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	Commenti a: La Disciplina della Ragione	</title>
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		<title>
		Di: elio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/11/la-disciplina-della-ragione/#comment-9036</link>

		<dc:creator><![CDATA[elio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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ELIO-ERR00 -&quot;Fatal brain overflow error&quot;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>parsing      &#8230;&#8230;..<br />
interpreting &#8230;<br />
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		Di: massimo adinolfi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/11/la-disciplina-della-ragione/#comment-9037</link>

		<dc:creator><![CDATA[massimo adinolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Luminamenti (non so come si contatti Jacopo Guerriero e perciò mi ospito da solo qui - se annoio, mi si può cancellare senza preoccupazioni di sorta):

“È in questo solco, ecc.”. Qui una prima difficoltà è rappresentata (a proposito di rigore) da un vocabolario che non è strettamente kantiano (significato e verità non vengono infatti usati al modo in cui li usa Kant), ma per quel che capisco (e per quel poco che conosco Kant) l’emancipazione da ciò che chiami “limite del significato” avviene “per il tramite della libertà”, cioè grazie all’uso pratico della ragione. Se è questo, nulla quaestio. Ma l’uso pratico della ragione non è in grado di affermare l’esistenza di un bel nulla. Una simile affermazione sarebbe compito della ragion teoretica, poiché ha un contenuto conoscitivo. La ragion pratica può esigere, può esigere persino imperativamente, può postulare e può alimentare la speranza, ma affermare e porre come esistente no.
Che questa strana cosa che è l’uomo non rinunci alla “differenza” dalle altre cose del mondo e dal mondo stesso, e cioè si ostini a PENSARSI come differente non dimostra minimamente (e non dimostra per Kant) che essa SIA differente. Questo è il punto fondamentale - che peraltro spiega la differenza fra il testo della Fondazione della metafisica dei costumi, in cui Kant aveva tentato qualcosa come una deduzione della libertà, e la Critica della ragion pratica, in cui il tentativo viene abbandonato. Di lì in avanti, la libertà sarà pure un Faktum della ragione, o una res facti (Critica del Giudizio), ma senza che questa affermazione del fatto abbia alcun significato conoscitivo (se ce l’ha, mi si indichi dov’è).
Tu scrivi che “la differenza tra ragione e anima” (in questi termini mai reperibile in Kant, a mia memoria) è sì inconoscibile, ma questo non significa che sia “inesistente e inconoscibile la percezione di tale differenza”. Questa imprecisione debbo necessariamente notarla: non puoi mettere l’una affianco all’altra inesistenza e inconoscibilità (almeno in Kant). Altro è dimostrare l’inesistenza, altro è dimostrare l’inconoscibilità di (ciò che la tradizione metafisica intende per) anima. Kant non ha mai inteso dimostrare la prima, mentre ha inteso espressamente dimostrare la seconda. Qui c’è forse un equivoco: Kant riconosce (specie, se non proprio esclusivamente, nei testi pratici) che l’uomo si pensa e si considera cittadino di un mondo intellegibile (la differenza di cui parli), ma che l’uomo si consideri tale non significa che SIA tale. Dunque, quando scrivi:
“Tutti i passi di Kant citati da Mancuso mostrano l’esistenza di questa percezione. Quindi l’anima esiste” compi (proprio con quel quindi) l’errore che ti sto imputando: per essere un re non basta percepirsi tale (rectius: considerarsi: posso allegarti i testi, rispetto ai quali unica eccezione rilevante è il § 25 della II ed. della Critica della ragion pura, vado a memoria, che però va trattato in altro modo e in altra sede...).
C’è poi il passo che citi qua:
“Io, come pensante, sono un oggetto del senso interno, e mi chiamo anima. Ciò che è oggetto dei sensi esterni si dice corpo”.
Questo passo, purtroppo, parla a tuo sfavore, poiché l’oggetto del senso interno è in Kant oggetto di una psicologia empirica e non razionale: è cioè un oggetto fenomenico, e dunque non c’entra niente con l’anima in senso spirituale, l’anima ente noumenico ecc..

