I pompieri

13 aprile 2005
Pubblicato da

di Carla Benedetti

Caliceti ha un’idea rinunciataria e immiserita della scrittura letteraria e della cultura. Tant’è vero che si accontenta serenamente della zona di marginalità in cui si cerca di relegarla, e in cui si autorelega lui per primo, serenamente.
Quella stessa idea debole, imiserita, depotenziata che le macchine di potere nella nostra epoca stanno cercando di inculcare negli stessi scrittori (per non parlare dei critici!): “Cosa vi credete di fare! Di trasmettere pensiero, esperienza attraverso i vostri libri? Di agire nel mondo? Di contagiare il mondo con il vostro sogno? Macché sogno! Questa è roba vecchia! Oggi non si può più! Accontentatevi del vostro posticino di ricamatori, di animatori terminali, di amministratori della vostra immagine. Accontentatevi di esistere nella vostra zona di marginalità. E siate sereni, mi raccomando! Non sta succedendo niente! Non c’è nessun genocidio culturale intorno. Non c’è nessuna restaurazione. Mettetevi l’animo in pace! E ascoltate gli scrittori sereni come Caliceti! Lasciate parlare i rinunciatari! Lasciatevi sommergere dai pompieri che vengono a spengere il vostro piccolo incendio!”

E voi indiani, cosa ne pensate? Dove siete finiti? Ce l’avete anche voi un sogno? O vi preoccupate solo di sapere a quale pseudo-categoria sociologica appartenete, e se potete definirvi “veri scrittori” oppure “scrittori anomali”? E’ questo il vostro solo rovello? O vi preoccupate solo di sapere quante copie vendono i vostri libri? Vi sentite o non vi sentite in guerra con le forze della desertificazione e dello svuotamento? Vi rendete conto o no che appena qualcuno si mette in testa di fare qualcosa, anche una semplice analisi della macchina di potere odierna, il suo discorso viene subito innaffiato dagli idranti della delegittimazione, da voci che vi accusano di “narcisismo”, “autoreferenzialità”, “lamentosità”, “pessimismo”, “rancore”. Vi rendete conto o no che chi cerca di dare voce a un sogno oggi viene bacchettato da tutte le parti perhé i sogni non sono più concessi?
Sapete solo pubblicare le risposte depistanti di La Porta e di Caliceti, o pensate anche voi qualcosa sull’argomento? O sognate anche voi qualcosa? Vi sentite o no parte di qualcosa che è in tensione, o siete tutti sereni come Caliceti? Nazione indiana è davvero un luogo in cui si sta in attitudine di combattimento e di sogno oppure un club di pensionati della cultura?

17 Responses to I pompieri

  1. gianni biondillo il 13 aprile 2005 alle 12:16

    Carla apprezzo la tua provocazione. Però ti chiedo di non fermarti al mio primo “vomitorium”. Se hai letto gli altri a seguire avrai notato che ho fatto un percorso che disconosce il punto di partenza e riapre a nuove prospettive.
    Tutto qui.

  2. Giorgio De Foschi il 13 aprile 2005 alle 12:21

    Avanti, indiani, il capo vi chiama a darvi una mossa! All’attacco! Fumo, ci vuole, molto fumo, ancora più fumo di quanto ne producete quotidianamente, mortalmente. Fumo fino al cielo! Fumo fino ai più reconditi recessi delle vostre povere anime in carriera! All’attacco! (Altrimenti la carriera s’inceppa…)
    GDF (che non vuol dire Guardia di Finanza…)

  3. Un fake di Angelini il 13 aprile 2005 alle 12:24

    A parte che il percorso di Biondillo è stato: ‘Da oggi discuteremo in sei puntate di come la letteratura (quella ALTA, si immagina) abbia fatto irruzione nella MIA vita’, vorrei ricordare a Carletta il crollo inarrestabile della ditta LEGO, produttrice dei famosi mattoncini della nostra infanzia. I piccolini di oggi, purtroppo, preferiscono i videogame. Non c’entra nulla con la letteratura, ma il mio amico Angelini dice che, in qualche modo, c’entra. Epperò anche i videogame sono giochi. Meno nobili degli altri? Mah, bah, chi può dirlo?

