Rimozione e integrazione del “negativo” nel film HOTEL RWANDA

1 giugno 2005
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(Non era così che avrei voluto parlare dell’ultimo genocidio del secolo scorso. Prima di tutto, la ricostruzione dei fatti e la responsabilità degli attori storici. Dopo, possiamo commentare la finzione (romanzi, film) e fornire anche interpretazioni dell’accaduto. Devo invece procedere all’incontrario. Con un articolo di taglio psicoanalitico sul film “Hotel Rwanda”. Ma è un modo per iniziare. A. I.)

Di Andrea Arrighi

La vicenda del proprietario dell’albergo a quattro stelle di Kigali, nel Rwanda al tempo dello scontro Hutu-Tutsi, Paul Rusesabagina, protagonista di “Hotel Rwanda” di T. George, rappresenta la difficoltà di prendere consapevolezza degli aspetti più negativi o di quelli meno accettati dalla coscienza di ogni essere umano, in altri termini di ciò che junghianamente viene definita “Ombra”.

Paul infatti si mostra nella prima parte del film piuttosto ottimista, nonostante fin dalle prime scene la situazione a Kigali appaia sul punto di esplodere. La radio locale incita ad eliminare radicalmente gli “scarafaggi” Tutsi, spiegando che così è giusto, dato che i Tutsi sono stati al servizio dei colonizzatori Belgi. Più avanti sarà questa stessa radio a dare il segnale di inizio del genocidio, dopo l’uccisione del presidente Hutu del Rwanda. Per le strade ci sono posti di blocco e gruppi di persone pronte ad assaltare chi non è dell’etnia Hutu. Eppure Paul si mostra piuttosto fiducioso nelle possibilità di controllare la situazione da parte delle truppe ONU, presenti in città con un loro accordo di pace che entrambe le parti in conflitto sembrano disposte a firmare. La fiducia di Paul appare profondamente radicata nell’idea che anche lui è uno di “loro”, cioè è un “occidentale” di successo, che spiega al suo aiutante che offrire un sigaro cubano particolarmente costoso ad un facoltoso turista è “classe” e si mostra orgoglioso di avere compreso e di applicare queste leggi “non scritte” della cultura occidentale che lo ha fatto diventare direttore di uno dei più prestigiosi hotel di Kigali.

Anche la vita in famiglia appare quella di tipo occidentale: calma e confortevole. La casa di Paul non sembra avere nulla da invidiare ad una villetta europea o americana in fatto di lusso. Ma la situazione degenera molto presto. I vicini di casa tutsi vengono arrestati brutalmente dalla polizia locale. Ed inizia quel flusso di profughi tutsi nell’hotel di Paul che è il tema centrale del film. Paul diventa sempre più consapevole, ma in maniera graduale, non solo della specifica situazione del Rwanda, ma anche della scarsa possibilità di fare qualcosa di positivo ed utile. Ma alla fine si convince almeno ad aiutare chi può degli amici e parenti tutsi. Se in un primo momento dice alla moglie che deve tenere buoni i contatti che ha per salvare la “sua” famiglia e non il vicino di casa, non appena si trova nella situazione di dover trattare con gli spietati ufficiali Hutu, non esita a spendere quanto può per salvare chi gli sta di fronte ed è minacciato di morte.

Questo appare allora, come accennato, un caso di possessione d’Ombra, intesa qui in senso archetipico, cioè come parte oscura e pericolosa dell’uomo in senso generale, ma se vogliamo anche come parte della personalità non accettata da parte della coscienza. Gli Hutu non accettano più di potersi pensare “subordinati” e “servi” dei Tutsi, nella loro nuova identità di dominatori del Rwanda. In questo senso vogliono annientare “alla radice” la possibilità di un ritorno al passato tramite un genocidio. In questo senso appare interessante ricordare la rappresentazione della guerra proposta da Franco Fornari (in La guerra moderna come malattia della civiltà, a cura di Nicole Janigro, Bruno Mondadori, 2002) secondo cui essa è un’istituzione sociale costituita da due parti: una, quella visibile, rappresenta la difesa da un pericolo reale, mentre l’altra, nascosta, è inconscia e riguarda un’operazione di difesa e di sicurezza di fronte a terribili realtà fantasmatiche (in questo caso, un ritorno improbabile alla situazione coloniale, dove gli Hutu erano sottomessi).

