Il cane non muore mai:
le telefonate di Henry Kissinger (parte prima)

5 ottobre 2005
Pubblicato da

Kissinger

di Gianluigi Ricuperati

Questo testo, apparso su ‘il manifesto’ del 1 ottobre 2005, è parte di un lavoro in progress che raccoglie e medita su materiali, riflessioni e ispirazioni intorno a un tema sotto forma di domande progressive: che cos’è l’èlite globale? come si compone? quali sono i riti ‘reali’ di cooptazione, inserimento, vita quotidiana, di quelle che Wright Mills chiamava le ‘alte sfere’?

(il titolo ‘Il cane non muore mai’ viene da un’incertezza e da una mancanza di volontà. L’incertezza riguarda questo aneddoto: una famiglia di aristocratici russi, durante il 1917, viene fotografata poco prima della fucilazione; nel corredo familiare c’è anche un cane; sono tutti in posa; l’obiettivo inquadra le facce e gli abiti, e gli occhi, tutti sospesi tra dignità rappresa e terrore; si scatta la fotografia; poco dopo, scattano i grilletti; nel frattempo, succede qualcosa di cui i fucilatori non si accorgono; alla conta dei cadaveri, subito dopo, non manca nessuno, ma non v’è traccia del cane; nell’immagine sviluppata qualche giorno dopo compaiono padri, madri, zii, fratelli, sorelle, e c’è anche il cane. Non so, non ricordo più, da dove venga questa storia. Forse Nabokov. Forse John Berger. Forse qualcuno fra Nabokov e John Berger. La mancanza di volontà sta nel non desiderare saperne di più. Non desiderare conferme: se è autentica, se non lo è, se è qualcosa tra l’esserlo e il non-esserlo. La sola cosa che conta è che il precipitato metaforico e la dinamica di questa storiella ha molto a che fare con il soggetto pericoloso e sfuggente che mi interessa. L’èlite globale, come il cane, sopravvive alle rivoluzioni accennate o realizzate, e insieme ne è prigioniero; cerca di condizionare il movimento storico e si scontra con la sua complessità inafferrabile; compare nei documenti e sparisce dai processi di analisi; in una parola – in un’altra metafora – è un volante, ma un volante che sfarfalla. E se c’è un verbo esatto per descrivere ciò che ha fatto il cane, non è fuggire: è sfarfallare.)

Torniamo a parlare di Henry Kissinger – in modi sempre nuovi, grazie a occasioni sempre più ricche. Il National Archives and Records Administration ha derubricato altre migliaia di pagine di conversazioni telefoniche avvenute durante gli anni delle presidenze Nixon e Ford, decine di scatole piene di faldoni, generalmente classificati per argomento – gli addetti le chiamano telcons. Si tratta per la maggior parte di colloqui diplomatici e politici, con una varietà di temi e di interlocutori che va dalla Cina all’ambasciatore sovietico Anatoly Dobrynin, dalle dimissioni di Nixon alla crisi giordana del 1970 – ma c’è anche una telcon per Frank Sinatra, che a sua volta si comporta come un segretario di stato, uno stato violento e obliquo, fatto di consigli e intermediazioni. (Ecco come Kissinger conclude la chiamata: “Frank, abbiamo messo gli ebrei in una parte del mondo, perché non avere gli italiani dall’altra?”). In realtà l’intero patrimonio cartaceo delle trascrizioni ammonta a più di trentamila pagine, tutte compilate da diligenti segretarie che sbobinavano ogni singola chiamata fatta o ricevuta dal telefono del suo ufficio o da quello di casa. In alcuni casi appaiono delle cancellature, apportate nel tempo dagli archivisti quando bisognava proteggere la privacy di terzi coinvolti. Si tratta di documenti pressoché unici nella storia universale recente e meno recente – i diari orali di alcuni fra i più decisivi rappresentanti dell’Elite globale che negli anni settanta ha plasmato il mondo in cui ancora viviamo. Ci sono discussioni con presidenti, ministri, uomini di spettacolo, intellettuali, e poi il più tipico Kissinger-Circle, dall’ovvio Nixon al meno ovvio David Rockefeller – e non bisogna dimenticare che l’appoggio della famiglia Rockefeller è stato negli anni cinquanta l’autentico volano della carriera di Kissinger, la struttura di cooptazione che ha permesso a un professore primo della classe di diventare il buon dottore per i premier e per le masse. Non è un caso che l’ingente mole di documenti, al momento di abbandonare la Casa Bianca, dopo l’elezione di Carter, sia stata ospitata dalle casseforti di una delle magioni newyorchesi di David Rockefeller. Uno dei motivi di interesse di questi documenti è che tracciano una sismografia dettagliata del parlare quotidiano di un ente che troppo spesso è coniugato come astrazione maiuscola, Il Potere – mentre in verità si tratta di persone singole, coni rovesciati che si restringono su pochi individui con corpo, nome e soprattutto cognome. Tra questi pochi, molti sono presenti qui. E’ necessario ricordare che nei primi anni settanta Rockefeller ha fondato la Commissione Trilaterale, erede del Gruppo Bilderberg, una sovra-comunità di leader industriali, politici e finanziari che annualmente si riunisce per determinare strategie e individuare problemi inerenti al ‘governo’ dell’Occidente. Va aggiunto che intorno a questo genere di club c’è un’infinita e ossessiva pubblicistica di stampo complottista, specialmente sulla rete, ed è naturale che sia così, perché appaiono misteri consolatori e organizzati, da snocciolare come rosari quando si vuole dare un senso fascinoso e facile al dispiegarsi storico – mentre il dispiegarsi storico è difficile, tragico e inconsolabile.

