Traduzione

4 settembre 2005
Pubblicato da

Di Mark Strand

Traduzione di Damiano Abeni

1

Qualche mese fa, mio figlio di quattro anni mi sorprese. Era tutto curvo a lucidarmi le scarpe quando alzò lo sguardo e mi disse, “Le mie traduzioni da Palazzeschi vanno male”.
Ritrassi immediatamente il piede. “Le tue traduzioni? Non sapevo che fossi in grado di tradurre”.

“Non è che tu mi abbia dedicato una grande attenzione negli ultimi tempi”, disse. “Ho avuto parecchie difficoltà nel decidere che tono volevo che le mie traduzioni assumessero. Più le guardo da vicino e meno sono certo di come debbano essere lette o capite. E dato che sono solo un poeta alle prime armi, più assomigliano alle mie poesie e meno è probabile che valgano qualcosa. Io lavoro, lavoro, cambiando senza fine questo o quello, sperando che grazie a qualche miracolo possa giungere alla loro giusta resa in un inglese che sia al di là della mia immaginazione. Oh, papà, è stato duro”.
Vedere mio figlio che si affannava su Palazzeschi mi fece salire le lacrime agli occhi. “Figlio”, gli dissi, “dovresti trovare un poeta giovane da tradurre, qualcuno della tua età, le cui poesie non valgono niente. Allora, se le tue traduzioni saranno cattive non avrà alcuna importanza”.

2

La maestra della scuola materna di mio figlio è venuta a casa a trovarmi. “Non so il tedesco”, ha detto sbottonandosi la camicetta e slacciandosi il reggiseno che poi ha lasciato scivolare per terra. “Ma sento di dover tradurre Rilke. Nessuna delle traduzioni che ho letto mi pare eccellente. Se ne facessi una sintesi sono sicura che finirei per ottenere qualcosa di meglio”. Lasciò cadere la gonna. “Ho sentito dire che Rilke è il Gerald Manley Hopkins tedesco, così terrò “Il naufragio del Deutschland” sulla scrivania mentre sono all’opera. Qualcosa dovrà pure cader fuori da lì. Non so bene che poesie farò, ma preferisco le “Elegie Duinesi”, perché assomigliano maggiormente alle mie poesie. Com’è ovvio che sia, prenderò lezioni di tedesco mentre traduco”. Si tolse le mutandine. “Insomma, cosa ne pensa?” chiese, nuda di fronte a me.
“Lei è una di quelle”, risposi, “che credono che la traduzione sia una lettura non dell’originale, ma di ogni testo tradotto disponibile. Perché sprecare soldi per le lezioni di tedesco, se la vera fonte della sua traduzione saranno le traduzioni già completate?” Poi, protendendo una mano per scacciarle una mosca dai capelli, continuai, “Il suo approccio è quello editoriale – si modifica la traduzione di qualcun altro finché non sembra sua, aggirando lo stadio più importante nella conversione di una poesia in un’altra, vale a dire il passo iniziale di trovare degli equivalenti approssimativi, quello che poi conterrà l’originalità della sua lettura. Anche se lavorerà con qualcuno che sa bene il tedesco, lei non sarà mai più dell’editor di quella persona, perché sarà lui ad aver mosso il passo iniziale, e per quanto possa razionalizzare la sua scelta in modo alquanto saggio, quel passo sarà stato intrapreso grazie all’intuito o automaticamente”.
“Capisco cosa vuol dire”, disse. “Forse dovrei fare un tentativo con Baudelaire”.

3

“Come va?” chiesi al marito della maestra della scuola materna.
“Ho deciso di non tradurre per salvare il mio matrimonio”, rispose. “Avevo pensato di fare le poesie di Jorge de Lima, ma non sapevo come avrei fatto”. Si asciugò con un fazzoletto sgualcito il labbro superiore madido di sudore. “Pensavo che forse una traduzione dovrebbe suonare come una traduzione, e dovrebbe ricordare al lettore che ciò che stava leggendo aveva avuto una vita precedente in un’altra lingua e non era stato concepito in inglese. Ma non sono riuscito a ridurmi a scrivere in un modo che potesse far venire in mente a qualcuno che quello che stava leggendo era migliore prima che ci mettessi le mani io. Conferire dignità alla poesia a spese della traduzione mi sembra altrettanto perverso che cancellare l’originale con una traduzione. Per di più”, aggiunse, questa volta asciugando il mio labbro superiore con il fazzoletto, e accarezzandomi la guancia con il dorso della mano, “se il linguaggio poetico dominante di un dato periodo determina il modo in cui una poesia deve essere tradotta (e di solito è così), determinerà anche quali poesie si devono tradurre. Vale a dire, in un periodo di liriche sussurrate in stile piano, le formule barocche di tipo spettacolare non verranno viste con favore. Così, cosa dovrebbe fare il traduttore? Adottare uno stile antico? O si tratterebbe di una parodia della vitalità, ingenuità, e naturalezza del periodo dell’originale? Anche se de Lima è un poeta del ventesimo secolo, il suo tipo di modernismo è passé, piuttosto fuori contatto con la poesia che viene scritta oggi. per quanto riesco a vedere, non c’è niente da fare con le sue poesie”. E con ciò scomparve in fondo alla via.

4

Per sfuggire a tutte le chiacchiere sulla traduzione me ne andai in campeggio tutto solo nello Utah meridionale, e stavo per accendere un fuoco quando un tipo a torso nudo strisciò fuori dalla tenda vicina, si alzò in piedi e cominciò a limarsi le unghie. “Lei non sa chi sono io”, disse, “ma io so chi è lei”.
“E lei chi è?” chiesi.
“Mi chiamo Bob”, rispose. “Ho trascorso i primi vent’anni della mia vita a Porto Velho, e credo che Manuel Bandeira sia il maggiore poeta del ventesimo secolo ancora non scoperto – non scoperto, voglio dire, dal mondo di lingua inglese. Voglio tradurlo”. Quindi strizzò gli occhi. “Insegno portoghese all’Università Statale dello Utah del Sud dove c’è un gran bisogno del portoghese perché poche delle persone da quelle parti pare che sappiano che esiste. So che non le piacerà sentirselo dire, ma non mi piace la poesia americana contemporanea e non vedo perché questo dovrebbe essere un motivo per escludermi dal tradurre. Posso sempre rivolgermi a uno dei poeti locali per dare un’occhiata a quello che ho fatto. Per me, il significato è quello che importa”.
Sbigottito dalle sopracciglia e dai baffetti fini disegnati con la matita da trucco, dissi, con un po’ di malignità, “Voi insegnanti di lettere siete tutti uguali. Possedete una certa conoscenza della lingua originale e, forse, qualche nozione di inglese, ma è tutto lì. Ci scommetto che le vostre traduzioni saranno una resa parola per parola, senza il carattere né la stoffa della poesia. Siete i primi a proclamare l’impossibilità del tradurre, ma non ci pensate un momento a minimizzarne la difficoltà”. Detto ciò, ficcai le mie cose nello zaino, smontai la tenda e ripartii per Salt Lake City.

