Tecniche di suicidio

1 ottobre 2005
Pubblicato da

di Sergio Garufi

L’incipit di un libro è un tentativo di adescamento, e quello folgorante e lapidario de Il mito di Sisifo di Albert Camus è fra i più riusciti che io conosca. Vi si afferma in modo perentorio che esiste un solo “problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta significa rispondere al quesito fondamentale della filosofia.”

Tuttavia il suicidio logico, quello frutto di un ragionamento che astrae dalle proprie condizioni personali (per intenderci: il Kirillov dei Démoni), è un’eccezione che s’incarna appunto in un personaggio di finzione, trovando rarissimi riscontri nella vita reale. Uno di questi casi esemplari fu Philipp Batz, giovane e appassionato estimatore di Schopenhauer, che a soli 35 anni (cioè nel 1876) pubblicò il suo primo libro, Filosofia della redenzione, in cui avanzò la tesi secondo la quale la storia dell’umanità è l’oscura agonia dei frammenti di un Dio che si autodistrusse, e, in seguito, coerentemente col proprio pensiero, si tolse la vita impiccandosi (e altrettanto fece la sorella, dopo aver dato alle stampe il secondo volume postumo dell’opera di Philipp). A livello puramente teorico, echi di queste metafisiche nere, che fanno risalire la creazione del mondo al suicidio di una divinità, si rintracciano pure in diversi miti cosmogonici orientali, e perfino in occidente ci fu chi, come John Donne ne Il Biathanatos, ebbe l’ardire di sostenere che la morte volontaria di Cristo (deliberata perché avrebbe potuto sottrarvisi) prefigurasse in qualche modo la sconcertante ipotesi di “un Dio che crea il mondo per erigervi il proprio patibolo” (sono parole di Borges). Di recente, in un paradossale e suggestivo tentativo di coniugare scienza e religione, Anacleto Verrecchia ha scritto che la stessa “esplosione del Big Bang potrebbe far pensare che Dio si sia sparato.” In realtà, l’esperienza ci insegna che le motivazioni per cui una persona decide di sopprimersi attengono in genere a questioni molto più terrene, a fattori psicologici estremamente personali. Ma se è vero che nella morte autoinflitta il quadro eziologico risulta troppo vasto e confuso per essere ben determinato, confluendovi un insieme di ragioni non facilmente individuabili che però si possono, con buona approssimazione, riassumere nella ricerca di un sollievo a una condizione privata di sofferenza e di disperazione inesprimibili per la quale si crede non vi sia più alcuna soluzione; è altrettanto vero che molti studi scientifici evidenziano come nella maggior parte dei casi il suicidio sia un atto lungamente premeditato, e che la prima e principale preoccupazione dell’aspirante suicida riguardi soprattutto la scelta del luogo e del metodo con cui attuarlo, ai quali viene non di rado attribuito un rilevante significato simbolico. L’esasperata attenzione all’aspetto formale del gesto è registrata nel biglietto di addio dello scrittore giapponese Ryuunosuke Akutagawa, che pur riconoscendo che l’impiccagione è il metodo migliore perché non fa soffrire la scarta per una “ripugnanza di natura estetica”, optando poi per le pillole. Stesso discorso si potrebbe fare per la fine di Yukio Mishima, deliberatamente spettacolare e rituale.

Lo spaventoso archivio dei metodi con cui darsi la morte ne registra di stravaganti e macabri oltre ogni immaginazione, sebbene la casistica relativa agli scrittori del Novecento restringa poi la grande maggioranza delle modalità al lancio da un luogo elevato, alll’avvelenamento, al gas, all’impiccagione, all’annegamento e al colpo d’arma da fuoco. Quest’ultimo, avvalendosi ovviamente delle tecnologie in uso nel proprio tempo, era considerato il metodo più onorevole per un uomo sin dall’antichità. Céline, in qualità di medico, lo consigliava per la sua efficacia: “le persone che non ne possono più ricorrono al gas! che bella trovata! sappiate che me ne intendo un po’, io, 35 anni di pratica! il sistema più garantito, sono stato consultato 100 volte…un fucile da caccia in bocca! ficcato ben dentro, fino in fondo alla gola! e fanng!…vi fate saltare il cinema dalla zucca!” Più o meno così si uccisero Otto Weininger nel 1903, Carlo Michaelstaedter nel ’10, Jacques Rigaut nel ’29, Vladimir Majakowski nel ’30, Ernest Hemingway nel ’61, José María Arguedas nel ’69, Henry De Montherlant nel ’70, Guido Morselli nel ’73, Richard Brautigan nell’84 e Guy Debord nel ’94. Scelsero invece l’annegamento Alfonsina Storni nel ’38, Virginia Woolf nel ’41, Paul Celan e Jean Amery nel ’70, e infine Lucio Mastronardi nel ’79. Al gas ricorsero Tadeusz Borowski nel ’51, Stig Dagerman nel ’54, Sylvia Plath nel ’63, Yasunari Kawabata nel ’72 e Anne Sexton nel ’74. Pierre Drieu La Rochelle decise di farla finita con il gas e un forte quantitativo di farmaci nel ’45. Emilio Salgari si squarciò il ventre e la gola con un rasoio nell’11, Sergej Esenin s’impiccò dopo essersi tagliato le vene nel ’25, Marina Cvetaeva nel ’41 appese una corda a un gancio del soffitto, la strinse intorno al collo, salì su uno sgabello e gli diede un calcio. Màrio de Sà-Carneiro nel ’16, Hart Crane nel ’32, John Berryman nel ’72 e Amelia Rosselli nel ’96 si gettarono da un ponte; mentre Gilles Deleuze si lanciò dalla finestra della sua casa parigina nel ’95. George Trackl morì per una overdose di cocaina nel ’14, Walter Benjamin nel ’40 ingoiò delle pastiglie di morfina, Stefan Zweig si iniettò del Veronal assieme alla seconda moglie nel ’42, Albert Caraco ingerì dei barbiturici e si tagliò la gola nel ’71. Fra gli altri nostri connazionali, grande commozione suscitò la fine di Cesare Pavese in una camera d’albergo a Torino nel ’50, e sempre con i sonniferi si uccise nel dicembre del ’38 la giovane poetessa Antonia Pozzi, che attese la morte distesa nella neve immacolata di Chiaravalle, quasi dando forma e sostanza all’anelito di purezza contenuto in molte sue liriche. Sopravvissuto ai lager nazisti, Primo Levi si tolse la vita gettandosi dalla tromba delle scale del suo appartamento torinese nell’87; così come fece 15 anni dopo e nella stessa città Franco Lucentini, tragicamente suggellando la propria vocazione letteraria con l’ultima, disperata citazione, l’addio virgolettato.

Questo raccapricciante e parziale elenco di suicidi non intende proporre una galleria di eroi positivi, di personalità forti che hanno vinto l’animalesco istinto alla sopravvivenza, la cieca e irrazionale volontà di vivere. Il suicida non è una figura leggendaria e neppure un reietto, il crumiro della specie. Non era scritto fin dalla nascita, nelle oscure officine del destino, che una ferrea necessità causale lo conducesse a quel drammatico epilogo. E’ semplicemente qualcuno che, a un certo punto della vita, ha sentito il mondo come una sorta di pappagallo di Humboldt, qualcosa di incomprensibile e di insensato. Boris Pasternak, nella sua autobiografia dedicata a Majakovskij, Esenin e Cvetaeva, ci ricorda che “ci si uccide non per tener fede alla decisione presa, ma perché è insopportabile questa angoscia che non si sa a chi appartenga, questa sofferenza che non ha chi la soffra, questa attesa vuota, non riempita dalla vita che continua.” Ed è pensando a questa sofferenza, a questo supplizio assurdo e terribile che li attanagliò fino a convincerli che fosse preferibile morire piuttosto che continuare a vivere, che ci riesce difficile “immaginare Sisifo felice”, come invita a fare Camus nella formidabile chiusa del suo saggio. Ma se proprio dovessimo sforzarci di farlo, se potessimo concepire Sisifo felice del suo strazio routinario, allora l’unico suicidio possibile e quasi desiderabile resterebbe quello vagheggiato dal mite e schivo Camillo Sbarbaro nei suoi Scampoli, quando scrisse: “E’ aperto un concorso per segretario comunale a Scarnafigi. Se vi concorressi? Immagino un paese tagliato fuori dal mondo; un grosso borgo, piatto, terribilmente banale. Vi arriverei in un giorno di pioggia. Vi sposerei una donna insignificante, ad esempio un’economa. Nessuno saprebbe più nulla di me. Mi preparerei una vecchiaia perbene. Accarezzo l’idea. Sarebbe un suicidio tranquillo e decente; più silenzioso dell’annegamento che riempie d’acqua la bocca.”

