Piccoli torinesi coraggiosi

22 giugno 2005
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Su La suora giovane di Giovanni Arpino

di Helena Janeczek

sironi_05.jpg Vi avviso subito: la prenderò alla larga. Prima di parlarvi di La suora giovane di Arpino , voglio raccontarvi come ci sono arrivata. Perché credo che i ragionamenti che posso fare con voi su questo percorso di ricerca lievemente accidentato si inseriscono perfettamente nel progetto di queste lezioni e quindi possono essere utili o perlomeno interessanti, altrettanto interessanti di quanto proverò a dirvi sul libro scelto.
Quando Dario Voltolini mi ha invitata a partecipare a questo ciclo, io avevo in parte capito male. Avevo capito che si trattava di presentare la lettura di un qualsiasi libro del novecento italiano, dove la particolarità sarebbe derivata dal contesto non accademico e dalla libertà interpretativa che si prendono gli scrittori quando affrontano altri scrittori, anche i più illustri. Pensavo dunque a libri santi e canonici come Il partigiano Johnny o La cognizione del dolore, non perché santi e canonici, ma perché continuano ad essere libri che si incidono in chi li legge, punti di riferimento fondamentali.
Poi Giorgio Vasta mi ha informata che non erano esattamente i titoli ai quali avevano pensato. Preferivano che si scegliesse un’opera del novecento italiana dimenticata.
Dimenticata come?

Come La distruzione di Dante Virgili di cui vi ha parlato Giuseppe Genna, un libro pubblicato in sordina, mai ristampato, probabilmente quasi irreperibile in biblioteca, unica opera edita di uno scrittore morto ignorato, salvo l’essere riscoperta oggi proprio grazie a degli scrittori?
Difficile che ti capitano dei casi di oblio così totale.
E’ più probabile che lo scrittore del quale finisci per parlare occupi invece qualche spazio nella storia della letteratura italiana, maggiore o minore, variabile a seconda dell’edizione o dell’autore dell’opera che lo considera, ma nella quale pare incluso in maniera definitiva. Quindi puoi trovarne i libri in biblioteca e, in molti casi, anche in libreria.
A quel punto, molti autori dalle caratteristiche descritte sopra dei quali avrei parlato volentieri – per esempio Giuseppe Berto – erano già stati scelti da altri scrittori invitati. In fine, considerano un po’ quel che era rimasto, vale a dire ciò che io conoscevo, ho fatto il nome di Alberto Savinio, del quale, in effetti, una quindicina di anni prima avevo letto una buona parte della produzione letteraria.
Ma riguardandomi quei libri, inclusi quelli che mi erano piaciuti di più, mi trovai di fronte alla sensazione di avere a che fare con opere senz’altro piene di invenzione e stilisticamente molto brillanti, opere che avevano tutto il diritto di stare nella storia della letteratura italiana, ma che io ormai non riuscivo a guardare se non con l’interesse e l’ammirazione un po’ teorica che si tributa a un pezzo da museo. Insomma, me ne importava assai poco. E mi pareva inoltre totalmente insensato proporre un testo del genere a voi che frequentate questa scuola per capire come è fatta e come si fa la letteratura, non come la si conserva in naftalina.
Il fallito abboccamento con Savinio mi ha fatto poi saltare agli occhi un altro aspetto del quale vorrei ragionare brevemente insieme a voi.
Sembra infatti che un numero notevole di autori considerati a vario titolo eccentrici o marginali, siano oggi molto più o molto meglio rappresentati sul mercato (e dunque molto più accessibili per chi ha la curiosità di leggere qualche libro di un autore italiano non contemporaneo) di quelli un tempo e in parte ancora adesso ritenuti centrali dalla storiografia letteraria. Questo vale quasi per tutti gli scrittori pubblicati da Adelphi eccetto Sciascia, (Savinio, Landolfi, Manganelli, Satta, Morselli), come per altri titoli facilissimi da reperire, per esempio La vita agra di Luciano Bianciardi, Casa d’altri di Silvio d’Arzo, i Racconti della Basca di Antonio Delfini o addirittura i tre romanzi più famosi di Luigi Meneghello.
Faccio un inciso. Come forse saprete e come più probabilmente avrete intuito dal mio nome e dal mio ancor più impronunciabile cognome, io scrivo in italiano, ma non sono italiana. Ci tengo ad essere considerata una scrittrice italiana, ma questo è un altro discorso.