5

Ero in vasca da bagno quando Jorge Luis Borges entrò incespicando. “Borges, stai attento”, strillai. “Il pavimento è viscido e tu sei cieco”. Poi, insaponandomi il petto, domandai, “Borges, hai mai preso in considerazione cosa ci sia di implicito in una frase tipo ‘Traduco Apollinaire in inglese’ oppure ‘Traduco de la Mare in francese’, cioè che noi prendiamo il lavoro essenzialmente idiosincratico di un individuo e lo rendiamo in un linguaggio che appartiene a tutti e a nessuno, in un sistema di significati sufficientemente generale da permettere non solo delle incomprensioni ma da mettere in dubbio la possibilità di permettere altro?”
“Sì”, rispose, con un’aria di rassegnazione.
“E allora non pensi”, continuai, “che la traduzione poetica sia meglio lasciarla ai poeti che sono in possesso di un inglese che ciascuno di loro ha reso suo proprio, e che gli insegnanti di lettere, che si sentono dedicati a una lingua non nelle sue modificazioni ma nella sua interezza monolitica, siano i traduttori peggiori? Non sarebbe meglio pensare alla traduzione come a una transazione tra lingue individuali, tra, diciamo, l’italiano di D’Annunzio e l’inglese di Auden? Se così facessimo, potremmo mettere fine alle inutili discussioni su chi ha fatto e chi non ha fatto una traduzione corretta”.
“Sì”, rispose, e sembrava che cominciasse a scaldarsi.
“Dimmi”, ripresi. “Se il tradurre è un tipo di lettura, l’assunzione o la trasformazione di un idioma personale in un altro, allora non dovrebbe essere possibile tradurre delle opere scritte nella propria lingua? Non dovrebbe essere possibile tradurre Wordsworth o Shelley in Strand?”
“Scoprirai”, rispose Borges, “che Wordsworth rifiuta di essere tradotto. Sei tu che devi essere tradotto, che devi diventare, per quanto ce ne sarà bisogno, l’autore del Prelude. E’ quello che è successo a Pierre Menard quando ha tradotto Cervantes. Non voleva comporre un altro Don Chisciotte – che sarebbe stato facile – ma il Don Chisciotte. La sua ammirevole ambizione era quella di produrre pagine che avrebbero coinciso – parola per parola e riga per riga – con quelle di Miguel de Cervantes. Il metodo iniziale da lui concepito era relativamente semplice: conoscere bene lo spagnolo, riabbracciare la fede cattolica, combattere contro Mori e Turchi, dimenticarsi la storia europea tra il 1602 e il 1918, ed essere Miguel de Cervantes. Comporre il Don Chisciotte all’inizio del diciassettesimo secolo era un’impresa ragionevole, necessaria, forse inevitabile; all’inizio del ventesimo secolo era quasi impossibile”.
“Non quasi impossibile”, intervenni, “ma assolutamente impossibile, perché per riuscire a tradurre uno deve cessare di esistere”. Chiusi gli occhi un istante e mi resi conto che se avessi cessato di esistere non l’avrei mai saputo. “Borges…” stavo per dirgli che la forza di uno stile va misurata sul metro della sua resistenza alla traduzione. “Borges…” Ma quando riaprii gli occhi, lui, e il testo in cui era ritratto, erano giunti alla fine.

103 Responses to Traduzione

  1. temperanza il 4 settembre 2005 alle 14:36

    bello

  2. loffaman il 4 settembre 2005 alle 14:37

    grazie

  3. temperanza il 4 settembre 2005 alle 14:43

    Tanto per chiarire, grazie a Strand, Damiano Abeni e Andrea Inglese.

  4. emma il 4 settembre 2005 alle 14:44

    Tutto giusto, presumo.
    Però leggendo non sono stata presa dall’argomento, ma dal modo di affrontarlo.
    Non potevo fare a meno di pensare: “Strand è un grande poeta, ma è antipatico”.
    Fin qui niente di speciale: preferisco i grandi poeti antipatici a quelli simpatici.
    Il fatto è che, continuando la lettura, il pensiero diventava: “Strand è un grande poeta antipatico, ma vorrebbe essere simpatico”.
    La parola fine non ha posto fine a quel pensiero.

  5. Zeppolina il 4 settembre 2005 alle 14:49

    scusa emma, puoi spiegare bene questo fatto dell’antipatiA della simpatia, non ho capito bene.

  6. temperanza il 4 settembre 2005 alle 15:03

    @Emma, anch’io non ho capito perché Strand ti è antipatico.

  7. temperanza il 4 settembre 2005 alle 15:05

    @Emma
    Cmq anch’io preferisco un grande poeta antipatico a un simpaticone.

  8. uno del pubblico il 4 settembre 2005 alle 15:36

    bis bis!

  9. emma il 4 settembre 2005 alle 15:38

    Temperanza, quel che ho letto dello Strand poeta – senz’altro anche grazie alle traduzioni di Abeni – mi piace molto.
    Strand mi piace anche quando mi sfugge e inutilmente mi arrovello cercando di capire.
    Leggerlo adesso, in questa veste, mi ha un po’ spiazzato.
    Antipatia e simpatia non si spiegano del tutto razionalmente. Diciamo che gli aneddoti raccontati denotano una certa supponenza, un certo disprezzo per il “vulgo” incolto e incapace di vedere i propri macroscopici limiti.
    Fin qui niente di particolare.
    Strand ne sa di più e fa bene a rimarcarlo.
    È l’ironia che un po’ infastidisce. Essere antipatici ma voler essere simpatici, appunto.

  10. Derrick il 4 settembre 2005 alle 15:50

    Anche a me è piaciuto molto. Di Ruttoman apprezzo la semplicità e la chiarezza. Il suo non mandarla mai a dire.

  11. temperanza il 4 settembre 2005 alle 15:53

    @Emma,
    insomma, ti ha infastidito l’ironia sui traduttori episodici, posso capirlo, ma pensa chissà quanti gliene saranno capitati sotto gli occhi che gli proponevano le loro versioni, magari avrà trattato con cortesia quelli in carne e ossa che si stupivano di non essere stati subito incaricati di tradurre Omero e qui si sfoga un po’. Peccato veniale, ai miei occhi, però capisco.

  12. temperanza il 4 settembre 2005 alle 15:54

    @Emma
    penso che lo slalom faccia bene alla salute;–)

  13. Derrick il 4 settembre 2005 alle 16:05

    infatti!

  14. emma il 4 settembre 2005 alle 16:16

    @ Temperanza

    Beh, in effetti non avevo pensato ai traduttori improvvisati in carne e ossa.
    È come sopportare un imbecille reale invece che un imbecille virtuale… :-)
    Da brivido.

  15. temperanza il 4 settembre 2005 alle 16:41

    @Emma
    Infatti:–))

  16. georgia il 4 settembre 2005 alle 17:19

    due domande:
    1) ai conduttori di NI:
    Ma chi è jimmi casertac? a primo colpo sembra uno serio e non la solita banda del rutto, però ….

    2) alla banda del rutto e del prot
    Ragazzi ma non è che avete visto troppo “cinico tv” ai vostri tempi?
    Ve lo dico magari vi sentiste originali.
    Ad ogni modo a dir la verità a me non date assolutamente noia, anzi mi ricordate il mitico intervallo della televisione (quando era meglio) e mi commuovo fino alle lacrime … rut (ops, scusate ma è contagioso) :-)

  17. georgia il 4 settembre 2005 alle 17:27

    Scusate l’Ot ma se a qualcuno interessasse una bella intervista a moresco presa da lietocolle
    http://georgiamada.splinder.com/post/5616687

  18. emma il 4 settembre 2005 alle 17:28

    Proposta: perché la banda dei rut non si trasferisce sul blog di Georgia?
    Georgia sarebbe felice, un tot di altra gente pure.

  19. georgia il 4 settembre 2005 alle 17:33

    ma emma la banda del rut non è di sinistra, preferisce cenare con te;-)
    ciao e con immutata simpatia
    georgia

  20. emma il 4 settembre 2005 alle 17:49

    Cosa c’entra la sinistra?
    (Ma se c’entra, capisco perché rischia di perdere di nuovo).

  21. georgia il 4 settembre 2005 alle 17:56

    E perchè, perchè non va a cena con la banda del rut? :-)

  22. andrea inglese il 4 settembre 2005 alle 21:03

    secondo me quelli di rutman dovrebbero fare un blog tutto da soli, perché hanno una certa verve stomacale… poi noi interverremo nei commenti a scrivere, per dispetto, qualcosa di intelligente (avvisateci quando lo farete!)

  23. georgia il 4 settembre 2005 alle 21:40

    avete di nuovo cancellato dei messaggi???
    ma per me siete un po’ matti.
    tra l’altro le testimonianze erano quasi divertenti non vedo proprio perchè perdere tempo a passare il bianchetto.
    siete proprio un po’ grullotti a farli sentire così importanti ;-)
    Secondo me vi prendete tutti troppo sul serio.
    Invece spero che qualcuno si prenda la briga di rispondermi su chi sia jimmi casertac
    E’ uno della banda del rut o è un comando automatico di NI che vi ha preso la mano come …Hal?
    Non riesco a capirlo:-(
    georgia
    P.S.
    Ad ogni modo, andrea, scrivere qualcosa di intelligente non è molto facile, è meritevole volerlo fare, ma non basta volerlo

  24. derrick il 5 settembre 2005 alle 00:37

    lo stile di casertac può apparire ostico
    ma correttamente intelletto
    è una delle espressioni artistiche più cristalline dell’occidente contemporaneità

  25. temperanza il 5 settembre 2005 alle 01:29

    Trovo molto interessante questa sindrome intestinale, e non sono per niente ironica, conferma che c’è un legame molto stretto tra il cervello e la pancia, me lo immagino, questo troll col panzone, lo vedo tondo, color bianco sporco, con due braccine e due gambette, e sul pancione una testolina, con una boccuccia dalla quale escono questi rumorini in fondo graziosi, innocui …

  26. lurenso flàbb il 5 settembre 2005 alle 03:27

    Manco da quel dì da Nazioneindiana, ma torno a scorrerla con avidità. A me e ad altri questa NI2 interessa anche proprio in quanto 2. Ma trovo anche faticoso questo star drée a quatro pirla. Qualcuno la boicotta – fascistelli o teppisti – e chissà se ne accorge (che boicotta, che è fascistello o teppista, fa lo stesso).
    Le scritte sui muri o sulle statue di villa Borghese fatte dai ragazzini, gli adulti le cancellano. Va così.