(Pubblicato su “Stilos” il 13.09.2005)

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62 Responses to Tecniche di suicidio

  1. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 1 ottobre 2005 alle 22:35

    La sofferenza per la perdita di Amelia Rosselli (che si lancia nel vuoto dal quinto piano di Via del Corallo 25) è ancora grande. Mi mancano tanto le nostre telefonate. Come ebbe a scrivere sul “Manifesto” Tommaso Di Francesco: “…Ti abbiamo dissipata. Potevamo curarti, curarci a continuare di ‘non capire bene la vita’….” Altri suicidi di poeti, giovani e sconosciuti: Piccoli, Salvia, Pagnanelli, Gastone Monari e Vittorio Reta. Di Monari (ventisettene acerbo, ancora troppo preso dalla Neovanguardia) resta una raccolta postuma (1973) curata da Aldo Tagliaferri per Feltrinelli: “Pur che tutti ridano”, dal formato “debordante”, rispetto agli standard della collana. Nella stessa collezione troviamo “Visas” di Reta, con prefazione di Luciano Nanni e dedicato a Patrizia Vicinelli. L’unico a segnalare questa morte fu Edoardo Sanguineti che abitava nello stesso palazzo a Genova. “Visas” ebbe varie stesure, modifiche, riscritture… Fu Patrizia (dietro mie insistenze) a parlarmene, in Via Siepelunga…. L’accenno al brano di Sbarbaro, qualche similitudine con l’isola e la sua vita monotona ci tengono lontani da ogni tentazione (in tutti i SENSI)…

  2. millepiani il 2 ottobre 2005 alle 03:08

    Ogni nome, come ogni suicidio, ‘dice’, o ‘tace’, la sua storia. ‘Leggere’, come fa questo ‘pezzo’, i suicidi come ‘modi’ di togliersi la vita, come in una ‘lista della spesa’, é semplicemente uccidere, di nuovo, la scelta di togliersi la vita.
    E’ uccidere, di nuovo, chi si é tolto la vita.

  3. gemma gaetani il 2 ottobre 2005 alle 07:12

    Non credo affatto che le intenzioni di Franz fossero quelle di catalogare, come un assicuratore che debba constatare e formalizzre, le modalità che queste persone, prima che “personaggi”, abbiano scelto per togliersi la vita. A me appare piuttosto un modo così delicato di parlare della questione, così tanto delicato e rispettoso della scelta – perché tale è, quella di un suicida, e poi il resto lo decide il destino -, da osare parlare soltanto della forma, e non questionare sul contenuto: la scelta. Accettare il suicidio di qualcuno è la cosa più dolorosa e rispettosa, insieme, che un essere umano possa compiere.
    Non credo che Franz, come millepiani e come molti, tutti, non possieda un dispiacere, un rammarico, nei confronti di questi suicidi. Parlarne, parlare soltanto della modalità, premettendo il discorso di Camus, vuol dire confrontarsi, esorcizzare, anche.

  4. gemma gaetani il 2 ottobre 2005 alle 07:15

    errata corrige:
    ho visto soltanto ora che l’autore dello scritto è sergio garufi, non franz, che l’ha postato.
    il resto del mio pensiero, mero, rimane lo stesso.
    il suicidio è una sconfitta, per chi lo compie, per chi debba accettarlo.

  5. emma il 2 ottobre 2005 alle 08:38

    Non sarei perentoria come Millepiani.
    Però non nascondo che quegli elenchi mi infastidiscono. Ci trovo – ben mimetizzato – l’alito cattivo del pettegolezzo.

  6. andrea barbieri il 2 ottobre 2005 alle 09:36

    Non so, a me pare che questo pezzo che sembra parlare di qualcosa di estremamente drammatico rimanga però chiuso nella “letteratura”. Addirittura mi sembra che affermi un mito della purezza del pensiero, delle parole, assolutamente sfasato rispetto alla vita e quindi al dramma.

  7. magda il 2 ottobre 2005 alle 09:54

    Dato che mi chiamate io rispondo in modo letterario.se poi vi piace vi racconto pure l’epitaffio.la corda per esempio è molto singificativa come modo di suicidio:dimmi come muori e ti diro’ chi eri.

    —————————————————————–

    La bambina incredula guardava dai suoi occhi ignari, come finestre su un altro mondo, cio’ che succedeva con le parole e con i gesti dei grandi…imparo’ presto a riconoscerle quelle armi,taglienti ferri roventi che dalla coscienza e dal malessere raggiungono qualsiasi oasi di pace.
    il terrore e il timore di essere stonata proibirono alla piccola di chiedere ,e la paura del vivere l’accompagna in qualsiasi intimo momento mancato.
    il tempo non cambia l’anima :”papà tieniti tutto da te non voglio più niente”
    la donna non cresciuta continua per anni il legame spezzato altrove attraverso vite non sue e gioie irreali incomplete della pienezza di un consenso fiero e rassicurante del padre mai avuto, mai vissuto.
    In primavera , gli animi entrando sotto il segno dei pesci divengono più lunari, emotivi, incontrollabili…………………………. il pomeriggio diafano e sinistro di marzo vede la piccola donna seduta, udente nuove incredibili e temute parole:…”si è successo quello che pensi…….”
    “non m’interessa! mio padre per me non è morto perchè non è mai esistito!”
    La corsa verso l’ultimo luogo di vita per vedere, per urlare per potersi ancora accanire verso la fonte dell’amore mai avuto , ora che il corpo esanime del padre non poteva piu’ provocare alla piccola nessun dolore.
    la corda, strumento eloquente di ricerca di legame, ora parla alla piccola donna della relazione spezzata e che il padre con l’insano gesto cerca di riallacciare….a modo suo , sordo ora ,come sempre ,alle parole altrui.
    ritrova il gesto mai avuto, la carezza mai sentita , la fune la lega avvicinandola ad un tempo rivisitato e rivalutato, ora che la comunicazione puo’ essere solo d’anima e che le parole non possono piu’ fare male

  8. tashtego il 2 ottobre 2005 alle 13:22

    Sarebbe interessante se Millepiani argomentasse meglio la sua affermazione che parlare di suicidio come lo fa Garufi qui sopra “E’ uccidere, di nuovo, chi si é tolto la vita”.
    Lo dico perché, ad occhio e croce, sembra un’enfatica idiozia, ma posso sbagliare.
    Chiedo inoltre a Magda perché e da chi si sente chiamata a rispondere “in modo letterario”.
    Lo chiedo perché, ad occhio e croce, è un’affermazione che lega un po’ i denti, ma forse sono solo mie fisime.

  9. magda il 2 ottobre 2005 alle 16:04

    mi sento chiamata dagli argomenti postati recentemente,(Ellis Island, suicidio, pop editoria) nel senso che riflettono in maniera intima esperienze personali vissute, per questo, perdonate, rispondo con gioia a quanto postate in modo cosi inconsapevolmente “empatico”.Ma essendo i websurfer entità pubbliche, è molto verosimile che le esperienze private vengano condivise e rese pubbliche,cosi come la propria memoria,il singolo sentire, in questo modo si crea un circolo ermeneutico che non si snoda solo su intellettualismi o astrazioni, ma anche sui vissuti personali.
    un maremagnum di senso insomma concreto

  10. magda il 2 ottobre 2005 alle 16:24

    Parlarne, parlare soltanto della modalità, premettendo il discorso di Camus, vuol dire confrontarsi, esorcizzare, anche.

    sono molto daccordo con Gemma
    a me è servito molto scrivere per esempio.Inoltre anche se non è una consapevolezza augurabile, la vicinanza con questa esperienza è qualcosa di incredibilmente vero.si ha la sensazione che toccando i confini del libero arbitrio sulla vita,si scopra una profonda cruda verità dell’esistenza umana, nonchè l’unica certezza:la morte.

    e questo cambia intimamente il rapporto con la vita.

  11. millepiani il 2 ottobre 2005 alle 16:57

    non mi piacciono le polemiche nei ‘commenti’. Rispondo però alla domanda di tashtego per chiarire: “uccidere, di nuovo, chi si é tolto la vita” significa semplicemente eliminare l’assoltua individualità di chi compie il gesto del suicidio, e fare diventare il suo gesto ‘unico’ un’anello di una tecnica. Togliergli la sua ”unicità”.
    E’ possibile che sia enfatico. La questione mi pare, però, resti.

