Sette di cento. Traduzioni dai “Cent Sonnets”

1 agosto 2005
Pubblicato da

di Boris Vian

traduzione di Andrea Inglese

I Cent Sonnets costituiscono l’esordio letterario di Boris Vian, la prima opera da lui scritta e pensata per una pubblicazione. Si tratta di 106 sonetti e 6 ballate, composti in un arco di tempo che va dal 1941 al 1944. Malgrado l’interesse che Vian porta alla raccolta anche negli anni successivi, intervenendo sia sui singoli testi che sulla struttura, i Cents Sonnets saranno pubblicati postumi. La prima edizione esce presso l’editore Christian Bourgois nel 1987.

Nel 1945, Queneau ha per le mani due manoscritti del giovanissimo Vian : i sonetti e un romanzo. Della raccolta non si farà nulla, ma il romanzo uscirà presso Gallimard nel 1947 con il titolo Vercoquin et le plancton e aprirà la strada al Vian narratore. La poesia però non è un capitolo chiuso. Vale la pena di ricordare almeno due brevi raccolte, pubblicate quando l’autore è in vita : Barnum’s digest (1948) et Cantilènes en gelée (1949). In entrambi i casi, l’alibi del libro d’arte consente a Vian di valorizzare la scrittura in versi. I testi poetici, infatti, accompagnano l’opera di due illustratori. Ma la poesia s’impone in maniera ancora più evidente nell’ultimo periodo della sua vita. Tra il 1951 e il 1953, Vian compone infatti la maggior parte dei testi che costituiscono uno dei suoi libri più celebri : la raccolta di poesie Je ne voudrais pas crever. Scritti pochi anni prima della morte, avvenuta nel 1959, essi testimoniano di quanto la scrittura in versi rappresenti per Vian un’occasione espressiva tutt’altro che marginale.

Anche per questo motivo, è utile leggere i Cent Sonnets con attenzione, nonostante il carattere per certi aspetti immaturo della raccolta. Non si tratta di un passo falso, di un esordio sfuocato ed incerto, che l’esperienza successiva dello scrittore renderebbe irrilevante. Il Vian ‘irregolare’, sperimentatore e iconoclasta è presente in questi testi. Già si annuncia in essi l’esigenza di giocare con la lingua, per trarre anche dall’uso più trito delle parole una scintilla di senso imprevista, capace di ravvivare la comprensione del mondo. Il titolo è programmatico di una poetica del calembour. Cents sonnets suona come sansonnet, ossia lo ‘storno’, ma anche, familiarmente, lo ‘stordito’. Allo storno è anche dedicata una sezione apposita della raccolta, in quanto esso incarna agli occhi di Vian il topos di una lirica ingenua, rivolta ad una natura rassicurante e pacifica.

La scelta della forma sonetto è allora indice di un artificio che in nessun caso può scivolare nello ‘stordimento’ dell’effusione lirica. E Vian, nel suo uso dell’alessandrino, del decasillabo o dell’ottonario, è sempre preciso e rigoroso. Ma la chiusura metrica tradizionale non è usata solo come contravveleno nei confronti di qualsiasi forma di espressione spontanea delle idee o dei sentimenti. Essa si pone anche come alternativa ad ogni ideologia del verso libero di ascendenza surrealista. Non che il giovane Vian si metta al riparo dalle intrusioni dell’inconscio, ma il suo dev’essere un ‘abbandono controllato’, come quello richiesto dal calembour e non una semplice dissoluzione delle relazioni semantiche esistenti. Il senso, come insegna il calembour (ad un medesimo suono corrispondono due o più vocaboli dall’ortografia e dal valore semantico diversi), dev’essere raddoppiato, moltiplicato, e non azzerato da una programmatica sovversione della lingua d’uso.

La selezione dei testi che presento qui in traduzione non esaurisce la varietà tematica della raccolta, che è divisa in dodici sezioni, attraverso le quali si distribuiscono le passioni di Vian. Il jazz, il cinema, i nottambuli di Saint-Garmain-des-Prés, l’anticlericalismo, l’uso e l’abuso dei proverbi, la satira sociale, la parodia dei generi letterari seri e popolari, questi i principali ingredienti delle centododici poesie. Sul piano dello stile è evidente una predilezione per il pastiche linguistico, che mira a violare sistematicamente le gerarchie di gusto : vocaboli e metafore tratte dalla tradizione lirica convivono con socioletti giovanili e termini gergali di varia provenienza (tecnico-scientifica, giornalistica, burocratica). Gli strumenti più nobili della retorica sono costantemente confrontati con l’apparente ottusità dei modi di dire correnti e popolari. E il contrasto è accentuato dal rispetto per l’apparato metrico unito alla predilezione per figurazioni sordide e grottesche.