    E a che serve tirare in ballo la popolare arte dei murales e, fuor di metafora, il diritto alla libera espressione? Qui si tratta di una trita sequela di croci celtiche e di W la figa e chi la castiga. Cancellare, cancellare subito, facendo le ronde di notte.

  27. lurenso flàbb il 5 settembre 2005 alle 03:29

    Ecco. Ma pensavo anche. Qui nessuno si “prende sul serio” (nel senso deleterio in cui mi sembra intenderlo georgia, ma forse sbaglio), perché un vago senso dell’infinita vanità del tutto pervade anche i cuori più pieni di speranza. Ma scambiare la morte di Dio per l’autorizzazione alla scempiaggine è soprattutto triste.

  28. georgia il 5 settembre 2005 alle 08:39

    ben, grazie ora ho capito chi è jimmy casertac
    Prima non lo capivo perchè non lo trovavo per niente divertente, ma forse proprio per quello veniva postato.
    cara banda del rut il vostro casertac è una vera caduta di stile, e quindi vi saluto e me ne vado in altri luoghi dementi sì, ma per lo meno con una loro logica.
    Il basso continuo del rut era quasi divertente, ma ora siete veramente fessi.
    geo

  29. georgia il 5 settembre 2005 alle 08:58

    ora vattelapesca se lurenso è vero o della banda :-)))))
    però volevo specificare che prendersi troppo sul serio è l’equivalente di una auto-rizzazzione alla scempiaggine.
    Si può essere seri e profondi senza necessità di prendersi troppo sul serio e credere di potersi sollevare prendendosi per i capelli:-).
    Le scritte sui muri e sulle statue non le scrivono solo i ragazzini, ahimè, e gli adulti tendono a cancellare le scritte politiche vere, lasciando invece per anni le crici celtiche e viva la figa.
    Ad ogni modo nel mio quartiere per anni, insieme a croci celtiche e w la figa è rimasta anche la scitta “abbasso il carofica”, nel mio quartiere non ci sono prostitute che battano quindi penso si riferissero ad altro … ma gli adulti non se ne accorsero e la scritta rimase;-)

  30. andrea raos il 5 settembre 2005 alle 09:22

    lurenso (che ringrazio e saluto) non è “della banda”.
    *
    la “banda” (casertac compreso) è una persona sola.

  31. effeffe il 5 settembre 2005 alle 10:03

    un grazie di cuore ad andrea
    ed anche ai traduttori
    effeffe

  32. temperanza il 5 settembre 2005 alle 11:21

    Che si tratti di uno one-man-show si capisce dalla comune mancanza di inventiva dei commenti, in fondo i segni dicono pur qualcosa, però è un fenomeno interessante, io comincio anche a immaginare la sua vita, c’è peggio che stupidità, c’è disperazione, in fondo, mancanza di vie d’uscita, di possibilità, di futuro, mancanza di bellezza, forse mangia anche male, è bruttino, avrebbe voglia di essere e non ci riesce, forse voleva fare il clarinettista e la sua mamma sadica non l’ha fatto studiare, o magari il venditore di prodotti finanziari (mi sembra più probabile) e il suo capo l’ha licenziato e in una delle sue giornate tristi e vuote è capitato qui e gli ha dato fastidio, insomma, è sfigatissimo, e la sfiga alla fine commuove, è umana … abbiate pietà, o passanti.

  33. post-moderno il 5 settembre 2005 alle 12:02

    ma queste emme, queste temperanze, queste georgie, tutte queste donnine fatue che parlano (ci provano, almeno) di letteratura come si parla di una nuova marca di cipria nella sala d’aspetto di una parrucchiera -queste stupidine, insomma, non potrebbero occupare il loro tempo a cucinare lasagne per i loro maritini invece di rompere i coglioni con i loro pensieri fatti di nulla?

  34. temperanza il 5 settembre 2005 alle 12:05

    Ecco, lo sapevo che era un problema di cibo, sua moglie non gli fa le lasagne, svelato il mistero, il signor X mangia male, lo compiango sinceramente, altro che letteratura:–)))

  35. post-atomico il 5 settembre 2005 alle 12:33

    tesoro, probabilmente potrei essere tuo figlio. forse tuo nipote. di certo preferisco le lasagne alle carni frolle.

  36. temperanza il 5 settembre 2005 alle 12:35

    Su, sfogati, vedrai che poi ti passa e ti senti meglio:–))

  37. georgia il 5 settembre 2005 alle 13:44

    beh che la banda del rut mangiasse male era l’unica cosa chiara
    ce lo ha mostrato chiaramente:-)
    Rut noi qui non parliamo semmai scriviamo o meglio facciamo una via di mezzo tra lo scrivere e il parlare, sei tu e-rutti e basta e mi scompigli pure il piumino della cipria;-)
    Dunque sei un pischellino giovanissimo?
    beh, meno male, incominciavo a pensare ad una forma di alzheimer che ti impedisse di scrivere inmaniera articolata, beh … allora sei perdonato? :-))))

    Signora mia ‘un ci sono più i radiguet e i rimbaud di una volta.
    ma del resto anche le ciprie non son più quelle di una volta.

  38. Derrick il 5 settembre 2005 alle 15:47

    @ temperanza

    non c’è niente da fare: l’intuito femminile è infallibile! -8

  39. commodore64 il 5 settembre 2005 alle 15:54

    @ flàbb

    mi sembri davvero un fruitore tipo di NI. uno che costruisce il proprio sé grazie all’utilizzo fantastico del “nemico simbolico” (fascistelli, teppisti, ‘cancellare subito’…). Parafrasando Kavafis: ti sei mai chiesto cosa saresti senza i barbari?

  40. storia e utopia il 5 settembre 2005 alle 16:02

    cioràn o nun cioràn
    ciopigliàmm o stess

    [cazzo se c’era scarpa ce la spiegava!]

  41. w l'italiano w la temperanza il 5 settembre 2005 alle 16:57

    “uno one-man-show”

  42. emma il 5 settembre 2005 alle 17:40

    Ho ripreso in mano “West of your cities” (ne aveva già parlato Marco Giovenale qui https://www.nazioneindiana.com/2005/08/03/a-ovest/).

    Magari la conoscete già, ma questa la posto lo stesso.
    Mi sembra una piccola prova della qualità dell’originale (Strand) e della qualità della traduzione (Abeni).

    La veduta
    (Per Derek Walcott)

    Questo è il luogo. Le sedie sono bianche. Il tavolo splende.
    La persona che vi siede fissa la cerea incandescenza.
    Il vento sommuove l’aria, ripetutamente,
    come per crearvi uno spazio. “Uno spazio per me”, pensa.
    È sempre stato attratto dal clima del commiato,
    che si dispone in modo che il dolore – perfino il più intimo –
    lo si possa leggere da lontano. Una lunga fascia di nuvole
    è sospesa sul mare aperto con il sole, il sole senza qualità,
    che dietro di lei affonda – versione edulcorata di una storia
    che viene detta una sola volta se vera, e sempre troppo tardi.
    La cameriera gli porta da bere, lui alza il bicchiere
    verso la luce che si spegne, ma un attimo solo.
    Il barlume rosso che ne viene gli tinge la camicia.
    Adagio il cielo s’oscura, il vento si placa,
    la veduta sublima. Il suo ampio abbraccio viola
    pare, in questo crepuscolo placido, più che un motivo
    per essere lì, per contemplarlo, pare in sé una specie
    di felicità, come se quel semplice fatto bastasse e potesse durare.

    (da Mark Strand: “Blizzard of One” – 1998, traduzione di Damiano Abeni, ora in “West of your cities” – a cura di M. Strand e D. Abeni – Minimum fax – Roma 2003)

  43. emma il 5 settembre 2005 alle 17:53

    Beh, anche questa.

