelletto legifera nella facoltà di conoscere e nell’interesse speculativo della ragione. Non è dunque la ragione a prendersi cura, qui, del suo proprio interesse: “la ragione pura lascia tutto quanto all’intelletto…” (Dialettica, Delle Idee Trascendentali).

Ma qui dove la ragione arriva secondo Kant e rimanda sempre secondo lui a una disciplina governata dall’intelletto, Mancuso trova nella riflessione kantiana, nelle sue stesse parole la possibilità di rimandare all’anima senza per questo attribuire a Kant questa intenzione, ma ravvisando nei suoi scritti argomenti che comportano un altro tipo di deduzione attraverso la dimostrazione di alcune evidenti incongruenze e impossibilità dimostrative causate dalla negazione della conoscibilità dell’anima, come questa, ammessa dallo stesso Kant:
“come il dovere, che pure è qualcosa di non ancora avvenuto, determini l’attività dell’uomo e possa essere la causa di atti, il cui effetto si traduce in fenomeni del mondo sensibile, rimane per noi incomprensibile” (Kant, Prolegomeni, 205)

Mancuso infatti svilupperà un complesso discorso teoretico che spiegherà:

1) L’anima come forma della materia, coerentemente con una discorso sulla trasformazione dell’energia, dove è il Bene liberato (che si può riconoscere ma non fondare secondo il suo parere) che ne determina l’immortalità per nostra libera scelta. Operazione quindi di deificazione e alchimia della risurrezione, intesa poi come prosecuzione del suo compito di manifestazione della persona lungo una strada che segue la trasformazione dell’energia. L’anima quindi come sorgente, spiegazione e azione del dovere che diventa quindi Bene in sé, bene per l’anima.

2) La fondazione ontologica di una libertà che non è libero arbitrio ma liberazione e che cmq è legata al libero arbitrio, e che questa liberazione (libertà) è per sua natura il Bene, sviluppo dell’energia e non sua involuzione.
< (Vito Mancuso, pag 290, Per Amore, Rifondazione della Fede, Mondatori 2005)

3) Mancuso prenderà le distanze da “quell’assioma che sta alla base della teologia contemporanea, secondo cui dalla rivelazione che si dà come storia discende una fede basata sulla storia” (cosa negata da Gesù stesso quando risponde ai Giudei: In verità, in verità vi dico: Prima che Abramo nascesse, Io sono) e concepirà la fede come libertà, sradicandola dalla fondazione sull’obbedienza, piuttosto fondandola come energia da spendere e come cura dell’intero, del tutto, del vero.

20 Responses to La Disciplina della Ragione

  1. elio il 11 aprile 2005 alle 15:21

    parsing ……..
    interpreting …
    ELIO-ERR00 -“Fatal brain overflow error”

  2. massimo adinolfi il 11 aprile 2005 alle 18:17

    Caro Luminamenti (non so come si contatti Jacopo Guerriero e perciò mi ospito da solo qui – se annoio, mi si può cancellare senza preoccupazioni di sorta):

    “È in questo solco, ecc.”. Qui una prima difficoltà è rappresentata (a proposito di rigore) da un vocabolario che non è strettamente kantiano (significato e verità non vengono infatti usati al modo in cui li usa Kant), ma per quel che capisco (e per quel poco che conosco Kant) l’emancipazione da ciò che chiami “limite del significato” avviene “per il tramite della libertà”, cioè grazie all’uso pratico della ragione. Se è questo, nulla quaestio. Ma l’uso pratico della ragione non è in grado di affermare l’esistenza di un bel nulla. Una simile affermazione sarebbe compito della ragion teoretica, poiché ha un contenuto conoscitivo. La ragion pratica può esigere, può esigere persino imperativamente, può postulare e può alimentare la speranza, ma affermare e porre come esistente no.
    Che questa strana cosa che è l’uomo non rinunci alla “differenza” dalle altre cose del mondo e dal mondo stesso, e cioè si ostini a PENSARSI come differente non dimostra minimamente (e non dimostra per Kant) che essa SIA differente. Questo è il punto fondamentale – che peraltro spiega la differenza fra il testo della Fondazione della metafisica dei costumi, in cui Kant aveva tentato qualcosa come una deduzione della libertà, e la Critica della ragion pratica, in cui il tentativo viene abbandonato. Di lì in avanti, la libertà sarà pure un Faktum della ragione, o una res facti (Critica del Giudizio), ma senza che questa affermazione del fatto abbia alcun significato conoscitivo (se ce l’ha, mi si indichi dov’è).
    Tu scrivi che “la differenza tra ragione e anima” (in questi termini mai reperibile in Kant, a mia memoria) è sì inconoscibile, ma questo non significa che sia “inesistente e inconoscibile la percezione di tale differenza”. Questa imprecisione debbo necessariamente notarla: non puoi mettere l’una affianco all’altra inesistenza e inconoscibilità (almeno in Kant). Altro è dimostrare l’inesistenza, altro è dimostrare l’inconoscibilità di (ciò che la tradizione metafisica intende per) anima. Kant non ha mai inteso dimostrare la prima, mentre ha inteso espressamente dimostrare la seconda. Qui c’è forse un equivoco: Kant riconosce (specie, se non proprio esclusivamente, nei testi pratici) che l’uomo si pensa e si considera cittadino di un mondo intellegibile (la differenza di cui parli), ma che l’uomo si consideri tale non significa che SIA tale. Dunque, quando scrivi:
    “Tutti i passi di Kant citati da Mancuso mostrano l’esistenza di questa percezione. Quindi l’anima esiste” compi (proprio con quel quindi) l’errore che ti sto imputando: per essere un re non basta percepirsi tale (rectius: considerarsi: posso allegarti i testi, rispetto ai quali unica eccezione rilevante è il § 25 della II ed. della Critica della ragion pura, vado a memoria, che però va trattato in altro modo e in altra sede…).
    C’è poi il passo che citi qua:
    “Io, come pensante, sono un oggetto del senso interno, e mi chiamo anima. Ciò che è oggetto dei sensi esterni si dice corpo”.
    Questo passo, purtroppo, parla a tuo sfavore, poiché l’oggetto del senso interno è in Kant oggetto di una psicologia empirica e non razionale: è cioè un oggetto fenomenico, e dunque non c’entra niente con l’anima in senso spirituale, l’anima ente noumenico ecc..

