Della distruzione delle città in tempo di pace

8 settembre 2005
Pubblicato da

di Jean Claude Michea

traduzione di Francesco Forlani e Alessandra Mosca

Un difetto classico di certe analisi radicali è quello di considerare ogni decisione presa da un governo avvezzo alle idee capitalistiche (il che dei nostri giorni è un pleonasma) come se fosse dettata dalla sola preoccupazione di accrescere il margine di profitto delle società o delle istituzioni che di solito le finanziano.

Ciò significa dimenticare che tutte le decisioni hanno necessariamente un’altra dimensione. Devono, in effetti, sempre potersi accordare con le condizioni politiche generali del mantenimento della dominazione capitalista(1). Può perfino succedere che tale dimensione politica vinca ogni altra considerazione e spieghi per se stessa, la natura delle decisioni prese(2). Ed è così che la distruzione presente delle città è un fenomeno che sarebbe assai poco comprensibile se ci si limitasse a vedervi un effetto delle sole leggi della speculazione immobiliare, completata, qui e lì dalle varianti locali della megalomania degli eletti.

In verità l’urbanismo moderno è per definizione inseparabile da un progetto politico autonomo. E man mano che il sistema capitalista estende il suo regno, tale progetto deve necessariamente includere sempre più chiaramente la necessità di spaccare la vecchia capacità politica delle classi popolari, assicurando le condizioni materiali della loro atomizzazione (che esige d’altronde, tutta una politica culturale) e in maniera conseguente lo smantellamento – abitualmente battezzato rinnovamento – dei loro quartieri tradizionali e delle forme di vita corrispondenti (è qui, lo si sa, che sono richiamati a ricoprire il loro ruolo le differenti tribù di writers, taggers, zonards e altri spacciatori, tutto come i loro difensori associativi patentati).

Quanto alle ragioni precise che costringono i poteri moderni ad accelerare la distruzione delle città, esse tengono a una contraddizione assai semplice. Da una parte, in effetti, questi poteri sono costretti, nel quadro della loro missione modernizzatrice, ad organizzare l’urbanizzazione generale della vita, con tutto quello che essa comporta specialmente in materia di distruzione ambientale e di automobilismo. Dall’altra, tale universalizzazione programmata della forma urbana non genera in alcun caso l’estensione e la diffusione di quegli effetti emancipatori che, dal Rinascimento in poi, erano legati allo spirito cittadino – tradizionalmente di fronda – e alle differenti forme di civiltà generate dalla vita di quartiere. Da questa contraddizione risulta allora lo strano obbligo moderno di produrre allo stesso tempo sempre più spazio urbano (del centro, della periferia, della tecnopoli, e ancora d’altre meraviglie che gli esperti non mancheranno d’inventare), e sempre meno città nel senso che la parola aveva mantenuto fino a tempi recenti e che ne aveva fatto un sinonimo magnifico di libertà(3).

*

Note

1 Se nessun governo non ha ancora preso, in Francia, la decisione di abolire le ferie pagate, non è come si pensa, perché nessun ministero ci abbia pensato o perché il mondo degli affari vi si opporrebbe fermamente. Ma perché, per il momento nessun potere si può permettere di suggerire – perfino in forma di voci di corridoio – una tale giudiziosa abolizione senza mettere automaticamente in pericolo le condizioni politiche della dominazione del Capitale. Si noterà, in compenso, che per quanto attiene le pensioni e la previdenza sociale, le cose si presentano sotto una luce migliore.

2 Si sa così che nel contesto della guerra fredda, i governi americani sono stati spesso portati a subordinare i calcoli dell’economia a quelli della geopolitica, e questo talvolta anche sul piano degli scambi commerciali.

3 Si può trovare dal diciottesimo secolo, in un testo di John Millar – uno dei principali rappresentanti con Adam Smith, della Scuola economica scozzese – una descrizione rimarchevole dell’urbanismo moderno:
«… Quando un gruppo di magistrati e di governanti si trova investito di un’autorità consacrata dai costumi antichi e che appoggia forse una forza armata, non ci si può aspettare che il popolo, solo e disperso, sia in grado di resistere all’oppressione di quelli che lo governano; e la sua capacità di unirsi a tal fine dipende necessariamente, in larga misura, delle condizioni proprie al paese […].