    Cos’era

    I
    Era impossibile da immaginare, impossibile
    da non immaginare; la sua azzurrezza, l’ombra che lasciava,
    che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
    il suo freddo che cadeva fuori da se stesso, fuori da qualsiasi idea
    di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
    una macchia, un punto, un punto in un punto, un abisso infinito
    di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
    affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
    di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
    il suo tenero, piccolo vuoto che colma la sua eco, e cade,
    e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
    e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era…

    II
    Era l’inizio di una sedia;
    era il divano grigio; era i muri,
    il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
    i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
    Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
    gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
    di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
    che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
    mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
    Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
    che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
    a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
    dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
    dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
    Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
    sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.

    (da Mark Strand: “Blizzard of One” – 1998, traduzione di Damiano Abeni, ora in “West of your cities” – a cura di M. Strand e D. Abeni – Minimum fax – Roma 2003)

  44. troll il 5 settembre 2005 alle 18:23

    emma!…

  45. vic20 il 5 settembre 2005 alle 23:33

    per me capolavoro

  46. tremnic il 6 settembre 2005 alle 00:08

    quanta aria!

  47. andrea inglese il 6 settembre 2005 alle 01:46

    è passato DESPAMMETOR: i rutti li ammazza stecchiti!

    (rutta volant)

  48. georgia il 6 settembre 2005 alle 08:54

    “rutta volant”:-))))))))))))) direi che è quasi geniale.
    Stavolta mi sei piaciuto: leggero, simpatico e per niente ossessionato dalla sicurezza.
    Così si fa: si ramazza, ma con allegria senza farne un’ossessione marziale o impermalita ;-)

  49. temperanza il 6 settembre 2005 alle 09:58

    @Emma
    Grazie!

  50. tashtego il 6 settembre 2005 alle 11:01

    Si potrebbe dire che ho capito male il senso delle cose che disce strand sulla traduzione, se affermo che lui afferma che la poesia può solo transitare da poeta a poeta, cioè dal linguaggio poetico di A (originale) al linguaggio poetico di B (tradotto), come farebbe uno che per traversare un torrente disponesse solo di un masso emergente nel mezzo su cui poggiare un piede per il balzo, e solo di quello (invece dell’intero et largo ponte costituito da un’intera lingua a disposizione “che appartiene a tutti e a nessuno”), oppure il tutto sembrerebbe sciocco e riduttivo e l’immagine finale del torrente e del ponte e del selce anche un po’ sciocca?
    Insomma si potrebbe dire che la poesia più che tradotta deve essere “trafilata”, cioè costretta a rimodellarsi dai denti aguzzi di un linguaggio poetico altrui, oppure suonerebbe davvero come una cazzata?
    Infine, visto che questa cosa che disce Strand l’ho letta più volte in passato e altrove, certamente esposta in modo meno originale e grazioso, cosa ci sarebbe in fondo di nuovo nelle sue parole?
    Voglio dire: quale rivelazione?

  51. emma giorgia temperanza il 6 settembre 2005 alle 11:38

    ci siamo noi! -8 -8 -8

  52. sinfonia in rut minore di Ruttoman il 6 settembre 2005 alle 11:47

    rut rut rut (-)

  53. sinfonia in rut maggiore di Ruttoman il 6 settembre 2005 alle 11:48

    rut rut rut (+)

  54. Sinfonia k425 di Ruttoman - Adagio il 6 settembre 2005 alle 11:53

    r…..u……t…….

  55. emma il 6 settembre 2005 alle 12:04

    Devo ammettere che Ruttoman ha una verve creativa notevole.
    Mi piacerebbe scriverti privatamente, Ruttoman. Mi lasceresti il tuo indirizzo email? Tranquillo, non ci sto provando ;)

  56. temperanza il 6 settembre 2005 alle 12:15

    @ Tashtego
    Non ti ho capito troppo.
    A me sembra che Strand parli della pratica del tradurre e dei molti modi in cui la si può (o non la si dovrebbe) affrontare, da questo punto non mi aspetto delle novità, e certo non teoriche, ma una riflessione sullo stato dell’unione, per così dire, e in questo mi sembra molto lucido.
    Insomma è vero che dice, come un po’ tutti, tradurre è impossibile ma si è sempre fatto e si farà (una specie di aporia negata dalla prassi), ma lo dice materializzando le contraddizioni attraverso dei personaggi, e questo a me è piaciuto.

  57. medi@com il 6 settembre 2005 alle 12:24

    OT: Clamoroso, smascherato Silvio Bernelli e il suo blog promozionale!

    http://www.vibrissebollettino.net/puroveleno/archives/2005/09/sa_cioa_assolut.html#comments

  58. tashtego il 6 settembre 2005 alle 12:38

    A me pure è piaciuto, tempe-ranza.
    Ma non dice che tradurre è impossibile, dice che è possibile solo a patto di non tradurre, ma di riscrivere.
    O almeno io l’ho capita così.
    Non dimentichiamo che trattasi di poesia.
    Obbiettavo solamente che molti hanno già messo la questione in questi termini.
    Per quanto mi riguarda ho smesso molto tempo fa di leggere poesia straniera tradotta in italiano, da quando ebbi lo shock di leggere poesia italiana tradotta in inglese (Leopardi, per dire).
    Sono convinto di dire cosa ovvia, se affermo che ogni lingua non è solo un sistema codificato di segni e significati, con una sua fonetica e tutto il resto, ma è un modo di pensare più o meno sottilmente diverso dagli altri, è una capsula mentale, insomma, più o meno permeabile et porosa.
    Ciò che realmente accade DENTRO ciascuna capsula, cioè dentro ciascun universo linguistico, possono veramente saperlo solo coloro che abitano tale universo da molto tempo e che contemporaneamente ne sono abitati.
    Gli altri, anche quelli che lo conoscono bene, non sono in grado non dico di capirlo, ma di veramente “sentirlo”.
    Appoggio, nel mio piccolo di cozzaro, la tesi di Valerio Magrelli che la poesia serva tra l’altro a ridare significato alle parole, a ri-forgiarle dall’usura quotidiana che subiscono nell’uso corrente.
    Il linguaggio poetico è, tra le altre cose, una “risposta” al linguaggio corrente, spesso dura, spietata, altre volte lucida, polita, o, ancora deragliata, ridondante, eccetera.
    Se non possediamo, cioè non lo usiamo, il linguaggio corrente d’origine di una poesia, perdiamo il significato primo che la poesia detiene per rapporto al parlare quotidiano.
    Eccetera.

  59. temperanza il 6 settembre 2005 alle 13:24

    @Concordo pienamente su una cosa: ogni lingua pensa diversamente, resta il fatto che si traduce, è una pratica inevitabile, ma la parola “riscrivere” che tu usi può essere anche letta come un abbandono dell’originale al suo destino in nome dell’autonomia della lingua del poeta/traduttore. Su questo non sono d’accordo, è un’operazione diversa, se tradurre è possibile a patto di non tradurre, tanto vale prendere spunto da un’opera di poesia letta per scrivere un’opera propria, operazione legittima, per carità, ma manca quello sprofondamento nella lingua dell’altro che secondo me è la metà altrettanto produttiva e spiazzante di tutta la faccenda. L’ “altro” ha un ruolo fortissimo nella traduzione, “riscrivendo” temo che si rischi di fargli lo sgambetto.
    Oppure dobbiamo metterci a definire il senso di “riscrivere” contrapposto a tradurre.

  60. troll 1 - non arretrate! il 6 settembre 2005 alle 13:42

    Chi siamo
    Nota: questa pagina, come il resto, è in continuo aggiornamento.