  12. marco rovelli il 2 ottobre 2005 alle 17:40

    Non ricordo dove, Agamben afferma che il pettegolezzo è un’arte: l’importante è che si sappia che si tratta di pettegolezzo, e non lo si confonda con altre ‘discipline’. Dunque la lista di Garufi ‘si fa leggere’ – chiama ad essere ‘scorsa’ (come un nodo, certo) – perchè muove un senso di morbosità che, inutile negarlo, fa parte di ciascuno di noi. A questa morbosità fa appello, e questa morbosità risponde. Ci gioca, come il gatto col topo, e non dice nulla. In questo senso è vero che fa scomparire le storie – uniche – in un magma suicidario: con la sua tassonomia Garufi ignora la portata metafisica di ognuno di quegli atti. E’ un bene, è un male? Questa è un’altra questione.

  13. tashtego il 2 ottobre 2005 alle 18:49

    Non credo molto nell’unicità del suicidio, né in qualunque tipo di unicità.
    Soprattutto non credo nell'”unicità dell’essere umano”, ma non importa.
    O meglio: unicità e tipicità (sarebbe meglio dire “caso e tipologia”) si intrecciano così strettamente nelle vicende vitali di ciascuno, che separarle è una forzatura.
    La curiosità per le vicende altrui, per come ci si ammala e si muore, per come si vive ed eventualmente ci si suicida, non può essere catalogata come pettegolezzo e, qualora lo fosse, non si può conseguentemente affermare che così si “uccide due volte” un suicida.
    La complessità/banalità di un iter intellettuale e vitale (oppure si deve dire “esistenziale?”) che conduce al suicidio contiene sicuramente, assieme a molte altre cose “indicibili” et “sacre” e dunque “uniche”, anche una scelta “tecnica” per la soluzione finale: come uccidersi?
    Garufi parla di questo dilemma che, come quasi ogni altra scelta tecnica, contiene un bel po’ di scelta estetica.
    Tutto ciò che ci conduce al suicidio è assolutamente chiaro e visibile, direi evidente, sin dal primo istante di vita senziente di ciascuno di noi.
    Se non ci suicidiamo subito è perché siamo distratti da altre cose, perché abbiamo da fare, perché ci piace una/uno o ci interessa una disciplina, perché abbiamo un progetto, perché insomma pensiamo ad altro e se qualcuno alla fine tira le somme e si ammazza, certo non si può saltare su a dire che è un atto di vigliaccheria eccetera, come pure qualcuno qui fa.
    Nell’unicità solo parziale del percorso che porta al suicidio finisce quasi sempre che l’atto è invece tipologico e finisce che spesso la scelta è estetica, che c’è un’estetica della, e nella, disperazione di eliminare il proprio corpo: dunque spesso il suicidio tiene conto di uno o più “osservatori” postumi.
    Possiedo da anni un libro molto utile alla bisogna, Claude Guillon, Yves le Bonniec, Suicide mode d’emploi – histoire, technique, actualité, Parigi 1982, in cui tra l’altro si insegna alla gente a suicidarsi senza soffrire, vale a dire le tecniche i cocktail di farmaci, e tutti gli atti più utili al raggiungimento dello scopo.
    Lo lessi in un momento della vita in cui pensavo spesso al suicidio: ne appresi che uccidersi “bene” e senza sporcare in giro è una cosa sommessa e squallida e che soprattutto devi avere molto coraggio, perché la preparazione è lenta e l’atto è elaborato: il colpo di pistola è altra cosa, più cruenta, veloce ma dal risultato non certo.
    Se il suicidio fosse sempre un atto “privato”, e qualche volta lo è, parlarne forse sarebbe disdicevole, ma molte volte è un atto pubblico clamoroso e non nascosto, quindi, come “spettatori postumi”, credo si abbia almeno la normale facoltà di valutarne con attenzione la natura.
    O no?

  14. marco rovelli il 2 ottobre 2005 alle 19:40

    Il suicidio è stato oggetto, nella sua ‘tipicità’, di studi più che legittimi – non è questo che, almeno io, intendevo mettere in questione. Ma l’articolo di Garufi non mi pare si ponga in questa prospettiva, non dà risposte. Nè soprattutto pone domande. Mi pare che il suo senso non vada oltre la sollecitazione di quella che anche tu dici essere ‘curiosità’. E questo è certamente più che legittimo, ché la curiosità una nostra irrefutabile maniera d’essere. Quanto al pettegolezzo, Agamben (mi sono ricordato: ne ‘Il tempo che resta’) scrive che pettegolezzo è tutto quanto elude il problema della verificazione pur intrattenendo un rapporto con la verità. Ora, l’apparentamento dei suicidi eccellenti, cosa ci dice (che cosa ci dice di sostanziale) se non una serie di dati estrinseci, inessenziali? Se ne può fare un buon uso, ma l’essenziale – se si vuole dire qualcosa sul problema attorno al quale ruoterebbe la filosofia intera – non è nemmeno sfiorato.

  15. magda il 2 ottobre 2005 alle 19:49

    perdonatemi ma il discorso si fa interessante.potrei aggiungere che quando non obbligato, il suicidio è un atto eminentemente sovversivo, perchè rompe e toglie dall’esistenza l’aspetto meno accettabile: la mediocrità.Inoltre è chiaro che la morte è l’unico argomento veramente tabu’, in una quotidianità dove tutto è apoteosi di finzione di illusoria felicità,eternità,dove malattia e morte sono assolutamente rigettate ai confini del nostro possibile considerare.in realtà è un argomento eminentemente umano, quello che piu’ ci riguarda e che quando si verifica ci coglie sempre impreparati.No, non voglio esaltare questo gesto,anche perchè la morte arriva da sola, perchè anticiparla?
    come diceva Gaber…..va beh…mi suicido domani, oggi mi fa male la testa.

  16. magda il 2 ottobre 2005 alle 20:07

    il problema essenziale attorno al quale ruota tutta la filosofia?il senso dell’essere direbbe Heidegger,altri direbbero la rappresentazione del se…etc etc.il pettegolezzo? Melanie Klein e i Freudiani direbbero che il pettegolezzo è una forma “sinistra” d’amore, direi quasi una forma d’amore inibita alla meta che incide sullo statuto logico, discorsivo, narrativo, di chi la prova,invitando alla morbosità verso qualcosa che non puo’ essere o avere; sentimenti indigeriti, funzioni beta, direbbe Wilfred Bion.In questo caso la casisitca dei suicidi, rasentando il cinismo, da voce ad una serie punti di vista come quella dei medici,dei legali, e altri che vedono la morte come dato anche catalogabile, illudendosi che questo a loro non tocchi.

  17. gemma gaetani il 2 ottobre 2005 alle 21:28

    Secondo me nello scritto di Garufi non c’è né morbosità, né mancanza di risposte e tantomeno di domande (per quanto possibili), né l’eliminazione dell’assoluta unicità del suicida: “e sempre con i sonniferi si uccise nel dicembre del ‘38 la giovane poetessa Antonia Pozzi, che attese la morte distesa nella neve immacolata di Chiaravalle, quasi dando forma e sostanza all’anelito di purezza contenuto in molte sue liriche”, per estrapolare soltanto un “campione”, con intenzione, sì, tassonomica.
    Il ricorso all’annotazione delle tecniche mi sembra, casomai, la scelta di non idealizzare, in modo poetico, o romantico, il suicidio. Il suicidio, esclusi i casi di anticipazione per mani proprie di una morte già scritta (un malato terminale), è quasi sempre l’unica soluzione che APPARE possibile per uscire da una malattia interiore che si chiama dolore. A quanti tentativi di suicidio salvati, NON ne seguono altri? C’è sottesa, in alcuni commenti, una visione eroica del suicidio che personalmente trovo fastidiosa. Il suicidio è un gesto di vigliaccheria, anche. Una richiesta d’aiuto, anche. Un gesto di puro egocentrismo, anche. E chiunque ci abbia mai pensato veramente non può non esserselo detto.
    E’ una questione complessa quella del suicidio, già soltanto a livello individuale, figurarsi a volerne parlare in modo generale. E richiedere risposte o motivazioni a un pezzo dall’impostazione letteraria mi sembra assurdo, essendo, l’impostazione letteraria, campo di proprietà assoluta dell’autore. Per quanto la discussione sia lecita, come la scelta del suicidio.
    Infine, spesso non c’è nessuna unicità estetica che, nella scelta della tecnica, venga posta in atto come gesto che abbia una valenza artistica. Nei suicidi, per esempio, “qualunque”.
    Mi permetto di copiaincollare dall’antologia “Ma il cielo è sempre più blu”, dal sito di Lello Voce, questa poesia di Tiziano Scarpa, anche pubblicata in Noi non siamo in vendita –A.V. – ed. Arcana:

    Solo l’essere amati, solo l’essere
    voluti conta: non l’amare, non
    il volere. Mio zio si è suicidato
    perché aveva investito tutti i suoi
    risparmi (trent’anni da elettricista
    dentro una fabbrica di alimentari,
    la Chiari & Forti di Silea, TV)
    in un’operazione finanziaria
    che acquisiva terreni in Romania.
    (Il primo supermercato di Bucarest
    è stato aperto dai soldi italiani).