Nel capoverso successivo, accenni a due cose. Una è la disciplina della ragione, e di questo poi, e l’altra (incongruenze, al plurale...) è dettagliata solo per ciò che riguarda la capacità del dovere di determinare atti. Caro Luminamenti, tu citi dai Prolegomeni, come subito sopra citavi dalla Dialettica, cioè da testi che precedono la risposta che Kant stesso dà a queste domande negli scritti ‘pratici’! E la risposta non consiste nel trovare la ghiandola pineale che colleghi il dovere, la legislazione morale al mondo fisico (altrimenti non sarebbe Kant, ma Descartes). Non solo: consiste nel mandare a spasso chi voglia trovare una simile ghiandoletta o suoi succedanei. “Tu devi quindi puoi!” significa infatti: in sede pratica, l’unica in cui si tratta del dovere, non rileva minimamente come diavolo tu possa. Poco m’importa se hai avuto un’infanzia infelice o se ti muori di fame, o qualunque altra cosa, poco m’importa anche se ti piace o non ti piace, e non starò certo io a trovare le motivazioni giuste e psicologicamente più consone, il tuo dovere è e resta questo, ecc. L’unico passo che compie Kant in direzione di una più precisa determinazione del modo in cui il dovere agisce si trova nella sezione della Critica della Ragione pratica dedicata al movente, che è il rispetto, sentimento affatto sui generis che denota l’effetto, l’impressione che la legge produce in noi, ma che non reca in Kant alcuna traccia della dimostrazione dell’esistenza di alcunché, se non appunto del porsi della ragione (cioè del considerar-si) dal punto di vista della legislazione pratico-morale.

Quanto al discorso teoretico che Mancuso svilupperà, nulla so, perché non ho letto il libro. Gli faccio i miei migliori auguri. Non oso dire che dai punti che presenti non vedo come posa cavarne dimostrazioni di alcunché, ma quel che posso dire è che temo che Kant in questo non possa aiutarlo.

Ho lasciato un punto in sospeso: la disciplina della ragione. Punto decisivo, al quale avevo peraltro già alluso. Riprendo il passo di Mancuso postato da Jacopo Guerriero: “Se la ragione ha bisogno di essere disciplinata, non può essere lei” (ad imporre la disciplina). Ecco, io direi: se si è convinti di questo argomento, allora è meglio non aprirla proprio la Critica della ragion pura! Della quale tutto si può dire: che era scombinata, inconcludente, insensata, ma non che non mettesse in chiaro sin dalla prima pagina che è la ragione a far da giudice e da imputato, e cioè a disciplinare e a essere disciplinata: a disciplinarsi autonomamente. Può non piacere, si può ritenere che è impossibile, ma farlo dire a Kant, o anche solo metterla come obiezione a Kant, come se Kant non avesse visto quel che dichiara in apertura del suo testo, beh: mi sembra una sciocchezza.

