La volpe è un animale splendido

14 aprile 2005
Pubblicato da

di Tiziano Scarpa

volpe.jpgCari amici,
in queste settimane ho ricevuto e pubblicato le risposte di Filippo La Porta e Giuseppe Caliceti all’intervento di Antonio Moresco sulla restaurazione.
Condivido in pieno l’intervento di Antonio, senza obiezioni.
Alcune delle cose che dicono Filippo e Giuseppe (come molte cose sostenute in altri interventi e finestre dei commenti), sono prove involontarie della restaurazione stessa, o di un sentimento di resa che giova a questa restaurazione. Le cose che obiettano ad Antonio, gli argomenti che essi portano diventano involontarie conferme che questa restaurazione c’è e agisce nei loro stessi discorsi: involontarie conferme, anche se in buona fede, anche se intellettualmente oneste.

Cercherò di meditare ancora i contributi di tutti, in vista dell’incontro del 9 maggio, magari per preparare un breve intervento.

Mi limito intanto a una riflessione:

Scrittore, scrittrice, intellettuale, artista, in Occidente, in Italia possono diventarlo tutti.

Ci vuole vocazione, talento, ostinazione, fortuna. Ci vogliono tutte e quattro queste cose.

Queste figure (artista, intellettuale, scrittore, scrittrice) hanno un ruolo spirituale e civile irrinunciabile.

Continuare a mettere in caricatura le persone che incarnano questo ruolo, tacciarle sistematicamente di “invidia”, “brama di successo”, “narcisismo”, “autoreferenzialità”, “mancanza di ironia”, “avidità di denaro”, insinuare che siano mosse da “risentimento”, che “fingano” di dissentire su un argomento mentre in realtà starebbero “vendicandosi” di un qualche sgarbo subìto, affermare che parlino sempre e soltanto per “mettersi in mostra”, per “farsi pubblicità” e “promuoversi”, che si uniscano in gruppo per “spalleggiarsi” e formare “combriccole”, “caste”, “camarille”, definire “linciaggio” o “rissa” una normale polemica culturale e altri argomenti simili, ottengono l’effetto di delegittimare non tanto quelle manchevoli e imperfette persone in carne e ossa, ma la funzione spirituale e civile di scrittore, scrittrice, intellettuale, artista.

Significa consolidare l’idea che alla fine tutto si riduca a una questione di interessi egoistici, di schieramenti convenienti, di oziosa rissosità caratteriale.

Questa retorica della delegittimazione secondo me è uno degli aspetti della restaurazione in atto oggi.

La rete, per come è congegnata, per alcune sue caratteristiche che non sempre dipendono dalla malafede o dall’inettitudine degli individui, contribuisce spesso a dare man forte a quegli argomenti di restaurazione.

Così, lo ripeto, si delegittimano non tanto le persone, ma il ruolo spirituale e politico di scrittore, scrittrice, intellettuale, artista.

Un giorno una volpe vide un grappolo d’uva. Gli acini rilucevano al sole, i raggi attraversavano la polpa gonfia, la facevano brillare. Piccoli uccelli rapinosi beccavano quel grappolo, gocce succulente cadevano dalle ferite. Alcuni acini erano già rinsecchiti e morti accanto a quelli mezzi guasti, squarciati; altri erano intatti, perfetti come biglie di vetro. La volpe era incantata dalla compresenza di gloria e disfatta in quel grappolo ancora attaccato al tralcio. Si avvicinò e appoggio le zampe sul tronco, mettendosi ritta per contemplare più da vicino il rigoglio che coabitava con la devastazione. Se ne andò meditando sulla vita e sulla morte.

Passava di lì un restauratore. Scrisse una favola che raccontava di quanto quella volpe fosse avida, ambiziosa, famelica, impotente, dissimulatrice, insincera con se stessa, bugiarda.

Ma la volpe è un animale splendido.

