Continuiamo – parte 1

12 luglio 2005
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Di Andrea Inglese

Cominciamo da questo. Nazioneindiana non sarà più la stessa, questo credo lo si sia capito subito, dopo che Antonio Moresco, Tiziano Scarpa e Carla Benedetti hanno annunciato la loro dipartita. Ma questo blog collettivo di scrittori, intellettuali, artisti continuerà ad esistere. Non sappiamo ancora dire in che forma, non sappiamo neppure dire fino a quando. Eppure ci siamo incontrati in tanti. Ci siamo incontrati con coloro che hanno deciso di andarsene e con coloro che hanno manifestato un forte desiderio di continuare. Continuare non sarà facile, non è indolore e costringe quelli che restano ad un’assunzione di responsabilità maggiore. Tutto ciò implica una ferita, implica lo stare nella ferita, nella consapevolezza di ciò che si perde e, nello stesso tempo, nella percezione di qualcosa di vivo, di nuovo e di imprevedibile che può nascere da questo dolore.

Quanto qui sto cercando di scrivere, è una forma di risposta elementare, ma necessaria, a quei lettori e commentatori di NI che hanno provato, anche loro, un minimo strappo, un dolore percepibile, in un angolo anche remoto del loro essere. Un fatto culturale, se esiste, se non è morta ripetizione dell’identico o grado ulteriore di assuefazione al mondo, è anche affetto, getta radici nelle pieghe emotive dei pensieri, irradia di sé le aspettative di un domani più felice e giusto. Questa mia risposta, e le altre che verranno dagli “indiani superstiti”, vogliono ribadire una possibile fiducia, un patto di ascolto reciproco, proprio attraverso un condiviso sentimento di rottura, di dolorosa rottura, che le recenti vicende del sito hanno suscitato.

Per altri lettori-commentatori, il perdurare, pur nell’inevitabile metamorfosi, di questo blog collettivo sarà un’allegra occasione di nuove scorribande, un feticcio telematico tra gli altri da dissacrare, ronzandoci intorno con maniacale insistenza. (Verrà un giorno in cui si studieranno le patologie “leggere” di alcuni utenti della Rete, la cui identità segreta o palese dipende in modo parassitario da qualche totem da bersagliare con puntualità quotidiana.) Altri ancora non troveranno più ragione di anatemi, andando via le personalità più “celebri”. In ogni caso, tutte le difficoltà, le velleità, gli incidenti, gli equivoci dell’asimmetrico, a volte fecondo, dialogo telematico ci attendono nuovamente.

Per articolare questa prima, provvisoria risposta, userò la mia voce combinata con quella di altri indiani rimasti, procederò per montaggio, prelevando dalla fitta corrispondenza che è nata fra di noi in questi ultimi tempi. Lascerò probabilmente fuori qualcosa di molto importante. Ma ognuno degli indiani superstiti potrà colmare la lacuna e la dimenticanza. Ed esprimere anche il suo accento più particolare.

(continua)

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3 Responses to Continuiamo – parte 1

  1. Iannox il 13 luglio 2005 alle 09:31

    Io direi che è l’inizio d’una nuova Nazione Indiana, senza dover parlare necessariamente di superstiti. E’ forse l’occasione per comprendere meglio anche il mondo telematico, il rapporto che la rete tutta ha con la scrittura e le idee che circolano in essa (della rete).

  2. Ivan il 16 luglio 2005 alle 02:43

    Ho la netta sensazione che tutta questa lunga risposta (che tu inizi con grande spargimento di retorica) sia una perdita di tempo e di energie (a parte che avrei da ridire sull’espressione “vivere nella ferita”, francamente astrusa, qui, ma non è il caso di dilungarsi). Da lettore, l’impressione è solo che a qualcuno manchi la voglia e che a qualche altro manchino gli argomenti, per il momento (però so che non è così, per cui sono perplesso). Infiniti saranno i preamboli? Perché, dopo il pezzo di Helena, non si è letto molto.
    A proposito, un consiglio gratuito: non che la “personalizzazione a tutti i costi” debba essere un’ossessione, ma montate il template base di wordpress quasi senza modifiche. Un minimo sforzo di grafica no? La grafica è segno, la volontà di re-iniziare si traduce, di solito, anche nell’impostazione di un progetto che preveda segni riconoscibili, e che non adotti i “segni comuni”, tanto per evitare l’autobanalizzazione (senza bisogno di trasformare un segno in un logo, un marchio di fabbrica). In altre parole, credo di aver scritto a Franz la stessa cosa, se non sbaglio…

  3. Wovoka il 16 luglio 2005 alle 17:00

    Si può iniziare recuperando il vecchio logo così com’era, molto più incisivo dell’attuale.



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