Nei grandi regni, dove la popolazione è dispersa su una vasta superficie, è stata raramente capace di sforzi prodigiosi. Abitanti di frazioni lontanissime le une dalle altre e non disponendo che di imperfetti mezzi di comunicazione, il popolo si mostra spesso poco sensibile alle dure prove che la tirannia del governo può imporre a un gran numero dei suoi; e una ribellione può vedersi sedata in tal luogo prima che abbia il tempo di scoppiar altrove. […] ma il progresso del commercio e delle manifatture ha per effetto di modificare poco a poco, a tal riguardo, la situazione di un paese. Man mano che si accresce, con la facilità di assicurare la sussistenza, il numero di abitanti, questi si raggruppano in grandi comunità per esercitare più comodamente i propri mestieri.

I paesini si trasformano in borghi; e questi, molto spesso, in città popolose. In tutti questi luoghi di abitazione, si vedono formare delle grandi truppe di manovali e artigiani che, per il fatto di avere la stessa occupazione, e d’intrattenere stretti rapporti, arrivano perfino a trasmettersi molto rapidamente sentimenti e passioni; tra loro emergono dei capi che sanno infondere ai loro compagni un certo spirito ed assegnargli uno scopo. I forti incoraggiano i deboli, i coraggiosi animano i timorosi, i risoluti rinvigoriscono gli esitanti e i movimenti di tutta la massa si effettuano con l’uniformità di una macchina e una forza che si fa irresistibile.

In tale situazione, una grande frazione della popolazione si lascia facilmente eccitare da qualsiasi argomento di scontento popolare, e può e non meno facilmente coalizzarsi per esigere la riparazione di un torto. In una città il benché minimo motivo di lamentela dà luogo a un moto popolare; e propagandosi da una grande città a un’altra, le fiamme della sedizione si espandono in insurrezione generale».
(Citato in Hirschman, Le passioni e gli interessi, Milano Feltrinelli 1990)

(apparso sulla rivista Sud)

*
Jean-Claude Michéa insegna filosofia in un liceo di Montpellier. È autore di saggi, tra cui Orwell, anarchiste tory (1995); Les Intellectuels, le peuple et le ballon ronde (1998) e Impasse Adam Smith, che è apparso in traduzione italiana con il titolo Il vicolo cieco dell’economia (Elèuthera, Milano 2004). In traduzione italiana è anche disponibile L’insegnamento dell’ignoranza (Metauro, Pesaro 2004).

(immagine di Aitken)

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27 Responses to Della distruzione delle città in tempo di pace

  1. riccardo ferrazzi il 8 settembre 2005 alle 09:57

    Ma sì: aboliamo le ferie pagate ! Aboliamo anche la previdenza sociale ! Michea ci ha spiegato che è attraverso questi strumenti che il capitale fa i suoi sporchi affari. (Chissà come faceva prima ?)

  2. zangrando il 8 settembre 2005 alle 10:24

    Propongo una scansione antivirus sul pubblico di NI – o è solo una mia impressione che qualcuno stia riuscendo allegramente a sputtanare il sito? Per chi non lo sapesse, del resto, ne esiste una parodia, ahimè piuttosto divertente, nel blog santasubito.splinder.com.
    E comunque, non sono queste le migliori pagine di Michéa. “L’insegnamento dell’ignoranza” contiene riflessioni decisamente più acute di quanto questo capitoletto non lasci immaginare.
    Vi si legge, per esempio, che “la Propaganda e la Pubblicità moderne trovano naturalmente la loro retorica di base nell’immaginario del Maggio ’68, e celebrano così ogni perfezionamento dell’ortodossia come un meraviglioso progresso dello spirito eretico”.
    Oppure, ancora a proposito del ’68: “Accettando devotamente di sottomettersi al comandamento più sacro delle Tavole della Legge moderna – è ‘vietato vietare’ – la gioventù delle nuove classi medie, cioè quella che fondamentalmente occupò allora la ‘ribalta’ (e che certo non l’ha lasciata diventando più matura) scopriva finalmente una libertà che le andava a pennello: quella che consiste nel rompere radicalmente – almeno nella coscienza che si ha delle cose – con tutti gli obblighi che implicavano l’affiliazione, l’appartenenza e, in maniera generale, un’eredità linguistica, morale o culturale”.
    (Lo ammetto: ce l’ho un po’ con gli ex-sessantottini.)

  3. zangrando il 8 settembre 2005 alle 10:59

    Ma… Dove… Ma allora c’è un antivirus! Anche se tutti questi commenti stupidi che spariscono all’improvviso fanno pensare a una casalinga tutta presa, in un bagno di sudore, a disinfestare la casa improvvisamente assediata dagli scarafaggi. Corri di qua, corri di là… “E a me chi mi paga?”

