Cosa è successo nel frattempo?

16 aprile 2005
Pubblicato da

(Risposta a Giulio Mozzi)

di Antonio Moresco

Caro Giulio,
vorrei dire alcune cose sui tuoi interventi a proposito della “Restaurazione”:

Uno. Quel pezzo non era espressione soltanto di una mia posizione personale (tu dici -non so perché- “profezia”), ma anche di quanto è emerso in una riunione collettiva di Nazione Indiana in preparazione dell’incontro che si terrà a Torino alla Fiera del libro.

Due. Non ho mai fatto una divisione manichea in buoni e cattivi e in puri e impuri. Questa cosa non la puoi trovare né nel pezzo di cui stiamo parlando né nell’intero mio lavoro di scrittore. Ma ciò non vuol dire che tutto sia uguale a tutto e che non ci siano delle differenze e non si possano esprimere con chiarezza i nostri pensieri e le nostre tensioni.

Tre. Non ho mai espresso una generica disistima nei confronti dell’insieme delle persone che lavorano nelle case editrici. Ti cito per esteso un passo della “Restaurazione” (che anche tu citi), dove si dice esattamente il contrario: “Non tutto si muove in questa direzione. Esiste anche qualcosa che viaggia in direzione diversa. E mai come adesso. Persone che -ciascuna a suo modo- scrivono senza arrendersi, librai che non accettano di trasformarsi in venditori di saponette, editori nuovi che nascono o si rafforzano cercando di seguire altre strade, singole persone che lavorano anche all’interno della grande editoria e dei giornali e della nuova frontiera in rete animate da un diverso atteggiamento e da una vera passione. Perché ogni gesto è importante, ogni persona -ovunque si trovi- può fare la differenza, gettare un seme, purché non si nasconda come stanno veramente le cose e com’è fatta la macchina in cui si trova e si muova dentro di essa con lucidità, cercando di cogliere le sue crepe, le sue fessure, liberando controspinte, fratellanza, coraggio. Esistono delle persone così, in questi anni, e allora può avvenire qualcosa di imprevisto, di incalcolato, qualcosa che non doveva nascere, nasce, qualcosa che non doveva passare, passa.” E’ manicheismo, schematismo e astrazione tutto questo? E -se non lo è- perché tutta questa insistenza su questo punto? Che cos’è che disturba in tutto questo discorso?

Per quanto mi riguarda, so che hai letto i miei libri e quindi conosci la mia inermità e la forza delle mie illusioni. Quando è uscito “Lettere a nessuno” tu sei stato uno dei non moltissimi che hanno recensito questo libro scorticato (lo hai fatto in rete) con la tua sensibilità di scorticato. Cito alcune frasi della tua recensione di allora:

“Questo è un libro grande e stupefacente… ‘Lettere a nessuno’ è uno straordinario libro autobiografico, è una sarcastica descrizione del funzionamento dell’industria culturale italiana… Che alcuni intellettuali di grido ne escano fatti a pezzi non è tanto importante; è importante la considerazione alla quale arriva Moresco sul finire del libro: ‘Si concede, ancora per un po’, che i libri vengano scritti dagli autori; ma la ragione del loro essere è già fuori di essi…’ ossia nelle mani dell’industria editoriale…” “E’ il libro di un pazzo? Sì, se chiamiamo pazzo colui che dice ciò che non si deve dire e pensa ciò che non si deve pensare.”

Eravamo nel maggio del 1997. Adesso siamo nell’aprile del 2005. Non esistono più questi problemi? Non se ne può più parlare? E perché? Cosa è successo nel frattempo per cui non se ne potrebbe più parlare? Anche se, da allora a oggi, sono riuscito a pubblicare i miei libri e ho incontrato alcuni amici meravigliosi, io non sono cambiato da allora.