20 Responses to La volpe è un animale splendido

  1. roquentin il 14 aprile 2005 alle 02:38

    Scarpa (o Tiziano, come preferisci), “restaurazione” è un termine un po’ vago perché si possa essere facilmente d’accordo con Moresco. comprendo benissimo il dovere della lungimiranza, non bisogna aspettare vent’anni: ma non è chiaro “il resto”. Chi parla di restaurazione allude ad un potere, e io non credo tanto al potere di restaurazione delle “masse inconsapevoli”; ma il potere, in questo caso, quale sarebbe? Il discorso di Moresco mi sembra un po’ confuso: si tira in ballo il potere politico, e indirettamente l’industria culturale (nell’accezione francofortese). Ora, converrai banalmente sul fatto che l’industria culturale sia uno strumento al servizio della restaurazione, e che vi debba essere una notevole dose di “diffusa” indulgenza da parte di chi non detiene che quote irrisorie di potere: ma cosa si vorrebbe restaurare, a quale “peggio” andremmo incontro? Il discorso si indebolisce se passiamo sul piano della pura letteratura, perché io ho qualche dubbio che vi siano in giro molti talenti stritolati dalla “volontà di restaurazione”. Posso, bene che vada, sospettare che vi siano già delle vittime di quel sistema che Moresco denuncia come fosse cosa nuova.
    In appendice: il tuo discorso sulla deligittimazione è tanto ovvio quanto il fatto che si debbano argomentare le ragioni e non ci si debba limitare a dichiararle. Ma tu hai dichiarato molto e argomentato poco.
    Ciò che invece rischi è di giustificare la mancanza di talenti letterari alla luce della “congiuntura politica”: ma credo sia inutile ricordarti come i momenti di restaurazione, storicamente parlando, abbiano prodotto anche grandissimi talenti (non dico che li abbiano allevati, ma che in qualche modo non li abbiano fermati).

  2. Tiziano Scarpa il 14 aprile 2005 alle 03:01

    Caro Roquentin, grazie di avermi ricordato che i periodi di restaurazione producono grandi talenti, ma è esattamente quel che diceva Moresco nel suo intervento.

    Sul fatto che io non abbia argomentato molto, hai ragione: del resto l’ho ben messo in rilievo io stesso (dicendo che mi sarei “limitato” qui a una sola riflessione); mi riservo di pensarci ancora, l’incontro si svolgerà il 9 maggio, se avrò qualcosa di interessante da argomentare, lo farò allora.

    Sono felice che il mio discorso sulla delegittimazione ti risulti “ovvio”: ma nonostante sia ovvio, questa retorica della delegittimazione è in atto, non si legge altro in questi giorni sui commenti di Nazione Indiana e costantemente su altri siti culturali (e spesso anche sui giornali) che questa strategia argomentativa, questa retorica della delegittimazione. Scusa il paragone esageratissimo (a puro scopo esplicativo): sarà anche ovvio, per molti, schierarsi contro la pena di morte, ma nonostante questa ovvietà in molti stati la si pratica eccome.

    Abbiamo organizzato un incontro su “Giornalismio e verità” dove abbiamo chiamato giornalisti di inchiesta che rischiano di persona, sul campo, a parlarci di poteri forti, di falsificazioni informative, di temi scottanti per la giustizia, per la convivenza sociale, per la sopravvivenza della nostra specie. Questioni fortissime, che avrebbero dovuto indignare e mobilitare (in positivo), e infatti hanno indignato e mobilitato. Ma nulla in confronto all’eruzione (negativa, secondo il mio “ovvio” punto di vista) di retorica delegittimativa che è venuta fuori dopo che qualcuno (Antonio Moresco) ha toccato un campo, quello della cultura, dell’editoria, del lavoro culturale, che tocca tutti noi che in modi diversi ci siamo implicati o ne vorremmo far parte o ne usufruiamo con ruoli, professioni, coinvolgimenti vari. Come mai? Evidentemente Moresco ha toccato un punto vivo, vivissimo.

  3. roquentin il 14 aprile 2005 alle 03:24

    Perdona la pratica del quoting, ma è comoda:
    “Caro Roquentin, grazie di avermi ricordato che i periodi di restaurazione producono grandi talenti, ma è esattamente quel che diceva Moresco nel suo intervento. ”