  4. andrea inglese il 8 settembre 2005 alle 11:05

    stefano non ti impressionare per un troll tenero tenero
    ti consiglio DESPAMMETOR (economico, veloce)

  5. tashtego il 8 settembre 2005 alle 11:10

    Ora io non conosco questo Michea, ma questa striminzita paginetta di riflessioncelle sull’urbanesimo (non urbanismo, please: il francese “urbanisme”, si traduce principalmente con “urbanistica”) contemporaneo, cioè sulla spinta all’espansione delle aree urbane (non dello “spazio” urbano, che è altra cosa) che produce incremento di superficie urbanizzata, artificializzata, mineralizzata, attrezzata in modo più o meno efficace/efficiente, ma non produce CITTA’.
    Intendendo per “città” quell’insieme di manufatti le cui caratteristiche di qualità, compattezza e spazialità si formano nel medioevo e si affermano nel tardo Trecento e poi nel Rinascimento.
    Michea sostiene una cosa davvero ovvia, che si dice da 100 anni: le grandi eree metropolitane producono forme di vita percellizate e dunque alienazione et disgregazione sociale.
    Certo, è vero.
    Ma si possono fare a caldo alcune annotazioni de base.

    Primo sono le masse a “volere” i modi abitativi sub-urbani che l’urbanesimo (l’urbanistica) propone, dunque esistono anche qui forti narrazioni di modelli d’abitare proposti come più fichi e umani e eleganti eccetera.
    È la mente manipolata di massa che produce città espansa di merda e non il contrario.

    Secondo: la città rinascimentale di Michea semplicemente NON ESISTE PIÙ da qualche secolo, nel senso che ne è rimasto il guscio, ma l’organismo che l’abitava e che l’aveva costruito è morto o si è profondamente trasformato da molto tempo.
    La densità urbana storica, con la sua spazialità compressa, creava disagio e aggregava più di quanto non dividesse, ma si tratta di fenomeni che sono da tempo diventati altro.

    Tertium: l’equazione spazio civile = emancipazione sociale, se è stata vera, oggi forse non lo è più, perché sono mutati i mezzi coi quali usiamo dello spazio urbano, che non ci condiziona ormai più di tanto, che non crea più senso di appartenenza condiviso, eccetera.

    Dello spazio civile (qualcuno afferma che ormai “civile” e “commerciale” coincidano e io sono tra questi) e della necessità di una sua costruzione nel contemporaneo non frega più un beneamato cazzo a nessuno, men che meno alle residue organizzazioni dei lavoratori, ormai attestate solo su questioni salariali, eccetera.

    L’argomento è tosto, fascinoso, complicato.
    Michea appare un vero dilettante.
    (Buone e saporose cacate a tutti i vari troll).

  6. effeffe il 8 settembre 2005 alle 11:50

    Il maestro Michea mi aveva raccontato che dall’esilio talvolta bisogna pure ritornare, se la storia lo richiede. E vi rassicuro che non lo farò più, tranquillizzatevi pure.
    Innanzitutto sui commenti. Non mi interessano luoghi così privi di significato – l’altra sera, confesso, un pò innervosito per l’imbecillità di tashtego, che non è la stupidità sana di certe menti lucide, mi sono detto, ma poi, Francè, ma ti rendi conto un pò della cosa? tu ti incazzi per via di Tashtego, a seguito di quanto replicato da Rut Rut, mentre Temperanza, parlando con georgia, con la e, è forse d’accordo con wowoka. Non siamo nemmeno nelle migliori pagine di Moresco, qui, ma in una vacuità totale che risulta veramente offensiva verso il genere umano. Insomma qui anche l’ironia ha un sapore sinistro.
    Per tornare a Michea. Trattasi di capitolo d’un opera molto complessa per quanto minuta nel numero di pagine, che senza alcuna pianificazione editoriale, e nessun grande gruppo editoriale alle spalle, la casa editrice, Climats di Montpellier è una piccola casa editrice per quanto nota nel milieu, si è imposta in Francia. Ora questo libro che, scusa Zangrando, tu conosci, non si compone di capitoletti, in un meccanismo di passa parola si è trovato ad essere riedito per ben nove volte, con interventi critici che si possono trovare su Internet, tradotto in diverse lingue e al centro di numerosi dibattiti. Di Tashtego che invito qui a chiamarsi per nome e cognome e che chiamerò d’ora in avanti mr Google, essendo una sorta di tuttologo omnipresente, omnisciente, insomma una sorta di forza della natura, non dispongo di nessun elemento sennò di tristissime opere mi dicono pubblicate su blog, e un’avversione che non capisco verso le ostriche, Parigi, ora Michea, domani zinedine zidane. L’invio di questo testo era una sorta di piccolo assaggio del libro. Avendo Sud trattato in questo ultimo numero di periferia, era questo il testo più pertinente per noi di Sud. Che ci siano altri brillanti momenti del libro, che possano interessare di più mi sembra assolutamente legittimo, ma la speranza, che io, la Metauro, Massimo Rizzante ed altri abbiamo è che questo libro si legga per intero.
    Poi magari se ci si vede in una qualche città per parlare di queste ed altre cose, è meglio.
    effeffe

  7. tashtego il 8 settembre 2005 alle 11:59

    il rientro è difficile FF.
    perdo tempo nel web, lo so.
    spero non ti dia troppo fastidio.
    non sono onniscente, ovviamente.
    ma urbanista, sì.

