Meno siamo meglio stiamo

9 giugno 2005
Pubblicato da

di Elio Paoloni

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Alla fine degli anni Ottanta Renzo Arbore fece delle comparsate in DOC, la trasmissione condotta da due suoi pupilli, Gegè Telesforo e Monica Nannini. Si fingeva svanito, nostalgico, un po’ rincitrullito. Teneva in mano una girandola e nei momenti (apparentemente) più inappropriati esclamava: “Abbasso l’autoreverse. Viva la girandolina”. Non divenne un tormentone perché la trasmissione era poco seguita ma in quella frase c’era tutta la capacità di anticipazione di Arbore. La girandolina, contrapposta all’ultimo grido dell’automatismo, rappresentava non solo la tradizione (quelle rosette erano inscindibili da certe feste comandate – per me quella del pellegrinaggio a San Cosimo) ma anche l’abbandono alla casualità, al vento della vita vera.

Ora Filippo La Porta pubblica L’autoreverse dell’esperienza, che invita a fare esperienze vere invece di operazioni virtuali, individuando in ogni strato della società occidentale – e della letteratura – quel tentativo di rifuggire da ogni contatto reale che è estremizzato in Giappone dalla reclusione volontaria degli hikikomori. Il rifiuto della virtualità in La Porta è tale che per simboleggiare i marchingegni della riproponibilità fasulla ha fatto ricorso a un servomeccanismo ormai obsoleto (se il videoregistratore resiste ancora, il mangianastri della protesta arboriana non lo usa più nessuno).

Di recente Arbore, autoconfinandosi ancora una volta in una fascia oraria dedicata a spettatori consapevoli (e sfaccendati, vien da dire), ha coniato un nuovo slogan: “Meno siamo meglio stiamo”. Una battuta come un’altra, si potrebbe pensare, un paradosso consolatorio tipico della garbata autoironia del nostro. Ma anche questo tormentone è stato adottato dagli intellettuali. Critici e scrittori si autoconfinano orgogliosamente in una fascia che di lettori ne ha davvero pochi. Solo che non riescono a sostenere fino in fondo, come fa Arbore, “meglio stiamo”: scontenti della scelta ma scarsa compagnia, vagheggiano un ravvedimento degli editori che, cassando i Faletti, si incarichino di allineare nelle collane – e sui banconi delle librerie – solo testi di qualità.

Ovviamente questo non basterebbe. Ho passato anni steso a leggere ma sono convinto che se da bambino avessi avuto l’abbonamento al cinema forse non avrei mai letto un libro. Ricordo la TV a un canale, quella con la TV dei ragazzi, che attendevo ansiosamente. Se avessi potuto assistere continuamente al mondo in cui Wendy svolazzava tra le stelline, perché mai avrei dovuto avvilirmi sui caratteri Times? “Non ho tempo per queste cazzate” sbotta nel cortometraggio 389 un passeggero del bus sequestrato dal poeta che non trova altro modo di far ascoltare i suoi versi. Si ribella alla lettura delle poesie anche di fronte alla minaccia di una mannaia.

L’unico progetto “alto” di mondo della comunicazione a cui si possa lavorare sarebbe dunque quello di una società autoritaria che, per il bene dei cittadini, oscuri gli schermi che ottundono la loro sensibilità (anche se, come scrive Walter Siti, “non è che le masse siano decerebrate: sono mutate le categorie percettive e le masse si vergognano di meno a manifestarle”). Non si tratta soltanto di arginare “certa” televisione, quella notoriamente cattiva dei Grandi Fratelli e dei Piccoli Amici, ma, temo, tutta la televisione libera. Solo una direttiva forte su un canale di stato, infatti, potrebbe imporre quella soporifera televisione “culturale” necessaria alla sopravvivenza del libro.

Del resto anche gli scrittori hanno abbandonato la carta stampata, esiliandosi su Internet come gli hikikomori. Ma non sembrano intenzionati a compiere il passo successivo.

Gianni Biondillo, scrittore e architetto, sostiene che i grandi architetti dovrebbero smettere di dedicarsi solo alle grandi opere e concentrarsi sui non luoghi che condizionano la nostra vita in permanenza: stazioni, ospedali, centri commerciali. Allo stesso modo gli scrittori dovrebbero abbandonare le grandi cattedrali destinate a non richiamare fedeli per dedicarsi ai supermarket dell’immaginario. Invece storcono il naso quando un Busi va dalla De Filippi a portare, insieme a un po’ di narcisismo e un tot di cazzeggio, anche squarci di cultura, flash di consapevolezza, qualche parola alta e il giusto consiglio per gli acquisti. La TV, dicono, snatura il pensiero, tradisce la scrittura. Ma esiste una veste “naturale” della poesia? Se c’è, è quella dell’oralità. E allora? Niente più stampa e neanche WEB: la televisione è il posto giusto per riportare la poesia al suo alveo primigenio, alla sua purezza, come in un gigantesco slam poetry.

C’è il rischio – si protesta – di fornire alibi a chi volgarizza tutto. Gli scrittori diventano anche loro spazzatura, zimbelli, caricature. Questo è vero, specie se si va in ordine sparso: ma se si andasse in tanti, forse a contaminarsi sarebbero gli altri. Penso al modo in cui Giordano Bruno Guerri condusse alcune trasmissioni, con le sue Superga rosse e il suo accosciarsi felinamente e sornionamente qua e là. Penso a tante facce “strane” di scrittori che potrebbero fare incursioni trattando gli argomenti come li tratterebbero in un post frettoloso. Guastafeste, appunto, guastatori.

Chi ha prontezza di spirito si sforzi di usare la TV almeno quanto ne viene usato: se non ce la fa, beh, cosa avrà perso? La reputazione? L’anima? Chi non è tagliato continui pure a lavorare sullo scritto ma non vanti superiorità perché se ne sta rinchiuso nel suo server d’avorio.

Fin qui ho parlato di incursioni, di comparsate. E’ ovvio che non è questo il punto. La televisione bisogna FARLA, non comparirci. Già in passato grandi scrittori hanno avuto il torto di abbandonare il cinema al suo destino (con rare eccezioni come Flaiano e Guerra). Per fortuna il cinema si è costruito da sé i suoi grandi autori: Suso Cecchi d’Amico, Age e Scarpelli, Steno, Vincenzoni, Benvenuti, per nominarne qualcuno.

Ma la televisione non sembra in grado di fare altrettanto. Gli stessi autori di fiction ammettono di essere indietro di trent’anni rispetto alle serie americane o inglesi. Non c’è tradizione, dicono, non c’è un decimo delle professionalità affinate nel tempo in quei paesi. Eppure, in condizioni ben più disperate, abbiamo sopperito alla scarsa professionalità con la genialità. E la genialità tra i nostri scrittori non manca certo. Perché dunque non invadere la TV, questa volta con una macchina da guerra davvero gioiosa, per regalarci fiction valide come I Soprano, Sex and the city, The Office, Desperate Housewives, Curb your enthusiasm, Deadwood?

Sine ecclesia nulla salus, lo si diceva anche nel Partito. Nessun futuro fuori dalla TV.

(Già pubblicato su Stilos)



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