Ferocia

27 luglio 2005
Pubblicato da

di Pierre Jean Jouve

Quel giorno, le montagne della sommità erano calde, di cartone; tutto era invaso.
La neve smoriva. L’implacabile blu del cielo, che causava il terrore, rimandava a sé stesso in un’acqua senza increspature, come un’unica placca di silenzio; le foreste immobili credevano all’infelicità; e l’aria magnetica era così trasparente che molto lontano, molto in alto, si vedevano i minuscoli dettagli di una terra enorme. I colori, ovunque feroci, ponevano un’unica domanda: cos’è questo luogo, se non la morte? Solo l’esagerazione e la finitezza, l’infinita eternità della morte potevano stare qui in un tale scorcio; solo la morte blu, capolavoro del demonio, copriva questa calma catastrofe; e la bellezza, la sola bellezza, si era trasformata in furia.

Si doveva dunque partire e ripartire per le città fangose, qualora si potesse ancora rimandare il tuono inevitabile.

da Proses (1960). Traduzione di Andrea Raos.

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9 Responses to Ferocia

  1. Marco Giovenale il 28 luglio 2005 alle 11:01

    Un discorso sulla prosa breve, non necessariamente ‘lirica’ (anzi), è sempre da avviare, ipotizzare. Mi sembra che accertamenti e prelievi da tradizioni dove queste linee di scrittura sono più (e da più tempo) attestate, sia ottimo segno, ottima cosa. [Testi dal francese innanzitutto. Pensiamo alla linea che da Ponge o Char arriva alla ricerca di Eric Suchère, http://perso.wanadoo.fr/poesie.suchere/, che in più occasioni Andrea Raos ha tradotto].
    E pensiamo anche a un esempio altissimo, in Italia, come il “Diario ottuso” di Amelia Rosselli.

  2. georgia il 28 luglio 2005 alle 17:03

    se a qualcuno interessasse leggerla qui c’è l’intervista di paolo di stefano a carla benedetti
    http://georgiamada.splinder.com/post/5386206

  3. andrea raos il 29 luglio 2005 alle 17:53

    grazie marco. ne riscrivero’ con più calma – ora sono in partenza -; cosi’ comincio anche a mettere in ordine le idee per ottobre!

  4. giorgio tesen il 30 luglio 2005 alle 15:54

    a Marco Giovenale (se non ancora in vacanza), non mi sono mai cimentato nella scrittura di prose brevi, quella più belle che mi vengono in mente sono di Karl Kraus o Thomas Bernhard, ti chiedo quindi una delucidazione puramente ‘tecnica’, quale misura hanno, preferibilmente, queste prose? Mezza cartella? Ripeto, non vorrei passare per stupido, ecco perchè ho detto che la mia domanda è puramente tecnica, per capire come affrontare criticamente la lettura di questo tipo di prose, ci sono esempi che mi consigliereste nella letteratura recente in lingua italiana? Cosa pensate di “Mamma” di Massimiliano Parente letto (se è possibile) in questa chiave?

  5. Marco Giovenale il 1 agosto 2005 alle 11:13

    Forse non c’è una ‘misura’ pensabile per le esperienze di prosa breve, certo non ne esiste una fissata o in qualche modo predeterminabile. Una certa tradizione ondivaga e complessa può venir individuata come originariamente ‘bifronte’: direi ‘o’ principalmente narrativa ‘o’ principalmente sperimentale/metalinguistica e onirica. Si parte così già con la differenza tra i tableaux dello “Spleen de Paris” e logicamente le “Illuminations”. Poi si passa per esperienze diversissime (con più o meno ‘narratività’ o scarti verso il puro stile: così appunto oscillando tra il modus Baudelaire e quello Rimbaud).

    Ma prescindendo da dualismi, facciamo qui un elenco in caos completo e senza mettere in campo altre analisi critiche che sarebbero e saranno altrove sempre benvenute: spostiamoci liberamente da Trakl, e dagli stessi Kafka e Beckett, ai francesi grandissimi, Saint-John Perse, Fargue, Michaux, Ponge, Char; alle “Carte segrete” di Scipione (da cui proprio Amelia Rosselli sente e marca differenza e distanza – ma con affetto e ascolto), fino ai quadri/microracconti onirici del Bernhard di “Eventi”; e a certi frammenti indecifrabilmente perfetti di Handke, o a quel che di Simic leggiamo ne “Il mondo non finisce”. E pensiamo anche al lavoro di Giampiero Neri, agli esperimenti di Nanni Cagnone (ho in mente le cose pubblicate negli USA, p.es. “Enter Balthazar”).

    Per i testi di autori italiani recenti, diciamo che partendo dai frammenti e tratti in prosa interni a libri come “Ritorno a Planaval” di Dal Bianco (Mondadori), o “Giorni in prova” di Rentocchini (Donzelli), o “L’esperienza della neve” di Scarabicchi (ancora Donzelli) si può osservare una permanenza latamente narrativa, referenziale, che io credo interessante. Per esperienze forse meno note – di sperimentazione parallela alla ricodifica di cose e luoghi – secondo me va senz’altro letto il libretto di Paola Zallio, “Lingua acqua” (edito da Anterem), e vanno lette le quasi-prose di “Come a beato confine” di S.Guglielmin (Book), il “Coro da l’acqua” di Tommaso Ottonieri (D’if) e “Aperto a inverni” di E.Guantini (sempre edizioni D’if). Autore da considerare senz’altro è infine Alessandro Broggi (vedi su N.I. la pagina https://www.nazioneindiana.com/2004/05/23/quaderni-aperti/), per ora presente principalmente in rete. Più in generale, terrei d’occhio la pagina di Poesia Italiana online curata da Biagio Cepollaro: http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm

  6. giorgio tesen il 1 agosto 2005 alle 19:36

    preziosissimo aiuto, grazie, leggendo gli ultimi titoli mi è venuto in mente un testo che sto leggendo in questi giorni, che avrei voluto segnalare a proposito di prose brevi e cioè “Sette” (un set per 7 video) di Gabriele Frasca, uscito anch’esso per le edizioni D’if;
    a presto,
    G.

  7. Marco Giovenale il 1 agosto 2005 alle 23:05

    giusto! dimenticavo precisamente quello: anche il libretto di Frasca era tra quelli da tener presenti

  8. andrea raos il 2 agosto 2005 alle 14:25

    tutte queste scritture vanno documentate, mostrate (parlo soprattutto degli italiani ovviamente). mi sofrzerò di farlo qui su ni.

  9. Hélène | Nazione Indiana il 26 marzo 2007 alle 06:01

    […] Dello stesso autore su Nazione Indiana vd. “Ferocia“. […]



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