Da “Storie d’Ellis Island”

28 settembre 2005
Pubblicato da

Di Georges Perec

Traduzione di Andrea Inglese
(Vorrei dedicare questo brano a un’amica ebrea, a Helena Janeczek, che proprio in questi giorni sta scrivendo su quella fantasmatica sostanza che pare si trasmetta dai genitori ai figli.)

perché raccontiamo queste storie?

che cosa siamo venuti a cercare qui?

che cosa siamo venuti a chiedere?

lontano da noi nel tempo e nello spazio, questo luogo
fa per noi parte di una memoria potenziale,
di una autobiografia probabile.
i nostri genitori o i nostri nonni avrebbero potuto
trovarcisi
il caso, quasi sempre, ha fatto che sono
o non sono rimasti in Polonia, o si sono fermati,
in cammino verso la Germania,
verso l’Austria, verso l’Inghilterra o la Francia.
questo destino comune non ha assunto per ognuno di noi
la stessa figura:

ciò che io, Georges Perec, sono venuto a interrogare qui,
è l’erranza, la dispersione, la diaspora.
Ellis Island è per me il luogo stesso dell’esilio,ossia
il luogo dell’assenza di luogo, il non luogo,
il da nessuna parte.
è in questo senso che queste immagini mi riguardano, mi
affascinano, mi coinvolgono
come se la ricerca della mia identità
passasse per l’appropriazione di questo luogo-immondezzaio
dove dei funzionari spossati battezzavano
degli Americani a palate.
ciò che per me si trova qui
non sono per niente dei riferimenti, delle radici
o delle tracce,
ma il contrario: qualche cosa d’informe, al limite
del dicibile,
qualche cosa che posso chiamare chiusura, o scissione,
o rottura,
e che è per me molto intimamente e molto confusamente
legato al fatto stesso di essere ebreo

non so precisamente che cosa sia
essere ebreo
che effetto mi faccia essere ebreo

è un’evidenza, se vogliamo, ma un evidenza
mediocre, che non mi lega a niente;
non è un segno di appartenenza,
non è legato a una credenza, a una religione, a una
pratica, a un folklore, a una lingua.
Sarebbe piuttosto un silenzio, un assenza, una domanda,
un mettersi in questione, un galleggiamento, un’inquietudine
una certezza inquieta,
dietro la quale si profila un’altra certezza,
astratta, pesante, insopportabile:
quella di essere stato designato come ebreo,
e siccome ebreo vittima
e di non dovere la vita che al caso e all’esilio

avrei potuto nascere, come dei cugini prossimo
o lontani, a Haifa, a Baltimora, a Vancouver
avrei potuto essere argentino, australiano, inglese o
svedese
ma nel ventaglio quasi illimitato dei questi
possibili,
una sola cosa mi era precisamente vietata:
quella di nascere nel paese dei miei avi,
a Lubartow o a Varsavia,
e di crescervi nella continuità di una tradizione,
di una lingua, di una comunità.

In qualche modo, io sono straniero rispetto
a qualcosa di me stesso;
in qualche modo, sono “differente”, ma non
differente dagli altri, differente dai “miei”: io
non parlo la lingua che i miei genitori parlarono,
io non condivido nessuno dei ricordi che poterono
avere, qualcosa che apparteneva a loro, che faceva sì
che fossero loro, la loro storia, la loro cultura,
la loro speranza, non mi è stata trasmessa.

Non ho l’impressione di aver dimenticato,
ma quella di non aver mai potuto imparare;
è in questo che il mio modo di procedere è diverso da quello
di Robert Bober:

essere ebreo, per lui, è continuare ad inserirsi
in una tradizione, una lingua, una cultura, una
comunità che né i secoli della diaspora né
il genocidio sistematico della “soluzione finale”
sono definitivamente riusciti a stritolare;

essere ebreo, per lui, vuol dire avere ricevuto per
trasmettere a sua volta, tutto un insieme di costumi, di
maniere di mangiare, di ballare, di cantare, di parole,
di gusti, di abitudini,

ed è soprattutto sentire di condividere questi
gesti e questi riti con altri, al di là delle
frontiere e delle nazionalità, condividere queste cose
divenute radici, pur sapendo ad ogni istante
che esse sono nello stesso tempo fragili e essenziali,
minacciate dal tempo e dagli uomini:

frammenti d’oblio e di memoria, gesti che ritroviamo
senza averli mai veramente appresi, parole che ritornano
ricordi di ninnananne,
fotografie preziosamente conservate:

segni d’appartenenza sui quali si fonda
il suo radicamento nella storia, sui quali si forgia
la sua identità, ovvero ciò che fa sì
che sia nel contempo lui e identico all’altro