Comunque: sono cresciuta e ho fatto le scuole in Germania. Però all’Università Statale di Milano, dove mi sono laureata in lingue, ho dato un esame di letteratura italiana contemporanea e, se ricordo bene, nessuno degli autori citati sopra figurava nel programma. E finirebbe qui la mia competenza specifica della questione, se non avessi lavorato per un anno e mezzo come scout per Suhrkamp, la casa editrice di cultura per eccellenza, l’Einaudi tedesca. Eravamo negli anni ottanta e la letteratura italiana aveva da poco conosciuto un boom internazionale grazie al Nome della Rosa, ma anche ad alcuni autori nuovi come Tabucchi, De Carlo e Del Giudice. Io dunque seguivo per Suhrkamp le nuove uscite di qualità, ma, dato il profilo praticamente istituzionale dell’editore, consideravo pure la possibilità di proporre dei répechages o dei classici non ancora pubblicati in tedesco. L’opera di Gadda, per darvi l’esempio più significativo, era appena uscita in una serie di traduzioni giustamente ricoperte di premi.
E’ in quel contesto che ho letto la gran parte degli scrittori citati sopra, incluso Alberto Savinio. In effetti qualche titolo di questi autori è poi uscito abbastanza presto anche in tedesco, in maggior parte non da Suhrkamp, ma da altre più piccole, però sempre assai stimate case editrici. Solo Luigi Meneghello ha dovuto aspettare ancora un decennio prima che venisse tradotto il libro che presenta in questo senso minore difficoltà, I piccoli maestri.
Il che immagino a voi potrà sembrare strano. Mentre a me fa un certa impressione poter misurare su questo esempio l’effetto del tempo passato, perché una quindicina di anni fa, quando lo proposi a Suhrkamp, Luigi Meneghello era sì un autore stimato e accessibile, ma non notissimo. Nessun cantautore gli aveva ancora dedicato una canzone, nessun altro cantautore aveva pubblicato dei romanzi autobiografici scritti esplicitamente alla maniera di Meneghello, di un film neanche a parlarne.
Forse c’è in questo anche un po’ di illusione, ma il caso di Meneghello mi sembra uno dei pochi che dimostrano come i canoni della letteratura possano mutare non solo perché cambiano i criteri di valutazione degli studiosi, ma perché c’è qualcuno fuori dell’accademia che scopre uno scrittore, lo fa proprio e lo usa. Non importa cosa pensiamo di Ligabue e di Guccini, ma il fatto che adottando l’opera di uno scrittore lo abbiano collocato dentro alla cultura viva.
Sono quasi giunta alla fine del mio lungo giro introduttivo e non ho ancora fatto il nome di Giovanni Arpino. Non l’ho scelto per fare la bella figura di colei che rende omaggio alla città degli ospiti. Non avevo mai letto niente di Arpino, neanche nell’anno e mezzo di ricerche per Suhrkamp, e quindi non avevo neppure ben presente che avesse vissuto a Torino.
Ad Arpino ci sono arrivata in un modo molto semplice: chiedendo.
Perché a quel punto sapevo che affidandomi alle mie conoscenze non avrei trovato il libro giusto, ma ormai sapevo bene cosa cercavo.
Cercavo, semplicemente, un libro che fosse bello ancora oggi. Uno che non ti dà l’impressione di aver preso le muffe, anche se il mondo che descrive è lontano da quello attuale e magari lo è pure un po’ la lingua. Uno che ti vien voglia di presentare a delle persone coetanee o più giovani di te che frequentano una scuola di scrittura, perché puoi pigliarlo non solo per ciò che esprime, ma anche per come è fatto.
E preferivo pure che quel libro saltasse fuori non da qualche riserva di scrittori ancora più eccentrici e marginali, bensì dal cosiddetto main-stream della letteratura italiana: che fosse l’opera di uno scrittore un tempo riverito e onorato e ancora oggi compreso nei volumi di storia letteraria, ma poco letto.
Perché?
Innanzi tutto perché, considerando il quadro fatto prima, ritenevo più probabile che proprio in quell’area ci fosse ancora qualcosa di buono da scoprire. E poi perché come scrittori non bisogna certo essere né ligi alle istituzioni, né appiattiti sulle mode, ma anche un atteggiamento snob nei confronti della letteratura serve a poco. Intendo dire: un corsetto a stecche di balena non appare solo anacronistico e ridicolo, ma è soprattutto inutile e fa respirare male. Chi scrive può senz’altro amare delle cose raffinatissime e “per pochi”, ma non è il caso che ci si imprigioni dentro.