  4. arto il 13 aprile 2005 alle 12:29

    Cara Carla Benedetti pongo anche a te la domanda posta a Moresco e a cui lui, elegantemente, evita di rispondere:
    la partecipazione, nella parte dell’Imam, alla soap Suor Jo dell’ineffabile e ultrapsichico Genna fa parte del tuo programma di Resistenza alla civiltà del profitto che nega un ruolo all’intellettuale?
    Se i rivoluzionari che credono nel sogno e nell’utopia sono questi, saranno mica meglio i pompieri?
    Attendo con ansia la tua risposta, visto anche che Genna è lo stesso che prova a lapidare Nove perché critica quel fessacchiotto del Piperno-newProust.
    Ma con chi state con quelli che fanno le telenovele e ammirano Piperno o con la letteratura e la cultura che tenta nuove strade?
    sai com’è noi del pubblico siamo un tantino confusi
    sempre con arguzia
    arto

  5. GianGianni il 13 aprile 2005 alle 12:43

    del pubblico a questi di nazione indiana non gliene frega niente. a loro frega dei fatti loro se vanno bene. se vanno male come pare che vadano male ultimamente, eccoli che si inalberano e cercano lo sconbtro, la rissa, l’aggressione. mica è la prima volta che danno addosso a qualcuno che gli capita tra le grinfie. a comincaire dalla polemica con zibaldoni passando per tanti e tanti altri fino a caliceti e compagnia bella. questi sono pewggio di obl sentite a me.

  6. andrea barbieri il 13 aprile 2005 alle 13:08

    A me così pare un tribunale, cioè non sarà per venti righe scritte da Caliceti, dove tra l’altro dice di condividere molto dell’appello di Moresco, non sarà per quelle che uno può essere spedito sulla sedia elettrica. Ma perché non vi incontrate da qualche parte, faccia a faccia, e discutete come si deve. Quante cose cruciali saranno rimaste fuori dalla risposta di Caliceti, e quante idee sono da chiarire di quello che finora Moresco e Benedetti hanno scritto. E se anche non si trova un terreno comune, occorre mostrate cosa si può fare, non lanciare anatemi che nemmeno la cherem di Spinoza era così trucida.
    Poi fate voi, ché “gli indiani” sono quelli che postano, io non posto e non voglio postare, quindi Benedetti non si rivolge a me.
    E quando si scrive che un pezzo non è buono, bisogna farlo chiaramente, non di sponda. Oltretutto si attacca un buon lavoro. Bah!

  7. Un fake di Angelini il 13 aprile 2005 alle 13:27

    Barbieri, con le tue spallate fai letteralmente cadere le spalle.

  8. Bertoldo il 13 aprile 2005 alle 13:46

    Che impressionante raccolta di forze della restaurazione è questa finestra dei commenti! Da molti di questi commenti (De Foschi, il fake di A,, Arto, GianGianni) si comprende benissimo quanto Moresco e Benedetti abbiano ragione in pieno. Direi che questi commenti sono la dimostrazione, la prova verificata della validità del discorso di Moresco e Benedetti. Continuate così, vi prego! Siete preziosi per accumulare altre prove a carico, ne siete la migliore personificazione, pompierini restauratorini!

  9. Piersandro Pallavicini il 13 aprile 2005 alle 13:49

    Cara Carla,
    ti rispondo al volo e senza pensarci troppo. Intervento insomma non ponderato, ma a caldo. L’atteggiamento rinunciatario, autoemarginante e sfiduciato di Caliceti mi ha francamente sorpreso (e cioè: strano che Caliceti dica quelle cose, di lui mi ero costruito un’impressione opposta). Ovvio che non lo condivido. Parte del mio lavoro di scrittore sta proprio nel cercare di aprire squarci e nell’inoculare germi che spero svelino, agiscano, mettano chi legge di fronte al proprio cattivo gusto, all’omologazione del mondo, alla propria (talvolta incosciente) malvagità, alla propria stupidità… Questo è già fare qualcosa? Questo è già agire, mettersi in attitudine di combattimento e di sogno? Sognare che qualcosa cambi e combattere attraverso la scrittura per il proprio sogno…
    Che posso dire? Dico che se non altro faccio questo credendoci. Lo faccio consapevolmente. Lo faccio mettendo questa componente di sogno e combattimento tra le componenti importanti che costruiscono il mio impulso a scrivere, che fondano il mio lavoro di scrittore.
    Non basta?
    Forse è poco, forse occorrerebbe – immagino tu intenda questo – fare non solo gli scrittori (e scrivere e curare e difendere e occuparsi dei propri libri… ma è davvero poco, questo?), ma come dire… fare piuttosto “gli intellettuali militanti”, scendere in campo, intervenire, sparare a 360° e alzo zero.
    Bè, questo non ho le risorse fisiche e il tempo per farlo. Semplicemente: avrei bisogno di una seconda vita parallela.
    Ma pure credo che l’atteggiamento non rinunciatario, non dimesso, e insomma il “crederci” e scrivere di conseguenza, rischiando con quello che si scrive nei propri libri di narrativa, scrivendo con ben chiaro il concetto che chi leggerà, alla fine del libro “dovrebbe” non essere più quello di prima, insomma, tutto questo: mi sembra un piccolo ma non trascurabile inizio di combattimento.
    Peraltro credo che questo lo dovremmo fare davvero tutti, e credo, anche, che molti (sto parlando degli scrittori italiani) lo facciano eccome.
    Poi che nessuno di noi lo dica è vero, e probabilmente viene facile anche a te immaginare il perchè. Anzi, l’hai scritto già nel tuo intervento. Qui sopra ho scritto due o tre cose serie, senza ironia, sincere. Cosa ne otterrò? Presumibilmente una selva di pernacchie, perchè anche solo prendersi sul serio pare vietato.
    Allora, poichè le pernacchie fanno comunque venire almeno l’acidità di stomaco, ecco semplicemente spiegato perchè anche gli scrittori che “ci credono” volano basso, e sul loro crederci preferiscono tacere.
    Ti abbraccio
    Sandro