    Esprimere esteriormente la stessa idea ma per motivi radicalmente differenti non è per nulla “dire la stessa cosa” (come insegnerebbe il buon Wittgenstein). Io affermo che i periodi di restaurazione abbiano “prodotto” le migliori menti solo per la mia personale convinzione che il ruolo dell’intellettuale (questo mostro rinnegato dalla nuova retorica) comprende innanzitutto il dovere di vivere a disagio nel proprio tempo: e il disagio è contestazione esplicita attraverso gli atti e l’assunzione di responsabilità, ed è impresa da Don Quixote nella letteratura. Il fallimento, compreso nel prezzo, deve essere evidente e comprensibile. Lo scrittore si procura le emorroidi oggi per avere in cambio, domani, forse una vaga utopia: ma quella era già il punto di partenza. Va bene, non voglio divagare sul potere della letteratura di cambiare il mondo, né sul sentimento d’impotenza che ha provato e descritto “questo o quello”, quindi vengo al punto. Non mi è per nulla chiaro perché tu non compia la lieve fatica di argomentare qui, anziché in un luogo in cui, per forza di cose, il pubblico sarà una fortunata elite (io vorrei venire, ma dalla volontà alla possibilità c’è un scarto significativo, di solito; “io”, qui, sono solo un esempio).
    Infine, non contestavo l’ovvietà del tuo discorso, la mia frase conteneva una seconda affermazione: il tuo discorso è giusto ma intellettualmente rischioso, perché senza l’argomentazione è troppo “a buon mercato”: perché di fatto si risolve in un “no comment” anticipato che scansa anche le critiche di chi non sia un fannullone (prendi “critica” in senso lato).

  4. Tonto il 14 aprile 2005 alle 05:29

    Scusi, don Tiziano, io sono un po’ tonto. Lì per lì la sua parabola mi è sembrata senza capo né coda. Mi dica dove sbaglio:

    1) l’uva risplendente al sole sarebbe la letteratura

    2) i piccoli uccelli rapinosi sarebbero gli scrittori arrivati a “cuccarla” (= essere pubblicati?)in virtù delle loro ali

    3) le ali, a loro volta, sarebbero le quattro cose da lei elencate (vocazione, talento, ostinazione, fortuna)

    4) la volpe che ammira l’uva ma non arriva a gustarla sarebbe l’individuo senza ali [o a cui siano state TARPATE le ali, magari per superiori motivi di restaurazione?]

    4) il restauratore è anch’egli uno scrittore, ma di favole. Nel senso di panzane?

    Quello che non capisco, soprattutto, è perché la volpe sia un animale splendido. Perché se volesse potrebbe farsi spuntare le ali? Perché prende atto di non poter arrivare all’uva e si consola con la filosofia (= magari dicendosi: “Vanità, tutto è vanità, compresa la letteratura!”)?

    Ma soprattutto: in ogni decennio deve per forza nascere un nuovo Calvino? Non potrebbe darsi che tra gli uccelli rapinosi ci siano – in un certo periodo – più che altro pretensiose cornacchie, desiderose di salire ben più in alto che al semplice livello dei grappoli?

    RESTAURAZIONE, poi, vuol dire ripristino di una situazione precedente. Quale, esattamente?

    Dio, come mi sento tonto. Non capisco un cazzo. Le ricordo, però, che una vera favola (= distinta, in senso tecnico, dalla FIABA) si caratterizza per la morale esplicita. Si conclude, cioè, in genere, con un “La favola insegna che… ”
    Che cosa insegna, esattamente, la sua favola?

  5. andrea barbieri il 14 aprile 2005 alle 09:40

    Tiziano, secondo me il “ruolo spirituale e civile irrinunciabile” è di tutti, non solo degli artisti. Anzi se vogliamo essere realistici spesso gli artisti rinunciano facilmente a quel ruolo. Mentre Aldo Nove, per esempio, con la sua produzione non-fiction mostra proprio come le persone comuni, che non possono non dirsi marginali, difendono quel ruolo.
    Poi sempre secondo me le figure di artista, intellettuale, scrittore, scrittrice devono preoccuparsi, proprio per non essere dei restauratori, di fare da sé delle cose che li legittimino, e senza preoccuparsi di fesserie tipo i troll in rete. L’atteggiamento giusto insomma è rispondere alle delegittimazioni con la frase “continueremo a produrre cristalli sempre più puri”.
    Poi ancora vorrei che ti rendessi conto che quelli che tu chiami i restauratori in buona fede, contraddicendo Moresco e La Benedetti, difendono Caliceti perché scrive una cosa molto bella e antirestauratoria:

    “Io agisco, io scrivo, nel mio piccolo, nel mio “locale”, – che qui utilizzo come sinonimo di “marginale”, di “periferia”, di “presunta consapevolezza dei miei limiti spazio-temporali” e anche “intellettuali”. Ma ciò non significa assolutamente, – se nonostante questa mia sensazione io continuo a scrivere, a “agire”, volete che scriva “combattere”? – che il mio “pensiero” non possa essere anche “globale”. E perciò non rinunci affatto al mio “sogno” e a tutta la mia “libertà”. E li coltivi. E li difenda a denti stretti.”

