Dialogo di Andrea Raos con Giacomo Sartori (1)

15 giugno 2005
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sul suo Anatomia della battaglia, Milano, Sironi, 2005, p. 242, 14 euro

AR Allora, Giacomo Sartori, avevo letto e apprezzato Tritolo (Il Saggiatore, 1999); adesso ho appena finito Anatomia della battaglia. La fabula del libro è semplice. Ci sono due assi : da un lato, il padre del protagonista si ammala di cancro (a causa di Chernobyl), tiene duro per alcuni anni, poi muore. Questa lunga agonia è seguita passo a passo da uno dei figli, voce narrante, che per l’occasione torna in Italia dall’Africa, dove lavorava e dove si era rifugiato dopo un periodo di militanza (tormentata, opaca) in un gruppo armato; da questo ritorno scatta il secondo asse : ricostruzione di infanzia, adolescenza, giovinezza, (primo abbozzo di) maturità del figlio di un padre autoritario e fascista (in senso storico e mentale) e dei suoi tentativi di liberarsi da questa eredità (militanza politica di estrema sinistra, sconfinamento nella lotta armata, partenze all’estero, tentativi di costruzione di una personalità di scrittore).
Detto così, sembra semplice, nonché un po’ “reducista”, con affrettate equazioni pseudo-socio-psicanalitiche (padre fascista e dunque… e però in quegli anni almeno lottavamo… e la scrittura che ci salva… e via lagnando). In realtà non è così, per fortuna tua e dei tuoi lettori. Si tratta invece di uno dei libri più sobrî, asciutti, scolpiti, impressionanti che ho letto negli ultimi tempi.

GS Ci sono scrittori che per i loro romanzi partono da delle idee estremamente precise, e da una struttura già più o meno delineata: io non faccio assolutamente parte di questa categoria. Io parto in genere da una nebulosa dai contorni piuttosto vaghi, anche se con una densità molto grande, e poi durante l’atto di scrivere metto a fuoco via via differenti aspetti di tale intuizione di base e trovo le direzioni verso le quali voglio andare. Ma procedendo sempre per tentativi, scegliendo da una rosa di possibilità quella che mi sembra più adatta e più giusta. Per me questo è un aspetto molto importante. Nel senso che la scrittura è un atto di estrema concentrazione, che ha qualcosa della trance, e che pesca a piene mani nell’inconscio. E’ un qualcosa che aggiunge a quello che io so, uno strumento di approfondimento e di conoscenza. Per i miei primi testi mi sforzavo di elaborare dei piani, credevo alla necessità di partire da un progetto già ben delineato. E mi stupivo ogni volta per il fatto che mentre scrivevo non riuscivo assolutamente a rispettare i miei piani e i miei progetti: la scrittura mi portava altrove. Un po’ alla volta mi sono reso conto che questo non era assolutamente un limite, ma un aspetto anzi positivo: i piani e i progetti erano in fondo delle equazioni freddamente razionali, che alla prova dei fatti si rivelavano non feconde e in definitiva prive di verità. Non aggiungevano nulla a quello che io già sapevo, mentre durante la scrittura, durante appunto quella parziale discesa nel subconscio, io rielaboravo i dati in mio possesso, ne scoprivo degli altri, e mettevo in luce una rete di relazioni, arrivando a qualcosa di estremamente più complesso e interessante. Potrei dire quindi che i miei libri non preesistono in alcun modo, fatto salva l’intuizione iniziale, all’atto pragmatico della scrittura. Con questo non voglio assolutamente dire che per me la scrittura è un processo irrazionale, perché si svolge pur sempre sotto il controllo ferreo della mia razionalità e di quella che potrei chiamare la mia cultura letteraria, ma ha pur sempre una componente non puramente cerebrale. Per Anatomia della battaglia in particolare sono partito dall’agonia di mio padre: volevo parlare della strenua lotta contro la morte, una lotta che io per certi aspetti facevo fatica a capire, che in qualche modo mi metteva a disagio. Non sapevo che avrei parlato del fascismo, non sapevo che avrei parlato della lotta armata negli anni di piombo. Sono dei temi che si sono imposti durante la scrittura . A posteriori è tutto logico: è chiaro che non potevo parlare dell’agonia di mio padre senza parlare della sua educazione fascista, e del suo grande amore della montagna, che aveva anch’esso a che fare con il fascismo, perché tra ideologia fascista e alpinismo ci sono stati per un certo periodo dei legami molto forti. Ed è chiaro che non potevo parlare di fascismo senza che venisse fuori la mia esperienza nella sinistra extraparlamentare nel corso degli anni settanta, perché tra quello che è successo negli ultimi anni della guerra, dalla maniera in cui l’Italia è uscita dal fascismo, e quello che è successo negli anni settanta, ci sono delle innegabili relazioni. Ma io ci ho messo del tempo a arrivarci. E ho dovuto allontanarmi dalla mia personale biografia, per andare verso qualcosa di più vero. E ho dovuto fare un enorme lavoro di documentazione, perché io del fascismo e della guerra sapevo ben poco. E anche sul terrorismo, mi sono molto documentato, cercando di leggere tutti i testi disponibili e rileggendo i giornali dell’epoca. Ma stando sempre molto attento a non lasciarmi sedurre da spiegazioni troppo univoche, e lasciandomi portare dal mio testo e dalle sue esigenze. E quindi mi fa piacere che tu dica che non sono presenti “affrettate equazioni pseudo-socio-psicanalitiche”. In realtà le equazioni ci sono, e ben precise, ma stanno sempre in secondo piano, e soprattutto si accavallano e si anastomizzano, spesso si contraddicono. Perché la realtà è sempre molto complessa e contradditoria, e quello che mi interessa nella scrittura è proprio la possibilità di affrontare questa complessità .