  10. Un fake di Angelini il 13 aprile 2005 alle 14:22

    Pierpalla, ovvio che chi scrive ci crede. Sarebbe scandaloso il contrario. Anche Emilio Fede – scrittore discretamente venduto – sottoscriverebbe in pieno i tuoi stessi obiettivi: mettere chi legge di fronte al proprio cattivo gusto, all’omologazione del mondo, alla propria (talvolta incosciente) malvagità, alla propria stupidità… Nel suo caso dovrebbe solo sostituire ‘chi legge’ con ‘chi scrive’:-)
    Il problema, però, è un altro: chi è ***dentro il recinto***, protesta per accogliervi anche altri (chi, in particolare?)o perché, a differenza di quanto accade a Garufi mentre si ascolta al registratore, gli piace un sacco la propria voce registrata?

  11. arto il 13 aprile 2005 alle 14:26

    Scusate se intervengo di nuovo, io che sono solo un povero troll.
    Mi è venuta in mente un’altra domanda : ma Moresco non era lo stesso che insieme alla Benedetti tentarono di ‘linciare’ Luperini perchè scriveva cose simili a quelle che oggi sostiene Moresco a proposito della crisi della letteratura in Italia? Mi pare di ricordare che allora Moresco e Benedetti sostenessero che andava tutto benissimo , visto che c’erano loro a far grande la letteratura patria. sono sempre più confuso.
    sempre, e di nuovo con arguzia (e anche un po’ di sprezzatura)

    Arto

  12. arto il 13 aprile 2005 alle 14:28

    PS: perchè non rispondete? Non vedete i commenti o non avete le risposste.
    Il pubblico così penserà che dite più balle di Berlusca.
    Abbracci
    Arto

  13. troll il 13 aprile 2005 alle 14:38

    Su Nazione Indiana non si risponde ai troll. Chi fa una domanda si prenda la responsabilità di quel che dice firmandosi. O si rassegni a dialogare con i troll.
    Luperini diceva che gli scrittori fanno schifo, pubblicano cose brutte e non si impegnano politicamente, Moresco e Benedetti dicono che c’è un genocidio culturale da parte della logica del profitto editoriale e un clima culturale di restaurazione da parte di chi detiene il potere culturale ed editoriale, cosa completamente diversa. Luperini ingenuamente pareva non rendersi conto che se una volta Calvino, Sciascia e Pasolini discutevano in prima pagina del Corriere e di altri grandi giornali sul delitto del Circeo (è un esempio fatto da Luperini), è perché il Corriere uno spazio in prima pagina glielo offriva! Oggi no di certo. Oggi il Corriere riempie le pagine della cultura di foibe, censura togliattiana, cose di cinquant’anni fa…

  14. nagasaki il 13 aprile 2005 alle 14:46

    ‘linciare’ Luperini? Fare una polemica culturale adesso si chiama ‘linciare’? Luperini allora che ha fatto? Ha fatto ben più che ‘linciare’, ha detto che in Italia non c’è letteratura, non c’è cinema, non ci sono riviste, non c’è impegno politico sociale giornalistico da parte degli intellettuali e degli scrittori, che due generazioni di autori non valgono nulla, non sanno neanche che cosa vuol dire avere una poetica, che presto arriveranno gli scrittori immigrati e spazzeranno via tutti questi letterati incapaci e analfabeti… come la chiami, arguto e sprezzante Arto, questo? se quello di Moresco e Benedetti era un linciaggio, quello di Luperini era un bombardamento atomico