  6. Tiziano Scarpa il 14 aprile 2005 alle 10:29

    Roquentin, abbi pazienza, la vita è quella che è, la gente deve anche lavorare e guadagnarsi il pane, l’incontro sarà il 9 maggio, se ci saranno argomentazioni le metteremo “agli atti” qui su Nazione Indiana. Mi pare, ad ogni modo, che le centinaia di pagine di argomentazioni che ho scritto e pubblicato su Nazione Indiana (accessibili in archivio, direttamente qui, quindi “per forza di cose” assolutamente non “élitarie” nella loro reperibilità) abbiano già affrontato parecchio questi temi. Per me non sarebbe una “lieve” fatica mettermi a scrivere un ulteriore intervento (che dovrebbe essere ahimè e ahivoi lungo, molto lungo), e alcuni hanno già espresso qui cose che condivido e che potrei solo ripetere.

    L’errore di Tonto è cadere nella logica dell’allegoria e della morale, che appartiene alla falsa favola appiccicata addosso alla volpe. La volpe voleva contemplare l’uva, ma qualcuno si inventa che se la volesse mangiare, e che l’avesse disprezzata solo perché non riusciva a raggiungerla. Qualcuno si inventa una favola, dove stravolge i fatti e trasforma un avvenimento in un dispositivo retorico favolistico, in cui ogni cosa deve avere un allegoria e una morale. Le volpi godono di cattiva stampa, ma sono animali splendidi.

    Andrea, grazie del tuo intervento, naturalmente il ruolo irrinunciabile è di tutti, e infatti qui dentro per esempio siamo tutti intellettuali, per il fatto che interveniamo liberamente su qualsiasi tema con la forza pura dell’argomentazione. Sai come la penso sui troll, ovvero su chi non si firma e punge o crede di pungere con facili battute (le sue parole sono senza peso, non è disposto a difenderle personalmente), eppure arrivo a dire che anche quelli sono intellettuali: statisticamente, noto che le “fesserie” intellettuali dei troll guarda caso aumentano quando si toccano questi temi, mentre resta tutto pacifico quando si trattano temi che tutti dichiarano essere “più importanti” (per esempio il convegno su giornalismo e verità).
    Giuseppe Caliceti è un fantastico scrittore, io mi sono battuto come un leone perché non venisse “marginalizzato” dall’editoria (intendiamoci, è stato pubblicato da case editrici importanti, prestigiose e serie), ma alcuni argomenti “restauratori” dell’editoria han fatto sì che alcuni suoi libri stupendi non sian stati pubblicati da altre case editrici. Gli argomenti che ha espresso recentemente qui su Nazione indiana sono intellettualmente onesti, ma non li condivido. Poi ha fatto delle belle precisazioni, che invece sottoscrivo. Quando si discute, si discutono le frasi, i singoli interventi, mica bisogna fare il processo a tutta la persona.

    Scusate ma ho scritto di fretta, vi saluto, devo lavorare.

  7. andrea inglese il 14 aprile 2005 alle 10:31

    Caro Tiziano: un punto di accordo importante, e un altro di disaccordo, per continuare a riflettere.

    Sono pienamente d’accordo su quello che io chiamerei il “riduzionismo” della commedia: trasformare ogni evento in un gioco di meschine e basse passioni; tale riduzionismo è fondamentalmente astorico; non riesce a percepire il progredire oggettivo delle cose; vive nell’idea dell’eterno e immobile dispiegarsi degli istinti. Ne scaturisce una visione profndamento ottusa delle cose.