    Mio zio era sindacalista cattolico,
    scapolo, in casa badava a mia nonna
    (cioè sua madre), nella campagna veneta.
    Spesso le tragedie in Veneto tendono al
    patetico. Qualcuno si ricorda
    di Giorgio Mendella? Quell’uomo brutto
    che si vedeva di notte in tivù,
    tra un canale di fighe e uno di tette?
    Vendeva la Romania agli italiani,
    trionfava nelle convention (Viareggio,
    millenovecentonovantatre).
    Ai suoi telespettatori notturni
    prometteva di guadagnare molto.
    Di recente è stato assolto dal reato
    di associazione a delinquere. Gli
    è stato considerato prescritto
    il reato di truffa aggravata e
    continuata. È stato condannato per
    la bancarotta fraudolenta della
    holding finanziaria Intermercato. È
    latitante. Mio zio mi ha domandato
    “se mi aiuti a scrostare via la ruggine”
    dalla rete di recinzione. “Zio!
    Non ti sembra ora di cambiarla? È
    marcia!” Quando l’abbiamo ritrovato
    nella Fiat Ritmo, è risultato chiaro
    che non aveva più una lira per
    cambiare né la rete né la vita.
    (A proposito, sconsiglio chiunque
    di suicidarsi con i gas di scarico:
    la faccia ti diventa una bistecca
    metà cotta e metà cruda, perché
    il sangue tenta di scappare da
    un corpo che sta morendo asfissiato,
    e si raggruma tutto in una guancia,
    calca dentro un occhio, lo fa scoppiare).
    Mio zio è stato ucciso dalla tivù.
    La televisione gli ha chiesto soldi,
    lui le ha dato anche la vita. Perciò
    io la capisco quella casalinga
    che a cinquant’anni ha fatto la puttana
    per pagare i debiti a Vanna Marchi e al
    maestro di vita do Nascimiento
    (la tivù ti dà i numeri del lotto,
    sa come liberarti dal malocchio,
    ma soprattutto riesce a farti andare
    di notte a spompinare per le strade).
    Capisco gli elettori del padrone
    di mezza Italia, perché nella vita
    l’unica cosa che conta è incappare
    in qualcuno che voglia la tua vita.

    Silvio Berlusconi mi vuole, mi ama,
    mi fa sentire che ho anch’io qualche cosa
    da dargli, che a lui risulta gradito!
    La mafia, il Papa, la televisione,
    la Ferrari, gli industriali del Nord,
    la pubblicità, il campionato, il festival
    di Sanremo si accaparrano me.
    Il potere mi vuole! Vuole me!
    Solo la vita spesso non mi vuole.
    Non si vive se nessuno ti vuole.
    Mi volete forse voi comunisti?
    Mi volete forse voi democratici
    di sinistra? Mi bramate con tutte
    le vostre forze come mi dimostra
    (con mille prove d’amore fedele)
    di bramarmi il mio dolce Berlusconi?
    Sono la Romania dopo la fine
    dell’impero sovietico. È bellissimo
    che arrivino finanziamenti esteri,
    è commovente sentirsi contesi.
    È luminoso, è nuovissimo questo
    supermercato aperto nel mio cuore.

  18. marco rovelli il 2 ottobre 2005 alle 21:57

    Gemma, il pezzo di Garufi l’ho letto e riletto, e vedo solo un’elencazione di atti. Di altro c’è solo la chiusa, che è un prestito di Sbarbaro. Questa elencazione dunque mi pare il senso del pezzo. Dopodiché – con questo non lo svaluto, nè lo biasimo (è bene o è male – ho scritto più sopra, intendendo con questo che non volevo dare giudizi – è un’altra questione) – anzi, se mai questa sollecitazione morbosa (io continuo a sentirla così) è molto letteraria. Però rimane il fatto che l’unicità di ogni singolo gesto (l’articolazione assoluta di una propria lingua sovrana) viene a perdere il suo senso proprio in questa koiné suicidaria. Non è assolutamente questione, almeno per me, di idealizzare o eroicizzare il gesto suicidario.

    Quanto alla poesia di Scarpa, ci sono intuizioni molto belle. Però, io sapevo che non basta andare a capo ogni tanto per fare poesia. Non è polemica (sono sempre disponibile a cambiare idea), è solo che credo che sarebbe stato molto più efficace lasciarlo in prosa, questo brano.

  19. gemma gaetani il 2 ottobre 2005 alle 23:09

    Mah, a me sembra un pezzo coerente. Il titolo è “Tecniche di suicidio”. Non “Il suicidio”.
    Chiaro che parlare di suicidio non è come parlare di Totti. “Le tecniche di Totti”. Di conseguenza una serie di questioni anche emotive si fanno sentire. Nella lettura come nella scrittura del pezzo.
    Quanto alla poesia di Tiziano Scarpa personalmente ritengo che la sua forza sia anche nella “poetizzazione” formale di uno scritto che possiede un andamento narrativo, a parte alcune pause ritmiche di stampo poetico più che narrativo. E’ come se volesse esporre la volontà di “poetizzare” un contenuto che i canoni poetici riconoscessero come non poetico. Ci sono sì scrittori che quando si danno alla poesia trascrivono chilometri di prosa, la forma che gli è nota e adusa, rendendoli così quei chilometri ancora più lunghi per il povero lettore, in formali accapo endecasillabici senza alcuna giustificazione altra. Ma, ancora a mio avviso, non è questo il caso. Il senso della poesia è proprio quello di “infrangere” la Poesia con una sorta di racconto, urgente, riflessivo, di una realtà qualunque (il suicidio di uno zio) che si fa segno di una questione meno individuale.

  20. magda il 3 ottobre 2005 alle 07:44

    io non mi sono mai suicidata perchè non c’è una tecnica che eviti deturpazioni e imbruttimenti corporei .Non voglio apparire brutta sulle fotografie dei necrologi!

  21. picchio il 3 ottobre 2005 alle 09:21

    ma tashtego è moresco, vero?

  22. effeffe il 3 ottobre 2005 alle 09:28

    Ve la ricordate la bellissima vignetta di Andrea Pazienza? Con lui – personaggio-disteso e colla corda al collo che dice “io mi impicco all’orizzontale”
    Detto questo mi piacque molto la definizione, del suicidio” che ne diede Cesare Pavese “il suicidio è un omicidio timido”.
    A suivre
    effeffe
    ps
    pezzo postato molto “forte”, grazie franz

  23. tashtego il 3 ottobre 2005 alle 10:09

    Trovo bella e intelligente la poesia di Scarpa, qui sopra.

  24. tashtego il 3 ottobre 2005 alle 12:44

    Anzi, a rileggerla verso quest’ora mi appare bellissima e illuminante.