  8. zangrando il 8 settembre 2005 alle 12:18

    hai ragione, franz, non si tratta di capitoletti: il libro di michéa è interessante anche nella forma, che è governata da un principio di ramificazione e approfondimento dei temi abbastanza originale, scandito su capitoli, lunghe note in forma d’appendice e altrettanto cospicue note a pie’ di pagina. ho detto bene? capisco, d’altra parte, che queste erano le pagine più adatte al numero tematico di “sud”, ma ho voluto riportare qualche altro passo come stimolo ulteriore, perché condivido l’auspicio che “l’insegnamento dell’ignoranza” venga letto – da molti – per intero. qualche giorno fa, per esempio, ho regalato una copia al preside della scuola salesiana dove lavoro come supplente; sto ancora aspettando la reazione, che spero non sfoci in un licenziamento in tronco. ad maiora

  9. zangrando il 8 settembre 2005 alle 12:29

    p.s. non so a che cosa tu ti riferisca quando te la prendi con tashtego, ma – come diceva edika su totem – perché tanto odio?

  10. effeffe il 8 settembre 2005 alle 12:50

    Io non me la prendo con Tashtego, vorrei solo sapere come si chiama. Non mi senbra poi una domanda difficile, no? Certo il rientro è difficile, ma un pò per tutti. Hard times are coming, o forse c’erano già. Non è certo tra commenti , così astratti e verbosi, che troveremo le ragioni del nostro spleen, o dei torti subiti. Grazie Stefano per la precisazione,
    effeffe (vigile urbano)

  11. tashtego il 8 settembre 2005 alle 15:00

    mi chiamo francesco percoraro, FF (a me invece il tuo nome non interessa).
    ho una certa età.
    vivo a roma.
    ora sai a chi hai dato dell’imbecille.
    spero che la cosa ti plachi e ti consoli.

    aggiungo, nella stupefazione estatica del rientro (che è la causa prima per la quale sono qui a perdere tempo a risponderti), che se una paginetta fa parte di un libro, chi la cita deve premettere una qualche informazione in più, per evitare che l’estrapolazione compiuta non la faccia sembrare troppo povera.

    detto questo, l’argomentazione che vi è contenuta mi pare talmente scrausa, da funzionare come una pessima presentazione per il libro da cui proviene.

  12. powwow il 8 settembre 2005 alle 15:15

    cicca cicca bum bum! a me il tuo nome non mi interessa! sei proprio antipatico inside, tashtego. Giggettoercarrettiere sì, che a me mi stava simpatico e anche mecojoni, uffiuffa! :-P

  13. andrea inglese il 8 settembre 2005 alle 15:51

    caro tash, la logica del blog è anche il montaggio, e quindi il valore della serie di pezzi, che è qualcosa di diverso dal valore di ogni singolo pezzo. Il brano di Michea funziona per me come una frase di un testo più ampio. Di cui fa parte anche “postproduzione 1 e 2”, seppure in maniera laterale, e un breve pezzo su New Orleans a cui sto lavorando. Il brano di Michea non è né falso né stupido. Neppure si vuole proporlo per la sua assoluta novità, o per l’ampiezza di analisi. A me interessa per questo motivo: in poche righe mette assieme la città reale e una sua immagine utopica. Il resto deve ancora venire…

  14. effeffe il 8 settembre 2005 alle 16:30

    chiedo scusa a francesco pecoraro
    firmato francesco forlani

  15. tashtego il 8 settembre 2005 alle 18:58

    accetto senza meno le scuse e invio cordiali saluti, scusandomi a mia volta per qualche affermazione un po’ troppo tranchant.
    è lo scirocco, sapete.

  16. tashtego il 8 settembre 2005 alle 18:59

    “damose da fa’.
    volemose bbene”.

  17. effeffe il 9 settembre 2005 alle 09:06

    @ Francesco Pecoraro, a completamento del discorso e in tutta serenità che ce n’è bisogno
    @ Andrea Inglese, forse potremmo postarlo questo testo, che ne dici?