    Nel capoverso successivo, accenni a due cose. Una è la disciplina della ragione, e di questo poi, e l’altra (incongruenze, al plurale…) è dettagliata solo per ciò che riguarda la capacità del dovere di determinare atti. Caro Luminamenti, tu citi dai Prolegomeni, come subito sopra citavi dalla Dialettica, cioè da testi che precedono la risposta che Kant stesso dà a queste domande negli scritti ‘pratici’! E la risposta non consiste nel trovare la ghiandola pineale che colleghi il dovere, la legislazione morale al mondo fisico (altrimenti non sarebbe Kant, ma Descartes). Non solo: consiste nel mandare a spasso chi voglia trovare una simile ghiandoletta o suoi succedanei. “Tu devi quindi puoi!” significa infatti: in sede pratica, l’unica in cui si tratta del dovere, non rileva minimamente come diavolo tu possa. Poco m’importa se hai avuto un’infanzia infelice o se ti muori di fame, o qualunque altra cosa, poco m’importa anche se ti piace o non ti piace, e non starò certo io a trovare le motivazioni giuste e psicologicamente più consone, il tuo dovere è e resta questo, ecc. L’unico passo che compie Kant in direzione di una più precisa determinazione del modo in cui il dovere agisce si trova nella sezione della Critica della Ragione pratica dedicata al movente, che è il rispetto, sentimento affatto sui generis che denota l’effetto, l’impressione che la legge produce in noi, ma che non reca in Kant alcuna traccia della dimostrazione dell’esistenza di alcunché, se non appunto del porsi della ragione (cioè del considerar-si) dal punto di vista della legislazione pratico-morale.

    Quanto al discorso teoretico che Mancuso svilupperà, nulla so, perché non ho letto il libro. Gli faccio i miei migliori auguri. Non oso dire che dai punti che presenti non vedo come posa cavarne dimostrazioni di alcunché, ma quel che posso dire è che temo che Kant in questo non possa aiutarlo.

    Ho lasciato un punto in sospeso: la disciplina della ragione. Punto decisivo, al quale avevo peraltro già alluso. Riprendo il passo di Mancuso postato da Jacopo Guerriero: “Se la ragione ha bisogno di essere disciplinata, non può essere lei” (ad imporre la disciplina). Ecco, io direi: se si è convinti di questo argomento, allora è meglio non aprirla proprio la Critica della ragion pura! Della quale tutto si può dire: che era scombinata, inconcludente, insensata, ma non che non mettesse in chiaro sin dalla prima pagina che è la ragione a far da giudice e da imputato, e cioè a disciplinare e a essere disciplinata: a disciplinarsi autonomamente. Può non piacere, si può ritenere che è impossibile, ma farlo dire a Kant, o anche solo metterla come obiezione a Kant, come se Kant non avesse visto quel che dichiara in apertura del suo testo, beh: mi sembra una sciocchezza.

    Voglio ancora aggiungere una cosa. Per il mio commento che ti è parso così arbitrario, mi bastano le ultime due frasi di Mancuso:
    “Se c’è la libertà, c’è l’anima, perché l’anima è la condizione trascendentale dell’esistenza della libertà dell’uomo rispetto alla necessità naturale del mondo. Per questo, se si nega l’anima, si nega in radice la libertà”.
    Io affronto questo passo teoreticamente, come ti ho detto. So bene cioè che per Kant è così (salvo dettagli terminologici, e salvo il fatto che appunto la libertà è solo un postulato). Ma per Mancuso, che pare sottoscrivere questa posizione (e se non la sottoscrive non importa, poiché a me interessa il valore di verità di queste affermazioni, come ti ho detto più volte, cioè la ‘cosa stessa’ di cui si discute qui, e non sino a che punto Mancuso la faccia propria), diciamo anzi: per il passo stesso, per ciò che esso significa, il mondo senza l’anima è affidato alla mera necessità naturale. Io avevo scritto che perciò la concezione che dell’essere del mondo ha Mancuso (scil.: che si trova nel passo in questione) è la stessa che ha il materialista PIU’ l’anima. Mi autocito:
    “Il materialista è cioè uno che pensa l’essere come mera materia, senza anima, mentre Mancuso è uno che pensa l’essere come mera materia, più l’anima”.
    Questo è stato sin da allora il mio bersaglio teoretico, e mi spiace Mancuso, sono convinto di averlo centrato.

  3. massimo adinolfi il 11 aprile 2005 alle 18:25

    P. S. Mi scuso per l’assenza dei link al pezzo di Mancuso, e per l’autocitazione dal mio blog, ma non so come si inseriscano qui i collegamenti. Li aggiungo adesso:

    i passi del testo di Mancuso in oggetto sono apparsi su Nazione Indiana, a due riprese, il 3 e il 5 aprile, rispettivamente: “Da un Adversus Nietzsche” e “Kant e la disciplina della ragione”.
    Quanto al mio blog, azioneparallela.splinder.com, i pezzi relativi sono “Circoli”, il 4 aprile, e “Azioneparallela morde furiosamente il freno”, il 6 aprile.
    (Nei commenti, la discussione con Emanuele Giordano).
    Mi scuso ancora.

  4. elio il 11 aprile 2005 alle 20:03

    Ho dovuto ricorrere al SoftBrain (aihmé, ovviamente assai più lento del cervello hardware) ma grazie ad esso sono riuscito a completare la lettura del brano, ed anche del commento.