Inoltre il senso del progetto al quale mi avete invitata puntava, a mio giudizio, nella direzione opposta: verso il tentativo di rimettere in circolo tutte le energie che con varie modalità – oblio completo, emarginazione, ingabbiamento critico ecc. – sono state sottratte alla letteratura italiana e a chi la frequenta liberamente.
Sapevo pure a chi chiedere: a scrittori che conoscevano meglio la letteratura italiana, che avevano una memoria più lunga della mia. Anche questa è una questione importante: chi trasmette un sapere su ciò che in questo momento può sembrare utile e vitale per una collettività che si interessa di letteratura? E’ chiaro che si tratta di valutazioni non solo soggettive, ma inoltre sottoposte a un continuo e necessario cambiamento.
Il consiglio, alla fine, dopo aver rimuginato un po’ sulla mia richiesta, me lo diede con l’espressione di chi ha avuto il cosiddetto lampo, Ferruccio Parazzoli.
L’ho ringraziato allora, voglio ringraziarlo un’altra volta qui.
E finalmente passo a parlarvi de La suora giovane.
Cominciamo dalla cosa più semplice, cioè dalla trama.
C’è un ragioniere torinese quarantenne, Antonio Mathis, che ogni sera verso le sette prende il tram per andare in centro e alla fermata incontra sempre una giovane suora. In quel punto circolano i mezzi di una sola linea e dunque i due salgono sullo stesso tram con il quale la suora sembra dover raggiungere un ospedale, un ospizio, comunque il luogo dove lavora di notte, probabilmente come infermiera.
Da circa un mese Mathis ha capito che la suora non prende sempre lo stesso tram per caso, ma che lo aspetta, e ha cominciato a lasciar passare qualche corsa se arriva alla fermata prima di lei. Non si sono mai scambiati una parola, nemmeno guardati in faccia apertamente. Il loro contatto è fatto di segnali minimi che la suora elargisce con circospezione, ma senza mai perdere la sua aria composta.
Antonio Mathis invece è piombato in un gorgo di insicurezza. Le presenza di quella figura femminile ha messo a soqquadro la sua vita che scorreva fra un lavoro rispettabile, un’eterna fidanzata con la quale intratteneva un tranquillo trantran di cene, cinema e sesso consumato in sordina per non disturbare la vecchia madre di lei, più una collega vedova che all’occasione gli si strusciava contro nei corridoi dell’ufficio.
Pur nella sua grande confusione, pur lasciandosi andare a qualche pensiero sui capelli e sulla biancheria nascosta sotto l’abito, Mathis è convinto di non provare nei riguardi di questa suora forse nemmeno ventenne desiderio fisico, ma innamoramento. Ed è questa emozione finora ignota a metterlo in crisi. Mathis comincia a vedersi come un uomo insignificante, inutilmente invecchiato, debole e vigliacco oltre misura. Infatti pensa che dovrebbe essere lui ad approcciarla, ma più se lo ripromette, più gli manca il coraggio di compiere il passo decisivo. Non si sente all’altezza di quella ragazza in cui intuisce una forza ben maggiore e a cui comunque è grato per avergli aperto gli occhi su se stesso.
Quando finalmente riesce a rivolgerle un saluto, gli eventi subiscono un’estrema accelerazione. La suora lo invita a seguirlo conducendolo alla casa dove cura un avvocato moribondo. Passano la notte a parlare seduti nell’anticamera dell’appartamento. Mathis è imbarazzato, sottosopra, per la gran parte del tempo non fa altro che rispondere alle domande della ragazza, raramente si spinge a chiederle qualcosa a sua volta. La ragazza invece sembra a sua agio, addirittura lievemente euforica, in preda a una spinta a volersi dire tutto. Gli confida che si chiama Serena, che viene da Mondovì, che è solo novizia e dovrebbe prendere i voti fra pochi mesi, ma che non vuole diventare suora. Le piacerebbe andare al ristorante, comprare dei vestiti, imparare a guidare l’automobile. Gli chiede se la sposerebbe. Comincia a chiamarlo Antonino e si fa dire più volte che le vuole bene. Dice che ha pregato per lui in tutti i mesi in cui sperava che l’avvicinasse.