Voglio ancora aggiungere una cosa. Per il mio commento che ti è parso così arbitrario, mi bastano le ultime due frasi di Mancuso:
“Se c’è la libertà, c’è l’anima, perché l’anima è la condizione trascendentale dell’esistenza della libertà dell’uomo rispetto alla necessità naturale del mondo. Per questo, se si nega l’anima, si nega in radice la libertà”. 
Io affronto questo passo teoreticamente, come ti ho detto. So bene cioè che per Kant è così (salvo dettagli terminologici, e salvo il fatto che appunto la libertà è solo un postulato). Ma per Mancuso, che pare sottoscrivere questa posizione (e se non la sottoscrive non importa, poiché a me interessa il valore di verità di queste affermazioni, come ti ho detto più volte, cioè la ‘cosa stessa’ di cui si discute qui, e non sino a che punto Mancuso la faccia propria), diciamo anzi: per il passo stesso, per ciò che esso significa, il mondo senza l’anima è affidato alla mera necessità naturale. Io avevo scritto che perciò la concezione che dell’essere del mondo ha Mancuso (scil.: che si trova nel passo in questione) è la stessa che ha il materialista PIU’ l’anima. Mi autocito:
“Il materialista è cioè uno che pensa l&#039;essere come mera materia, senza anima, mentre Mancuso è uno che pensa l&#039;essere come mera materia, più l&#039;anima”.
Questo è stato sin da allora il mio bersaglio teoretico, e mi spiace Mancuso, sono convinto di averlo centrato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Luminamenti (non so come si contatti Jacopo Guerriero e perciò mi ospito da solo qui &#8211; se annoio, mi si può cancellare senza preoccupazioni di sorta):</p>
<p>“È in questo solco, ecc.”. Qui una prima difficoltà è rappresentata (a proposito di rigore) da un vocabolario che non è strettamente kantiano (significato e verità non vengono infatti usati al modo in cui li usa Kant), ma per quel che capisco (e per quel poco che conosco Kant) l’emancipazione da ciò che chiami “limite del significato” avviene “per il tramite della libertà”, cioè grazie all’uso pratico della ragione. Se è questo, nulla quaestio. Ma l’uso pratico della ragione non è in grado di affermare l’esistenza di un bel nulla. Una simile affermazione sarebbe compito della ragion teoretica, poiché ha un contenuto conoscitivo. La ragion pratica può esigere, può esigere persino imperativamente, può postulare e può alimentare la speranza, ma affermare e porre come esistente no.<br />
Che questa strana cosa che è l’uomo non rinunci alla “differenza” dalle altre cose del mondo e dal mondo stesso, e cioè si ostini a PENSARSI come differente non dimostra minimamente (e non dimostra per Kant) che essa SIA differente. Questo è il punto fondamentale &#8211; che peraltro spiega la differenza fra il testo della Fondazione della metafisica dei costumi, in cui Kant aveva tentato qualcosa come una deduzione della libertà, e la Critica della ragion pratica, in cui il tentativo viene abbandonato. Di lì in avanti, la libertà sarà pure un Faktum della ragione, o una res facti (Critica del Giudizio), ma senza che questa affermazione del fatto abbia alcun significato conoscitivo (se ce l’ha, mi si indichi dov’è).<br />
Tu scrivi che “la differenza tra ragione e anima” (in questi termini mai reperibile in Kant, a mia memoria) è sì inconoscibile, ma questo non significa che sia “inesistente e inconoscibile la percezione di tale differenza”. Questa imprecisione debbo necessariamente notarla: non puoi mettere l’una affianco all’altra inesistenza e inconoscibilità (almeno in Kant). Altro è dimostrare l’inesistenza, altro è dimostrare l’inconoscibilità di (ciò che la tradizione metafisica intende per) anima. Kant non ha mai inteso dimostrare la prima, mentre ha inteso espressamente dimostrare la seconda. Qui c’è forse un equivoco: Kant riconosce (specie, se non proprio esclusivamente, nei testi pratici) che l’uomo si pensa e si considera cittadino di un mondo intellegibile (la differenza di cui parli), ma che l’uomo si consideri tale non significa che SIA tale. Dunque, quando scrivi:<br />
“Tutti i passi di Kant citati da Mancuso mostrano l’esistenza di questa percezione. Quindi l’anima esiste” compi (proprio con quel quindi) l’errore che ti sto imputando: per essere un re non basta percepirsi tale (rectius: considerarsi: posso allegarti i testi, rispetto ai quali unica eccezione rilevante è il § 25 della II ed. della Critica della ragion pura, vado a memoria, che però va trattato in altro modo e in altra sede&#8230;).<br />
C’è poi il passo che citi qua:<br />
“Io, come pensante, sono un oggetto del senso interno, e mi chiamo anima. Ciò che è oggetto dei sensi esterni si dice corpo”.<br />
Questo passo, purtroppo, parla a tuo sfavore, poiché l’oggetto del senso interno è in Kant oggetto di una psicologia empirica e non razionale: è cioè un oggetto fenomenico, e dunque non c’entra niente con l’anima in senso spirituale, l’anima ente noumenico ecc..</p>
<p>Nel capoverso successivo, accenni a due cose. Una è la disciplina della ragione, e di questo poi, e l’altra (incongruenze, al plurale&#8230;) è dettagliata solo per ciò che riguarda la capacità del dovere di determinare atti. Caro Luminamenti, tu citi dai Prolegomeni, come subito sopra citavi dalla Dialettica, cioè da testi che precedono la risposta che Kant stesso dà a queste domande negli scritti ‘pratici’! E la risposta non consiste nel trovare la ghiandola pineale che colleghi il dovere, la legislazione morale al mondo fisico (altrimenti non sarebbe Kant, ma Descartes). Non solo: consiste nel mandare a spasso chi voglia trovare una simile ghiandoletta o suoi succedanei. “Tu devi quindi puoi!” significa infatti: in sede pratica, l’unica in cui si tratta del dovere, non rileva minimamente come diavolo tu possa. Poco m’importa se hai avuto un’infanzia infelice o se ti muori di fame, o qualunque altra cosa, poco m’importa anche se ti piace o non ti piace, e non starò certo io a trovare le motivazioni giuste e psicologicamente più consone, il tuo dovere è e resta questo, ecc. L’unico passo che compie Kant in direzione di una più precisa determinazione del modo in cui il dovere agisce si trova nella sezione della Critica della Ragione pratica dedicata al movente, che è il rispetto, sentimento affatto sui generis che denota l’effetto, l’impressione che la legge produce in noi, ma che non reca in Kant alcuna traccia della dimostrazione dell’esistenza di alcunché, se non appunto del porsi della ragione (cioè del considerar-si) dal punto di vista della legislazione pratico-morale.</p>
<p>Quanto al discorso teoretico che Mancuso svilupperà, nulla so, perché non ho letto il libro. Gli faccio i miei migliori auguri. Non oso dire che dai punti che presenti non vedo come posa cavarne dimostrazioni di alcunché, ma quel che posso dire è che temo che Kant in questo non possa aiutarlo.</p>
<p>Ho lasciato un punto in sospeso: la disciplina della ragione. Punto decisivo, al quale avevo peraltro già alluso. Riprendo il passo di Mancuso postato da Jacopo Guerriero: “Se la ragione ha bisogno di essere disciplinata, non può essere lei” (ad imporre la disciplina). Ecco, io direi: se si è convinti di questo argomento, allora è meglio non aprirla proprio la Critica della ragion pura! Della quale tutto si può dire: che era scombinata, inconcludente, insensata, ma non che non mettesse in chiaro sin dalla prima pagina che è la ragione a far da giudice e da imputato, e cioè a disciplinare e a essere disciplinata: a disciplinarsi autonomamente. Può non piacere, si può ritenere che è impossibile, ma farlo dire a Kant, o anche solo metterla come obiezione a Kant, come se Kant non avesse visto quel che dichiara in apertura del suo testo, beh: mi sembra una sciocchezza.</p>
<p>Voglio ancora aggiungere una cosa. Per il mio commento che ti è parso così arbitrario, mi bastano le ultime due frasi di Mancuso:<br />
“Se c’è la libertà, c’è l’anima, perché l’anima è la condizione trascendentale dell’esistenza della libertà dell’uomo rispetto alla necessità naturale del mondo. Per questo, se si nega l’anima, si nega in radice la libertà”.<br />
Io affronto questo passo teoreticamente, come ti ho detto. So bene cioè che per Kant è così (salvo dettagli terminologici, e salvo il fatto che appunto la libertà è solo un postulato). Ma per Mancuso, che pare sottoscrivere questa posizione (e se non la sottoscrive non importa, poiché a me interessa il valore di verità di queste affermazioni, come ti ho detto più volte, cioè la ‘cosa stessa’ di cui si discute qui, e non sino a che punto Mancuso la faccia propria), diciamo anzi: per il passo stesso, per ciò che esso significa, il mondo senza l’anima è affidato alla mera necessità naturale. Io avevo scritto che perciò la concezione che dell’essere del mondo ha Mancuso (scil.: che si trova nel passo in questione) è la stessa che ha il materialista PIU’ l’anima. Mi autocito:<br />
“Il materialista è cioè uno che pensa l&#8217;essere come mera materia, senza anima, mentre Mancuso è uno che pensa l&#8217;essere come mera materia, più l&#8217;anima”.<br />
Questo è stato sin da allora il mio bersaglio teoretico, e mi spiace Mancuso, sono convinto di averlo centrato.</p>
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		<title>
		Di: massimo adinolfi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/11/la-disciplina-della-ragione/#comment-9038</link>

