Dopo La Capria una generazione di scrittori “senza vita”

6 giugno 2005
Pubblicato da

di Filippo La Porta

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Durante una presentazione a Capua dell’ultimo libro di Raffaele la Capria, L’estro quotidiano –ariosa e malinconica meditazione sulla finitudine – c’è stato un momento di grande commozione: il “canto” della scrittura si è come distaccato dalla pagina e per un momento è divenuto autonomo. In una grande sala piena di gente – un pubblico attento, composto, perfino riservato (sarà un cliché ma non posso non pensare alla struttura di Capua, città-fortezza circondata da fossati, che si rispecchia un po’ nel carattere dei suoi abitanti, meno convenzionalmente estroverso di quello dei cugini napoletani…) lo scrittore ha cominciato a leggere alcune pagine iniziali, quelle sulla visita ai genitori al camposanto.

In un primo momento, smarrito lui stesso tra i casermoni del cimitero romano di Prima Porta, tra quelle pareti piene di labirinti e i morti dentro “allineati come i libri di una biblioteca”, teme di aver dimenticato l’ubicazione della loro tomba: “Li ho persi, ecco tutto, per distrazione o per noncuranza. Li ho persi o loro “se ne sono andati””. Poi scoprirà che gli avevano cambiato il posto e il giorno dopo finalmente troverà, con l’aiuto di una mappa, le due lapidi. Quando lascia il mazzetto di fiori non sa se dire una preghiera ma gli tornano in mente i versi di una canzone. Ed ecco che La Capria, in quella grande sala silenziosa, quando si imbatte nei versi della canzone – “Non ti scordar di me…” – non si limita a leggerli ma decide di cantarli, con una voce limpida e intonatissima. Ho visto che gli occhi delle persone, almeno quelli delle prime file, si sono improvvisamente inumiditi. La Capria ha così dimostrato, stavolta attraverso il canto diretto e non attraverso il suo elegante e semplice “stile dell’anatra”, un assunto a lui caro, e cioè che la letteratura non si limita a registrare i fatti ma – unica disciplina – ce ne dà anche sempre l’emozione.

Poi, al momento delle domande, un signore in sala ha fatto riferimento ai narratori napoletani del secolo appena passato e ha sollecitato una risposta sul tema della “bella giornata”, che nell’opera di La Capria è una specie di mito originario, da cui si originano pensieri e sentimenti. E anzi ha voluto chiedere esplicitamente: “Ma a Napoli, a questi scrittori che stavano a Napoli, cosa è che sempre mancava, magari solo per un soffio?”. La Capria ha risposto senza esitare: “La vita…”.

Non mi addentro qui in un tema del genere ma vorrei invece tentare una breve riflessione sull’ultima leva di autori campani anche alla luce di quella domanda.
In un’altra pagina dell’ Estro quotidiano leggiamo del dolce e riposante “respiro del mare” nella magia di Palazzo Donn’Anna a Posillipo, con “le sue ombre spettrali e la luce folgorante”. Questa esperienza fondamentale dello scrittore adolescente si riverbera sulla sua intera esistenza. Così come l’immagine lontana dei genitori sul lago ne Il posto della fragole di Bergman di vela di una nebbia luminosa. In essa si sente che “il passato è irrimediabilmente passato e nello stesso istante è irrimediabilmente presente, fa parte di un presente che non avrebbe senso senza quella mancanza…”. Nell’immagine della “bella giornata”si esprime dunque un amore – trasparente e in qualche misura anche tragico – per la vita, per la bellezza, per la felicità accecante, per le molte divinità meridiane, e poi una intima adesione alle persone che ci sono state care, in “quell’eterno crocevia di vita e morte che sono le nostre vicende”.

Se guardiamo alle ultime generazioni di narratori ho l’impressione che la “bella giornata” sia per loro poco meno di un accidente meteorologico. Non tanto, per parafrasare La Capria, gli manca la vita quanto un sentimento della vita fondato su un amore assoluto, struggente, esclusivo per qualche suo aspetto. È probabilmente più difficile raccontare il mondo, interrogarlo, conoscerlo, cercare di capirlo (starei per dire: è più difficile qualsiasi critica dell’esistente) senza quella esperienza – certo trasfigurata, mitica ma ben reale – di felicità. E a ben vedere i nostri grandi scrittori di qualche decennio fa si ispiravano tutti ad un mito potente, fatto di esperienza personale e proiezione utopica. Elsa Morante e l’innocenza delle sue povere vittime, Sciascia e la ostinata, impotente ragione illuministica dei suoi ispettori…

Nelle nostre lettere gli scrittori di Napoli (e dintorni) si caratterizzano per una personalità stilistica forte, per l’onestà della rappresentazione, per l’originalità dei loro temi. Penso alla grazia lieve di Piccolo, alla visionarietà “terminale” di Montesano, alla curiosità intelligente e inquieta di Pascale. Ma è come se in loro l’immaginazione, benché fervida, nascesse da passioni e umori anemici, un po’ refrattari alla vita. Come se fosse orfana di un potente mito originario. Dove si trova il centro ipogeo del loro sistema percettivo e immaginativo? Della “bella giornata” non avvertono neppure la mancanza per la ragione che non ne hanno veramente esperienza. Ma il presente, senza il senso di una “mancanza” può avere significato? È come se scrivessero tutti ad apocalisse già avvenuta, quando non c’è più da salvare o prendersi cura di qualcosa. Chi o cosa potrebbe teneramente rivolgersi a loro con quell’appello – “non ti scordar di me…” – ? Certo, per fortuna il mondo non è finito e c’è ancora molto da raccontare. Però oggi l’ “estro” per farlo è forse ancora alla ricerca delle proprie stesse motivazioni.

(Pubblicato sul “Corriere del Mezzogiorno”)



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