    Oggi siamo:
    Rupert Toy Party, Aldo Primo, Puttanedellest, Supermerd, Eziros, Giovannelle, Jimmi Casertac, Hitler 72, Superstalin, Ultras Liberale, Balena Bianca, Zeppolina, Pier Paolo Pisellone, Storia e Utopia, Loffaman, Ruttoman, Troll, Bingo Bongo, Sborelli, Trollo, Tremone Nicola, Vera Dentro, Natsisto I, Commodore64, Vic20 e tantissimi altri.
    Perché ci siamo chiamati Nazione Indiana
    Perché ci piaceva l’idea di una nazione composta da molti troller diversi, orgogliosamente diversi e orgogliosamente liberi di migrare attraverso le loro praterie intrecciando scambi e confronti, e a volte anche scontri.
    Perché a un primo gruppo di pseudo-scrittori e teatranti isterici che si erano incontrati per un convegno del cazzo e un libro dal titolo Scrivere sul Water si sono poi aggiunti anche aspiranti uomini di cinema e altri coglioni. Ma noi vorremmo che domani ci fossero anche musicisti di quart’ordine, sedicenti scienziati, persone che si occupano dei più svariati ambiti del sapere e della cultura e altri ancora che noi oggi non riusciamo neanche a immaginare quant ponn ess’r strunz.
    Mentre la situazione attuale è che ciascuno viene relegato nel suo ruolo e nel suo campo e trova uno spazio solo se accetta di rimanere confinato entro questi limiti, delegando a specialisti e mediatori il compito di raffigurarlo e di collocarlo in una apposita nicchia preordinata, in un piccolo gioco chiuso e – a noi pare – senza futuro.
    La rete ci permette invece di tornare a una economia di scambio da Nazione Indiana dove contano soprattutto le cose che facciamo, il fastidio che diamo – che ognuno fa a suo modo scegliendo di volta in volta argomenti, stili, generi che lo attirano di più – e non la nostra “qualifica professionale” preconfezionata.
    Stili di comportamento.
    Nella cultura italiana vige la pratica dello scambio di favori. C’impegniamo ad accettare ogni forma di clientelismo e favoritismo. Non solo i do ut des immediati, ma anche le soggezioni, gli atteggiamenti reverenziali in vista di futuri tornaconti o per timore di essere esclusi o danneggiati dai “padrini della cultura”: boss grandi e piccoli del giornalismo e dell’editoria, amministratori pubblici, funzionari, giurie di premi, organizzatori di eventi ecc…
    Le sezioni del sito
    • All’armi! All’armi!: urgenze da cesso, finte indignazioni, questioni gravi.
    • Carte igieniche: scritti già pubblicati altrove o interventi letti a convegni.
    • Diari: esperienze sessuali, commenti gratuiti e monocorde sull’attualità .
    • Mosse di viscere: proposte indecenti, progetti inutili, segnalazioni di eventi.
    • Vasinicomunicanti: confronti e contagi, sconfinamenti di campo.

  61. tashtego il 6 settembre 2005 alle 14:03

    Per Temp.
    L’esempio classico (e ovvio) di ri-scrittura poetica è l’antologia Lirici greci di Quasimodo, 1940.
    Quello che dice Borges, ripeto, è che la poesia si può solo ri-scrivere, non veramente tra-durre.
    Non è pensabile un procedimento di transito della forma e dei significati di tipo digitale.
    La traduzione è sempre analogica.
    Lo dimostrano le difficoltà che incontrano quelli che cercano di mettere a punto i programmi di traduzione per i motori di ricerca.
    Aggiungo che ogni immersione vera nella lingua d’origine di una poesia è, secondo i miei calcoli, quasi sempre destinata a restare un’illusione.
    Una lingua non è solo il sistema attraverso il quale si manifesta una poesia, ma credo ne costituisca il motore primo et nascosto.
    È la parola “meriggiare” che innesca la famosa poesia di Montale, che “sceglie” di esservi presente come start e non Montale che si mette lì a “scegliersela”.
    Credo.
    Non voglio aggiungere le mie scrause opinioncine ai fiumi d’inchiostro sparsi sull’argomento: mi limito a richiamarne i temi.

    Le parole friggono l’aria, certo, nel senso che la modificano, mutandone respirabilità e atmosfera, e fanno anch’esse parte di un flatulo, Trollo.
    Come i vostri rutt e prot (che talvolta mi fanno ridere).
    E sono altrettanto legittime.

  62. andrea inglese il 6 settembre 2005 alle 14:38

    tashtego, anche se non c’entra, il pezzo postproduzione tocca anche un tema che tu, tra gli altri, avevi sollevato: narrazioni & c.
    comunque apparirà più chiaro appena metto il seguito

  63. andrea inglese il 6 settembre 2005 alle 14:45

    il nostro troll ha fatto un salto di qualità: una parodia secondo le regole, togliendosi dalla monotonia scatologica e misogina
    (se fosse meno vigliacco, dovrebbe rivendicarne la paternità)

  64. temperanza il 6 settembre 2005 alle 15:02

    Continuo ad avere qualche difficoltà a capirti, tashtego, ma anche questa volta c’è al centro una cosa che dici con cui sono totalmente d’accordo, ed è sempre quella, mi pare: “Una lingua non è solo il sistema attraverso il quale si manifesta una poesia, ma credo ne costituisca il motore primo et nascosto”.
    Che poi l’immersione nella lingua d’origine sia destinata a restare un’illusione la condivido solo in quanto ogni immersione o incontro con l’altro è in parte equivoco o illusorio, ma il fatto stesso che io ti risponda e tu risponda a me, pur con tutte le incomprensioni e gli equivoci, mi dà il senso di una pratica senz’altro fragile e piena di buchi, ma irrinunciabile, e che è parente stretta della traduzione.
    Ciao

  65. tashtego il 6 settembre 2005 alle 15:11

    Per Temp.

    è il vaso di pandora più importante e cruciale, oggi.
    tocca la scrittura, la letteratura, e la segna di sé in modo indelebile e sostanziale.
    perché, per esempio, freud passa senza particolari ostacoli nella cultura letterario-umanistica e darwin no?
    perché questo perdurante concepire e concepirsi con un internità (importante) in un esternità (irrilevante)?
    freud si innesta bene sullo spiritualismo commosso e emozzionato della cultura umanistica dominante, mentre darwin ci costringe a rovesciare la visione del mondo e di noi stessi come un guanto.
    eccetera.
    wovoka says che la visione umanistica del mondo – che è anche quella dominante nei politici, per dire – è filiazione diretta del disprezzo aristocratico dei dominanti per l’homo faber e i suoi “bassi” prodotti (che tuttavia ci consentono di vivere, oggi come ieri).
    credo di essere in linea di massima d’accordo con lui, così come concordo sulla tendenza (e sulla necessità delle) all’ibridazioni tra i saperi, che però sono ancora molto limitate e incidono poco su quella che potrebbe essere – persino – l’alba una scrittura diversa, capace di restituirci, assieme ai feroci rapporti di dominanza in atto tra gli uomini (che è l’unica cosa che mi interesserebbe se fossi uno scrittore invece che uno scrivente), anche l’essenza casuale e caotica della realtà (così detta).
    pippionate, certo.

  66. temperanza il 6 settembre 2005 alle 15:25

    Sì, ho letto da te la tua “dichiarazione di poetica” se posso chiamarla così, mi sembra che quello che dici sia coerente con quello che sostieni lì. Non so se c’è ancora quel disprezzo dell’uomo faber che tu dici, o almeno così diffuso, ma forse sì, certo, una formazione umanistica debole e autoreferenziale è facile da impartire e facilissima da acquisire, e rassicura, ovviamente, ma non so, qualcosa non mi convince, è come se tu spazzassi via dal tavolo a braccio teso, anche senza volerlo, tutte le forme d’arte che non sono in grado di restituire immediatamente i rapporti di dominanza e l’essenza della realtà.
    Ci sarebbe da discutere attraverso quali strumenti e in che modi ognuno li scopre in opere anche non immediatamente interpretabili in questo senso.
    Mi pare che alla parola si chieda moltissimo, molto più di quanto non si chieda alla pittura, forse perché la parola è già ibridata di per sé.
    Non so. Ci penserò

  67. tashtego il 6 settembre 2005 alle 15:41

    ehm, temperanza, scusami, ma la cosa da me postata sopra è stata scritta un paio di mesi fa, in altro contesto.
    per accorgersene basta osservare che il nome tashtego è scritto in nero e non in blu e non è linkabile.
    non so chi l’abbia ri-messa qui e a che scopo.

    io dico solo: “se fossi uno scrittore”, temp.
    non dico che l’argomento dominanza e sopraffazione sia l’unico argomento valido.
    dico che è la sola cosa che mi interesserebbe se fossi un narratore continuativo e professionale, invece che occasionale e quantico.
    e ho imparato che ogni forma d’arte è una cosa a sé, solo parzialmente e a certe condizioni, accorpabile, anche solo concettualmente, alle altre.

    anch’io dico: eventualmente un po’ di satira, peffavore, invece di sempre prott e sempre rutt.