Mathis è disarmato dal candore con cui Serena testimonia sia la sua infantile fede cattolica, sia la certezza che ciò che prova e fa non è peccato.
Si lasciano all’alba dandosi appuntamento per la sera dopo. Siamo all’antivigilia di Natale e Mathis prende qualche giorno di ferie per riprendersi da quello che descrive ai colleghi come un principio di esaurimento. Infatti le presenze comuni della sua vita – il volgare capoufficio Mo, la segretaria e amante da corridoio Iris e soprattutto la fidanzata Anna cominciano ad infastidirlo profondamente.
Dopo altri colloqui notturni con Serena che gli hanno fatto toccare il fondo della crisi, Mathis è arrivato al punto di svolta: decide di sposarla.
Con questa risoluzione e con il baschetto che gli ha chiesto di regalarle sotto il cappotto, Mathis si avvia a una cena di Natale con Mo, Iris e Anna. Viene accolta la proposta di Mo che dopo aver comprato dei piatti pronti dal rosticciere, raggiunge con la macchina un circolo di marinai sul Po chiuso d’inverno, ma di cui conosce il custode. L’ambiente vuoto, reso inquietante dal fiume immerso nella nebbia, la volgarità di Mo, la forzata allegria delle donne alticce hanno già agito sullo stato nervoso di Mathis quando si aggiunge un fatto sinistro. Assistono a un suicidio e partecipano all’inutile ricerca del corpo che si è gettato nel fiume. A quel punto Mathis si confessa e riceve la stessa reazione da Iris e da Mo: non l’improbabile comprensione, ma neanche compatimento o derisione. Iris e Mo, ognuno a modo suo, semplicemente respingono le sue parole, non vogliono averci nulla a che fare. Gli danno del matto, spaventati.
E’ questo riflesso della paura altrui che lo fa giungere da Serena in uno stato d’animo diverso da quello che si era prefigurato. Mathis le confida che si sente debole, che non ha coraggio. A quel punto Serena, tranquillizzandolo, gli dice che deve essere stanco e, per la prima volta, lo manda a casa a dormire.
Il giorno dopo, giorno di Natale, non c’è più alla fermata del tram all’ora stabilita. Mathis aspetta qualche giorno, passando in rassegna cosa potrebbe essere successo, fino a quando non vede di nuovo una suora alla fermata: non è lei. Nel frattempo rompe con Anna. E’ sempre più disperato e ansioso quando capisce qual è l’unica mossa che può fare. Il giorno dopo capodanno parte per Mondovì per parlare con i genitori di Serena. Sa che sono contadini e conosce pure la frazione dove abitano, perché Serena gli aveva chiesto di spedire e ricevere per conto suo lettere indirizzate a sua madre in modo da sottrarle al controllo della superiora.
La madre, una donna estremamente sciupata dallo sguardo un po’ folle che tuttavia assomiglia a Serena, sembra averlo aspettato, ma si stupisce quando le chiede dov’è sua figlia. Nell’ultima lettera che aveva ricevuto, Serena scriveva che con il ragioniere le cose andavano male e che quindi si sarebbe fatta trasferire a Ferrara. Sia lei, sia suo marito, sia Serena stessa davano per certo che Mathis avrebbe letto interamente quella corrispondenza. A quel punto, scoprendosi l’oggetto di una tresca famigliare, Mathis si sente tradito e offeso. Ma riesce presto superare quel sentimento, la tristezza e lo sconcerto susseguente. Quando il padre di Serena lo accompagna alla stazione di Mondovì ha deciso che, pur disilluso, andrà a prendere Serena a Ferrara.

Non so che effetto vi abbia fatto questo riassunto, ma credo che a prima vista La suora giovane possa sembrare un romanzo d’amore ai tempi del neorealismo (il libro si svolge nel 1950 ed uscì nel 1959: quindi siamo pienamente in questo clima), qualcosa che testimonia di un epoca passata e di un Italia scomparsa. Ed è certo che oggi pare assai difficile immaginare come protagonista di una narrazione in qualche modo realista (ma su questo aspetto torneremo dopo) una ragazza piena di vitalità e intelligenza costretta a farsi suora per sfuggire al unico destino alternativo che le sembra riservato, quello di sposare un contadino e consumarsi di lavoro come è successo a sua madre, figlia di un commerciante fallito. Oggi i ragionieri non si muovono più col tram e i contadini col cavallo e il carretto, il cattolicesimo (per non parlare del comunismo) non è più una forza che pervade in maniera profonda la vita sociale e politica, e un uomo di quarant’anni non si definirebbe più sul limite di diventare vecchio.