Un’ultima cosa. Tu insisti sul fatto che le mie sarebbero profezie e discorsi campati in aria e mi opponi le inesorabili necessità della macchina. Sempre, in ogni situazione, in ogni epoca, se guardi solo dentro l’orizzonte chiuso del contingente e delle sue logiche interne, sembra che le cose non possano essere che così e che non ci sia via d’uscita. Invece, nel corso del tempo, le cose non sono mai rimaste ferme, sono sempre successi e succedono avvenimenti che modificano, spostano e a volte rovesciano le strutture consolidate. Perché il nostro compito di scrittori si dovrebbe esaurire nel dire che le cose stanno così e che quindi ci dobbiamo adattare a mangiare per sempre questa minestra così com’è?

A volte le persone, non solo gli scrittori, percepiscono in modo particolarmente acuto che si trovano in una situazione soffocante e cominciano col manifestarlo e cercano in questo di incontrarsi con altre persone per parlarne e magari guardare tutto il funzionamento della macchina da un’ottica un po’ più grande, per cominciare a capire che cosa si può fare. E forse anche le persone che lavorano con passione e coraggio dentro le case editrici (e ce ne sono molte) potrebbero ricevere un aiuto e una spinta da un atteggiamento diverso, più responsabile e meno rinunciatario e minimalistico e impiegatizio da parte degli scrittori di questi anni.

E’ anche questo il senso dell’ incontro che stiamo organizzando e anche dell’ accesa e a volte dolorosa discussione che è nata su Nazione Indiana e che alcuni hanno voluto leggere e censurare solo in termini di toni e di forme e non di sostanza e di idee messe in campo. Forse proprio perché si sono toccati argomenti per nulla astratti ma profondi e reali e quindi, inevitabilmente, anche nervi scoperti, blocchi, paure che attraversano le vite reali delle persone e i loro progetti di esistenza.

16 Responses to Cosa è successo nel frattempo?

  1. Vittorio Macioce il 17 aprile 2005 alle 01:04

    Ho uno strano rapporto, da lettore, con Antonio Moresco. Apprezzo il suo coraggio e il tentativo di volare alto. Forse amiamo anche gli stessi autori. Non condivido il suo pessimismo viscerale, carico di rabbia e di barriere antropologiche. Credo che Faulkner e Kafka troverebbero, con fatica, un buon editore anche oggi. Moresco parla di resturazione, io credo che il periodo che stiamo vivendo assomigli più a una fuga dal Novecento. Il Novecento ha bruciato molti sogni, lasciando un odore di nichilismo e un disorientamento in cui non è facile navigare. Credo sia necessario ritrovare una mappa, coordinate culturali disegnate sulle macerie del passato. Filippo La Porta cita Pascale e Lagioia. Conosco bene Nicola, ho letto molto di Pascale. Sono due scrittori che stimo e credo stiano lavorando in una direzione che condivido. Nei loro romanzi c’è un abbozzo di quella mappa che anch’io sto cercando, C’è ancora molto da lavorare. Sono convinto, da tempo, che la guerra civile di parole, i piccoli muri costruiti intorno alle parrocchie servano a poco. Ogni volta che leggo o sento discorsi sulla narrativa italiana di questi tempi, purtroppo, vedo linee di confine segnate da rancori e frustrazioni. Forse dovremmo sottolineare i passaggi e i varchi. Aprirli. Magari dall’altra parte c’è qualcosa che né Moresco né io possiamo immaginare.

  2. un fake di angelini il 17 aprile 2005 alle 08:25

    Vedo che nessuno centra il NODO VERO dell’impasse libraria: la DISTRIBUZIONE, la DISTRIBUZIONE, la DISTRIBUZIONE…
    Hai voglia tu a produrre buoni libri, se poi questi restano fermi nei depositi. Hai voglia tu a denunciare la RESTAURAZIONE in un convegnuccio a Torino, se la piccola editoria rampante viene travolta dai problemi distributivi. È come farsi una sega. Quante piccole, volonterose case hanno dovuto chiudere i battenti negli ultimi anni?
    Inoltre, come dice Elio, la compagine degli scrittori è solo un aspetto, non necessariamente centrale, della faccenda.