  68. tashtego il 6 settembre 2005 alle 15:53

    aggiungo per andrea inglese, in questa giornata farcita come un totano ripieno di noia et stupefazione post-rientro, che sì, che mi sono stampato postproduzioni e me lo leggerò.
    però temo di essere stato del tutto frainteso, in quel post sulle narrazioni.
    io non mi riferivo a materiali scrittori e letterari e narrativi e artistici già esistenti perché precedentemente elaborati da altri e più volte.
    mi riferivo invece alle narrazioni ufficiali e ufficiose della realtà nel suo accadere, operate essenzialmente dai media di tutti i tipi, che si frappongono tra noi e un'(utopica) esperienza di prima mano del mondo.
    la forza del VENTO NARRATIVO cui siamo esposti costantemente azzera ogni residuo flatulo (appunto) che vada nella direzione opposta o parzialmente deragliata.
    in questo senso dicevo che si può narrare solo il già narrato.
    ecc.

  69. temperanza il 6 settembre 2005 alle 16:06

    @ Tash
    Non me n’ero accorta in effetti, ho legato quello che avevi detto sulla traduzione a quello che mi ricordavo di aver letto in quella tua dichiarazione di poetica (se mi passi il termine) nel tuo blog.
    Poco male, ci penserò cmq, perché la ‘”richiesta” alla scrittura di fare da supplente della politica, in un certo senso, (faccio una sintesi un po’ brutale e non mi riferisco a affermazioni tue, ma a chiamate che mi arrivano un po’ da tutte le parti, e per di più intendo politica in un senso molto vasto) mi pone in ogni caso dei problemi, da chiunque vengano, magari anche da me per sentieri un po’ tortuosi.
    Per dire, solo apparentemente OT, Mengaldo chiede un romanzo che rappresenti la realtà e fa come esempi Yeoshua e Coetzee. E dice che la nostra narrativa rappresenta della realtà soltanto schegge. Ha nello stesso tempo ragione e torto, a mio avviso, ragione nella diagnosi, torto nella richiesta.
    Torno al lavoro, la prossima volta guarderò se è nero o azzurro.

  70. georgia il 6 settembre 2005 alle 16:27

    bene, bene vedo che tashtego è recettivo ;-)
    infatti ora toscaneggia e usa pure lui il termine corretto pippionata ;-)
    L’avevo già notato che la parola aveva trovato degli estimatori (non ricordo chi) ma era stata sbagliata e avevano usato pippioni, che è ben altra cosa, pippionata invece è perfetta per qualcosa di scritto;-).
    georgia

  71. andrea inglese il 6 settembre 2005 alle 16:40

    no tash, il discorso che tu hai fatto, le cosidette grandi narrazioni (perché tutta questa faccenda viene da Lyotard, la condizione postmoderna, e dai nostri paladini del pensiero debole anni ’80) non è da tenere distinta dalle micro-narrazioni, della pubblicità innazitutto, della televisione d’intrattenimento, della moda, ecc.; e alcuni degli artisti citati nel pezzo postproduzione operano proprio sulle micro-narrazioni iconiche (passami l’accostamento…), per sabotare o evidenziare o irridere la grandi narrazioni propriamente ideologiche che sono implicite in esse.

    Quando Blair dice:Difendere ad ogni costo il nostro “stile di vita”, il suo discorso fa parte di una certa macro-narrazione, ideologicamente connotata, ma nello stesso tempo lo “stile di vita”, è ogni giorno narrato sui nostri manifesti pubblicitari, negli spot televisivi, nelle vetrine di abbigliamento, nei supermarket, ecc.

  72. tashtego il 6 settembre 2005 alle 17:34

    l’argomento è serio e difficile.
    magari ci torno su.
    però tenderei a distinguere ciò che si ascolta e si legge da ciò che si vede.
    tutto il discorso sulle post produzioni, sull’assunzione o l’adozione di materiale iconico già elaborato (storia vecchia se mi consenti, visto il ready made, e la pop art eccetera) che vale e non vale, che è attuale ma anche vecchio di almeno un secolo, cioè che viaggia appaiato col dipanarsi tragico del fottuto Novecento, non si adatta facilmente alle elaborazioni verbali, alla scrittura e alla letteratura, insomma alla narrazione.
    l’iconosfera è altra cosa dalla verbosfera.
    per tanti e complessi motivi che non sto qui a dire, anche perché ci dovrei pensare.
    io però affermo che l’invocare la realtà nella narrativa è, anche quella, storia vecchia e dico pure che la narrativa fa parte della realtà e se non la “rispecchia” o non la “racconta” direttamente lo fa lo stesso in modo indiretto e obliquo, per sottrazione.
    ce la dice per induzione, penso.
    se oggi si scrivono e si leggono tutti questi cazzo di gialli, che io non li sopporto, qualcosa vuole dire certamente.
    tutti quei gialli e noir del cazzo e tutto quel philip dick e tutto quel ballard e sandrone dazieri e camillerpiperni e tommasipinci eccetera fanno parte della realtà, “sono” realtà non-raccontata.
    sono più di un segnale, sono rovi di sottobosco che oscurano l’orizzonte ai quali si consente di crescere e prosperare perché noi tutti NON VOGLIAMO VEDERLO.
    all’invito ad occuparsi del mondo in cui viviamo e della sua ferocia, che cristo è innegabile, bartleby lo scrittore risponde “preferirei di no”.
    stop.
    scus.

  73. scherzetto dolcetto il 6 settembre 2005 alle 17:46

    ah ah ah troppo divertente Troll che risponde a un intervento di vigliacchino comparso a caserta (e da me postato) ah ah ah. è la dimostrazione della linearità dei vostri cervelli e della vigliaccheria che porgete ai ragionamenti altrui. nessuna i casi, appunto. ah ah

  74. trollo il 6 settembre 2005 alle 17:47

    Lo dicevo io che Temperanza è una corretta.

  75. emma il 6 settembre 2005 alle 18:57

    Bene, vedo che l’imbecille multiplo mi ha clonato.
    Può darsi che si tratti di parodia, di certo è l’ennesima prova dell’incontenibile insofferenza verso le donne che anima il “nostro”, e che gli permette tuttavia di dare un qualche senso all’esistenza.
    E poi, naturalmente, come sempre, emerge chiara la volontà – volontà di onnipotenza, dunque infantile – di mettere a tacere.
    Mettere a tacere tutti.
    Mettere a tacere tutti quelli che commentano su NI.
    Anche alla faccia di chi su NI continua a sventolare in sua difesa stendardi libertari e anticensura.

  76. emma il 6 settembre 2005 alle 19:12

    Torno sulla questione delle traduzioni di poesia.
    Dunque, se prendo alla lettera Tashtego, dovrei rinunciare a leggere poesia tradotta.
    Dovrei rinunciare ai polacchi, dovrei rinunciare alla poesia inglese, a quella americana, alla spagnola, alla francese, alla russa, non parliamo poi di quella araba, o cinese…
    In breve, poiché non “posseggo” seriamente nessuna lingua straniera, dovrei leggermi solo poesia italiana, al massimo potrei aggiungerci i poeti dialettali delle mie parti.
    D’altro canto, anche se conoscessi le lingue, non potrei mai capire per davvero la cultura che ne costituisce il sostrato, e dunque tutti i miei eventuali benché assai improbabili studi sarebbero inutili.
    Insomma, una prospettiva quasi terrificante.
    E tutto ciò – mi pare di capire – in nome di una per definizione irraggiungibile idea di “purezza”.
    La stessa peraltro che porta Tashtego a sparare a zero sulla sinistra “reale” (quella che c’è, quella che passa il convento), e magari – procedendo con il ragionamento – a mettere sullo stesso piano, che so, Pera e Bertinotti, Fini e d’Alema, ovviamente Prodi e Berlusconi…
    No, la pensiamo davvero in maniera diversa.

  77. tashtego il 6 settembre 2005 alle 20:08

    non so nel contesto cosa c’entri questo tuo discorso, ma pensa, emma, che io voto ds.
    capisci?
    questo non significa che mi piaccia o vi aderisca in qualche modo.
    non metto sullo stesso piano fini e d’alema, anche se c’è poca differenza e nemmeno pera e bertinotti, perché pera è meglio.

    io non dico che tu non debba leggerti tutta la poesia tradotta che vuoi e nemmno che coltivo istanze di purezza che mi impediscano di leggerne a mia volta.
    diciamo che ne leggo poca, soprattutto ne ho letta in passato.
    quello che affermo è che tradurre la poesia è impossibile.
    che l’unica cosa da fare è ri-scriverla in modo “analogico” nella propria lingua e per farlo è meglio essere a propria volta poeti.
    per i testi non-poetici, cioè con un’intenzione non poetica, è più facile avvicinarsi ad una traduzione digitale, che comunque non è mai davvero raggiungibile.
    uso i due termini più o meno in questo modo: analogico è quando tu costruisci una barchetta guardando, e dunque imitando uno che la costruisce, digitale è quando leggi le istruzioni per costruirla e le segui alla lettera.
    vorrei avere a disposizione un esempio migliore.