		<dc:creator><![CDATA[massimo adinolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=1083#comment-9038</guid>

					<description><![CDATA[P. S. Mi scuso per l&#039;assenza dei link al pezzo di Mancuso, e per l&#039;autocitazione dal mio blog, ma non so come si inseriscano qui i collegamenti. Li aggiungo adesso:

i passi del testo di Mancuso in oggetto sono apparsi su Nazione Indiana, a due riprese, il 3 e il 5 aprile, rispettivamente: &quot;Da un Adversus Nietzsche&quot; e &quot;Kant e la disciplina della ragione&quot;.
Quanto al mio blog, azioneparallela.splinder.com, i pezzi relativi sono &quot;Circoli&quot;, il 4 aprile, e &quot;Azioneparallela morde furiosamente il freno&quot;, il 6 aprile.
(Nei commenti, la discussione con Emanuele Giordano). 
Mi scuso ancora.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>P. S. Mi scuso per l&#8217;assenza dei link al pezzo di Mancuso, e per l&#8217;autocitazione dal mio blog, ma non so come si inseriscano qui i collegamenti. Li aggiungo adesso:</p>
<p>i passi del testo di Mancuso in oggetto sono apparsi su Nazione Indiana, a due riprese, il 3 e il 5 aprile, rispettivamente: &#8220;Da un Adversus Nietzsche&#8221; e &#8220;Kant e la disciplina della ragione&#8221;.<br />
Quanto al mio blog, azioneparallela.splinder.com, i pezzi relativi sono &#8220;Circoli&#8221;, il 4 aprile, e &#8220;Azioneparallela morde furiosamente il freno&#8221;, il 6 aprile.<br />
(Nei commenti, la discussione con Emanuele Giordano).<br />
Mi scuso ancora.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: elio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/11/la-disciplina-della-ragione/#comment-9039</link>

		<dc:creator><![CDATA[elio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho dovuto ricorrere al SoftBrain (aihmé, ovviamente assai più lento del cervello hardware) ma grazie ad esso sono riuscito a  completare la lettura del brano, ed anche del commento. 

Dovrei assumere un tono severo, ma preferisco dirVi dolcemente ... figliuoli! Perché questo faticoso ed assurdo scontro di marionette? Perché invece di ricercare il cozzo di faticose interpretazioni di cervelli altrui (uno dei quali ormai polvere da secoli e soprattutto &quot;organico&quot; ad una semiosfera oggi in gran parte dissolta) non vi limitate a far cozzare i Vostri di cervelli, parlando esclusivamente delle cose in cui Voi personalmente credete? Ovvero di credenze, teorie, verità che siano VIVE ED INTEGRATE dentro di Voi, uomini veri, e non dentro omuncoli fantasmatici quali il Kant-implementato-in-Luminamenti oppure il Mancuso-implementato-in-Adinolfi?
Pensate a quali economie di scala, a quali semplificazioni! Da semplici &quot;storici della filosofia&quot; a filosofi e basta!