  3. Massimiliano Parente il 17 aprile 2005 alle 09:23

    Beato te, Vittorio, che credi che Kafka o Faulkner sarebbero pubblicati anche oggi, di certo non in Italia (dove molto Faulkner continua peraltro a non trovarsi); forse ignori i criteri di livellamento del testo, della forma, e di banale fruibilità imposto dai grandi editori (e spesso anche piccoli editori, i quali puntano a diventare come i grandi, essendolo già in piccolo, senza contare i problemi distributivi cui accennava l’intervento di cui sopra, e anche l’assenza di una società letteraria alla quale, ai tempi di Svevo e Kafka, bastavano comunque poche centinaia di copie per “vedere” un libro). Certo, per me a nuocere sono anche le alleanze improprie, a non saper distinguere si rischia di confondere i discorsi seri di Antonio Moresco, e anche di Tiziano Scarpa (in Cos’è tutto questo fracasso?, e altrove) che in parte condivido, con gli sproloqui prénatal di Aldo Nove e altri, che, al contrario, dovrebbe avere poco da lamentarsi e tanto da ringraziare alla macchina editoriale (culturale??? editoriale??? berlusconiana???) che gli consente tanto di pubblicare i propri conformismi infantil-balestriniani (e riceverne paginate di elogio su tutti i grandi giornali, interviste su Repubblica e sul Corriere della Sera), quanto di piagnucolare e aggregarsi impunemente alla protesta di chi fa davvero letteratura e sfondamento degli orizzonti d’attesa e creazione di sangue inchiostrato. (E anche lì le polemichette di ritorno fanno ridere, l’enfant non prodige attacca Piperno come letteratura di regime essendo difensore di Ammaniti, come se ciascuno potesse piegare l’idea della forma, della radicalità della scrittura, alle proprie credenze e comodini e pappaciccismi ruffiani; e poi se dici qualcosa sull’enfant c’è sempre qualcuno che dice “ah, poverino, ma sai, lui…”, poverino un cazzo, ma vattene affanculo, la letteratura è una cosa, la psicoterapia un’altra). Problema sentito invece visceralmente, esistenzialmente, resistenzialmente da Moresco e da tutti gli scrittori che sono e sono stati tali, dovendo superare il blocco dell’ “industria libraria” contro la quale, tra i tanti, scriveva anche Carlo Tenca nel 1858, in un articolo apparso su “Il Crepuscolo”: “E’ tempo che gli autori ripiglino l’ascendente che loro si compete e pensino ad operare direttamente nel mercato librario. Operai della letteratura, i loro sforzi isolati non valgono: quasi mai essi giungono a stampare quel che scrivono o che meditano, quasi mai possono promuovere la stampa di quel che loro sembra utile e degno (…) tolgano l’industria libraria dall’avvilimento, in cui è caduta, esercitandola e vegliandola essi stessi”.

    Massimiliano Parente

    P.S: Preciso che sono QUI per caso e per momentanea curiosità, perché seguo ciò che si scrive su Nazione Indiana ma mai i commenti, in quanto mi deprime e reputo perdita di tempo leggere spesso sfilze di deliri nascosti fra l’altro dietro l’anonimato, quindi non leggerò né risponderò a quanto verrà postato in questa sede.

  4. andrea inglese il 17 aprile 2005 alle 10:07

    caro antonio,
    in margine a quanto hai risposto a Giulio, che mi sembra centrale e importante.

    Personalmente ho letto la discussione che è avvenuta su NI, in termini sia di sostanza e idee, sia di tono. Una lettura non esclude per forza l’altra. Nella comunicazione esistono entrambe queste componenti. Possiamo farne una gerarchia (le idee sono più importanti del tono), ma in ogni caso il tono continua ad esistere, e credo che se ne possa parlare, e confrontarsi, anche dolorosamente, come è stato fatto.
    con l’affetto e la stima che sai
    a.