    Sulla funzione, ruolo “spirituale e civile” dello scrittore ecc. Bè, tale ruolo ha appunto “una storia”, e questa storia è controversa. Anche in fase post-illuministica, molti scrittori e artisti, in quanto intellettuali, hanno servito ideologie “poco civili”. Insomma, non è assodato che cosa significhi “ruolo spirituale e civile”. Bisognerebbe una volta definirlo, tirando in ballo un discorso sull’ideologia dominante o sulle ideologie in gioco. (E cio’, lo ridico nuovamente, sarebbe più utile che parlare di letteratura popolare o meno.) Spero di essermi spiegato.

    E concordo con Andrea Barbieri. Il ruolo civile dovrebbero svolgerlo tutti, ma a partire dalla loro ideologia determinata (visione del mondo, quado di valori di riferimento, ecc.), non a partire da una “universale” e “astratta” idea di civiltà.

  8. Tonto il 14 aprile 2005 alle 10:47

    Ah, ho capito. La favola insegna che un conto è la realtà, un conto sono le favole:-)

    Aiuto: ma è gravissimo! Don Tiziano, ma è sicuro di star bene?

  9. roquentin il 14 aprile 2005 alle 13:57

    Caro Tiziano,
    non so quanta esperienza abbia tu di convegni per avere fiducia che in simili occasioni, attraverso discussioni e/o relazioni, le idee si possano fissare in modo ben chiaro e possano trovare “la forma adatta”. In ogni caso commetti due errori, e te li faccio notare:

    “Sul fatto che io non abbia argomentato molto, hai ragione: del resto l’ho ben messo in rilievo io stesso (dicendo che mi sarei “limitato” qui a una sola riflessione); mi riservo di pensarci ancora, l’incontro si svolgerà il 9 maggio, se avrò qualcosa di interessante da argomentare, lo farò allora.”

    Ti riservi di pensarci oppure bastano le pagine e pagine che hai già scritto su nazione indiana? Vedi, è buona norma non dare due risposte differenti ad una sola domanda: è presumibile che una sola risposta sarà vera, o nessuna delle due. Nella mia (pacata) critica è evidente il rimprovero: qui, tu e altri, non avete il dono della chiarezza, probabilmente perché non avete le idee chiare o perché sentite “il profumo” delle idee giuste, ma vi manca la capacità di farle uscire da un misero ghetto; e avete l’abitudine a rinviare a luoghi e occasione “a venire”. Il ghetto non è il convegno e non è la conventicola che non esiste, ma è l’atto irresponsabile di produrre affermazioni che si dovrebbero reggere da sole per magiche virtù, con la conseguenza che solo “voi stessi” sarete in grado di continuare a discutere. Mi correggo, per circoscrivere il “voi”: ho letto Carla Benedetti e devo ammettere che si impegna non poco per cogliere “il nocciolo della questione”, quale che sia; almeno non rinvia a migliore occasione.
    Uno dei discorsi più interessanti che ti ho visto portare avanti, non su Nazione Indiana (leggi: responsabilità dell’intellettuale), era tanto corretto quanto prolisso e confuso, e con una profusione di riferimenti che mi ha stupito (mancando, per giunta, i riferimenti più importanti). Non si è mai letta la conclusione (e, aggiungo, hai scansato Sartre come la peste).

    L’altro errore è quello di credere che ti abbia detto di argomentare ora, adesso, subito: ho capito che hai poco tempo, io ne ho addirittura pochissimo: ma mi andrebbe bene se rispondessi tra un mese, per iscritto, tu, e nello stesso luogo in cui ho posto la questione. Dal convegno, di certo, non può venire fuori il TUO pensiero: il tuo pensiero deve venire fuori dalla tua testa, per dire un’altra utile banalità. Di solito, accade che se io affermi qualcosa di strutturato l’argomentazione non sia “da pensare”, ma sia solo “da esprimere”, lungaggini e sudore compresi. Nessuno ti insegue. Il convegno, con tutti i suoi atti, temo che non sia un’occasione adatta. Se dovessi (io) esser presente, mi piacerebbe essere smentito. Vedremo. In ogni caso, per parlare di doveri intellettuali, credo che questi discorsi debbano essere “metà del tuo pane”: oppure la tua partizione tra doveri intellettuali e lavorativi mi sfugge del tutto (sei o non sei uno scrittore? Che tu sia un intellettuale è da dimostrare: mi pare che tu perda troppe buone occasioni).
    Ciao e grazie,
    Ivan