  15. Jacopo il 13 aprile 2005 alle 15:04

    Mi è difficile trovare uno spunto differente, sembrerò un po’ patetico. Ma penso che quando l’accumulazione di un profitto si rivela il solo motore trainante di un’impresa, allora non si verifica soltanto l’esaurimento dell’uomo-lavoratore. Accade anche qualcosa di diverso: il risultato dell’intraprendere è un bene nominalista Ovvero è un oggetto effimero, è un vero e proprio OGM. Qualcosa che risponde a un nome in spirito di isterilimento.
    Anche per i libri oggi capita così. Tutti vogliono consumare i libri! Per anni. Per venire a sapere poi che sono non-libri. Condivido dunque, in toto, quanto scriveva Carla Benedetti nel suo pezzo apparso su “L’espresso”, qualche tempo fa, intitolato “La monocultura del best seller”.
    Pure mi sembra anche importante sottolineare che il libro non è una fase desueta della trasmissione del sapere. Ogni fantasiosa visione di un mondo che veda la comunicazione elettronica sostituire il libro è morta a pochi passi dalla nascita della comunicazione elettronica. Il libro ha un futuro. Quale?
    Per capirlo bisogna sparare più alto.

    Un piccolo elenco:
    il medium televisivo e gli idoli che induce -anche in ambito di sapere- ripropongono il bisogno di un lavoro critico con ogni evidenza.
    Il moltiplicarsi di fonti finanziarie –via mail, rete, stampa- implica la necessità di spiegare fenomeni complessi molte volte dati per scontati e che scontati non sono.
    E poi: qualcuno sa veramente che cos’è un fondamentalismo religioso? E’ in fondo anche troppo facile prendersela solo con Oriana Fallaci. Cosa c’è dietro il fondamentalismo? Quali interessi economici lo sostengono? Sono una deriva delle religioni o c’è altro da scavare?
    Qualche tempo fa un editore ha scritto:
    «La crisi ecologica, centro di un dibattito che ha raggiunto anche le piazze dei paesi ricchi del mondo, necessita di una saggistica ai più diversi livelli. Dalla spiegazione dei termini basilari oggetto del contendere, come biodiversità, Ogm, clonazione, buco dell’ozono – e questo non solo per generici ignoranti delle tematiche, ma per i sapienti di altre discipline –, ad una saggistica che interroghi filosoficamente gli scienziati sul continuo rischio di chiamare “realtà” questo o quel codice scientifico.
    Sono questi codici dati per reali che, nelle mani dell’industria farmaceutica o di forze politiche, possono divenire giustificazioni a non mettere in questione sia un “agire senza cautela” sia un “non agire” su fronti non considerati dal codice.
    Resta sempre più pressante il bisogno di spiegare come le “leggi economiche” resteranno non questionabili se non viene discusso il piedistallo ideologico che le dichiara”leggi”».
    L’esigenza di libri è pertinente non solo ai pochi esempi sopra espressi, ma a tutto ciò che concerne la vita e la formazione dell’uomo.

    Per me parlare di editoria significa affrontare soprattutto questo genere di questioni.
    Lo dico da lettore più che da operatore della scrittura che trae da vivere anche dal suo lavoro intellettuale.
    Può sembrare banale, forse. Ma per me il senso del dibattito è qui. Il rischio di quella marginalità denunciata da Antonio oggi è altissimo.

  16. sergio garufi il 14 aprile 2005 alle 04:27

    Cara Carla, sul tuo coraggio, sulla tua etica radicale, credo che nessuno abbia qualcosa da obiettare. La tua è una critica militante che prende posizione, che denuncia rischiando di persona, come dimostra il processo intentatoti da Pedullà e la conseguente milionaria richiesta di danni, che non è ancora stata definitivamente archiviata. Quindi critica militante nel vero senso della parola, cioè di chi vive il proprio ruolo e il proprio tempo come una militanza. Comportarsi così in un periodo di restaurazione significa essere consapevoli di schierarsi dalla parte più debole. Io il tuo coraggio non ce l’ho. Non so, forse ho l’anima lentigginosa. Non che sia privo di sussulti di orgoglio: a volte sogno di piazzare una bomba ai tralicci di Mediaset, ma poco dopo mi sveglio sudato e con la tachicardia e mi tocca imbottirmi di ansiolitici. Non faccio il Bartleby, dico solo che bisogna averci la vocazione, per stare in trincea. E credo comunque che a questa chiamata alle armi esistano molti modi per rispondere, e penso che il mio sia uno di questi, non certo un atto di diserzione.