    Introduzione a

    L’insegnamento dell’ignoranza
    Metauro 2005

    «Ai nostri giorni si celebra ovunque il sapere. Chissà che un giorno non si fondi un’Università per ristabilire l’antica ignoranza ? » Lichtenberg (1742-1799)

    «Se c’è una qualche possibilità che gli altri ti stiano a sentire essa risiede nel rendere il più possibile tagliente il proprio proposito. Ecco perché il tono è marcato. I giorni felici in cui se ne potrà fare a meno, in cui si potrà evitare l’eccesso e agire con sobrietà, non sono ancora venuti. » Günther Anders (De la Bombe, 1956)

    I

    Nel 1979, Christopher Lasch, una delle menti più illuminate di questo secolo, descriveva in questi termini il declino del sistema educativo americano: «L’educazione di massa che si riprometteva di democratizzare la cultura, un tempo riservata alle classi privilegiate, ha finito con l’abbrutire gli stessi privilegiati. La società moderna, che è riuscita a creare un livello senza precedenti di educazione formale, ha allo stesso tempo prodotto delle nuove forme d’ignoranza. Diventa sempre più difficile per la gente maneggiare la propria lingua con naturalezza e precisione, ricordarsi i fatti fondamentali della storia del proprio paese, fare deduzioni logiche e comprendere testi di tipo non rudimentale».1

    Vent’anni dopo, bisogna ammettere che, oramai, la maggior parte delle critiche vale anche per la situazione francese. 2
    Beninteso, non si tratta di una pura coincidenza. La crisi di quella che in altri tempi si chiamava ‘Scuola repubblicana’ non è separabile da quella più generale che tocca la società
    moderna nel suo insieme. Partecipa, in modo quanto mai evidente, dello stesso movimento storico che, per altri versi, scorpora le famiglie, smembra l’esistenza materiale e sociale dei paesi e dei quartieri e, in modo più ampio, trascina con sé tutte le forme di civiltà che, ancora qualche decennio fa, caratterizzavano una parte importante dei rapporti umani. 3

    Una tale constatazione, in se stessa assolutamente banale, rischierebbe di restare senza conseguenze (o addirittura di portare a conseguenze ambigue) se non giungessimo nello stesso tempo a cogliere la natura della società moderna, cioè a comprendere quale logica presieda al suo movimento. Soltanto allora sarà possibile misurare fino a che punto i presenti progressi dell’ignoranza, lungi dall’essere l’effetto di un disfunzionamento riprovevole della nostra società, sono divenuti al contrario una condizione necessaria della sua espansione.

    Le pagine che seguono hanno lo scopo di confortare tale ipotesi, per quanto sappia coscientemente che certi la considerino già assolutamente inaudita.4
    1 Christopher Lasch. La Cultura del Narcisismo , Milano, 1981.

    2 «Nel 1983, il provveditorato di Nizza aveva realizzato un’inchiesta presso 12000 alunni di 6ème(prima media, ndt): il 22,48 % non sapeva leggere e il 71,59% era incapace di capire una nuova parola attraverso il contesto». Da allora, aggiunge Liliane Lurçat (allieva e poi collaboratrice di Henri Wallon, è in Francia una delle rare e serie specialiste di scienze dell’educazione), «come un mare sommerso dalla sabbia, il problema è sparito come per magia grazie al silenzio dei media e della propaganda politica. Sulle macerie dell’insegnamento della lettura e della scrittura, si costruisce in fretta la scuola di massa, promettendo maturità per tutti». (Liliane Lurçat, Vers une école totalitaire?, Parigi, 1999). L’ultimo exploit intellettuale di questa «propaganda politica» è il testo di Christian Baudelot, Et pourtant ils lisent (Seuil, 1999).
    3 Come chiunque può constatare, siamo, da questo punto di vista, entrati in un’epoca nuova: quella della distruzione delle città in tempo di pace. Considerato che Los Angeles è il modello preferito da tutti i moderni distruttori, si leggerà con interesse il notevole studio di Mike Davis, “Città di Quarzo: indagando sul futuro di Los Angeles», Manifestolibri, Roma, 1999. Si troverà un’applicazione al caso francese nel pamphlet di Sophie Herskowicz, Lettre ouverte au Maire de Paris à propos de la destruction de Belleville, Encyclopédie des nuisances, 1994. [A]