Questo aspetto di “possessione” è espresso anche dal fatto che uccidere appare normale, un “lavoro alternativo” a quello abituale, qualcosa a cui ci si abitua, come nota, a proposito del nazismo, Hannah Arendt ne “La banalità del male”. Alla sera si svolgono grandi feste utilizzando il bestiame dei Tutsi. Per due mesi, quelli del genocidio, il tempo sembra fermarsi. Si sospende il lavoro nei campi in quanto si guadagna di più saccheggiando le case. I profughi-vittime avvertono successivamente l’impossibilità di spiegare il perché di quello che è successo in quanto non rientra nell’ordine della ragione. Il protagonista del film infatti inizia un nuovo tipo di vita dove deve costantemente rendersi conto, con nausea ed orrore, di quanto non solo accade, ma è già accaduto, senza che lui vi avesse fatto caso.

Tuttavia l’integrazione dell’Ombra non appare ancora completa: Paul nutre ancora una discreta speranza nei mezzi occidentali rappresentati dalle truppe dell’ONU. Ed è a questo punto che Paul subisce – forse – la delusione più grande. E’ il comandante delle truppe ONU locali a dirgli che per l’occidente lui è solo un negro, e per giunta un negro africano, non occidentale. E’ con questo tipo di frasi che Paul apprende, con disappunto dello stesso comandante ONU, che le truppe arrivate a Kigali sono lì per evacuare solo gli occidentali. Paul è costretto allora a prendere coscienza che lui “non è uno di loro”, o meglio, che gli occidentali non sembrano migliori degli Hutu che compiono i massacri. L’occidente sembra ora deciso a non intervenire, dopo vaghe promesse ed accordi di pace saltati.

Del resto già altri personaggi minori del film avevano avvertito Paul. Alcuni giornalisti presenti avevano anche filmato, andando contro le regole, massacri avvenuti a neanche un miglio dall’albergo. Eppure avevano anche detto espressamente a Paul che l’effetto poteva benissimo essere, da parte del pubblico televisivo del resto del mondo, un pensiero del tipo “Che orrore!” ma poi ognuno sarebbe tornato ad occuparsi della propria cena. Quindi la comunità internazionale, ONU compresa, pur sapendo tutto, scompare dalla scena. Gli ex colonialisti dicono che è un “affare loro” ed abbandonano il paese. In questo senso anche l’occidentale mette in atto un processo di rimozione dell’Ombra, non accettando che un evento così orribile possa essere stato causato anche da provvedimenti stabiliti dal colonialismo da lui attuato per lungo tempo (per esempio, le carte di identità con indicazioni in merito alla razza, che hanno contribuito moltissimo alla polarizzazione delle etnie Hutu-tutsi).

Analogamente, secondo Akbar S. Ahmed (in Janigro 2002), per la loro insensibilità durante l’Olocausto, molti governi hanno adottato la scusa che non erano al corrente di quello che stava succedendo in Germania. In tempi più recenti le sanguinose notizie dalla Bosnia o quelle delle violazioni dei diritti civili in Palestina, in Iraq o in India, mostrate dalla televisione o discusse sui giornali hanno scarso impatto sui governi del mondo i quali sembrano avere sviluppato un’immunità alla compassione. Forse, uno degli aspetti più scoraggianti della pulizia etnica è il coinvolgimento di persone istruite, considerate pilastri della società moderna: dottori, avvocati, scrittori, ecc.

E’ da questo momento che Paul capirà che può salvarsi solo venendo a patti con l’Ombra stessa, dialogando con i capi del genocidio, ingannandoli parlando loro di presunti satelliti americani che stanno comunque spiando ogni cosa e che, un domani, istituiranno un nuovo tribunale di Norimberga, questa volta con i capi Hutu sul banco degli imputati con l’accusa di essere criminali di guerra. E Paul saprà sfruttare questo residuo di paura nei confronti dell’occidente che i generali del genocidio sembrano avere ancora. Ma soprattutto dovrà rendersi conto dell’altissimo livello violenza che lo circonda. Dirà ai profughi di chiamare chi conoscono in occidente e fargli capire che quella che stanno facendo è un’ultima telefonata prima di essere uccisi nel modo più violento possibile.

