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	Commenti a: Apparition	</title>
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		<title>
		Di: temperanza		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[temperanza]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2005 10:38:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vorrei anche dire che molta parte di quello che si dice nei commenti ai due testi sul terrorismo postati da Inglese è molto strettamente intrecciata al dettaglio di cui si parla qui.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei anche dire che molta parte di quello che si dice nei commenti ai due testi sul terrorismo postati da Inglese è molto strettamente intrecciata al dettaglio di cui si parla qui.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: temperanza		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11478</link>

		<dc:creator><![CDATA[temperanza]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2005 10:08:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ogni volta mi frego la citazione perché la metto tra i caporali,  la citazione di Malamud era:

**Coloro che affermano che il romanzo è morto, lo dicono perché non sono capaci di scriverne uno**

senza questa il discorso che ho fatto non ha senso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta mi frego la citazione perché la metto tra i caporali,  la citazione di Malamud era:</p>
<p>**Coloro che affermano che il romanzo è morto, lo dicono perché non sono capaci di scriverne uno**</p>
<p>senza questa il discorso che ho fatto non ha senso</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: temperanza		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11477</link>

		<dc:creator><![CDATA[temperanza]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2005 10:05:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@mariob
Rispondo per me, cercando anche di essere sintetica per non scrivere un lenzuolo come ho fatto prima.
Se ho dato l&#039;impressione di ritenere che narrazione e scrittura siano morte, ho dato l&#039;impressione sbagliata. Questo genere di discorsi si fanno sempre dall&#039;interno del problema. Se  fossero morte e sepolte, non ne parleremmo più.
Ma i modi, e la loro capacità di trasmettere l&#039;esperienza e l&#039;efficacia con cui lo fanno sono cambiati e questo cambiamento mi interessa e mi mette in difficoltà.

Tu citi Malamud, ma Malamud è il nonno della generazione che adesso ha trent&#039;anni e per qualcuno addirittura il bisnonno. Comunque dice una cosa che ai miei occhi è particolarmente interessante e dalla quale vorrei ripartire.

&#062;

Perfetto, mettendo da parte chi non è capace di scriverlo perché  non sa scrivere, se ad avere difficoltà ad affrontare il romanzo è un&#039;intera generazione, e se questa generazione nel romanzo ha una profonda sfiducia (non dunque il singolo incapace che farebbe meglio a fare altro) e se, per dire quello che vorrebbe comunque dire, è costretta ad arretrare su posizioni diverse? Se alla fine si dice non lo scriverò, il romanzo è morto, oppure è morto &quot;per me&quot;, qualche ragione di porsi il problema ci sarà, non ti pare?

Se uno scrittore i cui strumenti sono quelli giusti (capacità di scrittura, di organizzazione, ecce.) nel momento in cui mette mano al romanzo si sente scorato, perché i nomi gli sembrano falsi, i luoghi  vani, la scrittura stessa del romanzo sfinita, che cosa farà?