    Dovrei assumere un tono severo, ma preferisco dirVi dolcemente … figliuoli! Perché questo faticoso ed assurdo scontro di marionette? Perché invece di ricercare il cozzo di faticose interpretazioni di cervelli altrui (uno dei quali ormai polvere da secoli e soprattutto “organico” ad una semiosfera oggi in gran parte dissolta) non vi limitate a far cozzare i Vostri di cervelli, parlando esclusivamente delle cose in cui Voi personalmente credete? Ovvero di credenze, teorie, verità che siano VIVE ED INTEGRATE dentro di Voi, uomini veri, e non dentro omuncoli fantasmatici quali il Kant-implementato-in-Luminamenti oppure il Mancuso-implementato-in-Adinolfi?
    Pensate a quali economie di scala, a quali semplificazioni! Da semplici “storici della filosofia” a filosofi e basta!

    E non è forse la “Ragione” stessa, di cui tanto qui parlate, un concetto ormai obsoleto? Non è stato forse ridimensionato il ruolo della Logica?
    Devo forse farvi l’onta di richiamarvi il grande Marvin Minsky?

    [..] only the surface of reason is rational [..] Our culture has a universal myth in which we see emotion as more complex and obscure than intellect. Indeed, emotion might be “deeper” in some sense of prior evolution, but this need not make it harder to understand; in fact, I think today we actually know much more about emotion than about reason. Certainly we know a bit about the obvious processes of reason – the ways we organize and represent ideas we get. But whence come those ideas that so conveniently fill these envelopes of order? A poverty of language shows how little this concerns us: we “get” ideas; they “come” to us; we are ‘re-minded of” them. I think this shows that ideas come from processes obscured from us and with which our surface thoughts are almost uninvolved. Instead, we are entranced with our emotions, which are so easily observed in others and ourselves. Perhaps the myth persists because emotions, by their nature, draw attention, while the processes of reason (much more intricate and delicate) must be private and work best alone.

    o l’eccelso Gregory Bateson?

    A me sembra ragionevole pensare che questi elementi esistano “primariamente” nell’idioma del processo primario, solo che essi sono difficilmente traducibili in termini “razionali”. In altre parole, io credo che buona parte delle prime teorie freudiane fossero capovolte. A quel tempo, molti pensatori consideravano normale e ovvia la ragione conscia, mentre l’inconscio era considerato misterioso, bisognoso di prova e spiegazione. La spiegazione era data dalla rimozione, e l’inconscio veniva riempito da pensieri che avrebbero potuto essere consci, ma che la rimozione e il meccanismo onirico avevano distorto. Oggi riteniamo misteriosa la coscienza, mentre i metodi di computazione impiegati dall’inconscio, ad esempio il processo primario, li riteniamo continuamente attivi, necessari e onnicomprensivi.

    No. Vi esorto quindi a rinsavire, a ritornare in Voi, lasciando quei fantasmi al loro libero fluttuare.

  5. elio il 11 aprile 2005 alle 21:05

    Per uno come me che va in montagna, “cordata” è un termine così bello, connota amicizia, interdipendenza, fiducia, grandi imprese … in questo ambito sembra provocare delle belle orticarie, invece :-)

  6. elio il 11 aprile 2005 alle 21:06

    apporcaputtana ho sbagliato post …

  7. elio il 11 aprile 2005 alle 21:07

    apporcaputtana ho sbagliato post …

  8. elio il 11 aprile 2005 alle 21:09

    Cancellate questi errori, se potete. Non so che cavolo sia successo. Uff!

  9. massimo il 11 aprile 2005 alle 22:13

    Caro Elio, tutto di me si può dire meno che io sia uno storico della filosofia. Ciò non mi impedisce di occuparmi anche della storia della filosofia, anche perché i rapporti fra la filosofia e la sua storia non stanno come i rapporti fra la scienza e la sua storia. Quanto al merito, le due righe che dedico infine a mancuso, quando preciso il bersaglio teoretico, appartengono per me tutte intere all’oggi, e mi servono anche per non cadere nelle ingenuità filosofiche in cui anche il grande marvin minsky, stando al brano che riporti, cade. Ma non pretendo di convincertene qui, così come non pretendo di convincerti che l’inconscio psicanalitico non è affatto così banalmente riempito di pensieri come tu dici. Quanto alla credenze vive ed integrate che sono dentro di me direi che puoi non preoccupartene: non ne ho. Ne ho solo di morte e disintegrate. E ora usa pure il tuo tono severo.

  10. luminamenti il 11 aprile 2005 alle 22:35

    Ti rispondo con la parole di Maurizio Ferraris:

    Kant offre un modello molto influente di metafisica prescrittiva su base fisicalista: si può conoscere (cioè esiste realmente)solo ciò che che esiste per la fisica: l’indeterminatezza della metafisica deriva dalla mancanza di un riferimento dei concetti all’intuizione, e diviene importante trovare delle intuizioni sensibili pure che siano certe e insieme esperibili, fungendo da oggetto e da regola per la metafisica, che per l’appunto si svolge nel senso di una fisica matematica. Tuttavia, considerando che ai suoi tempi la differenza tra la fisica e il mondo percettivo non risultava così ampia come ai nostri, Kant poté illudersi di star proponendo una metafisica descrittiva, che cioè non illustrasse semplicemtne i principi generali che guidano la nostra indagine scientifica sulla natura, ma rendesse conto dei caratteri ecologici della nostra esperienza. In termini generali, si può dire che per tutto l’Ottocento buona parte della indagine ontologica sia stata assorbita da questa impostazione epistemologica, o riducendo la filosofia a fisica, come nel positivismo, oppure riassorbendo l’ontologia nel trascendentalismo, come nell’idealismo post-kantiano; caratteristicamente, nella Enciclopedia delle sxcienze filosofiche, in compendio di Hegel l’ontologia non è che una arcaismo, le cui problematiche si risolvono totalmente nel quadro di una filosofia dello spirito che conoscendo se stesso conosce il mondo.
    La reazione a questa situazione sono state essenzialmente di due tipi. La prima ha cercato di indicare l’autonomia della filosofia rispetto alle scienze, e genericamente potremmo chiamarl la via dell’apriori concettuale; la seconda si è provata a determinare l’autonomia degli oggetti rispetto al conoscere, e potremmo chiamarla la via dell’apriori materiale (Ontologia, Ferraris, ed Guida, pag 29-30).