  25. gemma gaetani il 3 ottobre 2005 alle 14:25

    Effeffe: Freud diceva che il suicidio è un omicidio autodirezionato, quando è conseguente all’abbandono di una persona amata, in “Metapsicologia”. Una cosa tipo “Provo così tanto dolore, e così tanta rabbia, per il fatto che non mi ami più, che ti ammazzerei, ma poiché ti amo troppo per vederti morire, e per mano mia, mi ammazzo io…”. Detto così fa anche un po’ ridere… Cmq a parte le battute, e a parte il fatto che il suicidio non è solo conseguente a questioni relazional-sentimentali di stampo emmabovariano (quelle che Freud esamina in quegli scritti), il suicidio è comunque la frustrazione di una forza che si vorrebbe rivolgere altrove, ma si rivolge infine contro di sé. Come la depressione. Infatti si suicidano i depressi. E’ un desiderio che non si riesce a far vivere più. E’ una cosa triste, meglio il lento “suicidio” chiamato vita: restando a guardare prima o poi qualcosa di buono deve accadere.
    Magda: Infatti, continuo a non trovare per nulla tassonomico lo scritto di Garufi, ma anzi d’impatto, perché elencando i metodi si avvicina alla parte “inguardabile” della cosa, e dunque alla sua realtà effettiva (come nella poesia di Tiziano Scarpa). Se sui pacchetti di sigarette mettessero le foto di un polmone affetto da tumore, tutti smetterebbero immediatamente di fumare. Per questo i monopoli di Stato non lo fanno, scrivono che il fumo uccide, lo scrivono.
    Per finire (praticamente stiamo scrivendo nei commenti tutto quello che ciascuno riteneva mancante nello scritto di Garufi) è molto “bella”, per quanto bella possa essere la scena di un suicidio, la scena del suicidio nel film su Kurt Cobain di Gus Van Sant, Last days. Molto delicata. Lo sparo silenzioso, un Kurt Cobain cade a terra per sempre, un altro si leva dal suo corpo e se ne va. E anche quel film dice che se il suicida in questione, Kurt Cobain, non fosse stato lasciato solo, nel suo malessere, forse sarebbe ancora vivo.
    PS: Harold e Maude, altro film, dove le possibili tecniche di suicidio che Harold mette continuamente in scena, e come scelta decisamente estetica, procurano ilarità.
    Salut,
    Gemma

  26. magda il 3 ottobre 2005 alle 14:37

    No, non si siucidano solo i depressi.anzi.è un ‘azione di superomismo, vedi kamikaze e il caso molto emblematico di Hitler,Eva Brown, Magda e il ministro della propaganda con tutti i suoi 6 bambini.a loro dire:”abbiamo sempre adorato e predicato la morte, creduto in essa, e ora dobbiamo testimoniare personalmente la nostra fede.inoltre assistere alla morte altrui,da a noi, la possibilità di sperimentare l’assenza del Ci dell’esserCi, quindi il tornare al tutto universale e all’assoluto che in vita non è sperimentabile.cosi dice infatti Martino Heiggerino, mentore dell’Imbianchino Kamikazzino

  27. tashtego il 3 ottobre 2005 alle 14:49

    lo spazio dopo il punto, dopo la virgola, tipo, io ce lo metterei, magda.
    insomma ci farei caso, ci starei attento.

  28. emma il 3 ottobre 2005 alle 15:05

    Non credo ci sia una modalità buona e una cattiva per reagire a scritti e argomenti di questo genere.
    Il suicidio, ma anche – più semplicemente – la morte, può toccare punti sensibili, ferite più o meno aperte.
    Il suicidio per Freud? E chi se ne frega di Freud!
    I discorsi sulla morte che si rimuovono perché così vuole questo reo tempo?
    E allora, quale sarebbe il rimedio? Le tassonomie sulle tecniche di suicidio? Gli elenchi del telefono?
    Ho dato un’occhiata al blog di Millepiani, ci ho trovato un accenno alla morte di Riccardo Bonavita.
    Adesso capisco meglio la reazione di Millepiani.
    Capisco l’insofferenza verso discorsi che affrontano con questo esibito distacco, questo quasi-cinismo, argomenti che si vivono come assolutamente, irrimediabilmente tragici.

  29. millepiani il 3 ottobre 2005 alle 15:54

    Nel numero di sabato-domenica è stato pubblicato su Le Monde‘Survivre au suicide d’un enfant’. Senza entrare nel merito di qualche passaggio che non condivido, mi pare possa aggiungere anche un’altra ‘lettura’ a quella qui proposta. Se dovesse essere ‘sparito’ dal sito del giornale, l’ho postato sul mio sito (per chi non legge il francese, tra oggi e domani lo traduco).

  30. effeffe il 3 ottobre 2005 alle 15:55

    Io oso perché
    tu osi perché
    lui osa perché
    noi osiamo perché
    voi osate perché
    loro non osano.

    Questa poesia la scrisse Jan Palach prima di appiccarsi il fuoco davanti ai carri armati russi che invadevano Praga.
    Forse ci si aspetta dai suicidi più di quanto essi non dicono- vd la storia di Pavese col vero ultimo biglietto scritto prima di togliersi la vita. Io sono convintissimo che se una delle persone a cui Pavese telefono’ quella notte d’agosto, avesse risposto andandolo a vedere, Pavese si sarebbe salvato. Certo nessuno deve sentirsi “colpevole” della morte di un aspirante suicida, però molti posono e a ragione sentirsi responsabili della longevità degli aspiranti suicidi. Alcuni lo hanno detto nei commenti precedenti ed anch’io la penso così, con Pavese, ovvero mi raccomando, quando capita ” niente pettegolezzi”
    effeffe
    ps
    tra un mese circa saranno dieci anni che Gilles Deleuze si è tolto la vita. A me queste persone mancano.

  31. tashtego il 3 ottobre 2005 alle 16:37

    Esiste un fenomeno curturale, che ha origine credo nel romanticismo, che si definisce come “mitizzazione del suicida”.
    Tale fenomeno fa parte dell’area più vasta che comprende la mitizzazione del morto giovane e soprattutto del “poeta morto giovane”, se suicida è meglio.
    Il maudit deve morire giovane, come esige il pubblico pagante.
    Lo scrittore suicida si ammanta di un’aura che non tocca invece al pensionato che si butta dal settimo piano di un casamento al Tiburtino perché gli hanno diagnosticato una brutta malattia.
    Che si butti pure il pensionato: diremo, o solo penseremo, poveraccio che brutta fine, però che tristezza.
    Chissà Freud (chissenefrega di Freud, sì) come la mette col suicidio del pensionato solo e malato: sarà forse un vigliacco? Dovrebbe starsene lì da solo ad aspettare la morte in una corsia di ospedale? Dobbiamo disprezzarlo, visto che non riusciamo ad ammirarlo? Come la mettiamo coi suicidi che ci “fanno pena”?
    Il curtcobain d’annata che si fa fuori, invece rientra nel sotto-insieme magico del poeta eroico et desesperé, merita il film di Van Sant, trendarolo quel tanto che basta, e ascende all’olimpo di quelli cari agli dei, il cui esempio massaggia la cosiddetta “mediocrità” delle coscienze de massa.
    Di quelli cui alla fine, e sotto sotto, piace soprattutto Vasco.
    Di Umberto D non frega una bene-amata sega a nessuno.
    A pensarci bene la gente che si toglie la vita è tantissima.
    Tutti noi in famiglia abbiamo almeno un parente suicida, come Tiziano Scarpa.
    Mio nonno si uccise col gas, per dire.
    In cucina, mettendo la testa nel forno.
    Era un non-scrittore, un non-artista, un non-poeta, un non-musicista.
    Aveva piccoli occhi azzurrissimi e dei nipotini suoi se ne fotteva allegramente.
    Chi pensa agli ultimi istanti dei suicidi normali?
    Non voglio fare il moralista: ma a chi mancano?

  32. magda il 3 ottobre 2005 alle 17:25

    mi autogiustifico citando le abitudini di Jack kerouc, di cui si sono trovati manoscritti totalmente senza punteggiatura, come in un flusso intermittente di pensieri apparentemente insensati. Ma è un mio vezzo, una civetteria, in realtà, hai ragione tu, sono disordinata.
    Non sapevo di Gilles Deleuze! Elio Franzini lo porta sempre in cattedra ai suoi corsi di filosofia estetica. Sarebbe interessante conoscerne le ragioni, la psicologia, non per morbosità, ma per cogliere meglio l’humus in cui si formano certe genialità.
    Per esempio settimana scorsa, a Bergamoscienza, Giulio Giorello ha drammatizzato la vita di Alan Touring, morto suicida a 42 anni perchè perseguitato dallo Stato Britannico in quanto omosessuale; è stata inoltre sottolineata l’ingenuità comune a molti geni, che spesso, come in questo caso, si rivela fatale.
    sono andata un po’ meglio con i puntini?