E non è forse la &quot;Ragione&quot; stessa, di cui tanto qui parlate, un concetto ormai obsoleto? Non è stato forse ridimensionato il ruolo della Logica? 
Devo forse farvi l&#039;onta di richiamarvi il grande Marvin Minsky?

[..] only the surface of reason is rational [..] Our culture has a universal myth in which we see emotion as more complex and obscure than intellect. Indeed, emotion might be &quot;deeper&quot; in some sense of prior evolution, but this need not make it harder to understand; in fact, I think today we actually know much more about emotion than about reason. Certainly we know a bit about the obvious processes of reason – the ways we organize and represent ideas we get. But whence come those ideas that so conveniently fill these envelopes of order? A poverty of language shows how little this concerns us: we &quot;get&quot; ideas; they &quot;come&quot; to us; we are &#039;re-minded of&quot; them. I think this shows that ideas come from processes obscured from us and with which our surface thoughts are almost uninvolved. Instead, we are entranced with our emotions, which are so easily observed in others and ourselves. Perhaps the myth persists because emotions, by their nature, draw attention, while the processes of reason (much more intricate and delicate) must be private and work best alone.

o l&#039;eccelso Gregory Bateson?

A me sembra ragionevole pensare che questi elementi esistano &quot;primariamente&quot; nell&#039;idioma del processo primario, solo che essi sono difficilmente traducibili in termini &quot;razionali&quot;. In altre parole, io credo che buona parte delle prime teorie freudiane fossero capovolte. A quel tempo, molti pensatori consideravano normale e ovvia la ragione conscia, mentre l’inconscio era considerato misterioso, bisognoso di prova e spiegazione. La spiegazione era data dalla rimozione, e l’inconscio veniva riempito da pensieri che avrebbero potuto essere consci, ma che la rimozione e il meccanismo onirico avevano distorto. Oggi riteniamo misteriosa la coscienza, mentre i metodi di computazione impiegati dall’inconscio, ad esempio il processo primario, li riteniamo continuamente attivi, necessari e onnicomprensivi.

No. Vi esorto quindi a rinsavire, a ritornare in Voi, lasciando quei fantasmi al loro libero fluttuare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho dovuto ricorrere al SoftBrain (aihmé, ovviamente assai più lento del cervello hardware) ma grazie ad esso sono riuscito a  completare la lettura del brano, ed anche del commento. </p>
<p>Dovrei assumere un tono severo, ma preferisco dirVi dolcemente &#8230; figliuoli! Perché questo faticoso ed assurdo scontro di marionette? Perché invece di ricercare il cozzo di faticose interpretazioni di cervelli altrui (uno dei quali ormai polvere da secoli e soprattutto &#8220;organico&#8221; ad una semiosfera oggi in gran parte dissolta) non vi limitate a far cozzare i Vostri di cervelli, parlando esclusivamente delle cose in cui Voi personalmente credete? Ovvero di credenze, teorie, verità che siano VIVE ED INTEGRATE dentro di Voi, uomini veri, e non dentro omuncoli fantasmatici quali il Kant-implementato-in-Luminamenti oppure il Mancuso-implementato-in-Adinolfi?<br />
Pensate a quali economie di scala, a quali semplificazioni! Da semplici &#8220;storici della filosofia&#8221; a filosofi e basta!</p>
<p>E non è forse la &#8220;Ragione&#8221; stessa, di cui tanto qui parlate, un concetto ormai obsoleto? Non è stato forse ridimensionato il ruolo della Logica?<br />
Devo forse farvi l&#8217;onta di richiamarvi il grande Marvin Minsky?</p>
<p>[..] only the surface of reason is rational [..] Our culture has a universal myth in which we see emotion as more complex and obscure than intellect. Indeed, emotion might be &#8220;deeper&#8221; in some sense of prior evolution, but this need not make it harder to understand; in fact, I think today we actually know much more about emotion than about reason. Certainly we know a bit about the obvious processes of reason – the ways we organize and represent ideas we get. But whence come those ideas that so conveniently fill these envelopes of order? A poverty of language shows how little this concerns us: we &#8220;get&#8221; ideas; they &#8220;come&#8221; to us; we are &#8216;re-minded of&#8221; them. I think this shows that ideas come from processes obscured from us and with which our surface thoughts are almost uninvolved. Instead, we are entranced with our emotions, which are so easily observed in others and ourselves. Perhaps the myth persists because emotions, by their nature, draw attention, while the processes of reason (much more intricate and delicate) must be private and work best alone.</p>
<p>o l&#8217;eccelso Gregory Bateson?</p>
<p>A me sembra ragionevole pensare che questi elementi esistano &#8220;primariamente&#8221; nell&#8217;idioma del processo primario, solo che essi sono difficilmente traducibili in termini &#8220;razionali&#8221;. In altre parole, io credo che buona parte delle prime teorie freudiane fossero capovolte. A quel tempo, molti pensatori consideravano normale e ovvia la ragione conscia, mentre l’inconscio era considerato misterioso, bisognoso di prova e spiegazione. La spiegazione era data dalla rimozione, e l’inconscio veniva riempito da pensieri che avrebbero potuto essere consci, ma che la rimozione e il meccanismo onirico avevano distorto. Oggi riteniamo misteriosa la coscienza, mentre i metodi di computazione impiegati dall’inconscio, ad esempio il processo primario, li riteniamo continuamente attivi, necessari e onnicomprensivi.</p>
<p>No. Vi esorto quindi a rinsavire, a ritornare in Voi, lasciando quei fantasmi al loro libero fluttuare.</p>
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		<title>
		Di: elio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/11/la-disciplina-della-ragione/#comment-9040</link>