    Mancuso ritengo si inscriva prevalentemente su questa seconda via.

    Mi dici che secondo Kant la ragione disciplina se stessa. Ripassati Kant e rileggiti Delle Idee trascedentali. L’ho pure citato. C’è poco da discutere, lo scrive Kant stesso! Vuoi sapere di filosofi che hanno dedicato tanto tempo a kant e che dicono il contrario di quello che tu dici su questo specifico punto e su tutti gli altri punti che obietti? Tra i più recenti Deleuze, La Filosofia critica di Kant, Cronopio 1997, pagina 25. Per Kant è l’intelletto che disciplina la ragione. Ma questo lo sanno tutti gli studenti iscritti a un normale corso di filosofia. Per Kant c’è qualcosa che sta sopra la ragione. E lo stesso dice Mancuso, argomentando su ciò che sta sopra la ragione in termini molto più razionali e concreti di kant e ponendo un ente differente. Non credo debba pedissequamente rispondere alle tue osservazioni, che tra l’altro noto, non si riferiscono a cose da me né scritte in questo articolo, né mai pensate.
    Esiste anche la metafisica naturale.
    Forse non hai letto l’ultimo approfonditissimo testo per il saggiatore editore di Chomsky. Potresti leggerlo per trovarvi la differenza materialistica tra necessità naturale e libertà della materia.

    Inoltre. Esiste una lunga e complessa storiografia dei rapporti tra filosofia kantiana e cultura cattolica, che conferma estesamente quanto ho scritto e che Mancuso conosce benissimo: da Matern Reuss che disse: chi comprende la filosofia di kant, non si chiede più se questa debba venir insegnata nelle università cattoliche; e dunque coloro che si pongono ancora la domanda, sicuramente non comprendono la filosofia di kant; per non parlare dei filosofi cattolici kantiani Joseph Weber, Andreas Metz e Sebastian Mutschelle e Conrad Stang, Anselm Erlacher, Ildephons Scwartz; George Eduard Daum, Johann Sommer, Snell, Thanner, Salat e tra i più recenti Przywara e Lotz. Hai letto solo uno di questri autori? sono quindi tutti cattivi lettori di kant?
    La filosofia kantiana è oggi ampiamente recuperata dal pensiero cattolico, dopo la prima lettura superficiale che se ne fece. Mi sento in buona compagnia di attenti lettori di kant. Altre sono le obiezioni e i problemi che lo straordinario libro di Mancuso solleva. Le obiezioni che sollevi tu sono ormai storia passata, superata.
    Ma la teologia cattolica ancor prima di Mancuso ha superato quella dicotomia tra materia e anima.
    E’ una cosa vecchia, che purtroppo rimane nel senso comune e nel catechismo (che è dottrina per il volgo)
    Come ha detto Borowski: I giovani teologi imparino da lui a scansare il falso, il frivolo, millantatore e sterile illuminismo e non solo a ripetere a pappagallo il sistema, ma a riflettere su tutto, e pertanto anche sulla verità teologiche.
    Purtroppo il filokantismo della scuola filosifica tedesca è stato rimosso persino dalle più accreditate e dettagliate storie della filosofia.

  11. luminamenti il 11 aprile 2005 alle 22:41

    Errata Correge. Purtroppo il filokantismo CATTOLICO della scuola filosofica tedesca è stato rimosso persino dalle più accreditate e dettagliate storie della filosofia

  12. massimo il 11 aprile 2005 alle 23:07

    Caro Luminamenti, ma un post in cui non mi dai dell’ignorante non ti riesce di scriverlo?
    Dunque, vediamo. Ho letto e recensito Przywara: ti basta? Ho letto anche un po’ di Lotz: va bene?
    Mi permetti ora di dire che forse aveva ragione elio: invece di rispondere argomentando, perché non ce ne sarebbe nemmeno bisogno, tu rispondi citando. Cominci col citare Ferraris, cioè il meno simpatetico dei lettori di Kant, come saprai, poi mi spieghi che c’è il kantismo cattolico. E come no? C’è pure in Italia, se è per questo, remoto e recente: e con ciò? Produci le argomentazioni relative, e ne discutiamo. La tua stessa risposta fa ben capire che c’è stato eccome anche l’antikantismo cattolico (vuoi che citi?): e che vogliamo fare: la conta? Ma è modo di discutere, questo? Guarda che non c’è bisogno che tu mi dica di ripassare questo e quello. Non c’è filosofo più ignorante di me. Però Kant no, mi dispiace. La Critica della ragion pura no: la conosco meglio di te. Ci puoi giurare. E la conosco così bene, che non ho bisogno di schierare a raffica nomi e citazioni.
    Ma “lo scrive Kant stesso”. Ma siamo matti? E fra l’altro lo dimostrerebbe la tua citazione dalla Dialettica? Ma, dico: stai scherzando? Mi stai prendendo in giro? Dimmi che stai scherzando, e finiamola qua. Perché in questa tua replica, dopo avermi nei commenti passati accusato di procedere ex auctoritate, otre a darmi dell’ignorante e a produrre citazioni ex actoritate non mi pare che tu sia molto andato. (citazioni nemmeno sempre centrate, perché le righe di Ferraris non servono a nulla rispetto all’oggetto della discussione, e se anche ti servissero a posizionare Mancuso, non vedo chi si sia preso la briga di dire cosa diversa sulla posizione di Mancuso, posizione che, avrò scritto mille volte, come tale non conosco e non è in questione).
    Ancora, citi Deleuze. Oh, benedetto uomo, sarò gentile: l’avevo ben visto già nel commento che lo citavi implicitamente. Ciò detto, e assodato che è l’intelletto che legifera, mi spieghi come ne tiri fuori che QUINDI L’ANIMA ESISTE? (E perbacco che minestrone di letture kantiane che proponi!).
    Bada bene, forse non mi sono spiegato: anche uno studentello come me ci arriva a capire che c’è in Kant una maggiore ampiezza della ragione sull’intelletto: basta l’indice dell’opera. Ma tu non sostieni solo questo, tu sostieni arditamente: QUINDI L’ANIMA ESISTE, cioè trasformi un’apertura problematica in un giudizio assertorio, e anche uno studentello sa che ciò non si può fare (in Kant). Si può ritenere che Kant fallisca nel mantenere in equilbrio la Critica, e nel preservare la problematicità di quell’apertura, però non si può far dire a Kant il contrario esatto di quel che lui vuol dire.
    Ora, se fai il favore di argomentare invece di citare e di darmi dell’ignorante, bene, altrimenti possiamo chiuderla qui, caro Luminamenti.
    (Eh sì, elio: avevi proprio ragione: scusami)

  13. luminamenti il 12 aprile 2005 alle 06:31

    Tu dici: “però non si può far dire a Kant il contrario esatto di quel che lui vuol dire”.