  10. uh il 14 aprile 2005 alle 14:31

    uh che maestrino, roquentin! dai a scarpa i compiti a casa e in classe, gli dici quali riferimenti a quali autori avrebbe dovuto fare, decidi tu che cosa deve scrivere e come e in quali luoghi, dici che i posti dove scrivono gli altri sono ‘miseri ghetti’, hai già deciso che nelle teste dei tuoi interlocutori c’é confusione e mancano le idee chiare e la capacità di esprimerle, ma allora che ti aspetti da loro? le richieste che gli fai sono finte. e la ciliegina sulla torta é che questa tua critica la definisci pure ‘pacata’. é talmente evidente che non te ne frega niente di conoscere il pensiero di scarpa nè di tutti gli altri qui dentro, miri solo a cogliere in contraddizione e a dare o togliere medagliette di intellettuale, che date da te in questo modo possono essere solo di stagnola. non ti interessa niente il dialogo, ammettilo, ti interessa solo spernacchiare. qualunque persona intellettualmente onesta avrebbe compreso benissimo le risposte che ti ha dato scarpa, ma tu sei andato a pesarle con il bilancino della petulanza. non te ne frega niente di quel che hanno da dirti questi autori qui, li vuoi solo prendere per il culo. scrivi un intervento circonstanziato, metti un link qui dentro a un tuo intervento serio, scrivile tu le cose che pensi, sii tu l’intellettuale, non c’é nessuna gerarchia qui nella rete nè fuori, esprimi pensiero, non pernacchie travestite da sussiegose critiche

  11. SN il 15 aprile 2005 alle 00:01

    Caro Tiziano Scarpa,
    è in assoluto la prima volta che posto un commento in questo spazio: che evento. Volevo dirti che il tuo pezzo sulla volpe è nettamente la più bella cosa che ho letto su NI da un pezzo a questa parte. Fuori e dentro metafora: la VOLPE è un animale splendido. Adoro quella sua sinuosa coda.
    Lo so che fa più movimento dissentire ma ora non ne ho voglia, sono stanca.
    SN

  12. Vincenzo il 15 aprile 2005 alle 09:01

    Mi accodo a SN. La discussione sulla restaurazione è interessante, ma sta diventando sempre più simile ad un litigio tra bambini. Il pezzo sulla volpe è un contributo da scrittore.

  13. emmina il 15 aprile 2005 alle 11:47

    Dice TS:
    “Questa retorica della delegittimazione secondo me è uno degli aspetti della restaurazione in atto oggi.”
    E questo è il succo del discorso. Il contributo da scrittore che sa pensare (=vedere) un po’ più in là del proprio naso: non nel senso dispregiativo di naso ;) ma nel senso che il discorso si allarga ad altri campi che non riguardano più “solo” la letteratura. La faccenda della volpe è poi, come dice SN, il contributo da scrittore bravo a scrivere.
    Altra verità: qualcuno si è scandalizzato meno di fronte alle parole di Peter Gomez rispetto a quelle di Moresco.