È questa permanenza della sua storia, della sua resistenza,
della sua tenacia, della sua perennità, che Robert
Bober è venuto a sperimentare su Ellis Island,

e a ritrovare, sotto le tracce lasciate da coloro che
passarono qui, sotto le testimonianze che stiamo
raccogliendo, l’immagine del nonno di sua madre
che lasciò nel 1900 il suo villaggio in Polonia per andare
in America, ma si prese il tracoma durante la traversata
e fu respinto

Può darsi che gli ebrei, popolo senza terra,
quasi da sempre votati all’esodo, alla sopravvivenza
nel mezzo di culture diverse dalla loro, erano
più sensibili di altri a ciò che era,
per loro, in gioco qui,

ma Ellis Island non è un luogo riservato agli ebrei

appartiene a tutti coloro che l’intolleranza e la miseria
hanno scacciato e scacciano ancora dalla terra dove
sono nati

nel momento in cui i Boat People continuano ad andare d’isola
in isola alla ricerca di rifugi sempre più
improbabili, avrebbe potuto sembrare derisorio, futile,
o sentimentalmente compiaciuto volere ancora una
volta evocare queste storie già antiche

ma noi abbiamo avuto, facendolo, la certezza d’avere
fatto risuonare le due parole che furono al cuore stesso
di questa lunga avventura: queste due parole molli,
irreperibili, instabili e fuggenti, che si rinviano
senza sosta le loro luci tremolanti, e che
si chiamano l’erranza e la speranza

(Il brano è tratto da Georges Pérec et Robert Bober, Récits d’Ellis Island. Histoires d’errance et d’espoir, éditions du sorbier , 1980).

14 Responses to Da “Storie d’Ellis Island”

  1. andrea raos il 28 settembre 2005 alle 21:46

    stordente, corpuscolare, siderale, schiacciante, come sempre perec. e bravo andreainglé.

  2. gabriella il 29 settembre 2005 alle 00:15

    Intenso, potente. Mi ha ricordato un passaggio di Lezioni di tenebra di Helena…

    “…
    Io, già da un pezzo, vorrei sapere un’altra cosa. Vorrei sapere se è possibile trsamettere conoscenze e esperienze non con il latte materno, ma ancora prima, attraverso le acque della placenta o non so come, perché il latte di mia madre non l’ho avuto e ho invece una fame atavica, una fame da morti di fame, che lei non ha più.
    …”

  3. magda il 29 settembre 2005 alle 16:02

    Vorrei postare su questo argomento:sono stata ad Ellis Island a gennaio, e credo sia stata la mia esperienza piu’ coinvolgente vissuta nel recente passato.al di la dell’allestimento molto interessante sia come location che come riscostruzione…ma…..ai piani superiori, ai piani alti, dove sono riposti gli effetti personali di centinaia di immigrati di ogni cultura, vestiario, oggetti sacri, culturali, musicali, strumenti quotidiani del vivere,io mi sono sentita addosso le voci, il calore , la presenza di miglioni di persone transumanti verso una speranza, in una zona di confine, zona franca,tra passato e futuro, tra storia certa e ipotesi incerta…….una sensazione pietrificante e vulcanica mi ha costretto in quel luogo per ore totalmente in pathos con l’esperienza dei fondatori degli Stati Uniti. un lungo pianto in memoria delle sofferenze di chi naufrago,cerca asilo.