In altri tempi era sembrato un aspetto più centrale, ma non c’è dubbio che questo libro vuole rappresentare anche la realtà sociale, addirittura di classe, in cui colloca la sua vicenda. Solo un esempio: Serena, figlia di contadini, avrebbe preferito incontrare un operaio ritenendolo un partito alla sua altezza e al tempo stesso di condizione leggermente più elevata (gli operai hanno il salario, le ferie, la pensione ecc.; vivono in città) e credendo inoltre che, in quanto sicuramente comunista, non si sarebbe vergognato di sposare una suora, mentre un ragioniere (e su questo la madre che ha un rapporto ambivalente con la figlia così simile a lei non fa che rafforzarne i dubbi) avrebbe già troppo da perdere e quindi probabilmente non si deciderà.
Però La suora giovane è sicuramente anche una storia d’amore classica, il racconto di una passione casta, ma fortissima, di un amore che ha il potere di trasformare quelli che lo provano, di rompere i vincoli delle loro esistenze. E penso che Serena, soprattutto per come è descritta durante il primo lungo colloquio notturno, manifesti veramente alcuni tratti di un’eroina romantica (prendo come termine di paragone le figure femminili di Heinrich von Kleist caratterizzate dall’assoluta aderenza alla loro verità interiore) quando, ad esempio, si mostra certa che ciò che vuole da Mathis “non è peccato” , mentre con lo stesso candore dichiara la sua fede “in Gesù sulla croce” .
Ma Serena non è solo un’eroina romantica, né solo una poveretta in cerca di emancipazione sociale che cerca di incastrare un povero pollo ragioniere: è qualcos’altro. Come emerge chiaramente dalle pagine del colloquio non esiste per Serena alcuna contraddizione fra le sue aspirazioni materiali e quelle ideali, spirituali o come preferiamo chiamarle. Entrambe le sembrano legittime, entrambe vengono dichiarate con lo stesso candore. La ragazza sogna davvero una vita felice con il suo Antonino e al tempo stesso si prefigura che il suo matrimonio potrà col tempo assomigliare a quello dei suoi genitori.
E’ anche per questo che la figura della suora giovane è uno dei più straordinari personaggi femminili della letteratura italiana che abbia incontrato.
Questo rilievo però ci fa capire qualcosa di ancora più importante. La suora giovane non rappresenta né un romanzo d’amore in qualche modo romantico, né un’opera neorealista, se per neorealista vogliamo intendere qualcosa che si basa su una visione del mondo materialista.
Credo che la chiave più corretta per interpretare questo libro (senza volerlo appiattire su questo) stia in una lettura esistenzialista. Pur non assomigliandogli per niente sul piano della vicenda narrata La suora giovane mi sembra infatti il libro italiano che più si avvicina a Lo straniero di Camus.
Una delle caratteristiche centrali di Serena, quella che probabilmente scatena in Mathis sia l’innamoramento, sia la crisi, è il suo coraggio . Attraverso il coraggio di Serena, Mathis si scopre un uomo insignificante e vile in un mondo di esistenze insignificanti e vili, e attraverso questa presa di coscienza, riesce ad acquistare coraggio anche lui.
La decisione finale di partire per Ferrara non è un atto di amore, ma un atto di coraggio : un atto libero, perché gratuito di un attesa di senso, come quelli descritti nei romanzi di Sarte e di Camus.
Ora mi viene da osservare che molti romanzi dell’esistenzialismo francese oggi sembrano forse persino più datati dei loro più o meno coetanei libri italiani di ispirazione neorealista. Ma questo non vale né per Lo straniero, né per La suora giovane. Perché entrambi non rappresentano soltanto la realizzazione esemplare in forma di romanzo di una concezione filosofica anch’essa superata, perché appaiono più ricchi della poetica a cui si ispirano, più ricchi, in primo luogo, di elementi di realtà e di osservazione.
Così torniamo alla questione del realismo che secondo me oggi è una delle più interessanti e cruciali per chi fa o desidera fare letteratura.