A.R. Sin dalla prima lettura e dalla prima pagina, mi ha molto interessato la struttura del libro. I due fili della storia (quella del padre, quella del figlio) sono in realtà due lunghissime ellissi, ciascuna tendente verso l’altra.
Ellisse 1. Teoricamente, l’agonia del padre tende alla sua fine inevitabile (che in effetti ha luogo, molto lunga, narrata al rallentatore – e sono pagine sconvolgenti); nel suo percorso dovrebbe costruirsi il “tutto tondo” del perfetto autoritario, visto anche nei suoi sprazzi di umanità, nell’essere anche fragile e gentile, esploso dall’interno dalle sue contraddizioni culturali e storiche (quando uscirà, dovrai davvero leggere Più luce, padre di Franco Buffoni, di cui qualche brano è apparso su Nazione Indiana. Da soli, siete quasi una genealogia…).
Ellisse 2. Teoricamente, il percorso del figlio dovrebbe risalire, dal crollo ultimo della morte paterna, alla ricostruzione della vita dell’io narrante : bambino, adolescente, terrorista, espatriato, scrittore – tutto all’ombra del FALLIMENTO (su queste maiuscole ci torno poi) previsto, invocato dal padre per suo figlio. In questo percorso di formazione (che è al tempo stesso demolizione) Anatomia della battaglia mi ha ricordato molto Lettere a nessuno di Antonio Moresco. Analogia tanto più impressionante in quanto mi hai detto che, quando scrivevi, non conoscevi ancora questo suo libro. Verrebbe quasi da sperare che si stia finalmente trovando un modo (non una maniera; un modo, un ventaglio di possibilità) per raccontare gli anni della lotta armata nei giusti equilibrio e conflitto fra storia (indispensabile) e trasfigurazione (idem) : per fare letteratura, insomma, da parte di chi quegli anni li ha vissuti in tempo reale, con sguardo non pre-registrato.
Dico questo perché, secondo me, il problema dei due migliori romanzi sul terrorismo che avevo letto sino ad oggi, ossia Gli invisibili di Balestrini e Il nome della rosa di Eco, è che, pur meritorî, sono generati da due visioni già del tutto strutturate all’epoca dei fatti. Per non parlare dell’immortale Due di due di De Carlo…
In Francia, un lavoro vicino al tuo è svolto – partendo dalla fantascienza! – da Antoine Volodine; un romanziere straordinario, che sarebbe davvero ora che qualcuno facesse uscire in Italia.
Tornando a te, il punto d’incontro delle due ellissi dovrebbe essere, appunto, la morte del padre. In realtà non è così. Perché i due percorsi sono risucchiati, annullati, da un autentico buco nero, un terzo elemento che sconvolge ogni cosa : il tentativo, da parte del protagonista, di ricostruire le responsabilità del nonno, forse implicato nella deportazione degli ebrei trentini durante la Seconda Guerra Mondiale. Passa l’ombra di quel genocidio. La questione etica posta da questa ricerca, dai suoi metodi e dalla sua opportunità, è ovviamente enorme – e come è giusto che sia schiaccia, svuota, annulla tutto il resto.