  33. zeno v. il 3 ottobre 2005 alle 17:41

    A me pare, se posso intervenire nella discussione, che il carattere fondamentale del gesto auto-annientante, del gesto suicida dico, sia quello di dare forma e ordine alle cose del mondo. Mi spiego. Se prendiamo per buona l’affermazione di Pasternak contenuta nell’articolo, secondo cui ci si uccide perché “è insopportabile questa angoscia che non si sa a chi appartenga, questa sofferenza che non ha chi la soffra, questa attesa vuota, non riempita dalla vita che continua”, allora compiere il gesto estremo si carica di una valenza fortissima, mi verrebbe da dire quasi mitopoietica (ed è forse sulla base di questa valenza che la vulgata suicidaria post- e neo-romantica ha potuto trovare tanto spazio) – mitopoietica nel senso che quel gesto, nell’istante stesso in cui proclama: “no, non voglio più che sia”, dice anche qualcosa comes “solo così il mondo può essere”.C’è Schopenhauer, è vero, in quello che dico, ma anche qualcosa di più: il gesto del suicida sta a valle di un progressivo prendere-significato del mondo in un senso brutale e tragico. Oserei dire che senza suicidi il mondo come orizzonte umano non esisterebbe. Il problema che solleva Camus è infatti il problema della libertà. La libertà che apre il mondo, lo dischiude – o lo serra definitivamente nel mutismo.

  34. tashtego il 3 ottobre 2005 alle 18:14

    il flusso di pensieri cheruacchiano ti si concede volontieri, oh magda.
    però decidi: se metti un punto o una virgola devi metterci lo spazio, dopo.
    ma chissà a quale suicidio si riferiva Pasternak.
    per esempio come la mettiamo col suicidio di Alighiero Noschese?
    dobbiamo considerarlo anch’esso mitopoietico?
    oppure il mito si genera da un complesso di fattori concorrenti?

  35. zeno v. il 3 ottobre 2005 alle 18:40

    L’aggettivo ‘mitopoietico’ è doppio, ambiuguo. E può anche sapere di scalmanato heideggerismo d’accatto, eppure. Eppure è vero che quel gesto (vd.Scarpa) apre il mondo. In un certo modo lo orienta agli occhi di chi resta. Ma quell’orientamento è già negli occhi di chi parte. (scrivo in fretta, in piedi. Pardon.)

  36. marco rovelli il 3 ottobre 2005 alle 19:03

    Mi pare assolutamente centrata l’osservazione di Zeno quanto all’orientamento dello sguardo, della donazione di senso a partire dalla de-privazione sensoriale. E’ la questione della libertà – e qua si torna a Camus – appunto in quanto affermatività estrema. Trovo insensato (come è nella vulgata del senso comune, nel moralismo diffuso) parlare di vigliacchieria. Spesso è la risorsa estrema, l’unico modo di sottrarsi a ciò che schiaccia. Come è stato per mio cugino, qua sotto: era l’unico, estremo modo ‘per dire la sua’.

  37. magda il 3 ottobre 2005 alle 19:46

    Mi piace molto quello che dice Zeno, è molto vero e io ci vedo la realtà anche del suicidio qualunque, anonimo.
    E’ una forma della Cura, anche quella dell’osservare l’Ente che si toglie dall’esistenza.
    Si, è mitopoietica, è retaggio Titanico d’ellenica memoria, è eroismo e contemporaneamnete vigliaccheria, quasi come se, nel gesto estremo, nel gesto di confine, si rivelasse la piu’ intima contraddizione umana, il Gigante e l’Uomo, ovvero la natura demonica di Platonica bellezza.
    il suicidio abita il confine, è apertura oltre la vita, è scelta, è volontà di esperire la zona franca della nostra caducità in modo eternizzante.

  38. gemma gaetani il 3 ottobre 2005 alle 21:51

    Scusa, Tahstego, ma ogni Kurt Cobain è innanzitutto un uomo. E’ sì moralista sostenere che dei suicidi delle persone “normali” non si interesserebbe nessuno perché sono persone normali, è anche un po’ sciocco, è una constatazione, una tautologia: se non hanno un ruolo o una vita pubblica, solo chi sa dei loro suicidi – cioè i parenti i vicini gli psichiatri se li avevano – se ne dispiacciono! Se l’artista è un uomo pubblico, di più rispetto all’uomo normale morto suicida ha il pianto del suo pubblico (o la smitizzazione dei suoi detrattori: “un cortcobain d’annata”). E’ ovvio. Kurt Cobain o Elliott Smith o lo zio o il cugino o il fratello o la madre o il padre qualunque della persona qualunque, sono persone, innanzitutto, che si tolgono la vita. Gus Van Sant poi non è un trendarolo. Raramente ho visto film che potessero spiegare meglio il senso umano, né filosofico, né politico, né nient’altro, del suicidio di uomo solo nel suo disallineamento interiore e senza rimedio con la vita, punto e basta.
    A me, piuttosto, preoccupa più la mitizzazione politico-religiosa del suicidio (Magda, certo che non si suicidano solo i depressi né gli innamorati abbandonati: Freud in quegli scritti si riferiva, nello specifico, a quest’ultimo CASO).
    Forse l’unico suicidio a cui si può dare una lettura “sociale”, perché questo richiede nel suo totale anonimato fatto di pura quantità, ormai, è quello attuato per motivazioni politico-religiose, quello degli uomini-kamikaze. O quello dei suicidi collettivi di alcune sette, meno frequente.
    Per il resto, gli altri suicidi, richiedono soltanto, forse, silenzio. Dolore. Rispetto. Memoria. Umane.

  39. gemma gaetani il 3 ottobre 2005 alle 22:23

    Marco: se vivere, a un certo punto, è lottare, allora gettare la spugna è anche, minimamente, vigliacco. E constatarlo non è moralista. Per quanto anche la vigliaccheria, la fragilità, siano anche “scelte”, ascrivibili all’area del libero arbitrio individuale. Ma come per ogni fragilità estrema, al limite dell’irrimediabilità “etern(izz)a(nte)” (se tutti hanno avuto parenti suicidi, come è, di fatto, quasi altrettanti avranno avuto parenti tossicodipendenti o depressi e le condizioni sono molto simili), la compassione (nel senso della comprensione empatica, profonda) aiuta insieme alla severità. “(…) meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
    tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
    se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”” (ovviamente, De André).
    Personalmente non riesco a provare nessuna ammirazione per il suicida, ma dolore, e rabbia, rimpianto. Chiunque ne sia uscito vivo, come dalle droghe, smitizza per primo quel gesto.
    E per questo nello scritto di Sergio Garufi ci vedo il coraggio, la volontà, di andare a guardare oltre le letture poetiche e simboliche del suicidio, data una premessa filosofico-esistenziale del suicidio, ribadendo che se decidere o meno di suicidarsi è l’unica risposta che la filosofia può dare alla vita, decidere di farlo vuol dire risolvere problemi per niente filosofici. Come?
    Io, è una mia semplice opinione.

  40. marco rovelli il 3 ottobre 2005 alle 23:55

    Vedi, Gemma, io condivido con te il fatto che il miglior gesto nei confronti di un ‘amico fragile’ sia essere severi. Duri, finanche. E per questa fragilità, nemmeno io ho ammirazione. Non è questo che sto dicendo. Ma questa fragilità non puoi chiamarla vigliaccheria. E’ un giudizio morale che si sovrappone a una constatazione fisiologica. Se uno soccombe sotto un peso perchè la struttura non regge, quello è un fatto a-morale. E’ offensivo nei confronti di chi ha la sventura di non reggere: già hanno questo destino, e tu gli dai pure del vigliacco… No. non è questione di volontà, spesso. E’ questione, se mai di caso – come le telefonate che non sono arrivate a Pavese, per esempio. E’ questione di incontri. Di reti – reti che salvano se ti getti nel vuoto, magari.