Date queste premesse, era evidente che una traduzione avrebbe dovuto rendere conto di questa tensione tra forma e contenuto. Di questa dissonanza mi sono fatto interprete, rispettando perciò, fin dove possibile, anche la costanza delle rime nella versione italiana. Si potrebbe pensare che la facilità o la noncuranza dei temi toccati da Vian non meritassero un tale impegno. Io credo, al contrario, che solo a queste condizioni fosse giustificabile una prima traduzione italiana di questi testi.

Par ma muse

Par ma Muse, je sus le secret du succès
Elle me dit : Chéri, le faîte de la gloire
Reste inchangé depuis les aubes de l’histoire
Il n’en va point ainsi de nos moyens d’accès

Certains, se consumant en dangereux excès
Tentent d’y arriver en rêve, et sans le croire
Mènent leur âme lasse en la nacelle noire.
Crève rêve creux comme on crève un abcès

Il y a deux façons d’accéder au Parnasse
Ou bien, sans sac ni guide, au mépris des crevasses
Gravir ses flancs, risquer cent fois de succomber

Ou comme Abou-Hassan flottait sur sa carpette
Partir en avion sans tambour ni trompette
Ouvrir son parachute et s’y laisser tomber.

Dalla Musa

Dalla mia musa seppi la chiave del successo.
Lei mi disse: « Mio caro, la vetta della gloria
resta immutata almeno dall’alba della storia,
ma va diversamente per come avervi accesso.

Si consumano alcuni in perigliosi eccessi,
tentano d’arrivarci in sogno e senza fede,
vanno l’anima stanca su scialuppa che cede,
schiaccia il sogno superfluo come schiacci gli ascessi.

Due i cammini che vanno fino in cima al Parnaso:
privi di sacchi e guide, per i crepacci a naso,
scavandolo nei fianchi, col rischio di crepare,

o come sulla carpa Abu-Hassan va sicuro,
partire in aereo, senza tromba e tamburo,
paracadute aperto e pian piano atterrare.

* *

BZZZ…

Dieu sut haïr assez pour concevoir les mouches,
Affreuses, veloutées, leurs corps inquiétant
Gonflé de pus jaunâtre, et dans leur vol flottant
Traînant on ne sait quoi de funèbre et de louche.

Contreppettant Satan qui pourrit ce qu’il touche
Vous, mouches, vous touchez ce qui pourrit, goûtant
Toutes en foule à l’œil rosâtre et suintant
De bêtes aveuglées par vos avides bouches

Et votre aile stridente aux nervures de fer
Lève en mon cauchemar un nébuleux enfer
De corps velus, jaillis de l’ombre où l’on martelle

Les clous du long cercueil où j’étendrai mon corps
Et que l’on brûlera dans la flamme immortelle
Pour me sauver de vous, lorsque je serais mort…

ZZZZ….

Dio odiò quanto basta per concepir le mosche :
orrende, vellutate, con il corpo inquietante,
gonfie di pus giallastro, il volo titubante,
con uno strano aspetto di cose in lutto e losche.

All’opposto di Satana, che guasta col tocco,
voi, o mosche, toccate ciò ch’è guasto, con gusto
tutte affollando l’occhio rossastro e bello lustro
delle bestie accecate dal vostro avido succhio.

L’ala vostra stridente di metallo all’interno
nel mio incubo sollevi un nebuloso inferno:
villosi corpi usciti laddove si martella

chiodi sull’ampia bara pronta per la mia spoglia
e che verrà bruciata come immortale stella
per salvarmi da voi giunto all’ultima soglia.

* *

Théorème

Etre infiniment bon, infiniment aimable
Infiniment ceci, infiniment cela
Ça n’est pas mal. Pourtant le sonnet que voilà
S’en va vous démontrer dans un style impeccable

Que ça ne suffit pas. Il est indispensable
Pour être Dieu, de tout savoir. Il ne sait pas
Quelque chose qu’à tous j’ai caché jusque-là.
Dieu, C’EST MOI. Démontrons. La chose est admirable.