    Quelli che ho citato lo fanno. E non ho mai asserito perentoriamente che l’anima esiste.
    E quasi tutti i filosofi kantiani della scuola tedesca cattolica ne hanno ricavato argomenti non perentori certamente (cosa che non faccio né penso io della mai credenza), ma favorevoli a una teologia razionale dell’anima utilizzando Kant. D’altra parte è ovvio che non si spiegherebbe come tanti teologi-filosofi tedeschi cattolici si siano professati filokantiani se ritenessero che Kant va letto come dici tu. Non la pensano come te.

    Tu poi neghi l’evidenza, nel senso che mi puoi dire che ritiene (infatti lo hai scritto nel tuo post) che è certo che Kant dice che la ragione disciplina se stessa, ma io ti ho indicato il passo di Kant (e un autore, Deleuze, che ha scritto esattamente lo stesso, riportando a sua volta la pagina di kant)che dice per bocca di Kant il contrario. Chiunque può acquistarsi i libri e controllare!

    Di Ferraris poi mi dici che è il meno simpatetico. E che vuol dire?
    Io ti sto solo dicendo che guarda che ci sono filosofi che hanno letto e leggono kant diversamente da te, e che quindi non si può dire né di me, nè di Mancuso che abbiamo le travegole e che tu detiene l’autorità su kant, tanto da ritenere che io e tutti gli altri citati, Mancuso compreso abbiamo detto dell critica della ragion pura cose che non ci sarebbero consentite di dire (quindi, deduttivamente saremmo o degli ignoranti o dei cretini.Ma non ti preoccupare, io mica mi sono offeso! ho risposto solo allo stesso livello, su questo punto)
    Argomentare? Ma che cos’è una lotta, un esaminare passo per passo tutto Kant e i suoi commentatori? Mi sembra di avere esposto anche abbandantemente dei ragionamenti e non ho interesse a discutere con botte e risposte che sai che sarebbero infinite. Non è una cosa che mi può destare entusiasmo, è un blog, non devo riscrivere Kant, già tra qui su Nazione Indiana e il tuo blog c’è già abbastanza. Non si tratta di stabilire che ha ragione, almeno per me in filosofia non è così, si procede per intensificazione dei problemi e poi ognuno sceglie a quali aderire e come pensarli.

    M’interesseva presentare una spiegazione dell’operare di Mancuso secondo la mia lettura e invitare altri a esaminare per esteso un testo che è stato riconosciuto da vari commentatori opera teoretica innovativa e di spessore e di affidabile conoscenza di cultura filosofica.
    Non quindi indiscutibile o incontrovertibile, ma certamente opera affidabile in quanto a conoscenza del suo autore di dottrine filosofica, Nietzsche e Kant compreso.
    Che io pensi che tu ignori, a mio parere, determinate analisi, secondo quanto tu ne deduci, non ha certo per me un valore spregiativo di chi sei e cosa fai.
    P.S.
    Quindi quello che ho riportato di Ferraris non è una corrente di pensiero filosofico che si appoggia ad argomenti? Eppure contiene una via filosofica (anzi due, ontologicamente parlando)che la teologia contemporanea sta percorrendo, e sulla quale Mancuso ha aperto un altro varco.

    Quello che ho aggiunto mi basta, alla tua domanda di discutere ulteriormente ti rispondo che non ho interesse a continuare, non perché non lo ritengo interessante, ma eccessivo (e non voglio dedicare il mio tempo solo a questo, dovrei sottrarlo a cose che hanno per me maggiore priorità)

  14. luminamenti il 12 aprile 2005 alle 07:01

    In merito a quanto hai scritto: “Ancora, citi Deleuze. Oh, benedetto uomo, sarò gentile: l’avevo ben visto già nel commento che lo citavi implicitamente. Ciò detto, e assodato che è l’intelletto che legifera, mi spieghi come ne tiri fuori che QUINDI L’ANIMA ESISTE?”

    Ora, in questo passo mi dici che “è assodato che l’intelletto legifera”.

    Eppure non lo avevi detto prima, nel post ancora precedente, e non è che avevi omesso la cosa, avevi negato quando ora dici, infatti avevi scritto: “Riprendo il passo di Mancuso postato da Jacopo Guerriero: “Se la ragione ha bisogno di essere disciplinata, non può essere lei” (ad imporre la disciplina). Ecco, io direi: se si è convinti di questo argomento, allora è meglio non aprirla proprio la Critica della ragion pura! Della quale tutto si può dire: che era scombinata, inconcludente, insensata, ma non che non mettesse in chiaro sin dalla prima pagina che è la ragione a far da giudice e da imputato, e cioè a disciplinare e a essere disciplinata: a disciplinarsi autonomamente. Può non piacere, si può ritenere che è impossibile, ma farlo dire a Kant, o anche solo metterla come obiezione a Kant, come se Kant non avesse visto quel che dichiara in apertura del suo testo, beh: mi sembra una sciocchezza”.

    Fai quindi tutto da solo neghi e ti smentisci, mentre noi saremmo degli SCIOCCHI! (forse dire sciocchezze è nel tuo linguaggio più dolce del mio presunto dirti che ignori certe cose? sii più cauto e prudente!)