    4 Nota sul concetto d’ignoranza
    Si intenda per ‘progresso dell’ignoranza’ non tanto la scomparsa dei saperi indispensabili nel senso in cui è solitamente deplorata (e spesso a giusto titolo), quanto il declino regolare dell’intelligenza critica, cioè di quell’attitudine fondamentale dell’uomo a capire sia in che mondo è portato a vivere, sia a partire da quali condizioni la rivolta contro un tale mondo è una necessità morale. Questi due aspetti non sono completamente indipendenti, nella misura in cui l’esercizio del giudizio critico richiede delle basi culturali minime, a cominciare dalla capacità di argomentare e dalla padronanza di quelle esigenze linguistiche elementari che ogni ‘novlingua’ ha precisamente il compito di distruggere. E’ non di meno necessario distinguerle, perché l’esperienza ci insegna nel quotidiano che un individuo può sapere tutto e non capire niente. E’ senza dubbio quello che voleva dire George Orwell quando scriveva nel suo Cronache di guerra: «Se della gente come noi capisce la situazione meglio dei pretesi esperti, non è perché abbiamo un qualsivoglia potere di predire fatti particolari, ma perché noi siamo in condizione di cogliere in che tipo di mondo viviamo. (To grasp what kind of world we are living in)». Quello che fonda dal punto di vista epistemologico questa distinzione è naturalmente l’impossibilità manifesta di ridurre l’attività critica della ragione al semplice sfruttamento di una banca dati tra i quali basterebbe ‘navigare’ (surfer) liberamente. Non considerare tale distinzione porta erroneamente la sociologia ministeriale – commettendo gli errori metodologici del caso – a pretendere senza alcuna difficoltà che ‘il livello salga’; e questo benché tutti i dati a disposizione stabiliscano che, nei paesi industriali, la popolazione scolastica è sempre più permeabile ai differenti prodotti della superstizione (dalla vecchia astrologia al moderno New Age), che la sua capacità di resistenza intellettuale alle manipolazioni dei media o alla massificazione della pubblicità diminuiscono in modo inquietante, facendoci capire con quanta efficacia si sia potuta insegnare una solida indifferenza alla lettura dei testi critici della tradizione.

  18. wovoka il 9 settembre 2005 alle 09:07

    >Non mi interessano luoghi così privi di significato – l’altra sera, confesso, un pò innervosito per l’imbecillità di tashtego, che non è la stupidità sana di certe menti lucide, mi sono detto, ma poi, Francè, ma ti rendi conto un pò della cosa? tu ti incazzi per via di Tashtego, a seguito di quanto replicato da Rut Rut, mentre Temperanza, parlando con georgia, con la e, è forse d’accordo con wowoka. Non siamo nemmeno nelle migliori pagine di Moresco, qui, ma in una vacuità totale che risulta veramente offensiva verso il genere umano.

    Affascinante. Effeffe vede il Nulla in un povero gioco di frammenti testuali, emessi in tempi differenti, nelle condizioni più incontrollabili e debolmente accoppiate, da gente che non si conosce se non appunto attraverso questi poveri frammenti. Vassalli vedeva il Nulla nella sagoma del monte Rosa. Ognuno pensa che vedere il Nulla sia ancora una qualità “distintiva”, mentre è l’unica lezione davvero universale della modernità. All’immagine allucinante (e lacaniana) di quei frammenti di significante che si puntano a vicenda senza riuscire a determinare alcun significato, Effeffe oppone l’immagine pittorica e concreta di un gruppo di amici che alla sera, in una calda tana di Parigi, si declamano poesie. Ovviamente non c’è paragone quanto a ricchezza dei “flussi che si intersecano”: conoscenza negli anni, complicità, nozioni condivise, tutto il linguaggio del corpo a disposizione, euforia del vino e cibi prelibati …. oh quanto colore da una parte, e quanto squallore dall’altra. Eppure, basta questo per mettersi al riparo dal Nulla? Da questo Nulla che “non è nient’altro che” uno scientifico ed onestissimo “non è nient’altro che” applicato iterativamente a tutto fino a che, raggiunto l’agognato vuoto, non può più essere applicato se non a se stesso, chiudendo il folle cerchio. Io direi proprio di no, ma si tratta certo di un “tessuto” più compatto quindi ci vorrebbe più pazienza. Si potrebbe incominciare a sorridere sulle pose, sull’ingenua adesione ai miti letterari, al mito di Parigi, al mito dell’intellettuale. Si potrebbe incominciare a mettere in evidenza le evidenti cecità selettive, legate alle appartenenze di campo, le ignoranze consapevolmente scelte e quindi colpevoli, le tante reazioni interiorizzate e divenute meccaniche quanto la salivazione dei cani di Pavlov. Insomma i limiti umani che tutti ben conosciamo, ma che ci ingegniamo a proiettare e concentrare sugli altri, nella nostra ansia di salvezza esclusiva, un poco miserabile. Tutti sappiamo che si tratterebbe soltanto di un gioco di pazienza, e che la follia dei troll alla fine resterebbe sola e trionfante sul campo di battaglia, e che il monte Rosa se ne starà ancora lì, sostanzialmente immutato tra diecimila anni, quando tutte le serate di Parigi saranno altrettanto reali delle serate di Samarcanda, e quando saremo tutti uniti e finalmente solidali nel Nulla, Ruttomen compresi.