Sachant ce qu’il ne sait, je suis plus fort que lui
– Dans vos cerveaux brumeux voici que l’aube a lui
Ecoutez bien – ; plus fort que lui, je me surpasse

Puisque lui, c’est bien moi. Qui peut se surpasser
Soi-même, sinon Dieu? – Oui, ça va tout casser.
Que voulez-vous – … souvent il advient que tout casse.

Teorema

Essere di bontà, di carità infinita,
illimitato in questo, illimitato in quello.
Davvero niente male. Quindi il sonetto bello
qui presente dimostra nello stile migliore

che non è abbastanza. Par proprio indispensabile,
per esser Dio, di tutto sapere. Ma non sa
Lui che occulto qualcosa da un po’ di tempo in qua :
Dio SON IO. Dimostriamo. La cosa è assai mirabile.

So quello che non sa e sono più forte di lui
– ecco la luce farsi dentro i cervelli bui
ascoltate –, più forte di lui io mi sorpasso,

infatti lui è me. Ma chi può sorpassare
se stesso se non Dio? – Qui sta ormai per saltare
tutto. Scusate – spesso tutto giunge al collasso.

* *

Hauts fonds

Heureux les blêmes noyés balancés par la houle!
Les vers ne les lardent pas dans un cercueil obscur…
Leurs poumons sont délivrés des miasmes impurs
De sépulcres où l’humeur et la sanie s’écoule…

Ho! verdâtres naufragés aux fonds où le flot roule,
En marge de votre vie quand le deleatur
Point soudain, vous n’allez pas gésir sous le sol dur,
Sous la terre sale et triste où va creusant la goule…

L’ardente étreinte à huit bras du poulpe vous enivre,
Et gagnés par la douceur de l’eau, de ne plus vivre,
Vous riez à grands dents, arrondis par l’orgueil

D’aimer aux abîmes gris le corps froid des sirènes,
L’or des soleils engloutis par la mer souveraine…
Elle – rit et montre aussi les dents de ses écueils…

Alti fondi

Felici gli annegati, lividi e cullati dall’onda,
non trafitti dai vermi dentro una bara oscura.
Liberi hanno i polmoni da emanazione impura,
dai sepolcri spurganti la sanie più immonda.

O naufraghi verdastri nei fondi dove scorre l’onda,
quando verrà da un rigo di colpo cancellata
la vita, vi sarà la dura terra evitata,
la terra laida e triste che un satanasso sfonda.

La stretta ad otto braccia del polpo vi scalda ed inebria,
vinti dalla molle acqua, del non essere più
ridete ora sguaiati, gonfi dell’orgoglio d’amare

nei grigi abissi il corpo freddo della bella sirena.
Raggi d’oro inghiottiti dall’acqua, che è sovrana.
E ride – i denti dei suoi scogli mostrando – il mare.

* *

Haute philosophie

Cauchemars aux doigts de charbon
Démons dansants, aride arête
Des pics noir sur blanc dont la crête
Masque l’abîme qu d’un bond

L’on franchit pour y choir, gibbons
Pendus aux gibets, sals têtes
De folles, viles, molles bêtes
Gluants sansonnets du Gabon

Ma cervelle tordue s’entête
A vous chercher, pâles comètes
Aux arômes nauséabonds

Et je vous chérie et vous fête
Car les mauvais rêves sont longs
Si ce sont les bons qu’on regrette.

Alta filosofia

Incubi dalle dita di carbone,
danze di demoni, nei crinali aridi,
picchi nero su bianco che ben solidi
nascondono l’abisso, dal costone

chi tenta il balzo vi cade, gibboni
ai patiboli appesi, teste folli,
sozze, vigliacche di bestiacce molli:
viscidi storni dei freddi Grigioni.

Il mio contorto cervello si guasta
vostro segugio, pallide comete
dagli aromi davvero nausebondi.

Vi prediligo e vi faccio festa
ché, se rimpiango dei sogni di quiete,
illimitati son quelli più immondi.