Cominciamo da loro, dunque. (Loro – come il titolo di un libro mediocre uscito qualche anno fa proprio intorno alla questione dei ‘padroni della terra’). Il 13 marzo 1973 Kissinger alza la cornetta e chiama Rockefeller, che lo aveva cercato senza trovarlo, e allora è già presidente della Chase Manhattan Bank ed è molto attivo in numerosi ambiti compresi tra la politica monetaria e la politica estera, ognuno di questi rami declinato al più alto livello di responsabilità disponibile al momento: in una sola frase, lobbying compulsivo e multidisciplinare su scala globale: in un solo nome, Bilderberg Group: in una sola parola, Trilaterale.

K. Ciao David, come va?
R. Come stai tu mio caro? Congratulazioni, tra l’altro, per come sei riuscito a portare a termine quella faccenda. E’ stato assolutamente fantastico. Sei contento?
K: Sì, molto. Credo che siamo riusciti a ottenere esattamente quel che volevamo.
R: Ottimo. Volevo parlarti anche di quello, ma anche del Bilderberg. Hai dato indicazione di poterci andare, se riesci con i tuoi impegni.
K: Mi piacerebbe molto, andarci.
R: Prendiamo l’aereo della banca, il 19, un mercoledì. Immaginavo che ti potesse interessare venire con noi.
K: Mi piacerebbe ma forse è un po’ presto.
R: Farò salire alcuni membri del Congresso, come Matt Mathias.
K: Ah certo. E quando pensi di tornare?
R: Credo che tornerò…fammi pensare, starò fino a Lunedì, avrò un incontro del gruppo CANCELLED a Parigi, quindi non tornerò prima di martedì. Devo far stare più cose in poco tempo.
K: Io è meglio che non mi faccia vedere a Parigi, o mi troverò 500 giornalisti pronti all’inseguimento.
R: (ride) Tra l’altro, volevo dirti che sono stato a uno dei nostri meeting di consulenti internazionali, e Otto Wolf mi ha detto di mandarti tutti i suoi auguri.
K: Anche lui è nel Bilderberg. Infatti è lì che l’ho incontrato la prima volta.
R: Lui è stato in Cina parecchie volte, perciò gli ho chiesto come avrebbero potuto reagire in Cina a un mio viaggio. Secondo lui è una buona idea, ma consiglierebbe di non fare niente di ufficiale, di seguire i miei canali privati. E volevo sapere che ne pensavi tu, se era il caso di mettere in moto la cosa oppure aspettare ancora.
K: Dunque, credo che avrò una risposta a queste domande intorno alla fine della settimana.
R: Lui suggeriva di passare dal nostro ufficio di Honk Kong.
K: No, a mio parere la cosa migliore è passare dall’ambasciata cinese a Parigi.
R: Dick Watson. Questo ha senso per me.
K: Lascia che ti dica una cosa. Ero a cena seduto vicino al presidente dell’American Express e lui mi ha detto che gli piacerebbe penetrare in Cina. Ha scritto a tutte le ambasciate di paesi non-comunisti al mondo, e nessuna glielo voleva dare. Io ne ho parlato al Premier quand’ero in Cina, e lui mi ha chiesto come sarebbe riuscito a ottenerlo e io gli ho risposto. Lui mi ha chiesto se pensavo davvero che sarebbe riuscito ad averlo, io gli ho detto che non aveva chance. Lui ha detto – una chance o cinquanta, non conta. Quel che conta è che dovunque tu voglia richiederlo finirai per avere a che fare con Chou En-lai.
R: Beh, se credi…
K: No, penso proprio sia una buona idea. I cinesi sono un po’ meno sospettosi dei russi sul nome Rockefeller. Non pensano che siano loro a guidare il paese. Ma il nome lo conoscono, e credo possano avere dell’interesse.
R: Appunto. Secondo Otto Wolf questo potrebbe aiutarli a rendersi conto che facciamo sul serio.
K: Penso che sarebbe eccellente, sia dal nostro punto di vista che dal loro. Vedrai, troverai molto piacevole averci a che fare.
R: La ragione per cui te ne parlo ora è perché devo essere in Giappone a giugno e…
K: Giovedì ti saprò dire esattamente quali di questi canali è meglio battere. Farò cenno dei miei rapporti personali con la vostra famiglia, così quando ti metterai in contatto sarai già ben conosciuto.
R: Bene, grazie. Grazie mille. Spero che per il resto vada tutto bene,
K: Tutto bene. Ti chiamo giovedì.