Altra precisazione, parlo di romanzo, non di racconto, e so che romanzi ne sono stati scritti comunque, anche in questi ultimi trent&#039;anni ma mi chiedo,
è in quei romanzi che si è toccato il punto nevralgico, dolente? A me non pare. Per esempio, la Maraini  ha scritto romanzi, la Agnello Hornby ha scritto romanzi (datemi un uomo che in questo momento non mi viene in mente) sono romanzi come questi che hanno toccato il punto nevralgico, dolente?  O è in scritture diverse, trasversali, marginali, frammentarie, deformate, saggistiche, e chi più ne ha più ne metta, in romanzi che allo statuto classico del romanzo hanno rinunciato, anche scegliendo registri  che di fatto le facevano scivolare fuori e lateralmente al romanzo?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@mariob<br />
Rispondo per me, cercando anche di essere sintetica per non scrivere un lenzuolo come ho fatto prima.<br />
Se ho dato l&#8217;impressione di ritenere che narrazione e scrittura siano morte, ho dato l&#8217;impressione sbagliata. Questo genere di discorsi si fanno sempre dall&#8217;interno del problema. Se  fossero morte e sepolte, non ne parleremmo più.<br />
Ma i modi, e la loro capacità di trasmettere l&#8217;esperienza e l&#8217;efficacia con cui lo fanno sono cambiati e questo cambiamento mi interessa e mi mette in difficoltà.</p>
<p>Tu citi Malamud, ma Malamud è il nonno della generazione che adesso ha trent&#8217;anni e per qualcuno addirittura il bisnonno. Comunque dice una cosa che ai miei occhi è particolarmente interessante e dalla quale vorrei ripartire.</p>
<p>&gt;</p>
<p>Perfetto, mettendo da parte chi non è capace di scriverlo perché  non sa scrivere, se ad avere difficoltà ad affrontare il romanzo è un&#8217;intera generazione, e se questa generazione nel romanzo ha una profonda sfiducia (non dunque il singolo incapace che farebbe meglio a fare altro) e se, per dire quello che vorrebbe comunque dire, è costretta ad arretrare su posizioni diverse? Se alla fine si dice non lo scriverò, il romanzo è morto, oppure è morto &#8220;per me&#8221;, qualche ragione di porsi il problema ci sarà, non ti pare?</p>
<p>Se uno scrittore i cui strumenti sono quelli giusti (capacità di scrittura, di organizzazione, ecce.) nel momento in cui mette mano al romanzo si sente scorato, perché i nomi gli sembrano falsi, i luoghi  vani, la scrittura stessa del romanzo sfinita, che cosa farà?</p>
<p>Altra precisazione, parlo di romanzo, non di racconto, e so che romanzi ne sono stati scritti comunque, anche in questi ultimi trent&#8217;anni ma mi chiedo,<br />
è in quei romanzi che si è toccato il punto nevralgico, dolente? A me non pare. Per esempio, la Maraini  ha scritto romanzi, la Agnello Hornby ha scritto romanzi (datemi un uomo che in questo momento non mi viene in mente) sono romanzi come questi che hanno toccato il punto nevralgico, dolente?  O è in scritture diverse, trasversali, marginali, frammentarie, deformate, saggistiche, e chi più ne ha più ne metta, in romanzi che allo statuto classico del romanzo hanno rinunciato, anche scegliendo registri  che di fatto le facevano scivolare fuori e lateralmente al romanzo?</p>
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		<item>
		<title>
		Di: cf05103025		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11474</link>

		<dc:creator><![CDATA[cf05103025]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2005 09:11:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Riflessioni dopo la lettura dei commenti di tashetgo e temperanza.

Sono andato a rispolverare un intervista rilasciata a Daniel Stern nel 1991 dallo straordinario Bernard Malamud:
&quot; - Credi che non sia più possibile raccontare storie, o che non lo sarà più in futuro?
Questo succederà quando la gente non farà più sesso. 
Cosa pensi della morte del romanzo? 
Il romanzo può forse scomparire, ma non morirà mai.
E cioè?
Non sto dicendo che è destinato a scomparire, sto sem-plicemente facendo una supposizione. Immaginiamo che accada; poi un bel giorno qualche scrittore pieno di talento scriverà una lunga lettera piena di sentimento, traboccante di esperienze, e ci sarà di nuovo vita. L’uomo ha bisogno del romanzo. Noi tutti abbiamo bisogno di ciò che scopria-mo in un romanzo. Coloro che affermano che il romanzo è morto, lo dicono perché non sono capaci di scriverne uno.&quot;
-
Avrei da riflettere pure sulle dichiarazioni di tashtego, quando dice:
&quot;Sono convinto, assieme a molte altre persone, che oggi la realtà che percepiamo sia una cosa GIÀ NARRATA e che non sia possibile sollevare, o squarciare, il velo di narrazione secondo il quale viene fornita, per riferirvisi direttamente&quot;.