La suora giovane è, come ho detto, un libro ricco di elementi – storici, sociali, politici, ma anche psicologici- di realtà che l’autore sa delineare con tratti secchi e precisissimi, ma non è per niente un racconto realista nel senso di “verista”.
Innanzi tutto, coerente con la sua vocazione esistenzialista, Arpino sceglie una forma che non ha nulla a che fare con i modelli del romanzo ottocentesco: quella del diario, del finto diario (nessuno scriverebbe veramente ” Il mio nome è Antonio Mathis, sono ragioniere, celibe. “). Centro e motore della narrazione è Mathis, i pensieri e i sentimenti che annota in reazione a quanto gli succede. La realtà coincide con la percezione dell’io narrante: non esiste un punto di vista su di essa che non sia soggettivo. Eppure Arpino non si lascia andare alle minuzie dell’indagine psicologica, ma calibra la rappresentazione autoriflessiva con il resto del racconto in cui l’io narrante riferisce quasi esclusivamente ciò che fa e ciò che gli succede: anche questo crea tensione narrativa, vivacità drammatica, ritmo. Infatti il ritmo di questo libro è rapido, sostenuto da una prosa totalamente paratattica, che procede per scatti, quasi strappi nervosi. Accanto alla descrizione asciutta e puntuale della crisi esistenziale di Mathis c’è, come ho detto, il resoconto degli eventi esterni che, come nel caso del primo colloquio con Serena, raggiunge quasi la frontalità di una rappresentazione drammatica. Ci sono dunque anche dialoghi in questo libro, anzi i dialoghi giocano un ruolo fondamentale. E forse sono proprio loro a mostrare con maggiore evidenza come Arpino proceda per continui, piccoli straniamenti.
Serena, ad esempio, che pure reitera molte volte le seguenti domande, non chiede mai “mi sposeresti” o “mi vuoi bene”, ma sempre “sposeresti” e “vuoi bene” . Inciampando in questa piccola stranezza, mi sono chiesta se non fosse dovuta a una mimesi di modi di parlare dialettale, salvo poi verificare che più avanti, nei dialoghi fra Mathis e i genitori di Serena (che sono, almeno per quel che riguarda il padre, più ignoranti di lei) non c’è traccia di coloriture linguistiche locali. Dubito ancor di più che si dicesse così nel 1950 .
Quindi Arpino sceglie di sforzare di un minimo l’uso linguistico corrente, seminando dei segnali appena percettibili di inverosimiglianza in pagine che si presentano nel loro complesso come “in presa diretta con la realtà”. E se captiamo quelli, ci accorgiamo poi come tutto il dialogo proceda per piccole sfasature, balzi tematici, reazioni scollegate fra i due protagonisti. Non è certo la rappresentazione dell’incomunicabilità come proposta da Beckett e Ionesco, ma qualcosa che, entro una cornice di mimesi del reale , mette in scena l’inaffidabilità del linguaggio e la difficoltà di esprimersi.
Come ultimo esempio sulla questione del realismo, vi propongo di guardare come Arpino descrive la città che voi conoscete benissimo e io quasi per niente. Non la descrive: Torino è un luogo evocato attraverso pochi elementi sempre ripresi: il tram che va in centro, il fiume, la chiesa della Gran Madre. Compaiono anche una caserma, il convento di Serena, il palazzo dove abita l’avvocato, il circolo dei marinai, qualche negozio: ma sono luoghi che esauriscono la loro presenza in qualche risvolto funzionale della narrazione. Gli altri, insieme all’ambientazione invernale, servono invece a dare un contorno simbolico. Creano l’immagine di un mondo vuoto, freddo, sfuocato, incolore. L’Algeri iperesposta al sole de Lo straniero trova il suo analogo opposto nella Torino avvolta dalla nebbia che sale dal Po de La suora giovane. E’ chiaro che la chiesa della Gran Madre può essere interpretata come simbolo della potenza incombente della Madre Chiesa, mentre negli altri casi diventa più evidente che si tratta non tanto di simboli nel senso tradizionale, quanto di una sorta di “correlativi oggettivi” delle vicenda interiore di Mathis: della sua confusione, del suo senso di vuoto e di squallore, del suo desiderio di “uscire dai binari”. Eppure questi stessi elementi suggeriscono al contempo un senso del luogo molto forte, assurgono a rappresentanti emblematici della città.