Bisogna pensare a queste parole come le didascalie delle partite di scacchi pubblicate nelle pagine domenicali dei quotidiani, sotto i quadratini bianchi e neri, con gli alfieri e le regine immobili nell’istante poco prima dello scacco matto: mosse insignificanti che seguono mosse memorabili, saluti banali che precedono discussioni su affari di proporzioni sconvolgenti. L’informazione, con le decisioni del cerchio più ristretto dell’Èlite, ci ha abituati allo stesso genere di crittografia che presiede alla scrittura scacchistica. Un movimento di uomini si trasforma in Alfiere in B6. Un trasferimento di capitali si trasforma in Torre in E4: la penetrazione delle grandi banche in Cina è un arrocco tramutato in cifre. La differenza è che la didascalia non viene pubblicata mai, su nessun giornale della domenica. L’occhio comune, l’occhio umano – qualcosa di più preciso e meno eufemistico della classica ‘opinione pubblica’ – vede soltanto il riflesso grafico, il disegno di ciò che è successo immediatamente prima o immediatamente dopo: la stretta di mano e altre ufficialità. (Oggi c’è anche il diversivo iconografico operato da siti irridenti e inoffensivi come Drudgereport o Dagospia: immagini di leader di ogni genere che annaspano i denti nelle crespelle alle feste del demi-monde, sorrisi paonazzi e ombrelli che si aprono nelle serate di pioggia davanti all’uscio della Angiolillo di turno: l’Italia gode di un primato, in questo, avendo la classe dirigente più inane e irresponsabile del mondo democratico). I giornali di proprietà dei grandi gruppi, in buona parte, sono i fazzoletti che sventolano al passaggio dell’Èlite – inermi e sull’attenti. (Ci sono a dire il vero esigui spazi di libertà, laddove si può e si riesce, nelle pieghe del linguaggio di un autore che cerca di nominare il mondo secondo modalità diverse, angolature di senso lontane ed eterodosse rispetto alla ‘visione’ vista dall’alto – una visione dall’alto e curva, trecentosessanta gradi di mondo visti a pancia in giù, sulla plancia trasparente di un aereo eternamente sospeso, appeso ai ganci dell’atmosfera sociale come un pallone aereostatico, o meglio, come il più oblungo degli zeppelin.)

Fine prima parte. Continua

7 Responses to Il cane non muore mai:
le telefonate di Henry Kissinger (parte prima)

  1. kristian il 5 ottobre 2005 alle 18:53

    Sinatra non era l’unico ambasciatore non ufficiale delle trame affaristiche italo-americane intessute da lobby elitarie violente e ciniche: basti pensare a quella sagoma del dottore in legge nonché senatore Giovanni Agnelli. Torino non per niente è la residenza prediletta di Satana. A Torino tra l’altro c’era pure la massa critica di quella lobby operaia che, al contrario delle élite pluto-massoniche, è precipitata nel buco nero scaturito dall’implosione del PCI.

  2. erica il 5 ottobre 2005 alle 19:03

    Credo che il pezzo non volesse dare la stura ai deliri cospirazionisti o paranoidi. Anzi. L’esatto contrario. Sono documenti molto interessanti, ed è scritto con accuratezza morale, estetica. Parole come ‘pluto-massonico’ sono cacofonie concettuali. Secondo me, eh.