		<dc:creator><![CDATA[elio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per uno come me che va in montagna, &quot;cordata&quot; è un termine così bello, connota amicizia, interdipendenza, fiducia, grandi imprese ... in questo ambito sembra provocare delle belle orticarie, invece :-)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per uno come me che va in montagna, &#8220;cordata&#8221; è un termine così bello, connota amicizia, interdipendenza, fiducia, grandi imprese &#8230; in questo ambito sembra provocare delle belle orticarie, invece :-)</p>
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		Di: elio		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[elio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[apporcaputtana ho sbagliato post ...]]></description>
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		Di: elio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/11/la-disciplina-della-ragione/#comment-9042</link>

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		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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		Di: elio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/11/la-disciplina-della-ragione/#comment-9043</link>

		<dc:creator><![CDATA[elio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cancellate questi errori, se potete. Non so che cavolo sia successo. Uff!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cancellate questi errori, se potete. Non so che cavolo sia successo. Uff!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: massimo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/11/la-disciplina-della-ragione/#comment-9044</link>

		<dc:creator><![CDATA[massimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Elio, tutto di me si può dire meno che io sia uno storico della filosofia. Ciò non mi impedisce di occuparmi anche della storia della filosofia, anche perché i rapporti fra la filosofia e la sua storia non stanno come i rapporti fra la scienza e la sua storia. Quanto al merito, le due righe che dedico infine a mancuso, quando preciso il bersaglio teoretico, appartengono per me tutte intere all&#039;oggi, e mi servono anche per non cadere nelle ingenuità filosofiche in cui anche il grande marvin minsky, stando al brano che riporti, cade. Ma non pretendo di convincertene qui, così come non pretendo di convincerti che l&#039;inconscio psicanalitico non è affatto così banalmente riempito di pensieri come tu dici. Quanto alla credenze vive ed integrate che sono dentro di me direi che puoi non preoccupartene: non ne ho. Ne ho solo di morte e disintegrate. E ora usa pure il tuo tono severo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Elio, tutto di me si può dire meno che io sia uno storico della filosofia. Ciò non mi impedisce di occuparmi anche della storia della filosofia, anche perché i rapporti fra la filosofia e la sua storia non stanno come i rapporti fra la scienza e la sua storia. Quanto al merito, le due righe che dedico infine a mancuso, quando preciso il bersaglio teoretico, appartengono per me tutte intere all&#8217;oggi, e mi servono anche per non cadere nelle ingenuità filosofiche in cui anche il grande marvin minsky, stando al brano che riporti, cade. Ma non pretendo di convincertene qui, così come non pretendo di convincerti che l&#8217;inconscio psicanalitico non è affatto così banalmente riempito di pensieri come tu dici. Quanto alla credenze vive ed integrate che sono dentro di me direi che puoi non preoccupartene: non ne ho. Ne ho solo di morte e disintegrate. E ora usa pure il tuo tono severo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: luminamenti		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/11/la-disciplina-della-ragione/#comment-9045</link>

		<dc:creator><![CDATA[luminamenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ti rispondo con la parole di Maurizio Ferraris:

Kant offre un modello molto influente di metafisica prescrittiva su base fisicalista: si può conoscere (cioè esiste realmente)solo ciò che che esiste per la fisica: l&#039;indeterminatezza della metafisica deriva dalla mancanza di un riferimento dei concetti all&#039;intuizione, e diviene importante trovare delle intuizioni sensibili pure che siano certe e insieme esperibili, fungendo da oggetto e da regola per la metafisica, che per l&#039;appunto si svolge nel senso di una fisica matematica. Tuttavia, considerando che ai suoi tempi la differenza tra la fisica e il mondo percettivo non risultava così ampia come ai nostri, Kant poté illudersi di star proponendo una metafisica descrittiva, che cioè non illustrasse semplicemtne i principi generali che guidano la nostra indagine scientifica sulla natura, ma rendesse conto dei caratteri ecologici della nostra esperienza. In termini generali, si può dire che per tutto l&#039;Ottocento buona parte della indagine ontologica sia stata assorbita da questa impostazione epistemologica, o riducendo la filosofia a fisica, come nel positivismo, oppure riassorbendo l&#039;ontologia nel trascendentalismo, come nell&#039;idealismo post-kantiano; caratteristicamente, nella Enciclopedia delle sxcienze filosofiche, in compendio di Hegel l&#039;ontologia non è che una arcaismo, le cui problematiche si risolvono totalmente nel quadro di una filosofia dello spirito che conoscendo se stesso conosce il mondo.
La reazione a questa situazione sono state essenzialmente di due tipi. La prima ha cercato di indicare l&#039;autonomia della filosofia rispetto alle scienze, e genericamente potremmo chiamarl la via dell&#039;apriori concettuale; la seconda si è provata a determinare l&#039;autonomia degli oggetti rispetto al conoscere, e potremmo chiamarla la via dell&#039;apriori materiale (Ontologia, Ferraris, ed Guida, pag 29-30).

Mancuso ritengo si inscriva prevalentemente su questa seconda via.
 
Mi dici che secondo Kant la ragione disciplina se stessa. Ripassati Kant e  rileggiti Delle Idee trascedentali. L&#039;ho pure citato. C&#039;è poco da discutere, lo scrive Kant stesso! Vuoi sapere di filosofi che hanno dedicato tanto tempo a kant e che dicono il contrario di quello che tu dici su questo specifico punto e su tutti gli altri punti che obietti? Tra i più recenti Deleuze, La Filosofia critica di Kant, Cronopio 1997, pagina 25. Per Kant è l&#039;intelletto che disciplina la ragione. Ma questo lo sanno tutti gli studenti iscritti a un normale corso di filosofia. Per Kant c&#039;è qualcosa che sta sopra la ragione. E lo stesso dice Mancuso, argomentando su ciò che sta sopra la ragione in termini molto più razionali e concreti di kant e ponendo un ente differente. Non credo debba pedissequamente rispondere alle tue osservazioni, che tra l&#039;altro noto, non si riferiscono a cose da me né scritte in questo articolo, né mai pensate. 
Esiste anche la metafisica naturale. 
Forse non hai letto l&#039;ultimo approfonditissimo testo per il saggiatore editore di Chomsky. Potresti leggerlo per trovarvi la differenza materialistica tra necessità naturale e libertà della materia.