  5. kristian il 17 aprile 2005 alle 10:20

    ‘A volte le persone, non solo gli scrittori, percepiscono in modo particolarmente acuto che si trovano in una situazione soffocante e cominciano col manifestarlo e cercano in questo di incontrarsi con altre persone per parlarne e magari guardare tutto il funzionamento della macchina da un’ottica un po’ più grande, per cominciare a capire che cosa si può fare’.

    proprio perché credo in quello che ha scritto moresco, auspico la nascita del sindacato degli autori di opere, l’adesione in massa degli operatori delle discipline artistiche a tale sindacato, quindi l’immediata proclamazione dello sciopero nazionale degli artisti riuniti, contro le politiche aziendali tese unicamente alla massimizzazione dei profitti particolari, a totale scapito del benessere generale.
    è sempre un momento felice quello nel quale la manodopera prende coscienza del proprio stato.

  6. Bartolomeo Di Monaco il 17 aprile 2005 alle 10:28

    Marco Valerio è un piccolo editore di Torino che pubblica i miei libri. Un giorno per telefono mi disse che non ci guadagnava molto con me, ma avrebbe continuato a pubblicarmi. Nel 2003 ha fatto uscire il romanzo “La Scampanata”, nel 2004 “Quaranta letture – percorsi critici nella letteratrura italiana contemporanea”, e in questi giorni è uscito “Quarantatre letture – Il sud nella letteratura italiana contemporanea”. Nel 2006 farà uscire il lavoro che sto preparando, sempre legato alla letteratura del Novecento, con particolare riguardo agli scrittori lucchesi del tutto o quasi dimenticati.

    Immagino che pochi qui conoscano Silvio Micheli, che nel 1946 vinse il Premio Viareggio, o Remo Teglia, pubblicato da Einaudi, o Fabrizio Puccinelli, uscito con Franco Maria Ricci, o Umberto Fracchia, pubblicato da Mondadori e fondatore de La fiera letteraria.

    E’ un editore, dunque, che con me non guadagna. Eppure, non demorde. Anche lui ha grossi problemi con la distribuzione, come ha evidenziato Angelini, e non ha a fianco una qualche rivista letteraria che lo sostenga.

    Che voglio dire con tutto questo?
    Che i dibattiti sono sempre stimolanti e producono fermenti e novità, ma tutto ciò spesso è destinato a spegnersi col passare dei mesi o, se va bene, di qualche anno. Il Novecento è stato pieno di dibattiti di questo tipo. Nel mio commento a Livio Romano ho citato qualche rivista, ma ho in casa anche La fiera letteraria, Il mondo e le Terze pagine veramente irripetibili di quei tempi. Ben vengano, i dibattiti, dunque, ma non sono sufficienti.

    Allora?

    Allora si dovrebnbe fare una sola cosa, che richiede coraggio, perseveranza e sacrificio, anche economico.

    Moresco, Scarpa, Benedetti, Montanari, e altri che frequentano N.I, anche Mozzi, che già sta facendo cose egregie in Sironi, se la sentono di mettere fuori un po’ di soldi, sottraendoli allo stipendio del proprio lavoro (immagino che siano impiegati da qualche parte; non credo vivano col ricavato dei propri libri) e fondare una Casa editrice che realizzi il loro progetto?

    Per fare questo devono essere consapevoli:
    -che lavoreranno, forse per sempre, in perdita,
    -che dovranno terribilmente organizzarsi per sfondare sulla distribuzione;
    -che il loro sacrificio di tempo e di denaro dovrà resistere alle difficoltà di ogni tipo e protrarsi negli anni.

    Più che i dibattiti sulla letteratura (sempre utili) sono, però e soprattutto, i libri di valore letterario che possono modificare e migliorare una società. Non solo essi, certamente.

    La rivista web N.I., che ha già molti lettori, potrebbe affiancare il lavoro della Casa editrice con dibattiti, informazioni e così via.

    Insomma, dalle parole ai fatti, se si crede in quello che si scrive.

    Bart

  7. Il parvenu il 17 aprile 2005 alle 11:00

    Ma qualcuno gli vuole dire chiaro e tondo in faccia a questo vanaglorioso di Moresco che non è faulkner, proust o leopardi? Ma è semplicemente uno scrittore italiano di questi anni molto sopravvalutato di cui fra una ventina d’anni (anzi prima) non ci si ricorderà neppure il nome. A allora la finisca una buona volta di spompinarsi da solo! E voi di NI smettetela con le vostre adulazioni. Ha ragione Mozzi, Moresco è un profeta un po’ rincoglionito che bisogna frenare e sedare!