    Io non scrivo libri. Non perché mi siano stati rifiutati, ma per il semplice motivo che non ne ho mai scritti. Sono quasi certo di non esserne capace, di possedere solo una fantasia di secondo grado, talmente poco persuasa di sé da non poter esistere senza riferirsi a un oggetto di ricerca, a qualcosa scritto e pensato da altri. Da un anno a questa parte ho la possibilità di recensire libri e mostre d’arte per un quotidiano. Pur non essendo una delle più prestigiose (tant’è che la mia collaborazione è a titolo gratuito), questa ribalta mi dà la possibilità di segnalare a un pubblico discretamente vasto le mie passioni. Anche da una posizione di potere così marginale come la mia, ti assicuro che non sono pochi coloro che sfruttano questo privilegio per costruirsi con metodo una carriera, magari incensando i libri di editor importanti, di direttori di supplementi culturali o di collane editoriali con il preciso scopo di ingraziarseli e nella speranza di un tornaconto futuro. Si riconoscono facilmente perché ad ogni recensione, a furia di superlativi assoluti finiscono per ribaltare il loro canone.

    Utilizzare il proprio piccolo spazio a disposizione per parlare del registro contabile di un pittore morto 500 anni fa – libro oltretutto pubblicato decenni or sono da un editore minuscolo – non è propriamente il massimo della furbizia. Ma è un atteggiamento solo apparentemente rinunciatario e reazionario, da astensionista del voto o da pensionato con l’hobby della filatelia. In realtà – sebbene l’immagine di me come un vecchio pirla, che compulsa testi rinascimentali ciabattando per casa col pitale in mano, non la consideri offensiva -, la mia è una timida ma ostinata forma di resistenza, di sabotaggio e di rifiuto di quelle logiche e di quei criteri assiologici per i quali noi siamo considerati dei falliti. Quando parlavo a Franz di fallimento facevo appunto riferimento a questo, e speravo che il tono antifrastico fosse abbastanza chiaro. Ad ogni modo, pur avendo un’innegabile vocazione antiquaria, ho provato spesso a cimentarmi con scrittori ed artisti contemporanei.

    Non è facile confrontarsi con la propria voce – e i contemporanei sono la nostra voce -, per le ragioni che ho già illustrato in precedenza; tuttavia lo considero un compito ineludibile della critica. Qui ho scritto di Kiefer e Hirst, su Stilos di Lagioia, ma so che le cantonate sono sempre in agguato, e io ne ho prese tante in passato. L’aneddotica storica ne annovera di illustri. Lope de Vega,nel 1605, si lamentava dello stato comatoso in cui versava la letteratura spagnola a lui coeva, dimenticando però se stesso e non considerando che proprio in quei giorni era uscito il “Chisciotte”, che aveva già letto. Oggi noi definiamo la letteratura castigliana di quel periodo “El Siglo de Oro”.

    La critica militante è anche questo: una forma di azzardo. Ma esistono molti modi di intenderla e praticarla. C’è la funzione semaforica, che vuole orientare il gusto del pubblico riducendo tutto al mero giudizio di valore, a cosa stoppare e a cosa far passare; e c’è la funzione didattica, di chi intende spiegare ciò che crede che gli altri non siano in grado di capire. Per quanto mi riguarda, mi riconosco in una definizione di Canova, per il quale l’unica funzione possibile è quella di mediazione fra il “mondo” e il “senso”, non fra l’autore e il pubblico, entità fantasmatiche. Ed è una critica militante perché parlare di “mondo” e “senso” vuol dire aprirsi alla vita (cioè non disdegnando incursioni in altre discipline artistiche, nella politica, nel costume, nell’economia), significa che il critico è, o dovrebbe essere, colui che tesse relazioni fra l’uno e l’altro, o proietta l’uno nell’altro, o genera l’uno a partire dall’altro; senza mai dimenticare che se nel suo orizzonte c’è solo l’arte, allora ha già smesso di essere critica.

  17. carla benedetti il 15 aprile 2005 alle 03:44

    Ciao Sergio, leggo solo ora il tuo commento, lungo e riflessivo, di cui ti ringrazio. Davvero Lope de Vega si lamentava della scarsità letteraria del Siglo de oro? E aveva letto il “Chisciotte”! Forse faceva un ragionamento statistico, che spesso fa prendere abbagli. Anche oggi sono in molti a ragionare così e a giudicare comatoso lo stato della letteratura italiana contemporanea!Le opere più grandi hanno spesso bisogno di un certo tempo per essere apprezzate e capite.



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