G.S. Anche per quanto riguarda la struttura dei miei romanzi vale un po’ quello che ho cercato di spiegare più sopra. La struttura dei miei testi lunghi, naturalmente per i racconti brevi le cose sono più semplici, non preesiste, ma si delinea e si costituisce nel corso del lungo e travagliato processo di scrittura. Anche per la struttura l’operazione di gran lunga più frequente, nella prassi dello scrivere, è la scelta binaria tra due possibilità, con le implicazioni che ciascuna di esse porta con sé. E anche la struttura, così come altri elementi del testo, per esempio i personaggi, è il frutto di un lavoro non solo razionale. Forse quello che è più specifico, nel mio arrabattarmi attorno alla struttura di un romanzo, è che i ripensamenti e i ritorni indietro sono molto frequenti, per non dire quasi la regola: la struttura è forse l’aspetto nei confronti del quale mi sento più insicuro. Anche questo lo consideravo in passato un mio grande limite, legato solo alla insufficienza delle mie capacità, alla mia scarsa intelligenza. Adesso lo vedo anche come una reticenza , come una grande prudenza di fronte a uno degli elementi più importanti ma anche più pericolosi della forma romanzo. Io personalmente i testi con una struttura troppo evidente e/o troppo univoca/semplicistica o troppo cerebrale riesco a leggerli con molta difficoltà, per non dire che proprio non mi interessano. Appunto perché per me la narrativa, quella che interessa a me, resta uno strumento di verità, o comunque di avvicinamento alla complessità del reale. Quel che è certo è che provo una sensazione quasi di vertigine quando, una volta che un mio romanzo è pubblicato, mi viene chiesto, come fai tu adesso, di definirne a parole – in un certo modo svelarne – la struttura. Scrivendo ho costruito pezzo a pezzo una macchina, un complesso congegno, che ho sempre osservato dall’interno. Sono come un guardiano del faro – un guardiano anche costruttore – che abbia passato degli anni a oliare e perfezionare il meccanismo preposto a fare luce. Poi appunto una volta che il testo è pubblicato mi si chiede di uscire dal faro, e di guardare la luce che fa il faro, deducendone il funzionamento dalle caratteristiche del fascio luminoso, e eventualmente avvicinandomi al meccanismo, ma sempre con un punto di vista centripeto. Mi si domanda cioè di pormi all’esterno di un oggetto che io conosco solo all’interno. Se devo essere sincero questo è un esercizio per il quale mi sento poco portato, e che mi interessa fino a un certo punto. Mi interessa per esempio nella misura in cui scopro, come in realtà spesso succede, degli aspetti ai quali non avevo pensato, delle relazioni, talvolta anche molto importanti, che mi erano sfuggite. Ma la mia sensazione è che il mio lavoro io l’ho già fatto, e che adesso sono altri soggetti che, se ne hanno la voglia, devono lavorare. Detto questo, ma ribadisco la mia sensazione di grande vertigine, mi sembra che tu abbia perfettamente ragione: Anatomia della battaglia è costruito attorno a due ellissi: il percorso del padre verso la morte e un tragitto in senso inverso dell’io narrante verso il proprio passato. E qui forse si potrebbe tornare, con una piroetta, alle motivazioni con le quali mi sono avvicinato alla scrittura di questo testo: come ogni figlio che sente il bisogno di parlare dei propri genitori che non ci sono più, anch’io – senza esserne cosciente – ero mosso in realtà dall’impellenza di parlare anche di me stesso. E per fare questo ho costruito un io narrante che mi permetteva di essere più vero e più essenziale di quanto lo sarei stato restando fedele alla mia biografia, anche se naturalmente ho pescato a piene mani anche nel materiale autobiografico.

A.R. Il tuo libro arriva a un punto in cui tutto crolla – conciliare, ricostruire diviene inutile e impossibile, la catastrofe della storia (anche nel senso di narrazione) è totale e irredimibile. Restano le macerie di Benjamin (scusa l’immagine abusata), non da contemplare ma sulle quali riuscire – almeno – a respirare, a trarre almeno un fiato dopo l’altro da un corpo, in forma di (futura, presente) memoria, risaltante in negativo, incavato.
Il tuo romanzo si chiude su un vuoto. Sino alla fine, si è trattato di un’alternanza di paragrafi più o meno brevi, di solito l’uno sul padre, l’altro sul figlio – scusa se semplifico -. I due assi non si fondono, non convergono; o si ignorano o si scontrano.

G.S. Io non avevo previsto di arrivare a questa conclusione. Io volevo parlare di mio padre, della sua epica agonia. La storia è venuta fuori mio malgrado, perché il personaggio che andavo delineando ispirandomi a mio padre non avrebbe potuto esistere senza dare spazio anche alla storia, e nella fattispecie al fascismo e alla seconda guerra mondiale. E anche la catastrofe è venuta fuori mio malgrado, come punto di incontro, come minimo comune denominatore, tra il fallimento del padre e quello del figlio. Ma anche qui non sono partito da schemi preconcetti . E’ anzi il romanzo, il lavoro di scrittura che ho fatto e che ha dato origine a questo romanzo, che mi permette di capire meglio, adesso, il senso della morte di mio padre, la sua valenza di catastrofe non solo individuale ma anche storica. Prima non lo sapevo, non mi sembra di averlo saputo. Avevo forse solo qualche vaga intuizione. Ma nello stesso tempo questo vuoto finale di cui parli è quello che ho da dire, è la mia verità più profonda, questo lo sapevo anche prima. Diciamo che non ero cosciente che esso potesse rappresentare il punto di contatto tra due generazioni apparentemente tanto diverse e distanti, detto in altri termini non ero cosciente dell’importanza della guerra e del fascismo per me e per quelli della mia generazione, nati quando la guerra e il fascismo erano finiti. Un critico recensendo il romanzo mi rimprovera di “saltellare in maniera convulsa da un periodo all’altro”, senza dei piani temporali ben separati. Questo critico non ha capito che dei piani temporali incomunicanti sarebbero stati artificiosi, avrebbero separato due mondi che in realtà non sono separabili né dal punto di vista strettamente storico né tanto meno da quello della psiche, che come è noto non conosce la diacronia.

[In attesa della riunione di NI, ho deciso di ricominciare a postare. Lo devo soprattutto a Roberto e a Maria Luisa – loro sanno perché -. Li ringrazio. a.r.]

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