* *

Hippique

Voyant un cheval qui broutait,
Un décorateur plein d’audace
Voulut le transformer sur place
En un objet d’art. Stupéfait,

L’étalon regarde et se tait.
Découpant le cuire coriace,
L’homme, ainsi qu’un affreux rapace,
Vide la bête et vous en fait

Une lanterne dernier cri
Que l’on vendra cher à Paris.
Mais l’animal soudain sursaute,

Se débat, puis proteste. En vain…
Le voilà lustre par sa faute.
L’étalon qu’homme ajoure sen plaint…

Ippico

Scorgendo tal cavallo che brucava
l’arredatore gran estravagante
volle con genio mutarlo all’istante
in un’opera d’arte. Lo guardava

lo stallone stupito e stava zitto.
Tagliando a fette il cuoio tenace
l’uomo come un orribile rapace
svuota l’equino, l’appende al soffitto,

lo rende un lume dell’ultima moda
da esporre a Londra per le folle in coda.
Ma quello allora scalcia belluino,

protesta e s’agita, ma invano chiama,
fatto lampada per il suo destino :
piange l’equino che l’uomo ricama.

* *

Vers

Quand le Galiléen creva sur la croix noire
Je me dis – c’est la fin! Comme je me trompais
Les prêtres, s’emparant de ce récit parfait
Inventèrent Jésus, la messe et le ciboire

Et depuis ce temps-là se raconte l’histoire
De Celui qui sortit de sa tombe. Et l’on fait
Un miracle étonnant de ce tout petit fait
Et l’on nous dit : croyez à cette balançoire.

Cependant, un souci me tanne le cerveau
Le conte, assurément, peut vous paraître beau :
«Il quitta son cercueil et prit de l’Altitude»

Pourtant j’ai constaté – ça me gêne toujours
Que, s’il repose en paix seulement quinze jours
Un camembert aussi s’en va seul, d’habitude…

Vermi

Crepato il Nazareno sulla sua croce nera,
mi son detto: è finita! M’illudevo del tutto.
I preti razziarono quel racconto perfetto
e inventarono Cristo, i sacramenti e la vera.

E da quel giorno vanno raccontando la storia
di Quello uscito fuori dalla tomba. E da un fatto
blando fanno un miracolo di grandioso impatto
che noi dovremmo berci, per loro vanagloria.

C’è tuttavia un pensiero che ancora m’arrovella,
di certo la vicenda può apparirvi bella
“Abbandonò la bara poi guadagnò Altezza”.

Pertanto ho constatato – e mai mi rassereno –
che se riposa in pace quindici giorni almeno
anche un camembert scappa da solo con destrezza.

(apparso in Testo a fronte, n°32, I semestre, 2005)

6 Responses to Sette di cento. Traduzioni dai “Cent Sonnets”

  1. Rupert Toy Party il 2 agosto 2005 alle 00:23

    Queste poesie bellissime mi ricordano il mio poeta preferito Petrarca. Però anche Leopardi era bravissimo. Sinceramente spero che continuerete così essendo di nuovo con un occhio alla cultura. Ciao

  2. ferdyzang il 2 agosto 2005 alle 11:44

    Così si fa.

  3. Aldo Primo il 3 agosto 2005 alle 01:08

    Sono perfettamente daccordo con Rupert Toy Party su questi grandi poeti come Petrarca e Leopardi, ma non dobbiamo dimenticare Dante che è dello stesso periodo e che ha creato una scrittura ancora oggi considerata geniale. A me mi esalta quel passo nell’inferno dove parla delle colonne d’ercole per far capire che non bisogna oltrepassare i limiti. E’ incredibile come millenni fà un uomo del genere già aveva capito dove stavamo andando. Ma gli americani non lo capiranno mai!!!

  4. andrea inglese il 3 agosto 2005 alle 17:12

    non è neppure da dimenticare il collettivo greco di poeti non vedenti che sotto il nickname di “Omero” pubblicò un paio di poemi di guerra e di avventura

  5. maria luisa il 17 agosto 2005 alle 17:44

    Strane alchimie. Ieri ho trovato dei testi di Boris Vian e ho iniziato a leggerlo, ma non sapevo che avesse scritto poesie. Interessante!

  6. maria luisa il 17 agosto 2005 alle 18:04

    Lo avrei scritto nel commento al testo di Ryoko Segikuchi, ma lì la discussione è andata in altre direzioni… La sensazione di poter leggere le poesie nella lingua in cui sono state pensate, al di là che essa sia lingua materna o semplicemente lingua di espressione, è che l’attenzione si sposta ai suoni delle parole, prima che al loro significato. E’ un aspetto che va in secondo piano quando si leggono testi in italiano (mia lingua materna). E’ un piacere sensoriale in sè e per sé. Fondamentale trovare qui il testo originale e la traduzione a fianco del testo.



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