Inoltre. Esiste una lunga e complessa storiografia dei rapporti tra filosofia kantiana e cultura cattolica, che conferma estesamente quanto ho scritto e che Mancuso conosce benissimo: da Matern Reuss che disse: chi comprende la filosofia di kant, non si chiede più se questa debba venir insegnata nelle università cattoliche; e dunque coloro che si pongono ancora la domanda, sicuramente non comprendono la filosofia di kant; per non parlare dei filosofi cattolici kantiani Joseph Weber, Andreas Metz e Sebastian Mutschelle e Conrad Stang, Anselm Erlacher, Ildephons Scwartz; George Eduard Daum, Johann Sommer, Snell, Thanner, Salat e tra i più recenti Przywara e Lotz. Hai letto solo uno di questri autori? sono quindi tutti cattivi lettori di kant?
La filosofia kantiana è oggi ampiamente recuperata dal pensiero cattolico, dopo la prima lettura superficiale che se ne fece. Mi sento in buona compagnia di attenti lettori di kant. Altre sono le obiezioni e i problemi che lo straordinario libro di Mancuso solleva. Le obiezioni che sollevi tu sono ormai storia passata, superata.
Ma la teologia cattolica ancor prima di Mancuso ha superato quella dicotomia tra materia e anima.
E&#039; una cosa vecchia, che purtroppo rimane nel senso comune e nel catechismo (che è dottrina per il volgo) 
Come ha detto Borowski: I giovani teologi imparino da lui a scansare il falso, il frivolo, millantatore e sterile illuminismo e non solo a ripetere a pappagallo il sistema, ma a riflettere su tutto, e pertanto anche sulla verità teologiche. 
Purtroppo il filokantismo della scuola filosifica tedesca è stato rimosso persino dalle più accreditate e dettagliate storie della filosofia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ti rispondo con la parole di Maurizio Ferraris:</p>
<p>Kant offre un modello molto influente di metafisica prescrittiva su base fisicalista: si può conoscere (cioè esiste realmente)solo ciò che che esiste per la fisica: l&#8217;indeterminatezza della metafisica deriva dalla mancanza di un riferimento dei concetti all&#8217;intuizione, e diviene importante trovare delle intuizioni sensibili pure che siano certe e insieme esperibili, fungendo da oggetto e da regola per la metafisica, che per l&#8217;appunto si svolge nel senso di una fisica matematica. Tuttavia, considerando che ai suoi tempi la differenza tra la fisica e il mondo percettivo non risultava così ampia come ai nostri, Kant poté illudersi di star proponendo una metafisica descrittiva, che cioè non illustrasse semplicemtne i principi generali che guidano la nostra indagine scientifica sulla natura, ma rendesse conto dei caratteri ecologici della nostra esperienza. In termini generali, si può dire che per tutto l&#8217;Ottocento buona parte della indagine ontologica sia stata assorbita da questa impostazione epistemologica, o riducendo la filosofia a fisica, come nel positivismo, oppure riassorbendo l&#8217;ontologia nel trascendentalismo, come nell&#8217;idealismo post-kantiano; caratteristicamente, nella Enciclopedia delle sxcienze filosofiche, in compendio di Hegel l&#8217;ontologia non è che una arcaismo, le cui problematiche si risolvono totalmente nel quadro di una filosofia dello spirito che conoscendo se stesso conosce il mondo.<br />
La reazione a questa situazione sono state essenzialmente di due tipi. La prima ha cercato di indicare l&#8217;autonomia della filosofia rispetto alle scienze, e genericamente potremmo chiamarl la via dell&#8217;apriori concettuale; la seconda si è provata a determinare l&#8217;autonomia degli oggetti rispetto al conoscere, e potremmo chiamarla la via dell&#8217;apriori materiale (Ontologia, Ferraris, ed Guida, pag 29-30).</p>
<p>Mancuso ritengo si inscriva prevalentemente su questa seconda via.</p>
<p>Mi dici che secondo Kant la ragione disciplina se stessa. Ripassati Kant e  rileggiti Delle Idee trascedentali. L&#8217;ho pure citato. C&#8217;è poco da discutere, lo scrive Kant stesso! Vuoi sapere di filosofi che hanno dedicato tanto tempo a kant e che dicono il contrario di quello che tu dici su questo specifico punto e su tutti gli altri punti che obietti? Tra i più recenti Deleuze, La Filosofia critica di Kant, Cronopio 1997, pagina 25. Per Kant è l&#8217;intelletto che disciplina la ragione. Ma questo lo sanno tutti gli studenti iscritti a un normale corso di filosofia. Per Kant c&#8217;è qualcosa che sta sopra la ragione. E lo stesso dice Mancuso, argomentando su ciò che sta sopra la ragione in termini molto più razionali e concreti di kant e ponendo un ente differente. Non credo debba pedissequamente rispondere alle tue osservazioni, che tra l&#8217;altro noto, non si riferiscono a cose da me né scritte in questo articolo, né mai pensate.<br />
Esiste anche la metafisica naturale.<br />
Forse non hai letto l&#8217;ultimo approfonditissimo testo per il saggiatore editore di Chomsky. Potresti leggerlo per trovarvi la differenza materialistica tra necessità naturale e libertà della materia.</p>
<p>Inoltre. Esiste una lunga e complessa storiografia dei rapporti tra filosofia kantiana e cultura cattolica, che conferma estesamente quanto ho scritto e che Mancuso conosce benissimo: da Matern Reuss che disse: chi comprende la filosofia di kant, non si chiede più se questa debba venir insegnata nelle università cattoliche; e dunque coloro che si pongono ancora la domanda, sicuramente non comprendono la filosofia di kant; per non parlare dei filosofi cattolici kantiani Joseph Weber, Andreas Metz e Sebastian Mutschelle e Conrad Stang, Anselm Erlacher, Ildephons Scwartz; George Eduard Daum, Johann Sommer, Snell, Thanner, Salat e tra i più recenti Przywara e Lotz. Hai letto solo uno di questri autori? sono quindi tutti cattivi lettori di kant?<br />
La filosofia kantiana è oggi ampiamente recuperata dal pensiero cattolico, dopo la prima lettura superficiale che se ne fece. Mi sento in buona compagnia di attenti lettori di kant. Altre sono le obiezioni e i problemi che lo straordinario libro di Mancuso solleva. Le obiezioni che sollevi tu sono ormai storia passata, superata.<br />
Ma la teologia cattolica ancor prima di Mancuso ha superato quella dicotomia tra materia e anima.<br />
E&#8217; una cosa vecchia, che purtroppo rimane nel senso comune e nel catechismo (che è dottrina per il volgo)<br />
Come ha detto Borowski: I giovani teologi imparino da lui a scansare il falso, il frivolo, millantatore e sterile illuminismo e non solo a ripetere a pappagallo il sistema, ma a riflettere su tutto, e pertanto anche sulla verità teologiche.<br />
Purtroppo il filokantismo della scuola filosifica tedesca è stato rimosso persino dalle più accreditate e dettagliate storie della filosofia.</p>
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