  4. alessandro broggi il 29 settembre 2005 alle 16:41

    Il Perec poeta non lo conoscevo; ero rimasto alla sua affermazione:

    “Bisognerà che un giorno o l’altro cominci a servirmi della parola per smascherare il reale, per smascherare la mia realtà. È più o meno così che, oggi, posso definire il mio progetto. Ma so che non potrà realizzarsi completamente se non il giorno in cui avremo scacciato, una volta per tutte, il Poeta dalla città” (cito da un suo saggio autobiografico ora non ricordo se da “Sono Nato” o da “L’Infraordinario”, entrabi Bollati B.) (leggevo peraltro questa dichiarazione come un’insofferenza verso ogni ‘finzione’, verso la ‘lirica’, verso la poesia come ‘costruzione/ divagazione espressiva’);

    trovo dunque questo testo molto interessante, inaspettato, e comunque coerente con un’idea altra, decisamente perecchiana di verso, lingua, modalità comunicativa, punto di vista ecc.

    un saluto, (ottimo post!)

    Alesssandro Broggi

    PS: qual è il metro (c’è un metro (fisso)?) nell’originale francese?

  5. andrea inglese il 29 settembre 2005 alle 16:59

    caro alex, non credo si tratta di poesia; per altro alcuni a capo sono saltati, anzi si sono moltiplicati data la verticalità dell’impaginazione; innanzitutto siamo di fronte alla sceneggiatura di un film, non ad un testo letterario autonomo; ora la sceneggiatura è assai articolata, vi è una parte documentaria assai vasta, con molti dati precisi, cifre, ecc., e poi vi sono passaggi come questo più autobiografici e riflessivi; è davvero affascinante la modalità di Perec di giungere alla scrittura; egli riesci a ridurre il compiacimento, l’enfasi, la gratuità a livello zero;
    il testo esiste anche in italiano, comunque; pubblicato negli anni Novanta, ma non ricordo da chi

  6. temperanza il 29 settembre 2005 alle 17:14

    @ OT per tutti e nessuno

    sento serpeggiare sempre qua è là un certo fastidio per la lirica.
    Lirica non è immediatamente uguale a melenso,
    a sentimentale
    a pastorelli e pastorelle
    a papaveri e papare
    a signorine felicite
    a cuore-amore
    a ombelico
    a ego
    scacciare il Poeta vuol dire scacciare il trombone, non la lirica, altrimenti di questo passo si butta nella monnezza pure Hölderlin. E se non lo ho letto male Perec avrebbe considerato Poeti anche quelli della beat generation, così popolari tra noi.

  7. alessandro broggi il 29 settembre 2005 alle 18:03

    Caro Andrea,

    chiarimenti decisivi, grazie,
    tutto mi torna (fammi sapere, se ti sovviene, chi ha pubblicato il testo in italiano: mi piacerebbe leggere altri brani di questo lavoro).

    Caro Temperanza,

    Holderlin non si discute, così come molta lirica novecentesca (non certo, giustamente, quella che liquidi con slogan e riferimenti efficacemente banali). Sono storia. Credo, tuttavia, che in questo momento sia più interessante ricercare (anche) in altre direzioni, e resto perciò completamente d’accordo con Perec.

    un caro saluto a entrambi,
    Alessandro Broggi

  8. emma il 29 settembre 2005 alle 18:33

    “non so precisamente che cosa sia
    essere ebreo
    che effetto mi faccia essere ebreo”

    Se si leggono alcune (minime) notizie sulla biografia di Perec (per es. qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Georges_Perec#Biografia), si intuisce che dietro queste riflessioni c’è l’esperienza della scissione più tragica con le proprie “radici”.
    Allora colpiscono ancora di più la totale mancanza di enfasi, il tono distaccato, l’equilibrio con cui vengono messe a confronto esperienze umane diverse (la propria, quella di chi ha in qualche modo mantenuto le proprie “radici”, quella di chi è costretto a lasciare tutto), ma da comprendere in un unico sguardo.

  9. magda il 29 settembre 2005 alle 18:35

    scusate gli errori sintattici e i refusi…ma Hellis Island mi confonde.

