Sulla “restaurazione” del potere e la bellezza nell’arte come nella vita, terminali o germinali che siano…

17 aprile 2005
Pubblicato da

di Giovanni Maderna

Due scrittori, due grandi scrittori in bilico, sempre sul punto di essere travolti da sé stessi, dall’idealismo o dal nichilismo, e anche da tante altre cose, e che anzi probabilmente lo furono, travolti, a dimostrazione dell’autenticità del rischio, ma che forse proprio per questo appaiono spesso e volentieri sublimi, hanno scritto cose che a mio parere hanno a che fare con la “restaurazione” e con gli ambigui “Vomitoria”, con marginalità e radicalità, aggressività e censura, verità e ipocrisia…

Musil è il primo:

“Si ribatterà che questa è un’utopia. Sì, certo, lo è. Utopia ha press’a poco lo stesso significato di possibilità; il fatto che una possibilità non è una realtà vuol dire semplicemente che le circostanze alle quali essa è attualmente legata non glielo permettono, altrimenti sarebbe invece una impossibilità; se la sciogliamo dai suoi legami e lasciamo che si sviluppi, ecco che nasce l’utopia.

[…]

Questa è l’utopia dell’esattezza. Non si saprà come un uomo siffatto debba trascorrere le sue giornate, giacché non può librarsi eternamente nell’atto della creazione e avrà sacrificato a una immaginaria conflagrazione il fuocherello domestico di sensazioni limitate. Ma quest’uomo esatto oggi esiste! Come uomo nell’uomo egli vive non solo nel ricercatore, ma anche nel commerciante, nell’organizzatore, nello sportivo, nel tecnico, sia pure soltanto (per adesso) in quelle ore più importanti della giornata che essi chiamano non la loro vita ma la loro professione. Perché l’uomo esatto, che prende tutto con tanta meticolosità e senza pregiudizi, da nulla aborrisce come dall’idea di prendere nello stesso modo sé stesso, e non c’è dubbio, ahimè, che considererebbe l’utopia di sé stesso come un tentativo immorale ai danni di una persona che ha serie occupazioni a cui attendere.
Perciò Ulrich nella questione se sia bene conformare al gruppo più potente di attività interiori le altre attività oppure no, in altre parole se si possa trovare un senso e uno scopo a ciò che ci avviene o che ci è avvenuto, in tutta la sua vita era rimasto abbastanza solo.
[…]
In altre parole, la voce della verità si accompagna a un rumore accessorio sospetto, ma gli interessati non voglion sentirlo. Ora, la psicologia odierna conosce molti di questi soffocati rumori accessori, e consiglia di scoprirli e di renderli chiari quanto più è possibile, per impedirne l’effetto nocivo. Ma che cosa succederebbe se si volesse fare la prova? Si cedesse alla tentazione di mettere in evidenza l’equivoco piacere delle verità e delle sue maligne voci secondarie, la misantropica e la satanica, per immetterle fiduciosamente nella vita?
Ebbene, ne risulterebbe all’incirca quella mancanza d’idealismo che abbiamo già descritto sotto il titolo “Utopia della vita esatta”, la mentalità dell’esperimento e dell’abiura, ma sottoposta alla legge marziale e ferrea della conquista spirituale. Questa posizione nei processi formativi della vita non è certo quella curativa e pacificatrice; non considererebbe con riverenza ciò che è degno di vivere, ma lo considererebbe piuttosto come una linea di confine che la lotta per la verità interiore sposta incessantemente.
Metterebbero in dubbio la santità della condizione attuale del mondo, ma non per scetticismo, bensì per mentalità ascensionistica, in cui il piede fermo è anche il più basso. E nel fuoco di una simile ecclesia militans, che odia la dottrina a cagione di ciò che non è ancora rivelato e getta in un canto leggi e valori in nome di un esigentissimo amore per la loro forma futura, il diavolo ritroverebbe il cammino verso Dio, oppure, in parole più semplici, la verità sarebbe allora di nuovo sorella della virtù e non dovrebbe più commettere contro di lei le subdole cattiverie che escogita una giovane nipote a danno di una zia zitellona.
Tutto questo, più o meno consapevolmente, un giovane assimila nelle aule del sapere […]
Se a qualcuno venisse in mente di far uso di una mentalità in tal modo acquisita fuori dei limiti di speciali competenze, gli si farebbe subito intendere che le esigenze della vita sono diverse da quelle del pensiero. Nella vita succede pressapoco il contrario di tutto ciò che uno spirito coltivato si aspetterebbe.
[…]
Insomma, fra lo spirito e la vita c’è un bilancio complicato in cui lo spirito ottiene al massimo il pagamento di mezzo per mille dei suoi crediti, e in compenso si fregia del titolo di creditore onorario.
Se però lo spirito, nella forma possente che ha assunto per ultima, è un giovane santo molto virile, con virtù complementari guerriere e venatorie, si dovrebbe concludere dalle circostanze descritte che la tendenza all’empietà in lui latente non può mai erompere nella sua pur grandiosa interezza, né trova occasione di purificarsi attraverso la realtà, e quindi la si incontrerebbe lungo cammini diversi, stranissimi e incontrollati, dov’essa sfugge allo sterile isolamento. Lasciamo indeciso se tutto sia stato finora un gioco dell’immaginazione oppure no, tuttavia non si può negare che quest’ultima ipotesi abbia la sua singolare conferma. V’è un oscuro atteggiamento vitale, che non pochi uomini hanno oggi nel sangue, un’aspettazione del peggio, una disposizione al tumulto, una diffidenza verso tutto ciò che si venera. Vi sono uomini che deplorano la mancanza di ideali della gioventù, ma al momento in cui debbono agire non decidono diversamente da chi, per un savio scetticismo verso l’idea, ne corrobora le forze modeste mediante l’effetto di un qualsiasi randello.
Detto altrimenti: esiste un pio scopo che non debba armarsi di un po’ di corruzione e far calcolo sulle più basse qualità umane per essere rispettato e preso sul serio in questo mondo? Parole come: legare, costringere, dare un giro di vite, non aver paura dei vetri rotti, maniera forte, hanno un suono gradevole e convincente. Idee come quella che il grande ingegno, ficcato in una caserma, entro otto giorni impari a scattare alla voce d’un caporale, oppure che un tenente e otto uomini bastino per arrestare tutti i parlamenti del mondo, hanno trovato solo più tardi la loro espressione classica nella scoperta che con qualche cucchiaio d’olio di ricino fatto sorbire a un idealista si possono render ridicole anche le più incrollabili convinzioni; ma da molto tempo, quantunque ripudiate con indignazione, avevano il mordente selvaggio di certi sogni inquietanti. E’ un fatto che almeno il secondo pensiero di ciascun uomo posto davanti a una manifestazione soverchiante, sia pure una visione di bellezza, è oggi il seguente: non me la dai a bere, ti metterò a posto io! E questa smania di rimpicciolire tutto, che domina un secolo aizzato e aizzante, non è quasi più la naturale divisione della vita in volgarità e nobiltà, ma piuttosto un autolesionismo dello spirito, un inqualificabile piacere di vedere il bene abbassarsi e lasciarsi distruggere con meravigliosa facilità. Non è dissimile da un’appassionata volontà di smentire sé stessi, e forse non è la cosa più sconsolante aver fede in un secolo che s’è presentato in posizione podalica e ha solo bisogno di esser rivoltato per mano del creatore.”