  8. massimo il 17 aprile 2005 alle 14:57

    Preciso che ho letto massimiliano parente per sbaglio

  9. franco nepitella il 17 aprile 2005 alle 15:33

    Penso che se un’opera abbia funzione germinativa, il suo autore, quantomeno, dovrebbe radicarsi senza germogliare. Quel che non convince nell’intervento controrestaurativo di Moresco è il tono vago.
    Se c’è un nemico, questo va puntato e chiamato per nome, se c’è gente che lavora controrestaurativamente(librai, scrittori, editor, editori), di questa gente il nome va fatto. In caso contrario è evidente trattarsi non di “profezia” ma di “paternale” fantasmatica e debole, sfocante, tesa a far cadere l’attenzione sull’autore più che sull’opera. Un loop sempiterno, senza sguainamento di spada.
    Cosa mi significa, infatti, la sottolineatura “conosci la mia inermità e la forza delle mie illusioni”? Le profezie non si sostanziano di illusioni, le illusioni, poi, non sono per niente inermi, tantomeno chi scrive radicalmente è inerme. E meno male che non lo sia! Basta che lo si sappia, però!!
    Dicevo:che motivo c’è-vista l’indubbia grandezza di Moresco(persona e opera)- di, ad ogni piè sospinto, dopo l’attacco, deporre “vittimisticamente” le armi, e ricondursi quindi al proprio ego?
    L’ansia definitoria e catalogante(vd. “La restaurazione”)è azione a pieno titolo rivendicativa.E’ lampante, e non c’è nulla di male, basta riconoscerselo, però!
    Così facendo, si perde di vista la dialettica in atto e si cerca di risucchiare nel tono vago similprofetico le forze agenti.

    I regolamenti di conti con annessi tagliatori di gola entrati in azione in questi giorni non possono che infastidire e far ridere i lettori.
    Come anche l’idea di “casa”(“casa chiusa”? :-)), tirata in ballo da Montanari, è ipocrita, a questo punto. Per quanto comprenda Montanari e lo trovi a pelle simpatico, a me sembra buonismo a buon mercato. In questa casa ci sono e ci si fanno le cimici, pauraaaa!!!! Il cinismo si rende necessario, onesto, non il “volemose bene” rigorgogliante ora, visto quali pugnali si sono affilati nei giorni scorsi.

    Tanto che si teme per la vita del povero Biondillo scomparso!!! :-))))))))

  10. simone battig il 17 aprile 2005 alle 18:17

    Ripeto la domanda già rivolta a Moresco nei commenti sul suo precedente pezzo. Perché Feltrinelli, una delle più grandi case editrici del paese, ritiene di rivolgersi al pubblico (di lettori e scrittori) dicendo a chiare lettere NON SI ACCETTANO MANOSCRITTI NON RICHIESTI.
    Richiesti da chi? A chi? Perché? Sulla base di quali criteri?
    Da anni vedo e sento i nostri paludati “scrittori” ciarlare di tutto e non rispondere mai a nessuna domanda diretta. Il problema non è, badate bene, avere le risposte, ma farsi le domande giuste.
    Qui ci stanno fregando, si fanno domande insensate e danno o non danno risposte ancora più insensate. Ma appena qualcuno trova forse una domanda un po’ più mirata, i nostri grandi qui si squagliano tutti. Ma allora perché le iniziate le discussioni?
    Mozzi poi, che conosco bene, risponde a Moresco dicendogli che scrive qualcosa a cui non si può controbattere ( se non inscrivendosi il Mozzi stesso in una categoria che non gli piace e che quindi rifiuta), che non è l’inizio di un dibattito ma la chiusura.
    Bene, eccola qui invece la continuazione del dibattito per Moresco, se crede veramente a quel che dice perché non dice al suo editore due parole sull’insensatezza della frase NON SI ACCETTANO MANOSCRITTI NON RICHIESTI, così dimostra anche ad un ingenuo come me che pubblicare non vuol dire abiurare all’unica idea vera di scittura: una scrittura pura e personale. Non un conclave di teorici del posizionamento, della renditina, che si presentano come formichine e sono tutti mantidi.