1.Ora può darsi che molti percepiscano la realtà come cosa già narrata per via delle molteplici fiumane di narrazioni fatte e del quantità di mezzi usati per narrare. Io non credo che la cosiddetta &quot;realtà&quot; sia tutta visibile (non faccio allusioni spiritualiste, parapsicologiche etc.) poiché essa è in continuo movimento e mutamento praticamente in tutte le sue componenti quindi essa non può essere stata tutta narrata, se mai solo in parte interpretata poiché la narrazione é sempre una interpretazione. 
Le sensibilità come capacità di percezione stessa dei narratori nei confronti della realtà sono molte diversificate, complesse più o meno acute e variano con tempi ed educazioni, costumi etc;  le stesse possibilità dei narratori variano con il mutamento, l&#039;evoluzione dei linguaggi.
2.Piuttosto il mutamento, la crescita di numero dei linguaggi espressivi fa sì che una enorme quantità di storie arrivi quotidianamente agli occhi ed alle orecchie umane soprattutto attraverso tv internet cinema; quindi ora sopravanza di gran lunga una interpretazione visiva della realtà narrabile rispetto alla narrazione scritta eminente fino a trenta anni fa. 
Mi pare ancora che nonostante l&#039;enorme quantità di storie sparata continuamente sugli uomini attraverso i media sempre questi ne siano avidi se non golosi. Anzi a volte mi immagino o temo uomini che non conoscano più confini tra la storia uscita dal gigantesco video plasmatico confitto al muro e la storia reale della loro pelle dei propri muscoli  o crani( cose alla Huxley….)
3.Credo che questo desiderio di storie nato in un tempo lontanissimo, come prima interpretazione e spiegazione del mondo, trasmesso con i sensi, da bocca ad orecchio, da testa a testa, nel corso dei secoli mutato in storia scritta e letta, sia insopprimibile e  fondamentale nella storia evolutiva della specie. 
Penso ancora che ora vi sia una sproporzionata offerta di prodotto narrato scritto e stampato  rispetto alla possibilità di consumo tradizionale e redditizio e che per forza di cose questa offerta dovrà scemare, contrarsi drammaticamente o evolversi verso altri tipi di linguaggi espressivi, forse ancora da esperire.
Mario Bianco]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riflessioni dopo la lettura dei commenti di tashetgo e temperanza.</p>
<p>Sono andato a rispolverare un intervista rilasciata a Daniel Stern nel 1991 dallo straordinario Bernard Malamud:<br />
&#8221; &#8211; Credi che non sia più possibile raccontare storie, o che non lo sarà più in futuro?<br />
Questo succederà quando la gente non farà più sesso.<br />
Cosa pensi della morte del romanzo?<br />
Il romanzo può forse scomparire, ma non morirà mai.<br />
E cioè?<br />
Non sto dicendo che è destinato a scomparire, sto sem-plicemente facendo una supposizione. Immaginiamo che accada; poi un bel giorno qualche scrittore pieno di talento scriverà una lunga lettera piena di sentimento, traboccante di esperienze, e ci sarà di nuovo vita. L’uomo ha bisogno del romanzo. Noi tutti abbiamo bisogno di ciò che scopria-mo in un romanzo. Coloro che affermano che il romanzo è morto, lo dicono perché non sono capaci di scriverne uno.&#8221;<br />
&#8211;<br />
Avrei da riflettere pure sulle dichiarazioni di tashtego, quando dice:<br />
&#8220;Sono convinto, assieme a molte altre persone, che oggi la realtà che percepiamo sia una cosa GIÀ NARRATA e che non sia possibile sollevare, o squarciare, il velo di narrazione secondo il quale viene fornita, per riferirvisi direttamente&#8221;.</p>
<p>1.Ora può darsi che molti percepiscano la realtà come cosa già narrata per via delle molteplici fiumane di narrazioni fatte e del quantità di mezzi usati per narrare. Io non credo che la cosiddetta &#8220;realtà&#8221; sia tutta visibile (non faccio allusioni spiritualiste, parapsicologiche etc.) poiché essa è in continuo movimento e mutamento praticamente in tutte le sue componenti quindi essa non può essere stata tutta narrata, se mai solo in parte interpretata poiché la narrazione é sempre una interpretazione.<br />
Le sensibilità come capacità di percezione stessa dei narratori nei confronti della realtà sono molte diversificate, complesse più o meno acute e variano con tempi ed educazioni, costumi etc;  le stesse possibilità dei narratori variano con il mutamento, l&#8217;evoluzione dei linguaggi.<br />
2.Piuttosto il mutamento, la crescita di numero dei linguaggi espressivi fa sì che una enorme quantità di storie arrivi quotidianamente agli occhi ed alle orecchie umane soprattutto attraverso tv internet cinema; quindi ora sopravanza di gran lunga una interpretazione visiva della realtà narrabile rispetto alla narrazione scritta eminente fino a trenta anni fa.<br />
Mi pare ancora che nonostante l&#8217;enorme quantità di storie sparata continuamente sugli uomini attraverso i media sempre questi ne siano avidi se non golosi. Anzi a volte mi immagino o temo uomini che non conoscano più confini tra la storia uscita dal gigantesco video plasmatico confitto al muro e la storia reale della loro pelle dei propri muscoli  o crani( cose alla Huxley….)<br />
3.Credo che questo desiderio di storie nato in un tempo lontanissimo, come prima interpretazione e spiegazione del mondo, trasmesso con i sensi, da bocca ad orecchio, da testa a testa, nel corso dei secoli mutato in storia scritta e letta, sia insopprimibile e  fondamentale nella storia evolutiva della specie.<br />
Penso ancora che ora vi sia una sproporzionata offerta di prodotto narrato scritto e stampato  rispetto alla possibilità di consumo tradizionale e redditizio e che per forza di cose questa offerta dovrà scemare, contrarsi drammaticamente o evolversi verso altri tipi di linguaggi espressivi, forse ancora da esperire.<br />
Mario Bianco</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: temperanza		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11462</link>