Vorrei concludere su uno degli aspetti che rendono questo libro così bello e utile da leggere ancora oggi: il suo stile. La lingua in cui è stata scritta La suora giovane non appare quasi per nulla invecchiata: è secca, ma duttile, ritmata, condotta su un registro medio che si concede pochi, però efficacissimi spostamenti metaforici , come imbevuta da un sottofondo di rabbia.
E qui mi fermo. Come sapete, è difficile descrivere la lingua di uno scrittore con precisione, senza entrare a fare un’analisi del testo. Di questo non ho voglia. Come tutta la mia generazione ho subito una concezione della letteratura “spostata sul significante”, dove il fatto linguistico sembrava in assoluto quello centrale: che poi ha avuto l’effetto di far apparire gli stili degli scrittori come il valore in sé del loro lavoro, qualcosa di sinistramente simile al valore della griffe sull’abito di uno – appunto – stilista. Contro questo dominio delle concezioni formaliste, strutturaliste, post-strutturaliste ecc. è ancora in corso una reazione che rischia però di cadere nell’estremo opposto, ratificando scritture piatte e omologate come veicolo di un ricupero della capacità di narrare ritraendo la realtà. E’ anche in riguardo a questa falsa alternativa che La suora giovane mi è parso un esempio adatto: perché lo stile di Arpino non presenta nulla di “griffato”, ma dimostra chiaramente come una lingua possa (o debba) essere ricca di invenzione anche se tutto ciò che sposta o sforza linguisticamente pare al servizio della costruzione narrativa nel suo complesso. E questo lavoro di cercare lo stile giusto per il proprio racconto, quello che serve, che non deve essere né bello, né ricercato, bisogna continuare a farlo in qualche misura, misura che dipende esclusivamente dal tipo di progetto di scrittura.
A questo punto, vi devo un’ultima informazione. Il libro di cui vi ho parlato misura appena più di cento pagine. Non mi importa definirlo romanzo breve o racconto lungo : si legge comunque in un pomeriggio.

Pubblicato su Dieci Decimi, Holden Maps, Rizzoli 2003

One Response to Piccoli torinesi coraggiosi

  1. sergio garufi il 4 luglio 2005 alle 02:25

    Complimenti Helena, analisi molto suggestiva. Tre piccole glosse a margine. Anch’io penso che la passione per i minori, il desiderio di segnalare quelli appena pervenuti alla periferia di un nome, sia diventata una moda così tirannica e massificata da suggerire di proporre quei pachidermi ingombranti che sono i classici, cioè quei libri che ormai non legge più nessuno perché si crede di conoscerli anche senza averli mai sfogliati. Rimettere in discussione formule critiche consolidate dal tempo – come ha fatto Carla Benedetti con Gadda -, più che insistere sula loro presunta attualità, è forse l’unico modo per ridare ai classici un futuro, per sottrarli al mesto oblio del confino accademico.
    Per quanto riguarda i primi approcci di Mathis con la suora, la fase cioè del corteggiamento e dell’innamoramento, non è così anomalo che lui non provi un’attrazione fisica nei suoi confronti, perché pare che nell’uomo
    l’innamoramento corrisponda a un’idealizzazione della figura amata e a un conseguente calo della libido; cosa che invece non avviene a ruoli invertiti.
    Sui “segnali quasi impercettibili di inverosimiglianza” disseminati in un romanzo c.d. realista, mi è venuto in mente un parallelo artistico con Vittore Carpaccio, di cui il Vasari diceva che “era molto bravo nel dipingere dal vero”, e che per questa ragione fu in seguito preso a modello dai vedutisti settecenteschi come Canaletto e Bellotto per le loro ambientazioni cittadine della Serenissima. In realtà (!) Carpaccio si prese molte licenze poetiche e inserì diversi capricci architettonici all’interno dei suoi grandi teleri veneziani, e il segnale di inverosimiglianza lo dichiarò in una delle parti più neglette dei suoi quadri, cioè nella firma. Mentre gli altri usavano forme codificate dal tempo (ad es. “Titianus pinxit” o “pingebat”), Carpaccio cambiava una semplice consonante e faceva al contempo una dichiarazione rivoluzionaria di poetica, firmando “Carpathius finxit” o “fingebat”. L’arte non come mimesi della realtà, ma come finzione, piccola menzogna nascosta; insomma un lontano precursore di Borges e Manganelli.



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