  11. trollkiller il 17 aprile 2005 alle 21:19

    Battig, cazzo, quante volte te lo devono ripetere perché tu lo capisca? Moresco è uscito dalla Feltrinelli da anni, o duro!!!!!!!!!!!

  12. simone battig il 18 aprile 2005 alle 10:51

    Caro trollkiller (che fantasia..), forse non hai capito che la domanda vale per tutti i Moresco d’Italia, per tutte le case editrici in Italia, per tutti i Mozzi che chiedono “Si, ma in pratica come si riesce a cambiare le cose?”.
    Si riesce facendosi le domande giuste e non nascondendo le risposte, si riesce facendo nomi e facendosi nemici, non mettendo tutti sullo stesso piano, distinguendo quello che uno dice da quello che uno compie all’interno del suo percorso.
    Forse di dimentica che qui non stiamo parlando di essere dei manager, si sta parlando di scrivere e avere la possibilità di essere letti.
    Vogliamo parlare di editori come aziende, che guardano al profitto, tutte balle, altrimenti (faccio l’esempio su di me e Mozzi per motivi di conoscenza e chiarezza senza alcuna polemica individuale) come si spiega che a parità di copie vendute una come Giulio continua a pubblicare per Einaudi e dice che Mondadori gli offre un contratto in bianco per scrivere un romanzo che non ha ancora scritto e uno come Simone non ha nemmeno un’editore che prova a leggere quello che scrive?
    E se a Catanzaro ci fosse non un Proust una Marosia castaldi o un Walter Siti, vogliamo dargli una possibilità?
    No? E allora di cosa stiamo parlando…

  13. antonioeramo il 18 aprile 2005 alle 11:33

    Bene, che sappiate scrivere e sappiate farlo bene l’avete dimostrato tutti. Si può passare ad altro?
    Per esempio, come dice Giulio, a cosa possiamo fare IN PRATICA?
    E se il livello micro (quel che già fa Giulio) non non è sufficiente – perché, come dice Antonio, a volte bisogna “guardare tutto il funzionamento della macchina da un’ottica un po’ più grande, per cominciare a capire che cosa si può fare. E forse anche le persone che lavorano con passione e coraggio dentro le case editrici (e ce ne sono molte) potrebbero ricevere un aiuto e una spinta da un atteggiamento diverso, più responsabile e meno rinunciatario e minimalistico e impiegatizio da parte degli scrittori di questi anni – , cosa possiamo fare a livello macro? Hm?
    Va bene che la discussione preliminare, l’avvicinamento concentrico è utile per scaldarsi le ossa e entrare nel merito sulla base di principi generali, ma adesso non sarebbe l’ora?
    Se no può venire il dubbio che sia veramente solo uno sfoggio di chi è più bravo far su l’altro a parole. E rimane un po’ di tristezza.

    Allora,
    COSA SI PUò FARE?