		<dc:creator><![CDATA[temperanza]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 20:33:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Tashtego
Ho letto con attenzione la tua risposta e cerco di contribuire anch’io a definire i termini della questione, risposte non ne ho ovviamente, ma ti propongo qualche riflessione, vediamo cosa ne direte tu e gli altri eventualmente interessati.

Dopo la tua riflessione io liquiderei il punto che avevo posto all’inizio un po’ approssimativamente parlando di realismo,  – che a questo punto mi sembra solo una cifra stilistica tra tante e comunque una cosa di cui parlare più avanti – e passerei al vero punto della questione, e cioè alla REALTA’ CONDIVISA.
Io non solo definirei la realtà che percepiamo come già narrata, ma allargherei il discorso e la definirei come realtà già consumata, già conosciuta, nota e incapace di provocare stupore. L’impossibilità di provare stupore,  – grande perdita della generazione  nata nel dopoguerra, che è stata quasi da subito la prima generazione della città e non più dell’Italia di paese –  matura lentamente nel corso degli anni ’60 ed esplode negli anni ‘70, anni ai quali io anticiperei  quel passaggio che tu situi negli anni ’80. Credo che negli anni ’70 questo strappo lentamente maturato  si manifesti per la prima volta e che negli anni ‘80 marcisca.
La frammentazione dell’esperienza, la rottura della catena, nonostante quella generazione cercasse ancora in qualche modo un rapporto coi padri,  si forma negli anni 70 con il curioso risultato di capovolgere il rapporto e di  mostrarci i padri che cercavano con una terribile ansia di perdita, un contatto drammatico con l’esperienza incomprensibile dei figli, non rendendosi conto che l’esperienza dei figli era ormai destrutturata. È stata una crisi drammatica di tutto un paese che non ha saputo più riallacciare i fili.
La perdita dello stupore è anche la perdita di quella voce che allo stupore offre un rispecchiamento, che è la voce della narrazione, mi pare.
Il frammento nasce credo da qui, da questa orfanità. Se come dici giustamente la realtà è minata, se è deflagrata come percezione unitaria  e lineare del mondo e dell’esperienza, il frammento è  stata paradossalmente la risposta più realistica, più aderente, più “sincera”.

Mi fermo perché qui devo dire una cosa che mi pare importante, e cioè che io parlo dall’interno della mia generazione,  nata nel dopoguerra, unico punto di vista dal quale posso parlare e pensare, e non ho la minima idea di come si possa vedere e parlare dall’interno di quella successiva, che è in parte la ragione per cui ogni tanto faccio una capatina qui.