I profughi si salveranno allora venendo a patti con l’altro fronte che sta combattendo: le truppe Hutu che stanno avanzando nel paese, provenienti da paesi confinanti. Quindi appare necessario venire a patti con chi contrappone violenza a violenza, riconoscendo in sé una buona dose di aggressività, talvolta necessaria per sopravvivere. Infatti il tentativo di fuga attuato con l’idea di non sparare, propria dei caschi blu dell’ONU, e di uscire dal paese con dei lasciapassare di rifugiati politici non riesce. salvezza arriva invece da un aiuto armato da parte di truppe Hutu che permettono al convoglio di profughi dell’Hotel di Paul di uscire da Kigali. Nelle scene finali si vede l’esodo, questa volta degli Hutu, che fuggono davanti all’avanzata delle truppe Tutsi. Paul manterrà comunque ottimismo e spirito di accoglienza di ogni diversità rispondendo “c’è sempre posto!” a chi gli chiede di poter venire con lui, nelle scene finali del film.

Hotel Rwanda appare allora un film che non si limita a parlare del conflitto Hutu-Tutsi, ma che tratta del problema rimozione-integrazione dell’Ombra, in un senso ampio. Accettare che la distruttività sia un fenomeno comune non implica ritenere che sia innata o necessaria. Nel romanzo “Il mandolino del capitano Corelli” di Louis de Bernières, da cui è stato tratto anche un film, si afferma che non si possono rimproverare i soldati per le atrocità commesse in guerra perché esse sono la conseguenza naturale di un sollievo infernale: non si deve più pensare. E’ come se fosse una rivincita di persone tormentate. .Questo significa collocare i soldati stessi in un ciclo di violenza che non hanno provocato loro e che ha avuto origine prima di loro. Le azioni violente non vengono necessariamente commesse da persone pervertite, ma da persone comuni che si ritrovano intrappolate in circostanze tragiche. Questa prospettiva appare più utile in quanto ci costringe a riconoscere che la violenza è parte anche di noi, delle nostre vite.

Per Jung la distruttività è parte della nostra Ombra. Non possiamo cioè negare che i nostri mondi psicologici e sociali contengano elementi “oscuri” e violenti. Tuttavia, sottolinea Papadoupolos (in Janigro 2002), in quando esseri umani, abbiamo la capacità e la flessibilità necessarie per essere creativi e costruttivi, soprattutto quando siamo consapevoli dei nostri elementi distruttivi. Jung spiega le “circostanze tragiche”, come quella rwandese, per mezzo dell’Ombra archetipica che, quando viene attivata in modo molto forte, afferra l’individuo e mette inevitabilmente in connessione la dimensione collettiva allargata con quella personale; in queste condizioni è molto improbabile che gli individui possano resistere alla “radiazione” archetipica e mantengano la loro integrità personale. Così la distruttività regna sovrana e l’archetipo supera tutte le individualità personali. Ed è spaventoso dover constatare che si tratta di un fenomeno “ordinario”.

Il potere dell’archetipo si manifesta non solo quando sovrasta l’individuo, ma anche quando lo affascina. La distruttività e la violenza sono endemiche nella società moderna. La violenza fa vendere e influenza fortemente l’arte, la letteratura ed il cinema, ma anche la moda ed il design. Nell’atto della violenza l’individuo non ha bisogno di pensare, anche se questo sollievo è “infernale”. Il “pensare” qui va inteso in senso bioniano, cioè come possibilità di creare uno spazio per riflettere quando si è travolti da impulsi pressanti. Il fatto di avere un sollievo è legato all’eliminazione nella persona di considerazioni difficili e dalla consapevolezza di contraddizioni e conflitti interni. Afferrati dall’archetipo distruttivo, gli individui raggiungono una falsa integrità, dal momento che sono dominati da un comportamento segnato dall’agire.