  10. andrea inglese il 29 settembre 2005 alle 23:05

    grazie della testimonianza magda, vuol dire che Ellis Island continua ha confondere in virtù del suo “pesantissimo” passato

    a margine, ancora sulla questione dell’identità ebraica; inserirei una terza voce, una terza esperienza dopo quella di Bober e di perec, che sono entrambe paradigmatiche, e disegnano una certa esperienza dell'”essere” ebreo: l’ebraismo come memoria e identità spirituale (Bober), l’ebraismo come “resto”, come residuo, e l’inappartenenza (perec); a cio’ va aggiunto il punto di vista di Yehoshua nel suo “Elogio della normalità”.

    E’ la prospettiva del superamento definitivo della diaspora. La fine della “differenza” ebraica – maledizione e privilegio. La prospettiva del ritorno alla normalità, alla terra, alla cittadinanza, allo stato. Quello stato di Israele che non potrà ovviamente trovare la sua “normalità” che accettando di avere accanto a sé un altro stato, dando anche ai palestinesi una loro dignitosa cittadinanza.

  11. magda il 30 settembre 2005 alle 11:14

    E’ interessante che l’autore sia Ebreo, e quindi inevitabile il rispecchiamento verso il nomadismo che questo luogo suscita.Questo apre a riflessioni germinative piu’ ampie sulla condizione umana che porta in se’ ontologicamente la condizione della precarietà, della provvisiorietà di viventi presenti nell’esistenza solo come viandanti.Hellis Island colpisce perchè fa riemergere in modo violento la consapevolezza della instabilità della vita a cui ognuno è sottoposto inevitabilmente.Fa male sentire in un attimo come la costruzione della nostra progettualità sia illusoria se non comprensiva di questa dimensione.Inoltre l’ebraismo simbolizza con i luoghi di questo tipo, la possibilità di superamento spaziotemporale di questa intrinseca essenza,e l’accettazione serena della precarietà diviene coscienza superiore della piu’ intima e vera istanza umana.Oltre Holderin, oltre la divina mania platonica, delirio artisitco per eccellenza, rimane il doloroso dato della nostra finitezza, condanna eterna di creature combattute tra il desiderio di permaneza, stabilità, eternità,stanzialità e inevitabile finitudine,caducità,nomadismo,fallibilità.
    Tra divinità e animalità Hellis Island apre grandi spiragli di riflessione antropologica, e riunisce la molteplicità delle espressioni umane nell’unicità dell’esperienza migratoria.

  12. emma il 30 settembre 2005 alle 18:25

    Ancora Perec. Ancora sulle “radici”.

    Je n’ai pas de souvenir d’enfance. Jusqu’à ma douzième année à peu près, mon histoire tient en quelques lignes : j’ai perdu mon père à quatre ans, ma mère à six ; j’ai passé la guerre dans diverses pensions de Villers-de-Lans. En 1945, la sœur de mon père et son mari m’adoptèrent.

    Cette absence d’histoire m’a longtemps rassuré : sa sécheresse objective, son évidence apparence, son innocence, me protégeaient, mais de quoi me protégeaient-elles, sinon précisément de mon histoire vécue, de mon histoire réelle, de mon histoire à moi qui, on peut le supposer, n’était ni sèche, ni objective, ni apparemment évidente, ni évidemment innocente.

    “Je n’ai pas de souvenirs d’enfance” : je posais cette affirmation avec assurance, avec presque une sorte de défi. L’on avait pas à m’interroger sur cette question. Elle n’était pas inscrite à mon programme. J’en étais dispensé : une autre histoire, la Grande, l’Histoire avec sa grande hache, avait déjà répondu à ma place : la guerre, les camps.

    Georges Perec – W ou le souvenir d’enfance (Chap. II)

  13. emma il 1 ottobre 2005 alle 18:17

    Ho appena scoperto che “W ou le souvenir d’enfance” è in uscita da Einaudi.
    E che “Ellis Island. Storie di erranza e di speranza” è pubblicato da Archinto.

  14. magda il 8 ottobre 2005 alle 18:41

    lo leggero senz’altro.
    pensate che possa io contribuire con un raccontino su Ellis Island? ho persino riportato i commenti di un interprete riguardo la sua piu’ toccante esperienza circa l’impossibilità di farsi capire di una ragazza proveniente dalle montagne del nord italia, il cui dialetto era incomprensibile anche agli altri italiani presenti.
    mi piace pensare che fosse bergamasca, :-)



indiani