La mia sensazione, e mi piacerebbe che la generazione successiva mi rispondesse, è che il lavoro sul frammento e sul frammento del frammento e sul già detto, scritto narrato (quella perdita dello stupore e della meraviglia di cui dicevo prima) non sia più produttivo  e che la forma già coniata del genere (noir o qualcos’altro) sia vissuta in modo molto poco drammatico, non come perdita di una percezione unitaria, ma come utile contenitore neutro  all’interno del quale far muovere un simulacro di mondo, una spregiudicatezza delle forme che non è detto corrisponda anche a una spregiudicatezza etica.

Il limite di questo discorso, limite del quale sono più che consapevole è che coesistono in questo momento tipi di scrittura, all’interno della stessa generazione, i più diversi, che credono a mio parere di essere in conflitto, ma che io vedo come facce di una stessa figura geometrica. In questo senso potrei anche vederli come mera continuazione della crisi narrativa della mia generazione, che ha provato verso il romanzo la massima e dolorosa sfiducia.

Cosa può darci ancora la narrazione, tu chiedi,  prima di provare a rispondere a questo mi piacerebbe sapere se c’è qualche reazione a quello che ho detto fin qui.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Tashtego<br />
Ho letto con attenzione la tua risposta e cerco di contribuire anch’io a definire i termini della questione, risposte non ne ho ovviamente, ma ti propongo qualche riflessione, vediamo cosa ne direte tu e gli altri eventualmente interessati.</p>
<p>Dopo la tua riflessione io liquiderei il punto che avevo posto all’inizio un po’ approssimativamente parlando di realismo,  – che a questo punto mi sembra solo una cifra stilistica tra tante e comunque una cosa di cui parlare più avanti – e passerei al vero punto della questione, e cioè alla REALTA’ CONDIVISA.<br />
Io non solo definirei la realtà che percepiamo come già narrata, ma allargherei il discorso e la definirei come realtà già consumata, già conosciuta, nota e incapace di provocare stupore. L’impossibilità di provare stupore,  – grande perdita della generazione  nata nel dopoguerra, che è stata quasi da subito la prima generazione della città e non più dell’Italia di paese –  matura lentamente nel corso degli anni ’60 ed esplode negli anni ‘70, anni ai quali io anticiperei  quel passaggio che tu situi negli anni ’80. Credo che negli anni ’70 questo strappo lentamente maturato  si manifesti per la prima volta e che negli anni ‘80 marcisca.<br />
La frammentazione dell’esperienza, la rottura della catena, nonostante quella generazione cercasse ancora in qualche modo un rapporto coi padri,  si forma negli anni 70 con il curioso risultato di capovolgere il rapporto e di  mostrarci i padri che cercavano con una terribile ansia di perdita, un contatto drammatico con l’esperienza incomprensibile dei figli, non rendendosi conto che l’esperienza dei figli era ormai destrutturata. È stata una crisi drammatica di tutto un paese che non ha saputo più riallacciare i fili.<br />
La perdita dello stupore è anche la perdita di quella voce che allo stupore offre un rispecchiamento, che è la voce della narrazione, mi pare.<br />
Il frammento nasce credo da qui, da questa orfanità. Se come dici giustamente la realtà è minata, se è deflagrata come percezione unitaria  e lineare del mondo e dell’esperienza, il frammento è  stata paradossalmente la risposta più realistica, più aderente, più “sincera”.</p>
<p>Mi fermo perché qui devo dire una cosa che mi pare importante, e cioè che io parlo dall’interno della mia generazione,  nata nel dopoguerra, unico punto di vista dal quale posso parlare e pensare, e non ho la minima idea di come si possa vedere e parlare dall’interno di quella successiva, che è in parte la ragione per cui ogni tanto faccio una capatina qui.</p>
<p>La mia sensazione, e mi piacerebbe che la generazione successiva mi rispondesse, è che il lavoro sul frammento e sul frammento del frammento e sul già detto, scritto narrato (quella perdita dello stupore e della meraviglia di cui dicevo prima) non sia più produttivo  e che la forma già coniata del genere (noir o qualcos’altro) sia vissuta in modo molto poco drammatico, non come perdita di una percezione unitaria, ma come utile contenitore neutro  all’interno del quale far muovere un simulacro di mondo, una spregiudicatezza delle forme che non è detto corrisponda anche a una spregiudicatezza etica.</p>
<p>Il limite di questo discorso, limite del quale sono più che consapevole è che coesistono in questo momento tipi di scrittura, all’interno della stessa generazione, i più diversi, che credono a mio parere di essere in conflitto, ma che io vedo come facce di una stessa figura geometrica. In questo senso potrei anche vederli come mera continuazione della crisi narrativa della mia generazione, che ha provato verso il romanzo la massima e dolorosa sfiducia.</p>
<p>Cosa può darci ancora la narrazione, tu chiedi,  prima di provare a rispondere a questo mi piacerebbe sapere se c’è qualche reazione a quello che ho detto fin qui.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11455</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 18:32:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[cioè, manca qualche virgola, quanto meno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>cioè, manca qualche virgola, quanto meno.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11453</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 17:56:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[va bene solo se mi fai un po&#039; di editing, che così fa un po schifo.
grazie, comunque.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>va bene solo se mi fai un po&#8217; di editing, che così fa un po schifo.<br />
grazie, comunque.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea raos		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11451</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 17:20:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[tashetgo, alla faccia delle domandine! se mi autorizzi copio il tuo commento come post, in modo da creare uno spazio di discussione autonomo - che forse è più comodo. fammi sapere, ciao,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>tashetgo, alla faccia delle domandine! se mi autorizzi copio il tuo commento come post, in modo da creare uno spazio di discussione autonomo &#8211; che forse è più comodo. fammi sapere, ciao,</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11449</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 14:49:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[c&#039;è chi siede all&#039;apice dell&#039;arte e chi nuota a largo, come un tonno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>c&#8217;è chi siede all&#8217;apice dell&#8217;arte e chi nuota a largo, come un tonno.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: georgia		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11448</link>