    Poi mi chiedi nel tuo ultimo post (che è cosa diversa da tutto quanto ho messo in evidenza in questo post, qui sopra): “mi spieghi come ne tiri fuori che QUINDI L’ANIMA ESISTE”.

    A questa domanda ho risposto a un primo livello, che chiamerei livello di legittimità. E cioè ho detto che Mancuso riconosce che Kant stesso ritiene che c’è qualcosa sopra la ragione, qualcosa che la governa. Ora questo è quello che dice Mancuso, cioè sta dicendo che sulla base dei ragionamenti kantiani possiamo LEGITTIMAMENTE indagare su cosa governa la ragione, perché per Kant stesso non lo può fare da sé. Per Kant è l’intelletto e questo lo sappiamo – mentre tu prima avevi detto il contrario – per Mancuso è l’inizio di un argomentare intorno all’Anima e ho evidentemente per adesso solo accennato al suo argomentare.
    Infatti ho parlato, riferendomi a Mancuso, di dovere, di come l’intelletto stesso kantiano non riesca a spiegare ciò e qui Mancuso introduce un ragionamento, e ho accennato alla concezione dell’anima secondo il principio di trasformazione energetica (che rientra nei temi di ferraris quando parla di apriori materiale. Guarda che l’ontologia è in pieno sviluppo, sta rifiorendo, è più viva che mai).
    Non sono stato esaustivo certamente delle spiegazioni dell’anima da parte di Mancuso, ma tu hai troppoa fretta e impazienza, non puoi pretendere che uno in un articolo da blog dica tutto e subito. Se ho tempo scriverò un secondo articolo arrivando alla tua impazienza. Ho proceduto per gradi. Il primo grado è la leggitimità della lettura kantiana di Mancuso che era stata messa in dubbio. Mancuso sarebbe uno sciocco, dice sciocchezze!
    Ma poi, ti domando: sei interssato a quello che penso io dell’anima secondo la mia lettura di Mancuso, o ad avere la risposta alla tua domanda sulla spiegazione razionale dell’anima? Perchè per questo è sufficiente che ti compri il libro e rispondi alla tua impazienza!
    A questo punto rifletterò se scrivere il secondo pezzo, solo se interesserà altri frequentatori di N.I. e con la benevolenza di pubblicarmelo.
    Il signor Elio non mi sembra tra questi, ma non gli do ragione sebbene rispetti la sua opinione

  15. elio il 12 aprile 2005 alle 07:41

    Cari Massimo ed Emanuele, voglio solo chiarire che io non intendo interferire “distruttivamente” con il vostro dialogo. Come ovvio, quello del SoftBrain era uno scherzo: io non sono riuscito a seguirvi a quel livello di argomentazione e dunque mi sono limitato ad un contrappunto un po’ buffonesco, ma non del tutto privo di sincerità. A livello di “parsing” (analisi sintattica + riconoscimento delle “parole chiave” – l’unico che sia riuscito realmente a completare) ho avuto infatti l’impressione che vi incanalaste su dei binari ad altissimo tasso di fraintendimento, da qui il mio consiglio, probabilmente avventato perché del vostro dialogo in realtà ho da tempo perso le fila. Io sono attivo su Internet dal ’97, ad Internet devo moltissimo in termini di attivazione “intellettuale”. Il mezzo però comporta dei limiti che se non gestiti accordamente impediscono l’effettività della comunicazione, la quale richiede peraltro un atteggiamento “caritatevole” nei confronti delle inevitabili lacune altrui, d’altronde sempre reciproche in quanto la frammentazione dei saperi è oggi davvero formidabile.

  16. massimo il 12 aprile 2005 alle 22:34

    Ho risposto sul blog (ho risposto: ho preso atto che sui punti specifici non ricevo risposte argomentate, ma tant’è).

  17. luminamenti il 13 aprile 2005 alle 05:50

    Piccolo esempio.

    Tu mi dici:Io ti dico che significato e verità Kant non li usa come li usi tu”

    Sarebbe un argomento? una spiegazione la tua?

    Che differenza argomentativa c’è tra dire come hai detto tu e dire, per esempio: Io ti dico che significato e verità Kant li usa come dico io”.
    Esprime solo una opinione vaga! mi esprime una tua convinzione! nulla di più!

    Che poi tra l’altro – e questo è l’essenziale – non ho detto quello che mi metti in bocca, infatti ho scritto: “…consista – cosa che sfugge e non dice Kant – nel non interpretare il significato secondo il modello della verità”.

    Quindi ricavo o se vuoi valuto che abbia confuso, sbagliato,commesso un errore, abbia scambiato piano di attenzione, male interpretato e dedotto, ma preciso con rigore che non è ciò che HA DETTO KANT (“non dice Kant”).

    Quindi, quando mi obietti che Kant non usa significato e verità come li uso io, fai la scoperta dell’acqua calda. L’ho già precisato io stesso.

    Fortunatamente che ci sono kantiani anticattolici che quando si confrontano con i filonkantiani cattolici, non si rivolgono a loro dicendogli: è meglio che la chiudete la Critica della ragion pura!

    L’articolo che ho postato su N.I. contiene i ragionamenti, gli argomenti di Mancuso che legittimano il discorso teoretico di Mancuso stesso sull’Anima, certamente non esaustivo, né definitivo, come del resto qualsiasi discorso filosofico, ma certamente che mostrano la competenza di Mancuso nella lettura attenta di Kant, che certo non intendeva quello che ne ricava Mancuso, ma da cui, nonostante ciò, è possibile ricavarne un’altra via argomentativa.

    Piuttosto non ho trovato nelle tue risposte, Massimo, attinenza a ciò che Mancuso (e che io ho riportato sinteticamente) ritiene di aver detto, non vi ho trovato argomenti, obiezioni, ma solo dichiarazioni che io, noi non avremmo capito, avremmo confuso kant, eccetera eccetera.