  14. annalisa il 18 aprile 2005 alle 22:26

    Dopo molta esitazione ho deciso di seguire l’istinto e scrivere anch’io a proposito dell’esplosione scaturita da La restaurazione e dagli interventi di C.Benedetti.E’ solo un pensiero di chi si sente chiamato in causa da ciò che non capisce, che reagisce con quel poco che sa, che crede e difende.la ricezione di questi interventi mi hanno dato all’inizio un sentimento i tristezza perchè non capivo, nella mia poco strutturata esperienza e conoscenza, le argomentazioni presentate come obiezioni, ad esso si è aggiunta una sensazione di perplesità e rabbia per il fatto che tali interventi abbiano poi cambiato traiettoria e bersaglio dopo l’intervento di Carla Bendetti.Molti parlavano di aggrssione e di mancato rispetto dell’ospite, di urla invece che di sereneposizioni.Questo potrebbe avere una sua realtà, un proprio momento di riflssione e di messa in discussione se questa frequenza di interventi si fosse manifestata in maniera così felicemente diretta anche a proposito dei primi interventi di La Porta e Caliceti. Nell’umiltà della mia voce li ho trovati abbastanza offensivi, certo il tono dei loro autori non era esplosivo, caustico, ma non per questo passava inosservato.Moresco ha sollevato e messo in movimento una questione e le repliche immediate non si sono dirette all’universo dell’idea, piuttosto all’autore.
    La porta si è riferito a Morescocome ad un volontario o non caso Dreyfus, affetto da enfasi ed estremismo verbale che perde di vista la necessità di avere un’onesta consapevolezza della situaione privilegiata che viviamo rispetto a molti altri( penso:non è forsein virtù di questo privilegio che si rende necessaria la responsabilità e la possibile azione?). Continua parlando di narcisismo e autoreferenziabilità e di una triangolazione esclusiva tra Scarpa-Moresco-Benedetti. Conclude dicendo che esistono narratori, saggisti di prestigio indiscutibile dei quali si parla pochissimo, benchè non se ne lamentino per niente.Quest’ultimo argomento lo riprende anche Caliceti in termini diversi.Egli parla di desiderio di riscatto generazionale( dove invece io ho visto una possibile critica a quella generazione, della quale io sono figlia e dalla quale mi sono sempre sentita rinfacciare apatia, mancanza di azione e di desiderio;parlo della mia esperienza, niente di assoluto), di discorsi vecchi( lo possono anche essere, ma quello che penso è che se una cosa non si è ancora affermata, vale la pena insistere se la si ritiene necessaria).
    L’unica argomentazione, triste, ma valida per innescare una discussione e obiezioni è quella della “marginalità” della figura dell’intellettuale, sulla quale mi sembra che ci sia stato un “educato” dietro front.
    Insomma la mia perplessità e rabbia è nata dal fatto che tanti si siano scaldati o abbiano tentato di raffreddare gli interveti ritenuti aggressive, fuori dal galateo mentre hanno più o meno taciuto su questa strategia disinnescante, e non a livello di idee proposte, ma diretta a delegittimare il loro autore.
    Io conduco una vita pratica, non sono un intellettuale, ma una persona che cerca di capire e he magari sogna da grande di scrivere, non perchè qualcuno mi dica brava o per passare alla storia, ma semplicemente perchè in certe occasioni sente la necessità di dire qualcosa, con i mezzi e i limiti della sensibilità che ha, su quello che vive ogni giorno.
    Aristotele nella Poetica dice:” di ciò che non è avvenuto noi non abbiamo ancora preso fiducia che sia possibile, mentre di ciò che è avvenuto è sempre chiaro che era possibile: se non fosse stato possibile non sarebbe avvenuto.”, Moresco, altri scrittori e insegnanti che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita mi hanno fatto sentire che esiste invece una fiducia in ciò che non è ancora avvenuto( o potrebbe anche essere avvenuto, ma viene prontamente disinnescato) e un profondo desiderio e lavoro perchè accada, perchè possa diventare possibile.
    Questo è coraggio e una proposta di intellettuale che incide con il suo lavoro e con la sua energia sui lettori, che rende viva la cultura e ne ridà azione e la mette a disposizione di tutti per capire.
    Per fortuna che ci sono persone così e per fortuna che intervengono nel reale con energia e convinzione, che dicano pure che sono aggressivi, non è questo che recepisce chi li legge.
    annalisa.c

  15. Sergio Baratto il 18 aprile 2005 alle 23:44

    Finalmente un commento sensato.
    Grazie, Annalisa. Hai parlato anche per me.

  16. Diego il 20 aprile 2005 alle 10:48

    Anche a me pare molto sensato il commento di Annalisa. Ho avuto le stesse impressioni leggendo l’intervento di Moresco sulla restaurazione e la discussione che ne è venuta fuori. “esiste una fiducia in ciò che non è ancora avvenuto( o potrebbe anche essere avvenuto, ma viene prontamente disinnescato) e un profondo desiderio e lavoro perchè accada, perchè possa diventare possibile”.



indiani