Dal miracolo alla cronaca

14 aprile 2005
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Sappiamo tutti come la malattia, l’invecchiamento e l’approssimarsi della morte siano di per se stesse esperienze così dolorose da risultare a volte intollerabili. Ma siamo anche consapevoli che ad alleggerire o ad aggravarne il peso, e quindi la sopportabilità, contribuiscono altri fattori legati al contesto sociale e culturale in cui va a collocarsi la vita di ogni singolo individuo. Un’agonia che si trascina per mesi (o anni) tra casa e ospedale, costretta, quando permane nel malato un minimo di lucidità, a spiare la stanchezza e il desiderio della fine nel volto di un parente, il fastidio e la repulsione nei gesti frettolosi di un medico o di un infermiere, non è sicuramente paragonabile a quella dell’uomo che la chiesa cattolica considera vicario di Cristo in terra, autorità universalmente riconosciuta da capi di Stato, da capi di altre religioni, da credenti e non credenti. Questo vuol dire che anche le parole con cui si tenta di rendere dicibile un dolore muto, un rantolo, una contrazione del volto, non hanno lo stesso significato.

La “forza”, la “fragilità”, il “coraggio”, la “dignità” non possono essere attribuite allo stesso modo alla figura solenne che sa di poter contare sullo sguardo devoto e adorante di una folla immensa di fedeli pronti a vedere in ogni sua ferita i segni della Passione di Cristo, e a un qualunque essere umano che del suo decadimento fisico e psichico prende atto con vergogna, come se perdesse, insieme alla salute e all’autonomia, la possibilità di essere amato e riconosciuto anche dai pochi che gli sono vicini. Il coraggio e la dignità sono tanto più necessari, e tanto più apprezzabili, là dove si rischia di non rappresentare più niente o solo una presenza negativa nel rapporto con gli altri, e di essere per se stessi soltanto il corpo che la sofferenza ha spogliato di ogni pudore.
L’ “umanità” di Wojtyla, esaltata da un profluvio di immagini che lo ritraggono ora nel vigore dello sportivo, ora nel passo incerto dell’età avanzata, ora nel tremolio e nella curvatura causati dal Parkinson, anziché disegnare la linea discendente delle età della vita, come nell’immaginario comune, si muove con una spinta opposta verso l’alto, si fa leggera proprio là dove la carne più grava sulla terra, si apre alla gioia, alla certezza dell’immortalità nel momento stesso in cui diventa ineludibile la fine di ogni vivente. Nello scenario di un rito consolidato da una tradizione millenaria, a cui si è aggiunta la sapiente regia di mezzi di comunicazione esperti nell’arte dello spettacolo, il lutto si dissolve, il dolore privato per la perdita si trasforma nell’esaltazione collettiva di un sentimento di nuova vita. La morte di un Papa universalmente celebrato come Giovanni Paolo II, anche quando non nasconde l’appartenenza al destino biologico degli umani, è già inserita nell’apoteosi di una resurrezione a cui non servono le promesse della scienza e della medicina, perché è già data, nel vissuto del credente, dall’immediatezza della fede.
“Condividere intimità”, come ha scritto Richard Sennett, è l’ultimo tentativo rimasto di creare momenti comunitari, sia pure “fragili” come “grucce” a cui temporaneamente “molti individui solitari appendono le loro solitarie paure individuali”. Quanto contribuiscono questi eventi, che esaltano appartenenza, sintonia emotiva, solidarietà, comunione di intenti, ad aprire un solco ancora più profondo tra l’eccezionalità e la norma, tra il tempo che porta il segno della storia e il quotidiano trascurabile, anonimo della stragrande maggioranza degli uomini? Abbiamo visto in queste ultime settimane televisione e giornali soffermarsi insistentemente sulle immagini di un Papa che si china per accarezzare e baciare bambini, con quei gesti “severi e dolci” che si vorrebbero idealmente congiunti in un padre e in un nonno. Su quell’abbraccio, che la sacralità del ruolo e la fama del personaggio scolpiscono indelebile nella mente di tanti spettatori, tutto ciò che è comune, quotidiano, famigliare perde magicamente le sue ombre, i suoi orrori, la sua insignificanza, per assurgere a simbolo di un’umanità pacificata.
Lo stesso giorno in cui si celebravano a Roma i solenni funerali di Giovanni Paolo II, compariva sulle pagine della cronaca la notizia di un drammatico e inquietante fatto di sangue: a Terni, un nonno settantenne uccide con una roncola il nipote di cinque anni, e subito dopo si accoltella. In una lettera lascia scritto: “Con una pensione che non basta sono diventato un peso”. I delitti familiari sono così frequenti, e così facili da rubricare sotto la categoria tranquillizzante di un inspiegabile raptus di follia, che nessuno ci fa più caso. Ma era difficile, avendo avuto davanti agli occhi le braccia protese di tutte quelle madri che porgevano i loro figli alla carezza del vecchio Papa, non chiedersi quali sconvolgimenti stanno passando nella famiglia, nella società, perché una violenza così feroce andasse a toccare quello che, tra i rapporti parentali, è considerato il più tenero, il più esente da ambivalenze. Gli interrogativi che si affacciano alla mente sono molti, meriterebbero attenzione, forse ci aiuterebbero a capire perché tanti occhi in questi giorni si sono alzati simultaneamente per implorare dal cielo quella compassione che sembra sparita dalle nostre case, dai nostri più intimi affetti.
Un vecchio ha trascinato nella sua disperazione un bambino, forse ravvisando nelle loro due vite pur così lontane, un di più di fatica, quel margine gravoso e improduttivo che va crescendo ogni giorno intorno alla popolazione, sempre più ristretta, di quanti hanno ancora un lavoro, un riconoscimento sociale. Avere dignità, darsi coraggio, diventa difficile quando vengono meno vincoli di appartenenza e di scambio, quando su una linea temporale che potrebbe essere ancora lunga si profila solo l’attesa della morte. Sono generalmente le madri che uccidono insieme a se stesse anche il figlio che considerano parte del loro corpo, ma se lo fa un nonno c’è da pensare che il dolore, la fatica di vivere siano così profondi ed estesi da non vedere più nemmeno la differenza tra una vita che comincia e un’altra che sta per concludere il suo corso. La sete di miracoli e di beatificazioni non aiuta certo a colmare il vuoto di sensibilità, intelligenza, sincera commozione, che si è aperto tra individuo e individuo in tutti quei luoghi della vita quotidiana dove si sta accumulando il malessere di una società senza prospettive.
(Liberazione, 16.4.2005)



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