E il secondo Céline:

“Non ce l’avevo fatta in definitiva. Non avevo acquisito io una sola idea bella solida come quella che lui aveva avuto per farsi stendere. Un’idea più grossa ancora della mia grossa testa, più grossa di tutta la paura che c’era dentro, una bella idea, magnifica e comodissima per morire… Quante me ne servirebbero a me di vite perché mi facessi un’idea più forte di tutto al mondo? Era impossibile dire! Era andata buca! Le idee che avevo io gironzolavano piuttosto nella mia testa con un sacco di spazio intorno, erano come delle candeline dimesse e vacillanti che se ne stanno a tremolare tutta la vita nel mezzo d’uno spaventoso universo proprio orribile…
Andava forse un po’ meglio qualcosa come vent’anni fa, non si poteva dire che non avevo fatto degli abbozzi di progresso ma insomma non si poteva prevedere che riuscissi mai io, come Robinson, a riempirmi la testa con una sola idea, ma allora una pensata superba assolutamente più forte della morte, e arrivassi solo con la mia idea a sprizzare dappertutto piacere, spensieratezza e coraggio. Un eroe coi fiocchi.
Pieno fin qui sarei allora stato io di coraggio. Mi uscirebbe perfino da ogni parte il coraggio e la vita anche lei non sarebbe altro che un’intera idea di coraggio che farebbe marciare tutto, gli uomini e le cose dalla Terra al Cielo. Di amore ce ne sarebbe talmente, nella stessa occasione, per sovrammercato, che la Morte ci resterebbe chiusa dentro con la tenerezza e così in profondità, così calda che ci godrebbe alla fine la troia, che finirebbe per divertirsi con l’amore anche lei come tutti quanti. E’ questo che sarebbe bello! Che sarebbe indovinato! Me la ridacchiavo da solo sulla banchina pensando a tutto quello che avrei dovuto fare io in fatto di trucchi e truschini per arrivare a farmi gonfiare di una risolutezza senza fine… Un vero rospo dell’ideale!”

One Response to Sulla “restaurazione” del potere e la bellezza nell’arte come nella vita, terminali o germinali che siano…

  1. Jacopo Guerriero il 17 aprile 2005 alle 22:22

    Grazie Giovanni. Un bellissimo pezzo.



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