  19. effeffe il 9 settembre 2005 alle 09:45

    @wowoka

    perchè le tue parole mi sono andate dritte al cuore?
    forse perchè le ho sentite respirare?
    e allora pure il nome non appariva vuoto?
    forse perchè nel grigio di un cielo che non è più mio
    – a Torino si teme che s’ingrossi il cielo
    e i fiumi come rondini facciano ritorno?
    sarà per via di spleen o di qualcosa d’altro ?
    che “spesso il male” ridiventi sempre?
    o il troppo vino della veglia la troppa sete?
    Sarà – ma la dolcezza non è disarmata ?-
    soltanto il desiderio di consorteria
    – anche di poeti di periferia, di una Recanati qualsiasi-
    a fare che i passi siano pesanti come di anfibi?
    Forse perchè ci siamo ritrovati, e senza mai trovarsi?

    francesco forlani

    ps

    Troll è scemo

  20. georgia il 9 settembre 2005 alle 10:21

    belli e interessanti ambedue i commenti, sia quello di effeffe (L’insegnamento dell’ignoranza) che quello seguente di wovoca.
    Quello che non capisco però è come mai allo s.n.o.b (=sine nobilitate) effeffe, in questi luoghi virtuali e e-collettivi, interessi tanto come uno nasca.
    Ora che sa che Tashtego si chiama francesco cosa cambia per lui?
    Molto, evidentemente!
    Visto che è diventato improvvisamente gentilissimo ;-).
    Certo però un po’ lo/li capisco … perchè … se sono così impostati e programmati da trovare grosse difficoltà a chiamarmi georgia (con la e) figuriamoci riuscire anche solo a pensare a un “Tashtego”;-)
    georgia
    P.S
    Un grazie ad andrea inglese che trova immagini veramente molto interessanti

  21. effeffe il 9 settembre 2005 alle 10:44

    @georgia

    Billet pour un nouveau décor
    par Jean-François Lyotard

    On peut mettre des noms sur toutes ces blessures. Ils parsèment le champ de notre inconscient comme autant d’empêchements secrets à la tranquille perpétuation du “projet moderne”. Sous prétexte de sauvegarder ce dernier, les hommes et les femmes de ma génération ont en Allemagne, depuis quarante ans, imposé à leurs enfants le silence sur l’ “intermède nazi”. Cet interdit opposé à l’anamnèse vaut comme un symbole pour tout l’Occident. Peut-il y avoir progrès sans anamnèse ? L’anamnèse conduit, à travers une douloureuse élaboration, à élaborer le deuil des attachements, des affections de toutes sortes, amours et terreurs, qui sont associés à ces noms. J’ai admiré que l’autorité fédérale fasse creuser dans l’utopique gazon du Mail à Washington la sombre tranchée éclairée aux bougies qui a nom “Monument aux morts du Vietnam”. Pour l’instant nous n’en sommes qu’à une mélancolie vague, “fin de siècle”, inexplicable apparemment.

    ps
    se c’è bisogno della traduzione a più tardi
    ppss
    e se i nickname non fossero altro che una sorta di autocensura?

  22. andrea inglese il 9 settembre 2005 alle 11:44

    geeeeeeorgia, tutto merito di alex broggi, mi ha fornito un intero archivio fotografico
    (zisko, ti ho scritto…)

  23. andrea raos il 9 settembre 2005 alle 11:47

    zangrando, devi sapere che inglese è tutto sudato perché lui usa ancora l’antiquato DESPAMMATOR.
    io invece ho scoperto NITROLL nuova formula, che lascia anche un gradevole profumo di limone. inglé, provalo anche tu! (funziona anche con le vocali dei nick)

  24. georgia il 9 settembre 2005 alle 13:03

    QUANDO I NOMI VERI SEMBRANO FINTI ;-)