    Fermo restando che non mi ritengo onnicomprensivo, mentre tu di kant sì, ti ho fatto notare che esiste una scuola consolidata di filokantismo cattolico (e c’è anche il suo opposto, certo), ma questo significa che c’è più di uno specialista di kant che ha ritenuto di poterne ricavare argomenti ontologici e di considerare tutte le tue vaghe contestazioni sul fatto che questo o quest’altro non si può fare dire a Kant, mentre glielo si può fare non dire, ma ricavare ragionando diversamente e molti lo hanno fatto (sto dicendo una bugia? non è forse vero che esiste una tradizione storiografica che dice questo che ha fatto questo?)

    LO RIPETO: c’è una intera tradizione di pensiero (anche di specialisti kantiani)! Quindi, come vuoi discutere, quando vuoi impedire la discussione, negandomi (negandoci, poiché ho sinteticamente esposto il pensiero di mancuso, e avevo anche detto che ci sarebbe stato un secondo articolo) la legittimità di leggere kant diversamente, quando esiste un pensiero filokantiano cattolico, quando invece insulti dicendo che diciamo sciocchezze.

    Bene, siamo in molti che diciamo SCIOCCHEZZE, questo è il tuo argomento.

    Ripeto.
    Fortunatamente che ci sono kantiani anticattolici che quando si confrontano con i filonkantiani cattolici, non si rivolgono a loro dicendogli: è meglio che la chiudete la Critica della ragion pura!

    Sono quindi tutti cattivi lettori di Kant e tu sei l’unico sano interprete? Così non si può discutere!

    E poi, non sono interessato a estenuanti botte e risposte, che richiederebbero allora di riprendere in mano Kant e tutti i suoi testi.

    C’è il libro di Mancuso, compralo e smontalo!

    Kant stesso ha detto, ha invitato di dover dubitare di ciò che ha provato. L’ha scritto lui, e l’ho riportato nel testo.

    Quindi, almeno per quanto riguarda la legittimità e l’esistenza di letture kantiane differenti dalle tue, non si può dubitare, mentre le tue obiezioni mi sono sembrate non inerenti al merito, ma a voler negare che si possa leggere DIVERSAMENTE Kant, squalificando astrattamente gli interlocutori, cosa che è smentita da una intera tradizione storiografica.

    Altro discorso è il merito poi dei ragionamenti.

    Nessuno poi ha mai detto di esser arrivato a una dimostrazione incontrovertibile dell’esistenza dell’anima.

    Nessun filosofo che si occupa di ontologia si esprime così.

    MI affibbi, ci affibi, una serie di conclusioni nelle tue obiezioni che non ritengo siano attinenti a ciò che penso, a ciò che ho scritto, né Mancuso lo riterrebbe.

    Ci sono tue attribuzioni al mio scritto, che non ritengo di aver espresso o implicato, deduzioni che non mi sono sembrate logiche o non ne vedo da dove le ricavi. Hai commentato il mio articolo mettendomi in bocca cose che non ho detto!

    Quindi rispondervi sarebbe allontanarmi e moltissimo da ciò che ho scritto.

    D’altra parte non si spiegherebbe allora anche il fatto che Mancuso in ambito cattolico è considerato un teologo eretico.

  18. massimo il 13 aprile 2005 alle 09:55

    Ho risposto di nuovo sul blog: ho respinto al mittente l’accusa sugli insulti (dopo avere insultato, caro luminamenti, non te lo potevi permettere: un’altra sciocchezza), ho preso di nuovo atto che invece di rispondere nel merito provi ad autorizzarti con questo e con quello, e ho spiegato perché mi sono permesso di chiederti l’uso di un kant-lexicon a proposito di significato e verità. Mettiti l’anima in pace, caro luminamenti.

  19. luminamenti il 13 aprile 2005 alle 11:14

    Ho già risposto e riporto anche qui (del resto sei stato tu a venire qui per primo a piangere e cercare conforto e ragioni da altri non trovandone di tue, molto meschino!)Queste poi tue capatine qui su NI per dirmi che hai postato nel tuo blog come se non sapessi dov’è e se ci vengo, sono di una comicità fantastica!
    Quindi dato che hai iniziato anche qui mi premuro di continuare anche io, date le tue indispensabili annotazioni.

    Per la perdita di impazienza che come saprai non fa bene alla lucidità mentale che ti si va annebbiando così sempre di più L’amaro giuliani non funziona più, fai invece un respiro profondo…

    Per dirne una della TUA SCARSA LUCIDITA: ti avevo annunciato che avrei scritto due articoli e se hai letto (ma a questo punto ne dubito!) quello che ho inserito su N.I. avrai visto che introduco verso la fine al punto 1) la questione dell’anima come trasformazione energetica.
    E’ evidente da quanto da me scritto che si trattava di una iniziale presentazione della questione, di un modo di argomentare sull’anima secondo Mancuso, a cui lui dedica diverse pagine, paragr. capitolo, ancora non da me commentate. Era una presentazione di cosa contiene il capitolo, quindi senza esplicitare i contenuti, i suoi argomenti.

    E tu cosa fai subito? mi chiedi dov’è che avrei mostrato nel mio scritto su N.I. la prova dell’esistenza dell’anima secondo Mancuso, come se io già avessi parlato di questo capitolo. E chiesto con un arzigolare inquisitore!
    Questo tuo atteggiamento è ridicolo, perchè è chiaro che la mia intenzione era quella di scrivere un secondo articolo, come ti avevo precedentemente annunziato.

    Questa è una delle ragioni per cui non credo alla tua richiesta di volere argomenti. Se veramente t’interessase nel caso specifico sapere, avresti formulato diversamente, per esempio: Luminamenti puoi provare a spiegarmi cosa intende Mancuso secondo quanto tu l’hai letto, anima come forma della materia e trasformazione energetica così mi chiarisco la tua opposizione alla mia affermazione che per mancuso si tratta invece di corpo materiale più anima? L’arroganza non paga caro Massimo! Paga la curiosità sincera nel voler sapere senza pregiudizi quello che un altro presume di sapere e senza demagogici tentativi di spostare e mescolare gli argomenti del mio scritto secondo le tue priorità e ricostruendole fittizziamente a partire dal mio testo, uscendo quindi fuori dal contesto sequenziale e logico di quanto ho scritto!