  14. sergio garufi il 15 aprile 2005 alle 13:45

    Mi piace scoprire delle affinità, dei comuni modi di sentire con persone che stimo umanamente e intellettualmente. La parabola della volpe di Tiziano non è solo perfetta per illustrare il discorso della delegittimazione del ruolo dello scrittore. Nella sua estrema sintesi e semplicità, mi ha fatto venire in mente un ricordo che giaceva sepolto da molto tempo. Un giorno stavo andando in auto con la mia donna a passare un week-end in montagna; forse a Macugnaga. Percorrevamo una stradina tortuosa e piena di tornanti quando ci siamo fermati perché abbiamo visto un cane che giaceva per terra moribondo. Avvicinandoci, abbiamo notato che era una volpe, probabilmente investita da un’auto.
    Era riversa su una pozzanghera, con lo sguardo dolente e supplichevole. Stavamo per prenderla e portarla da un veterinario quando è sopraggiunta una macchina che ha accostato. Il guidatore è sceso, è venuto verso di noi e, senza dire una parola e senza un attimo di esitazione, l’ha colpita con un calcio sul muso, uccidendola. Siamo rimasti impietriti, incapaci di comprendere la violenza, apparentemente gratuita, di quel gesto. Subito dopo lui se n’è andato, e noi, dopo averla spostata dal ciglio della strada, siamo risaliti in auto e abbiamo proseguito il viaggio. Mi sono chiesto, mentre guidavo, le ragioni di quell’uomo, e ho pensato che forse era un allevatore a cui erano stati sbranati degli animali, e che per questo motivo vedeva nella volpe solo un pericolo, un danno alla sua attività, qualcosa da eliminare appena ne avesse avuto l’occasione; non una splendida creatura ferita e bisognosa di cure. Ma forse questo è un modo di ragionare sbagliato, che cerca sempre delle giustificazioni concrete, “economiche”, per i nostri atti; che ci rifiutiamo di credere possano anche essere del tutto gratuiti. La verità è che esiste, in ciascuno di noi, una pulsione irresistibile a sporcare o sopprimere quanto di bello e di pulito c’è nel mondo; magari perché la sua semplice presenza confuta il nostro cinico fatalismo, indicandoci una possibile via di salvezza. Riconoscere anche in se stessi quello schifo, essere consapevoli che il male è connaturato all’uomo e non appartiene solo agli “altri”, è già qualcosa. In psicopatologia, sapere equivale quasi a guarire.

  15. un fake di angelini il 15 aprile 2005 alle 21:13

    “In psicopatologia, sapere equivale quasi a guarire”… sehhh, mia nonna!

    Garufi, ribadisco, la favola di Tiziano insegna che un conto è la realtà, un conto sono le favole. In questo caso, le panzane:-)

  16. roquentin il 16 aprile 2005 alle 21:29

    Ritorno dopo qualche giorno a leggere gli (eventuali) altri commenti: giacché qualcuno ha parlato di scandali, io sono scandalizzato dalla pochezza intellettuale di chi si mette in fila per il battimani, una cosa perfettamente inutile. La “parabola” di Scarpa mi pare una di quelle rare occasioni in cui “n” persone si trovano d’accordo senza aver capito nulla. E’ chiaro…è letterario…è uno scrittore che dà prova di sé…macché, il punto era un altro, e la parabola era uno strumento (inefficace, ma strumento) per esprimere qualcosa. Con quale leggerezza si sprechino energie per dare il proprio assenso, mi fa alquanto sorridere. Mi chiedo se il livello della discussione, certo non per responsabilità dei ragazzi di NI, sia sempre questo.
    Vado completamente OT, ma se qui qualcuno vale come scrittore e qualcun altro come critico, siamo destinati ad assistere a splendidi soliloqui. Siete imbarazzanti, per l’occhio di uno che cerchi solo di capire e si ritrovi nel bel mezzo delle vostre goffe disfunzioni socio-comunicative. A parte il fatto che qualche sprovveduto si mette persino a sentenziare sulla buona fede, tanto per ricadere in uno dei più retorici argomenti di delegittimazione, dimostrando di fatto di non avere capito una parola di ciò che ha scritto Tiziano.

    Buona continuazione

  17. SN il 18 aprile 2005 alle 13:43

    ehi, roquentin, perché non ce la spieghi tu la “favola” di scarpa? a quanto pare sei l’unico che la capita, persino meglio del suo autore! ti prego, fai questo sforzo e abbassati a spiegare tutto a gente inqualificabile e ottusa come noi! sii didattico, anche se non ti piace. sono certa che il mondo dei poveri cerebrolesi a cui è piaciuto un pezzo di uno scrittore ne trarrà grande beneficio.
    attendo come un uccellino nel nido (affamata e a bocca aperta) le tue imboccate.
    SN

  18. SN il 18 aprile 2005 alle 17:03

    “l’ha” capita, of course.
    SN

  19. eh sì il 20 aprile 2005 alle 17:21

    che tristezza, roquentin.
    uno che nemmeno mette i commenti sul suo “pseudoblog da saccente” e poi sparla sul suo stesso blog di chi osa fargli notare la sua saccenza…

  20. la mosca il 2 maggio 2005 alle 09:23

    ATTENTI: la mosca vi guarda e sarà mimetizzata fra voi a Torino, in un angoletto, appiccicata a una parete, pronta a colpire le ipocrisie, le vanità e le menzogne!



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