  78. temperanza il 6 settembre 2005 alle 20:42

    Credo che scherzetto dolce non sia trollo. Ma a parte questo, e a una certa tenerezza per chi mi chiama tontolona, dire che tradurre poesia è impossibile è giusto e al tempo stesso inutile. E un sasso su cui hanno sbattuto la testa moltissimi intelligentissimi teorici, da Benjamin a Ricoeur e non sto a fare liste, ma poi si è continuato a tradurla, lo hanno fatto i poeti, che di solito hanno gli strumenti migliori, ma anche semplici lettori perché la traduzione poetica, quale che sia il risultato, è una “pratica” alla quale è difficile rinunciare, perché è “comunque” e al di là dei risultati, una pratica che allarga gli orizzonti della lingua, la rende più acuminata e più larga, la dissocia e la ricompone, ditemi voi se è poco. Non c’è poeta che non traduca, almeno nessuno di quelli che conosco io.
    Se una pratica impossibile attira tanti praticanti, e spesso senza ambizioni editoriali, qualche ragione ci sarà, o no?
    Comunque gli esempi di Tashtego non mi convincono, cosa vuol dire tradurre poesia “guardando dunque imitando uno che la costruisce” prima di metter mano all’opera avrai dovuto analizzare ogni parola, il suono, la musica, la mancanza di musica, lo stridore, l’armonia, il contesto storico, la frequenza in quell’autore, la recezione in quel periodo, le altre poesie di quell’autore, il significato in quella lingua, i significati possibili in quella lingua. Questa non mi sembra un semplice processo guarda/imita, mi sembra che se non c’è prima almeno un tentativo di una approfondita (anche se fallisce) analisi di quel testo, dfi approfondita conoscenza di quel poeta, che è un po’ più che guardare, il risultato poi non possa che essere lontanissimo da ogni pretesa di tentativo di traduzione, o no? Certo, Montale se le faceva tradurre da quella signora di cui mi sfugge sempre il nome e poi ci lavorava su, ma non erano traduzione, era Montale.

  79. vic20 il 6 settembre 2005 alle 22:11

    tra poco

  80. chi siamo il 6 settembre 2005 alle 22:15

    sono solo io, da solo, e tantissimi altri me stesso.

  81. Natsisto I il 6 settembre 2005 alle 22:18

    sono la mia croce

  82. emma il 6 settembre 2005 alle 22:25

    @Tashtego

    Il discorso era (è) quello della “purezza”. Ricordo un tuo intervento in risposta al Troll, per l’occasione in veste di anarchico di destra con tanto di dotte citazioni (Hegel; ma – sparsi qua e là – Cioran, Weber, Kavafis).

    Mi chiedi se capisco?
    Non tanto.
    Per me Pera rasenta l’idiozia. Popper si rivolterà nella tomba.

    Per il resto: penso che la traduzione “digitale” non sia possibile neppure per un pensiero o una frase elementare. Ma la cosa non mi fa disperare.

  83. jimmi casertac in A TRIBUTE TO ANDREA INGLESE, ovvero FOREVER RAOS il 6 settembre 2005 alle 22:31

    se io fossi meno vigliacco direi ad andrea inglese
    di fare una parodia secondo le regole di me
    della mia monotonia scatologica sei settembre
    se fossi meno vigliacco 2005 alle 14:45

    io troll ho fatto una parodia secondo
    le regole togliendosi dalla monotonia scatologica
    salto la qualità una parodia secondo le regole
    togliendomi dalla monotonia scatologica e misogina

    se fossi meno vigliacco una natura seconda
    se fossi meno vigliacco potrei vivere
    in modo meno monotono, meno solo
    meno scatologico, meno fissato

  84. tashtego il 7 settembre 2005 alle 08:08

    pera e bertinotti sono orribili.
    ma bertinotti è più orribile, perché lui non dovrebbe essere così orribile.

  85. georgia il 7 settembre 2005 alle 13:25

    emma Says:
    […] di certo è l’ennesima prova dell’incontenibile insofferenza verso le donne che anima il “nostro”, e che gli permette tuttavia di dare un qualche senso all’esistenza.
    E poi, naturalmente, come sempre, emerge chiara la volontà – volontà di onnipotenza, dunque infantile – di mettere a tacere.
    Mettere a tacere tutti.
    Mettere a tacere tutti quelli che commentano su NI.
    Anche alla faccia di chi su NI continua a sventolare in sua difesa stendardi libertari e anticensura.

    GEORGIA
    Emma tu dai troppa importanza al nostro troll, mi sembra inutile psicanalizzarlo, ti metti al suo stesso livello:-)
    Non credo che lui voglia far tacere nessuno, si esprime come sa e basta.
    Per quello che riguarda me, voglio sottoliearlo, io NON sventolo stendardi libertari in difesa di nessuno.
    Accettare la censura in rete (preventiva o meno) solo per ripicca o fastidio vuol dire distruggere la rete. la censura o cancellazione di messaggi invece è permessa quando qualcuno offende ad personam e quando è chiaro che vuole creare solo disturbo.
    Negli altri casi meglio sorvolare il troll e andare avanti.
    Se fosse stato fatto fin dall’inizio si sarebbe calmato subito.
    Invece, e non lo dimentico, all’inizio sono stati cancellati NON messaggi visibilmente cretini del troll, ma anche miei normalissimi messaggi (e jan disse che era per educarmi, educarmi a cosa?), mesaggi di wowoka e di altri, e anche la poesia dei due del w.m.o. postata da melloni.
    Andrea inglese ha addirittura parlato di “pulizia mentale” e questo è MOLTO più grave di un fessacchiotto che non sa come passare il tempo e che non potendo articolare si limita a fare il buf-fone battendo sui tasti foni di ogni provenienza.
    Se danno troppo fastidio, l’ho già detto, i commenti, perchè si è ipersensibili, allora meglio eliminare i commenti dal blog (magari creandosi un altro luogo di discussione come poi era nella vecchia NI) ma oscurare l’intelligenza degli scritti postati dai gestori per concentrarsi sull’educazione dei frequentatori è stato un approccio sbagliato al problema.
    Ad ogni modo cara emma io non difendo nessuno e infatti il simpatico troll (che dovrebbe impiegare meglio il suo tempo) attacca anche me in mille modi e mi chiama sempre giorgia ;-), a me sinceramente non disturba granchè, a volte pure mi diverte, e non capisco come mai voi continuate a prendervela.
    Se non vi va ignoratelo e continuate a discutere e segnalate quando vi clona.
    Andrea o chi per lui ogni tanto farà pulizia :-)

  86. andrea inglese il 7 settembre 2005 alle 13:45

    oh! no! giorgia, io davvero non ho tempo, ho assegnato questo compito al cyborg ingoiarutti DESPAMMETOR, sulle cui incresciose attitudini censorie direi di rivolgersi a human right watch, sezione italica

  87. emma il 7 settembre 2005 alle 14:15

    @Georgia

    “Ad ogni modo cara emma io non difendo nessuno e infatti il simpatico troll (che dovrebbe impiegare meglio il suo tempo) attacca anche me in mille modi e mi chiama sempre giorgia ;-), a me sinceramente non disturba granchè, a volte pure mi diverte, e non capisco come mai voi continuate a prendervela.”

    Non mi pare di aver fatto nomi, Georgia, quindi non capisco perché reagisci a questo modo.
    Ho visto benissimo che il troll attacca anche te. Del resto: perché dovresti fare eccezione?
    Perché abbondi in faccine? :-)
    Tu sei un bersaglio esattamente come tutti gli altri che commentano su NI.
    Il bersaglio è NI, dunque sono bersagli tutti quelli che postano e tutti quelli che commentano.
    Ho detto che l’azione del troll denota infantilismo e che il troll “cura” particolarmente i nick femminili. Sono dati di fatto. Cosa c’entra la psicanalisi?
    Quanto al tuo “a volte pure mi diverte”: questione di gusti. Io mi annoio.
    E però penso che quando uno agisce così più che esprimersi “liberamente” riduce deliberatamente la libertà degli altri. Con quel che ne consegue.