		<dc:creator><![CDATA[georgia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 14:37:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[temperanza non sono la tua amica e non parlo mai di urbanistica.
Se vuoi insinuare che sono la moglie di uno che lavora nell&#039;editoria ... beh sei fuori come un balcone :-)
A mio marito non potrebbe fregargliene di meno di editoria e di letteratura, se gli capita di occuparsene è solo per far piacere  a me, e anche a me, se mi capita di occuparmene, a volte, è solo per far piacere a me :-), la mia passione vera sarebbe la politica, ma ... naturalmente non sono neppure la moglie di un politico (se dio vuole):-)
Non dico cose di quarta mano (addirittura?) quindi non etichettarmi, è cosa troppo ardua per te (e per altri qui) sono più scivolosa di una saponetta quindi accontentati di essere tu una professionista, me lasciami nuotare, al largo, con i dilettanti che sono quelli che preferisco, i professionisti, a mio giudizio, parlano sempre per centesima mano peggio di un millepiedi,  ... poi si potrebbe parlare del famoso paradosso del centimano ma ... quello un&#039;altra volta :-)
con simpatia
georgia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>temperanza non sono la tua amica e non parlo mai di urbanistica.<br />
Se vuoi insinuare che sono la moglie di uno che lavora nell&#8217;editoria &#8230; beh sei fuori come un balcone :-)<br />
A mio marito non potrebbe fregargliene di meno di editoria e di letteratura, se gli capita di occuparsene è solo per far piacere  a me, e anche a me, se mi capita di occuparmene, a volte, è solo per far piacere a me :-), la mia passione vera sarebbe la politica, ma &#8230; naturalmente non sono neppure la moglie di un politico (se dio vuole):-)<br />
Non dico cose di quarta mano (addirittura?) quindi non etichettarmi, è cosa troppo ardua per te (e per altri qui) sono più scivolosa di una saponetta quindi accontentati di essere tu una professionista, me lasciami nuotare, al largo, con i dilettanti che sono quelli che preferisco, i professionisti, a mio giudizio, parlano sempre per centesima mano peggio di un millepiedi,  &#8230; poi si potrebbe parlare del famoso paradosso del centimano ma &#8230; quello un&#8217;altra volta :-)<br />
con simpatia<br />
georgia</p>
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