    SAI quanta ce ne vuole di pazienza con te da parte mia? Non mi scompongo, perchè ce l’ho!

    Dici: “ho il dovere di indicare dove e come lo usa Kant, nel modo in cui lo usa, e come lo uso io, nel modo differente in cui lo uso io”

    Come no, è quello che tu hai fatto con il testo di Mancuso? Per NULLA!

    Io invece ho specificato due cose:

    1) DOVE Kant ha perso di vista i due piani di attenzione: significato e verità. Ho indicato alcuni punti, più che sufficienti, per indicarli tutti visto che ce ne sono anche altri, dovrei scrivere per mesi dei suoi scritti, che sono tanti anche se li ho letti e riletti tutti!

    2) ho anche specificato che non era la posizione intenzionale di kant

    Tu invece mi hai attribuito questo qui sotto:

    Hai infatti detto :”Io ti dico che significato e verità Kant non li usa come li usi tu.

    Ma io ho infatti espressamente detto che “Kant non li usa come li uso io”, quindi questa frase è negazione di questa: “Kant non li usa come li usi tu”.

    Se tu non hai colto dove in quello che ho scritto si vede ciò, dove kant ha interpretato male ciò che attribuisce a significato e verità è un problema della tua intellezione nella lettura del mio testo su NI.

    D’altra parte ti faccio notare che in questa tua frase: “Io ti dico che significato e verità Kant non li usa come li usi tu” , NON SI VEDE PROPRIO DELLA TUA CONOSCENZA DI kANT “dove e come lo usa Kant”

    In quanto agli altri punti di merito, come ti ho detto, non occorre che risponda ad affermazioni che mi sono state attribuite nel tuo commento al mio articolo, perché non trattasi delle cose che ho scritto ma dei tuoi voli pindarici.

    E ricadi di nuovo nell’errore di dirmi:

    “basta un Kant-lexicon – come Kant usa i concetti di significato e verità”

    in quanto ho scritto nel mio articolo che non è kant che usa in questo senso i due concetti, quindi nuovamente hai le travegole, perché non serve che veda il Kant-lexicon, dato che non ho attribuito l’interpretazione a Kant, ma piuttosto ricavo da Kant da quanto ha scritto in toto, e ho specificato con un segmento del mio discorso nell’articolo su N.I. dove e e come Kant si sia perso in un errore proprio nelle sue definizioni e inquadramento della questione del significato e verità.

    Molti autori hanno letto esattemente Kant in questo modo, e te ne ho anche indicato alcuni.
    Hanno scritto al riguardo tanto, non è quindi mia intenzione riversare sul web ore intere per scrivere il testo. Vatteli a leggere se ti interesse veramente conoscere, piuttosto che essere interessato a vincere quella che per te è una guerra piuttosto che stimolo a conversazione e approfondimenti che non possono che essere silenziosi e solitari.

    Questa tua pretesa che spenda il mio tempo come secondo te dovrei spenderlo in questa questione è proprio fuori di testa.

    (Ho scritto un articolo e so da solo, non ho bisogno di dichiararlo pubblicamente, se ne ho ricavato consensi altrui e privati, che saranno sicuramente forieri di scambi ulteriori interessanti.
    Ne ho motivo di sbandierarli perchè non mi interessa mostrare presunte vittorie. Ma vittorie poi di che?)

    Se sei interessato alla sostanza te li vai a leggere, per me il nesso da cui ho ricavato questa interpretazioni l’ho mostrato e l’ha mostrato anche Mancuso di cui mi sembra non hai ancora neanche visto il testo (non trovo nessuna tua dichiarazione in proposito).

    Se a te non bastano le mie sciocchezze, vai a leggere i filokantiani cattolici, non devo dimostrarti nulla o persuaderti nulla se ritengo di avere fornito argomenti sufficienti e in relazione alla gestione del mio tempo che non sarai certo tu a decidere di indirizzare sull’esame di tutta la Critica della ragion pura.

    Ci vorrebbe un intero corso.

    Invece di dire che non ci sono argomenti e che non risponsdo mentre ho sempre risposto, scrivi tu i tuoi argomenti (se lo ritieni necessario), a partire da significato e verità, a partire dalla contestazione degli autori che hanno affermato che kant ha confuso significato e verità, mentre si potrebbe ricavare altra lettura concettuale a partire da tutta un’analisi degli scritti in toto su Kant, cosa che richiederebbe un libro e non il tutto e subito che tu chiedi in un post da blog, come se si potesse fare.

    E’ chiaro che si procede per frammenti di un libro. Solo che io ho proceduto con il libro letto e in mano di Mancuso, tu no.

    Ciò per me è più che sufficiente per comprendere che a te, affetto da biliosi acuto-cronica, nel tentativo di volere recuperare, quella che credi sia stato da parte mia, siin dall’inizio, un tentativo di attentare alla tua somma sapienza, ora provi a riservare solo astio e impazienza, dimenticando l’essenziale da cui siamo partiti: io ho detto certo cose del libro di Mancuso a partire da un tuo primissimo commento di Mancuso.

    Se sei veramente interessato agli argomenti, comprati il libro di Mancuso e lascia perdere il Luminamenti-Pensiero che dice sciocchezze, che deve rileggersi Kant, ma intanto aspetti con impazienza che risponda a quelle tu ritieni legittime domande (mentre sono fuori contesto perché lle tue obiezioni non appartengono a quanto ho scritto e in quanto agli argomenti, solo alcuni, li ho fornito nel mio articolo) non ritendendomi all’altezza!
    Che bella contraddizione!

    Respira profondamente ora! e torna alla tua seriosità!

    Luminamenti.

    P.S. forse scriverò invece di alcune tue affermazioni, sulle proprietà della materia.

  20. massimo il 13 aprile 2005 alle 21:53

    Leggo solo ora che mi trovi meschino. Può bastare, signor luminamenti.



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