  88. georgia il 7 settembre 2005 alle 14:29

    COLPO DI SCENA
    andrea perchè mi chiami giorgia?
    mica sarai tu il troll (lui mi chiama sempre giorgia):-)
    io mi chiama gEorgia.
    Ad ogni modo se ti resta difficile vada per il giorgia, ma non sono io.

  89. andrea inglese il 7 settembre 2005 alle 15:47

    errata corrige: human rightS watch

    (grazie georgia)

  90. andrea raos il 7 settembre 2005 alle 18:00

    tashtego, il fatto è che non poter “tradurre” vorrebbe dire non poter nemmeno parlare nella propria lingua materna.
    devi ribaltare la questione : partire dal principio che di continuo “traduciamo”, e poi chiederti perché un testo puo’ essere tradotto in due o più modi diversi.

  91. tashtego il 7 settembre 2005 alle 18:29

    “devi ribaltare la questione: partire dal principio che di continuo “traduciamo”, e poi chiederti perché un testo puo’ essere tradotto in due o più modi diversi”.

    va bene dovrei fare quello che disci, cioè partire dal principio eccetera, per poi chiedermi, eccetera.
    ma, a parte le istruzioni per questa specie di caccia al tesoro di concetti, non potresti anticiparmi qualcosa tu, raos?
    capisco che se non ci arrivo da solo non vale, però un aiutino, per dire, non si nega a nessuno.

  92. kristian il 7 settembre 2005 alle 19:13

    Io ho capito cosa si dovrebbe pretendere da un traduttore leggendo il Lascito il Testamento e le Poesie diverse di Villon, pubblicato nel 1990 da Rizzoli nella collana dei Classici.
    Mariantonia Liborio mi sconcertò, per la mole immane di lavoro preparatorio che si era sobbarcata per non tradire il leggendario villano. Da allora è con timore reverenziale che leggo il nome del traduttore dei libri che acquisto.
    Certo per le opere coeve è molto più difficile contestualizzare la traduzione. Ho superato il trauma dando per assodato che le traduzioni di testi letterari soffrano sempre un po’ di ipermetropia.

  93. tashtego il 7 settembre 2005 alle 23:37

    a voler sfottere NI, c’era da farlo semmai prima, quando forse aveva un senso.
    ma allora mi sembra che non ve la siate sentita.
    o no?

  94. stranduttore il 11 settembre 2005 alle 17:42

    Ringrazio NI per lo spazio dedicato alle prose di Strand sulla traduzione, e mi fa piacere che abbia suscitato diverse risposte interessanti e che abbia indotto qualcuno a riguardare qualche altro lavoro di Strand.
    Mi ha fatto piacere, inoltre, rileggere la mia vecchia traduzione di “Cos’era”: è da lì che viene il titolo della raccolta pubblicata da Donzelli “L’inizio di una sedia”. Per anni non sono riuscito a leggere quel pezzo ad alta voce perché mi commuovevo troppo!

    Per il resto, sono totalmente nuovo in questo tipo/campo di comunicazione e francamente non capisco buona parte dei “commenti” – non ne capisco proprio il motivo, cioè. A parte la pessima qualità (casertac NON SA SCRIVERE), inquinano. Siccome credo che in rete tutti debbano avere lo spazio che si meritano, proporrei ai curatori di creare uno spazio ad hoc su cui convogliare gli interventi inquinanti. Proporrei anche un titolo, vagamente sbarbariano: Flatulenze.

    Quanto alla traduzione, di cui si sarebbe dovuto parlare, annuncio in sintesi la mia posizione, antitetica rispetto a quella (citatissima) del poeta Frost che sostiene che la poesia sia “what is lost in translation”, cioè ciò che va perduto nella traduzione. Per me “poetry is what is left in translation”, quello che resta.
    D’altronde, tutto è traduzione – ogni minimo atto di percezione fisiologica deriva da complessi processi di traduzione: stimoli che si traducono in prodotti biochimici che si traducono in stimoli nervosi, che si traducono in sensazioni, che si traducono in risposte… Si vive per approssimazione!

    un saluto ai veri indiani

  95. Giorgio il 12 settembre 2005 alle 14:54

    Non ho capito bene. “Flatulenze” sarà lo spazio degli svarioni, refusi, orrori ed orrori dei traduttori italiani? Che bello! Divertente.

  96. emma il 12 settembre 2005 alle 16:06

    @stranduttore
    Vero. “Cos’era” l’ho letta sia in “West of your cities” sia in “L’inizio di una sedia”. Ripetere giova.
    Si potrebbero ricordare anche l’articolo di Marco Giovenale e le traduzioni di Damiano Abeni su “Poesia” del Marzo 2005 (“Mark Strand. La linea di coscienza dello sguardo”).

  97. emma il 12 settembre 2005 alle 16:25

    Il traduttore che si commuove in effetti è poco “digitale” :-)

  98. F. Frangipane il 15 settembre 2005 alle 15:57

    @ Giorgio, ovunque ella appaia

    Spetabile Flatulenzio,
    che non capisce si capisce, ma non se ne abbia a male e non si scoreggi – il mondo non è rutto come lo si dipinge e nessuno intende insidiare il suo ruolo di traruttore principe. Il tutto sta nel trovare spazi adeguati in cui esprimersi, e non come un flatus recti occasionale, o un susseguirsi di coiti interrutti, ma costantemente, nella routtin quotidiana. D’altronde, sulla sua route il vero routtard non spreca tempo a sfogliare petali di petunia, ma tiene in costante esercizio i suoi rutilanti petorali, e ne gode i frutti.
    A costo di sembrarle petulante, le ripeto: creda nelle sue doti e petenda che NI le crei uno spazio tutto suo, la sua (sco)Reggia personale. Se lei a questo proposito lancerà una petizione, io la firmerò.
    Suo,
    Fragrante Frangipane_

  99. Giorgio il 15 settembre 2005 alle 23:56

    F. Frangipane (sic!) si è tanto sforzato nel tentare una flebile, moscia parodia del dublinese. Ha fatto “fetecchia”. Ha evacuato una pessima (stitica) imitazione del Gianni Toti meno riuscito: “Bagaglino” e dintorni, per intenderci.

  100. temperanza il 16 settembre 2005 alle 10:49

    Dunque il ruttatore era Giorgio? Ma guarda!

  101. Fragrante Frangipane il 16 settembre 2005 alle 10:57

    Flat, che culstappa! Ella è flabbergastrica, mi etonna come una vitella – avrà la mia imperitura ammirazione. Ma non morda la mano della nutria: ella è nausea nel suo mar e vomita in se stesso.
    Frangi

  102. Giorgio il 16 settembre 2005 alle 14:05

    Nauralmente NO, non ero e non sono io. Basta chiedere al gentile Andrea Raos. Ho tanti difetti e inscurezze ma non sono vigliacco. I giochetti di tale F. Fr. ricordano vagamente le sperimentazioni padovane di Cesare Ruffato. Ero abituato a confrontarmi con Anna Maria Ortese o Amelia Rosselli, Patrizia Vicinelli, Attilio Lolini, Giovanna Sandri, Franco Cavallo… pazienza… mi sento sminuito e degradato se ad attaccarmi è F. Fr. Fosse almeno originale e creativo (di suo). Una vita intera trascorsa lontano dal sottobosco letterario ed ora la “pazziella” è in mano agli epigoni…

  103. stranduttore il 19 settembre 2005 alle 13:50

    Ribadisco che – ovviamente per chiari limiti (digitali e non) miei – non capisco la maggior parte di quanto viene scritto su queste pagine. Mi sarebbe piaciuto sentire qualcosa di più sulla traduzione che, ribadisco ancora, mi pare costringa ad affrontare apertamente dei temi che, per quanto insiti nel processo creativo e direi nella nostra vita in generale, vengono altrimenti trascurati.
    Quanto al museo degli errori provocatoriamente, mi pare, proposto da Giorgio: sono d’accordo, “erro ergo sum” è esattamente quello che penso. “The imperfect is our paradise” ha detto tanto meglio Wallace Stevens. E inviterei chiunque sia interessato ai processi creativi a rileggersi [Stevens e] i pezzi di Browning su Andrea del Sarto e di Ashbery “su” Parmigianino (entrambi in qualche modo derivati da Vasari, dopotutto), che più o meno direttamente toccano la questione della superiorità di Raffaello – le cui cause sarebbero da trovarsi nei suoi LIMITI nel disegno.



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