La distruttività può avere una sorta di glaciale purezza, il che è estremamente seduttivo. E’ un aspetto difficile da comunicare, ma possiamo avvicinarlo se lo collochiamo al processo della possessione archetipica nel quale una polarità, nella sua forma estrema e priva di contenuto, domina l’individuo. In altri termini, se un gruppo di persone si identifica con un collettivo nel contesto di una situazione di possessione archetipica, i suoi membri saranno disposti a sacrificarsi per salvaguardarne la purezza e si sentiranno legittimati a fare ogni cosa per prevenirne la contaminazione. In alcune circostanze, quando le azioni distruttive si manifestano sul piano sociale, come nota Jung, le persone si dividono in poli opposti e , volenti o nolenti, viene loro imposta un’identità collettiva. Da questa cancellazione dell’identità personale derivano però dei vantaggi paradossali. Tanto la vittima che l’oppressore ardono nella giustizia della loro causa. E’ evidente che una vittima si sentirà nel giusto perché, avendo effettivamente ricevuto brutalità, non ha bisogno di entrare in contatto con alcun materiale oscuro personale. Dall’altro lato, spesso chi commette violenza raramente si sente violento. Anzi, sente di servire una causa, di difendere la purezza di una identità collettiva.

In conclusione, con l’Ombra, intesa nei suoi significati, è indispensabile venire a patti, riconoscendo ed integrando gli aspetti ad essa relativi. Secondo Ahmed le vittime dell’intolleranza etnica in una parte del mondo sono esse stesse aggressori in altre parti – oppure in altri periodi, se pensiamo al caso Hutu-Tutsi – attraverso gli atti di coloro che condividono la loro religione ed etnia. Ogni gruppo appare vulnerabile al virus etnico. La pulizia etnica varia dalla barbarie completa dei campi di sterminio o di stupro alle più subdole, ma altrettanto traumatiche pressioni culturali, politiche ed economiche esercitate sulla minoranza. La pulizia etnica è il lato oscuro e turpe della natura umana. Per contenerla e combatterla occorre prima comprenderla. Analizzare la pulizia etnica significa allora confrontarsi con la nostra epoca, la nostra natura e le nostre aspirazioni.

Sempre Ahmed propone, per scoraggiare l’odio etnico, l’insegnamento dell’Islam e dell’induismo come materie curricolari in Gran Bretagna, mentre in Sudan e Pakistan occorre introdurre l’insegnamento del cristianesimo e così via. Bisogna intensificare il dialogo tra le fedi più differenti. A mio avviso è anche questo un aspetto fondamentale. Integrazione dell’Ombra non va inteso solo come consapevolezza di aspetti negativi, ma anche come relativizzazione del proprio punto di vista culturale preferenziale. Significa, in questo senso, cercare di entrare in contatto con l’Altro inteso nel suo significato più generale.

Nota bibliografica

Fusaschi, Michela,Hutu-Tutsi. Alle radici del genocidio rwandese, Bollati Boringhieri, 2000
A cura di JANIGRO, Nicole, La guerra moderna come malattia della civiltà, Bruno Mondadori, 2002
Trevi, Romano, Studi sull’Ombra, Bollati Boringhieri, 1975.

2 Responses to Rimozione e integrazione del “negativo” nel film HOTEL RWANDA

  1. sì o no? il 2 giugno 2005 alle 10:12

    “La distruttività può avere una sorta di glaciale purezza, il che è estremamente seduttivo. E’ un aspetto difficile da comunicare, ma possiamo avvicinarlo se lo collochiamo al processo della possessione archetipica nel quale una polarità, nella sua forma estrema e priva di contenuto, domina l’individuo. In altri termini, se un gruppo di persone si identifica con un collettivo nel contesto di una situazione di possessione archetipica, i suoi membri saranno disposti a sacrificarsi per salvaguardarne la purezza e si sentiranno legittimati a fare ogni cosa per prevenirne la contaminazione.”

    potrebbe avere a che fare con la lacerazione avvenuta nella Nazione Indiana, traslando il discorso?

  2. claudio il 6 giugno 2005 alle 08:46

    Bella recensione, grazie!



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