  41. sergio garufi il 4 ottobre 2005 alle 14:58

    L’idea centrale dell’articolo, che ho cercato di sviluppare, è che il metodo con cui ci si dà la morte, per molti scrittori (ma non solo) rappresenti una sorta di suggello alla loro esistenza e alla loro opera; oltre che, in alcuni casi, un vero e proprio messaggio a chi rimane. E’ curioso come molte biografie di scrittori suicidi, per non parlare degli articoli di necrologio sui giornali, spesso glissino su un aspetto così importante, con l’alibi di non assecondare la morbosità del lettore; mentre in realtà tappano la bocca, e in modo definitivo, a chi con quel gesto intendeva ‘dire’ qualcosa che lui considerava importante. E’ la parte ‘inguardabile’ dell’atto, come dice bene gemma gaetani, una rimozione che svela un tabù. Facciamo dei casi concreti, a cui nel pezzo avevo solo accennato per via dello spazio limitato che avevo a disposizione (l’articolo uscì su stilos). Mishima, per esempio.
    Ora, chiunque abbia letto qualche suo libro, e sappia qualcosa della sua biografia, non può negare che il suo suicidio spettacolare e rituale fosse un monito e insieme un’esortazione ai suoi connazionali, accusati di essersi venduti l’anima per un’occidentalizzazione che ha tradito i loro valori tradizionali. Ecco perché scelse di uccidersi in quel modo e non in altri,
    ed ecco perché volle che l’atto fosse registrato e trasmissibile. Oppure compariamo le scelte di Antonia Pozzi ed Ernest Hemingway: è subito evidente, a chi conosca un minimo l’opera e la vita di questi autori, che il tipo di suicidio a cui sono ricorsi non era interscambiabile. E’ inconcepibile pensare che Antonia Pozzi si potesse uccidere in quel modo così violento;
    mentre per lo scrittore americano era l’unico modo possibile di farlo; quello che lui considerava più virile e onorevole. Anche su Lucentini ho provato a fornire la mia lettura di quel gesto disperato, né più né meno di quanto fece Fruttero nell’articolo apparso su La Stampa il giorno seguente alla morte del suo amico fraterno; quando parlò di “suicidio da bricoleur”, incentrando tutto il pezzo sul metodo scelto e su come questo ne rispecchiasse il carattere e il modo di scrivere e d’intendere la letteratura. E non per questo fu tacciato di morbosità, pettegolezzo o addirittura di “uccidere una seconda volta chi si era tolto la vita”. Potrei continuare spiegando altri casi come quelli sopracitati, ma insomma il senso è che ci si uccide come si vive, come si pensa, a volte anche come si scrive. La nostra visione del mondo, il nostro modo d’intendere la vita e la scrittura si esplicitano in tanti modi, perfino nel modo di rifiutare la vita e la scrittura, com’è il caso di molti scrittori suicidi. Tacerlo significa fargli un torto, negargli l’ultima parola, e per uno scrittore questo è un delitto. Il pettegolezzo è quello che indaga le cause, che si sofferma morbosamente sui motivi privati del gesto; e quello di Pavese è esemplare in questo senso. Chiese sommessamente di non fare pettegolezzi e la muta dei benpensanti si scatenò a rimestare nel torbido. Personalmente, ho cercato di approcciare un tema così delicato nel modo più rispettoso possibile, cioè senza entrare nel merito delle motivazioni più profonde e private che hanno determinato quel gesto, bensì proponendo unicamente delle letture di quegli atti, pur all’interno di un lungo elenco. Ma anche qui, forse è solo questione di sensibilità diverse. A me piacciono le scritture fredde, quelle che solo di rado fanno trasparire i sentimenti del loro autore. Basti dire che uno dei miei libri preferiti è un bilancio, con le colonnine del dare e l’avere, attivi e passivi. Sto parlando del “Libro di spese diverse” di Lorenzo Lotto, che naturalmente contiene anche delle brevi annotazioni personali a margine di prestiti o debiti, ma sempre così fredde e impersonali da dar quasi l’idea che non lo riguardino personalmente, che stia parlando di altri. Io ci vedo un gran pudore dei propri sentimenti, e questi mi piace stanarli indagandone le minime sfumature lessicali. Altri ci vedranno solo un elenco di cifre, cinismo gratuito, oppure un mito della purezza del denaro assolutamente sfasato rispetto al dramma della vita. Sono impressioni personali, tutte legittime.

  42. gemma gaetani il 4 ottobre 2005 alle 14:59

    Marco, lo schiaffo è un gesto violento, no? Non è mica un gesto di affetto o di amore come una carezza. Ma se ti do uno schiaffo per costringerti a reagire, e se voglio costringerti a reagire alla tua fragilità perché ti voglio bene, non ti sto picchiando.
    Non credo che ti possa interessare più di tanto, ma ti assicuro che se c’è una cosa che non tollero (più) è il moralismo. Di fronte al suicidio di qualcuno provo un senso di sconfitta, umano. Per questo forse non concepisco il suicidio come passibile di interpretazioni simboliche (eternizzarsi…). E mi dispiacerebbe anche se si suicidasse Silvio Berlusconi.
    Allego un pezzo che mi manda Andrea Amadori:

    La notte del 27 dicembre 1925, in un albergo di Mosca, il poeta russo Sergei Esenin (1895-1925,) si tagliava le vene e col sangue appena sgorgato scriveva la sua ultima composizione. È una poesia d’amore e d’addio per il poeta Anatolij Marienhof, che era stato suo amante (e per un certo tempo anche convivente) negli ultimi quattro anni della sua vita.

    Quelle righe, l'”Addio a Marienhof”, sono spesso citate da chi parla di Esenin, ma sempre nascondendo il fatto che sono l’estremo saluto all’uomo amato:

    Arrivederci, amico mio, arrivederci,

    tu sei nel mio cuore.

    Una predestinata separazione

    un futuro incontro promette.

    Arrivederci amico mio,

    senza strette di mano e parole,

    non rattristarti e niente

    malinconia sulle ciglia:

    morire in questa vita non è nuovo,

    ma più nuovo non è nemmeno vivere.

    Quella notte, fosse questa l’ultima chance offertagli dal destino o fosse imperizia, il taglio delle vene non risultò fatale: Esenin sopravvisse. Come spesso avviene in questi casi egli fece allora un ultimo gesto di richiesta d’aiuto, cercando di farsi bloccare dagli altri prima di compiere il gesto irreparabile: la poesia scritta col sangue fu consegnata a un amico, Elrich, che però non ebbe il tempo per leggerla immediatamente.

    Fu così che nessuno arrivò in tempo per fermarlo la notte successiva, quando nel medesimo albergo Esenin ripeté con successo il tentativo di suicidio, impiccandosi. Aveva appena trent’anni.

  43. emma il 4 ottobre 2005 alle 17:50

    Caro Sergio, a differenza della Emma del commento n.5, ho trovato il tuo articolo estremamente interessante e assai ben scritto. il tema del suicidio mi ha sempre affascinato, soprattutto se lo si considera come l’estrema affermazione della propria libertà di scelta.
    Complimenti,
    Emma (quella che legge Cioran)

  44. livio borriello il 4 ottobre 2005 alle 18:37

    ragioni per suicidarsi:
    per eleganza
    perché la vita non è essenzialmente possibile
    ragioni per non suicidarsi:
    per non darla vinta a nessuno
    per non creare fastidi forse a 2,3 persone
    per buona creanza, per educazione, perchè morire non sta bene, per non sporcare per terra, per il bene della causa
    per scrupolo
    perché comunque, in qualche modo, questo pezzo di piombo in mezzo alla carne non è una cosa naturale

  45. sergio garufi il 4 ottobre 2005 alle 21:05

    Un’ultima cosa a proposito dell’ “elenco”. Christian Boltanski è uno degli artisti contemporanei che apprezzo maggiormente. Di recente ho visto una sua mostra al Pac di Milano, intitolata “Ultime notizie”, e poco prima avevo visitato la rassegna “Faces in the crowd” al Castello di Rivoli, dove era esposta la sua opera “Gli svizzeri morti”. Qui erano allineate un gran numero di fototessere di elvetici deceduti; mentre nell’esposizione milanese c’era una grande libreria che ospitava elenchi telefonici di tutto il mondo. L’artista francese ha sempre giocato sul numero, sui cataloghi, sugli elenchi di nomi o di immagini. Ma quegli elenchi di nomi e di volti non sono meri album di figurine. Sono un omaggio, svolgono una funzione elegiaca, assumono un carattere commemorativo, rappresentano un altarino della memoria che invita lo spettatore a interrogarsi sulle diverse storie e individualità che li compongono. Come ha detto in un’intervista inclusa in un volume monografico edito da Charta, “nominare le persone mi sembra molto importante, dare un nome è già riconoscere l’unicità della persona.”

  46. marco rovelli il 4 ottobre 2005 alle 23:42

    Mi fa piacere che Sergio dica che tutte le impressioni sono legittime – il mio gusto/sapore/sapere non cessa di farmi vedere, nelle elencazioni, l’equivalenza e l’interscambiabilità. La perdita di singolarità, dunque. Ma certo, anche questo può essere un modo di affermare le singolarità.