  3. kristian il 5 ottobre 2005 alle 20:25

    eh, erica. ‘delirio’, ‘cospirazione’ e ‘paranoia’ sono termini assai pronunciati ultimamente, qui. ci sono discussioni densissime che li riguardano.
    Gianni Agnelli è stato amico fidatissimo e preziosissimo confidente del più volte segretario di Stato Kissinger. Lo portava anche allo stadio a vedere la Juve.
    elitaria per quasi tutto il proprio corso storico è stata la dirigenza del PCI. Ellroy in American Tabloid ha spiegato esattamente la connessione tra grandi interessi elitari e cultura popolare, e Dagospia non è certo Hush-Hush.
    in quanto al ‘pluto-massonico’, beh, che dire.

  4. tashtego il 6 ottobre 2005 alle 10:19

    d’acc. con kristian.
    pezzo molto interessante.
    se ne attende il seguito.
    non capito, però, il metaforone finale, quello della pancia dell’aereo, ecc.

  5. andrea inglese il 6 ottobre 2005 alle 11:24

    grande kristian, anch’io ho pensato ad “American Tabloid” che sostituisce il grafico astratto della partita a scacchi con una popolazione di personaggi in parte reali in parte fittizi, che intrecciano pero’ le loro individuali traiettorie in modo altamente verosimile;

    fatemi dire una piccola banalità sui complotti: si tratta di azioni portate avanti in modo occulto a danno di persone o istituzioni o stati, per svariati ragioni di interessi pubblici e più spesso privati, da persone o istituzioni o stati che non potrebbero mai giustificare pubblicamente il loro agire;

    la storia è attraversata da cospirazioni; le cospirazioni sono faccenda in genere delle élites, ma anche delle minoranze (religiose, etniche, di classe) che vi si oppongono; l’unica cosa certa delle cospirazione è che, come ogni azione umana, i loro esiti sono imprevedibili; esse nascono da un eccessivo volontarismo, da un’eccessiva fiducia nella capacità di controllare gli eventi, e spesso si concludono con fiaschi clamorosi;

    storicamente, il novecento ha conosciuto come nessun altro secolo precedente dei movimenti popolari (il movimento operaio, i movimenti di liberazione nazionale, e a seguire) che hanno dimostrato di poter intervenire attivamente nelle partite a scacchi dei pochi, e non solo nelle forme cospirative dei carbonari, bensi pubblicamente, apertamente, in massa, interferendo cosi sulle decisioni delle élites

    (intanto: bel pezzo, grazie Andrea)

  6. tashtego il 6 ottobre 2005 alle 12:04

    Verrebbe voglia di osservare che i potenti – d’accordo sulla ripulsa della parola Potere, perché alla fine troppo vaga e un po’ insulsa – non hanno bisogno di complottare, ma solo di accordarsi e cooperare tra loro, di convenire sull’esistenza di comuni interessi, di pezzi di strada che conviene percorrere assieme, di alleanze da stringere, sempre temporanee, sempre ammantate di amicizia e conoscenza di vecchia data.
    A dare gli ordini veri e propri ci penseranno i loro lontani bracci operativi, palesi e occulti.
    A certi livelli, il potente non dà “ordini”, ma solo “indicazioni”.
    Il non-detto prevale sul detto, come nella telefonata riportata qui sopra.
    Il potere di una persona si misura soprattutto nella capacità dei suoi suggerimenti di diventare automaticamente operativi, di trasformarsi in strategie elaborate da altri e, alla base della catena di comando, in ordini.
    Allusioni, apparenti ipotesi, pour parler, suggerimenti, appunto.
    Vaghi cenni.
    I potenti si esprimono così, con imprecisione voluta, amichevoli, affabili, rilassati, apparentemente distratti, signorili, mai diretti, mai palesemente aggressivi.
    Ciò che vogliono lo ottengono senza doverlo esplicitamente chiedere.
    Scontri durissimi al cui vertice stanno boiserie, telefonate, pranzi, partite a golf.
    Insomma il Potere, inteso come naturale alleanza-scontro tra potenti, me lo immagino così.

  7. erica il 6 ottobre 2005 alle 12:56

    Sì, la cosa principale, l’affondo più significativo del pezzo-saggio di G. Ricuperati è kuello che va contro l’uso delle astrazioni nel nominare il Potere. (Cosa che sto facendo anche adesso in kuesto reply, lo so, ma è il bello dei paradossi).
    Ecco, ho rintracciato il frammento giusto:

    “Uno dei motivi di interesse di questi documenti è che tracciano una sismografia dettagliata del parlare quotidiano di un ente che troppo spesso è coniugato come astrazione maiuscola, Il Potere – mentre in verità si tratta di persone singole, coni rovesciati che si restringono su pochi individui con corpo, nome e soprattutto cognome.”

    Kuesti coni rovesciati…impariamo a capirli?



indiani