    Per abituarsi al mio nome, senza traumi, si consiglia, a quelli troppo im-postati la visione di un film (mi dicono sia bello)
    “Gli amici di georgia” di Arthur Penn, mi è stato consigliato dal blog della giardiniera: Santa subito,
    http://santasubito.splinder.com/
    E’ un blog di ordinaria disperazione, improvvisato da poco, ma interessante, e l’unico dove è possibile leggere le critiche della famosa Gatina De Apuana dell’Università degli studi di Colonnata (tutto lardo che cola).
    E’ possibile leggere la sua magistrale postfazione alla poesia di roberto amato (per ora poeta sconosciuto) La continuità del dolore.
    http://santasubito.splinder.com/post/5632894#comment

    Scherzi a parte le ragazze del blog sembrano (a me sembrano) intelligenti e divertenti e non pensiate che lo dico perchè le conosco (ne ho appreso l’esistenza solo qui in NI) ma, per lo meno loro, mi hanno sempre chiamato gEorgia (forse per via del film) e non è poco.

    Dalla rete notizie sul film Gli amici di Georgia
    “Scritto da Steve Tesich, Oscar per la sceneggiatura di All American Boys (1979), che s’è ispirato alla propria biografia, è l’itinerario esistenziale dell’adolescente Danilo (Wasson), figlio di immigrati iugoslavi nel Midwest, attraverso quattordici anni (1956-69), itinerario che s’intreccia con le vicende dei suoi amici David, Tom e Georgia. E uno dei migliori film di A. Penn, e il più sottovalutato, per il sagace equilibrio tra dramma e commedia, nostalgia e riflessione critica, fine delle illusioni e crisi dei valori di tutta una generazione, e per la sapienza con cui sa iscrivere i processi storici nella vita dei personaggi. Ultimo film dell’operatore francese Ghislain Cloquet già con Penn in Mickey One (1964)”

  25. georgia il 9 settembre 2005 alle 13:16

    ah dimenticavo di sottolineare la cosa (che farà molto piacere a francesco forlani alias effeffe) che la giardiniera non sembra amare i nick ma sempre lascia per intero la traccia del suo nascere: ecco il suo nome messo per intero, oggi per la prima volta, forse per non creare problemi esistenziali all’ottimo francesco;-).

    Giardiniera y Habanera y Sera y Montòn y Demòn y Caballo y Paco Pena y Estradiciòn y Etcetera y Etcetera

    Certo che se tutti ci firmiamo con simile dovizia di particolari francesco finirà per apprezzare i nick.
    La cosa buffa è che effeffe si è lamentato con Tashtego per l’uso infingardo del nick mentre Tashtego aveva non solo svariate volte detto il suo nome ma anche postato in NI con nome e nick affiancati ;-)
    Questo a dimostrazione che (come dice il troll che a volte, nonostante sia grullo, ci azzecca) nessuno legge mai nessuno altro che se stesso ;-)
    geo

  26. emma il 9 settembre 2005 alle 16:28

    I nickname potrebbero essere autocensura e anche il contrario.
    I nickname potrebbero essere una difesa e anche il contrario.
    Su NI 1.0 si è discusso a lungo di tutto questo, ma senza grandi risultati pratici.
    Se si guarda a ciò che succede su altri blog – limitandosi a quelli, diciamo così, letterari o “culturali” – si vede che i nomi&cognomi sono usati soprattutto dagli addetti ai lavori, o dagli aspiranti tali, o giù di lì. E che i nick sono la regola: a volte “seri”, a volte frivoli, a volte trolleggianti (ma QUASI MAI incontenibili come il “nostro”, questo è bene ribadirlo…).
    Naturalmente i nick possono appartenere a chiunque, ad altri addetti ai lavori, a perfetti sconosciuti, a gente che nella vita non si occupa affatto di letteratura e però magari legge, a gente che ha tempo da perdere, a gente che non ha tempo da perdere ma lo perde lo stesso…
    Che dire? “Questa è la rete?” Buona? Cattiva? Libera? Prigioniera? Funzionale allo stato presente delle cose?…
    Poi capita di leggere un commento come quello del nick Wovoka, e l’attenzione si ferma sulle parole, non su chi le ha scritte.

  27. tashtego il 12 settembre 2005 alle 16:05

    “Negli immaginari collettivi europei, come agli occhi degli studiosi di molte discipline, il secolo ventesimo, dominato da un’aspettativa che si stempera in timore, appare collocato tra due estremi: l’attesa angosciosa di una crescita indefinita e smisurata della città e il timore della sua scomparsa, della sua dissoluzione o trasformazione in forme di insediamento delle quali diviene difficile divinare, il senso e il destino”.
    Bernardo Secchi, La città del ventesimo secolo, Roma, Laterza 2005, pag. 5.

    Cito solo questo breve brano di un libro in argomento che ho appena iniziato a leggere e che si annuncia molto bello.



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