    Gemma, qui non ti seguo proprio. Se Berlusconi (o ‘chi per lui’) si suicidasse a me non spiacerebbe davvero…

  47. magdamantecca il 5 ottobre 2005 alle 07:51

    Alan Touring, inventore del servo calcolatore e genio indiscusso della logica, era omosessuale. Personalità decisamente alternativa, gioviale, geniale, dimostro’ inoltre grandi meriti militari durante il suo servizio alla patria. Rapporto teso e complessato verso la madre, che gli controllava pure la corrispondenza, cestinando quella secondo lei sconveniente.
    Una notte, ad usanza del nostro piu’ familiare Pasolini, “rimorchio'” un ragazzo che durante la notte passata in casa sua, gli rubo’ un soprammobile.
    Come è tipico dei geni, l’ingenuità porto’ Alan Touring, a denunciare il fatto alle forze dell’ordine e a dichiarare apertamente cosa ci facesse in casa sua quel ragazzo, non sapendo che, l’omosessualità nell’Inghilterra degli anni 50 fosse un reato.
    Il risultato fu’, che evito’ il carcere per meriti militari, ma fu obbligato a curarsi e “normalizzarsi” con iniezioni di ormoni femminili che gli resero la vita impossibile.
    Decise che in queste condizioni non valesse piu’ la pena di continuare, e per non ferire la madre, dandogli un dolore eccessivo, simulo’ la casualità del suo suicidio fingendo l’inconsapevolezza dell’avvelenamento della mela che mangio’.
    Ora, suicidarsi con una mela avvelenata, è molto singolare, questa morte, delinea la singolarità della vita di Touring ma addirittura le sue piu’ intime credenze ed emozioni.
    Vedeva spesso infatti il film -Biancaneve-, nella quale forse s’indentificava, nell’attesa anche del principe azzurro.
    io interpreto la tipologia della sua scelta di suicidio come un preciso messaggio, una metafora incompiuta che i posteri avrebbero dovuto decifrare, e sopratutto , sua madre:
    “Papà( lo stato) e mamma, voi siete delle streghe, mi avete avvelenato la vita, e uccidite biancaneve, la candida ingenua creatura.
    Aveva 42 anni, e cambio’ con il computer le sorti del mondo.

  48. wovoka il 5 ottobre 2005 alle 11:33

    > … e cambio’ con il computer le sorti del mondo.

    Bah, qui vedo un eccesso di romanticheria: il computer è il risultato degli sforzi di molte più menti, sarebbe sicuramente nato anche senza Turing (senza la “o”).

  49. gemma gaetani il 5 ottobre 2005 alle 14:37

    Oddio, pensandoci bene un bel suicidio metaforico trasmesso in diretta tv-radio-web sarebbe un gesto berlusconiano che lo eternizzerebbe in una maniera davvero simpatica a tutto il mondo, ma soprattutto a questa nostra bella Italia, per la quale ha rappresentato e fatto moltissimo. Anzi, un bel suicidio collettivo, un foltissimo gruppo politico, unito soltanto dal gesto, che si avvii oltre la politica italiana, guidato da Silvio. Hai ragione, Marco. Metaforico, però. (E’ una questione di realismo: Berlusconi sopravviverebbe anche a un omicidio, deve avere un tasso di autostima ed ottimismo, di pensiero positivo molto meno basso di lui.)

  50. ivan il 5 ottobre 2005 alle 21:36

    E’ vero che l’inizio de “il mito di Sisifo” è assolutamente splendido (e non stravagante, come qualcuno afferma). Una postilla sotto forma di domanda per Garufi, tuttavia (senza controllare il testo, per cui se sbaglio me lo si faccia notare”): “bisogna immaginare Sisifo felice”, secondo te, cosa significa? (qui, nella domanda, non importa che sia una felicità possibile, difficile, o addirittura assurda)

  51. magda il 6 ottobre 2005 alle 09:42

    wovoka, il mio correttore di bozze e il mio maestro di cinismo sono andati in ferie. tu sei libero? :-)))
    inoltre dico che piu’ che romanticismo si tratta di visione cinematografica del reale.
    pero’ spesso non serve perche’ la realta’ supera la fantasia.

  52. sergio garufi il 6 ottobre 2005 alle 11:23

    Per Ivan: il brano di Sbarbaro mi piaceva perché indica sia un “suicidio possibile”, quello di scomparire agli altri e annullarsi nel flusso; e sia perché è un modo di “immaginare Sisifo felice” della sua routine. In fondo Sisifo è un travet del dolore, e il ligure ci suggerisce che solo considerando la propria sofferenza allo stesso tempo unica e insignificante – perché per molti versi non dissimile, almeno nell’intensità, da quella di tutti gli altri – è possibile sopportarla, conviverci e addirittura ritenerla salutare. L’anonimato non è una condanna, e la rinuncia all’affermazione di sé può essere una forma di felicità. Nell’ “Imitazione di Cristo” è detto: “ama nesciri”, cioè compiaciti di essere ignorato.

  53. Io il 6 ottobre 2005 alle 15:19

    Sapete consigliarmi un modo per suicidarmi rapida ed indolore.
    Non possiedo armi da fuoco e non so come procurarmene

  54. jan reister il 6 ottobre 2005 alle 15:36

    Ciao, poi telefonare all’Idea, c’è una persona che ti ascolta e non ti fa prediche. Se vuoi il numero verde è 800.12.29.07 (Attivo in Lombardia dalle 9 alle 19).
    http://www.fondazioneidea.it/idea_sommario.htm
    Cosa stai cercando esattamente?

  55. magda il 6 ottobre 2005 alle 18:15

    SPOSATI!

  56. ivan il 8 ottobre 2005 alle 08:50

    Grazie del chiarimento, Sergio, credo di aver capito (A margine: la mia domanda conteneva il rifiuto di un malinteso abbastanza frequente: c’è chi interpreta il Sisifo felice con categorie psicanalitiche di conversione/trasformazione del dolore: questo è un assurdo più grande di quello contro cui l’uomo in rivolta si levò, forse…!)

  57. magda il 8 ottobre 2005 alle 12:37

    puo’ accadere di dover scegliere, tra la morte e la follia.
    Io preferisco la seconda, perchè la prima, non potrei raccontarla.

  58. Pierre il 7 gennaio 2006 alle 19:34

    Il suicidio è un modo di vivere la possibilità della morte. E’ necessario a mio avviso superare il Tabu giudaico cristiano secondo il quale noi non saremmo padroni della nostra esistenza. Decidere quando morire dandoci la morte volontariamente è sia un’affermazione di libertà rispetto alla aleatorietà del fato sia la possibilità di scegliere sereanamente quando smettere di vivere.

  59. Hallo il 20 febbraio 2006 alle 14:34

    Interessante…
    Mi sono sempre chiesta questo: come mai nessuno ha voglia di parlare della morte (in particolar modo della propria?)
    Mistero…!
    Sarà che non la prendo abbastanza sul serio…mi pare giusto, no?
    Ho letto da qualche parte che nessuno crede davvero alla propria morte.
    Questo mi sembra verosimile.
    E un aspirante suicida? Secondo voi, un aspirante suicida é capace di credere fino in fondo alla propria morte?

    Quando ho saputo che una mia insegnate delle superiori si era suicidata sono scoppiata a ridere.
    Anche se trovo il pensiero della morte davvero agghiacciante.
    Non é altro che una certezza. L’unica.
    E nonostante questo rimane inconcepibile.
    Mi viene da pensare che l’unica fare sia riderci sopra.
    In fin dei conti, suvvia, si muore una volta sola!
    Invece il pensiero della morte ritorna, e ritorna,e ritorna.
    E riesce a svuotare di significato ogni attesa, ogni minuto.

  60. asma il 19 giugno 2006 alle 03:02

    crediamo di abbracciare consulenze mentre baciamo lacrime di stelle mai esplose ma quanto odore è vivo nel buio che l’occhio lambisce e quanto latte vorreste bere per abbracciare una stella

  61. marco il 3 luglio 2006 alle 15:06

    Infatti è proprio questa ridondanza del pensiero suicida che ci spinge a scrivere, a morire mille volte, a concederci a poco a poco, a liberarci veramente..
    Ad esempio, in un’intervista, Borges ricorda la fine di un suo caro amico e collega, Lugones, che amava ripetere: “padrone della mia vita, voglio esserlo anche della mia morte”. E si suicidò. Tanto era lontano da se stesso. A Borges invece bastò il pensiero, averne avuto, magari molto vagamente, l’idea. Forse non la pensava come il suo amico e dunque aveva delle difficoltà a scegliere come compiere l’atto. O forse scelse la maniera più lunga ed estenuante, ma aveva questo dalla sua parte: un punto di vista in più e contario al proprio, e che prometteva di moltiplicarsi e che sviluppò.
    E se vogliamo azzardare una fine, tutte le storielle che ci ha raccontato Borges hanno tutte la stessa matrice.

  62. Chet il 15 agosto 2006 alle 12:25

    Ma qui non si suicida più nessuno?
    Sarà proprio vero che a morte si sconta vivendo?



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