Vite a progetto

5 ottobre 2005
Pubblicato da

di Andrea Bajani

Quando hai fatto il tuo primo colloquio di lavoro avevi appena concluso un corso di formazione in cui ti insegnavano come affrontare bene il colloquio di lavoro. Quando si fa un colloquio di lavoro ci sono alcuni accorgimenti da osservare per avere la certezza di portare a casa il risultato. Arrivare puntuale agli appuntamenti è la prima delle regole del gioco. Informarsi sull’azienda alla quale ci si sta proponendo è altrettanto indispensabile, così come saper ascoltare e mantenere una postura corretta sulla sedia. Guardare l’interlocutore dritto negli occhi è fondamentale, così come non spiare in continuazione l’orologio. Ma ciò che conta di più è la sincerità, la capacità di parlare apertamenete dei propri interessi e delle proprie passioni.

Quando hai fatto il tuo primo colloquio di lavoro ti sei presentata in orario perfetto, né in anticipo né in ritardo. Poi ti sei seduta sulla sedia esattamente a perpendicolo e hai guardato dritto negli occhi il tuo interlocutore. Quindi lo hai ascoltato senza mai interromperlo e tenendo lo sguardo lontano dall’orologio. Quando infine ti ha chiesto di te hai parlato con entusiasmo del tuo meraviglioso matrimonio, dei tuoi due bambini e della tua passione per le cene di famiglia. Il tuo interlocutore ha distolto lo sguardo dal tuo sguardo, ti ha sorriso e si è complimentato per la tua vitalità. Quindi ti ha accompagnato alla porta e ti ha detto “Le faremo sapere. Chiamiamo noi”. Poi non l’hai sentito mai più.

Quando hai fatto il tuo secondo colloquio di lavoro sei arrivata all’appuntamento con la puntualità che si conviene. Ti sei seduta di fronte all’esaminatore guardandolo negli occhi. Quindi lo hai ascoltato annuendo senza mai interromperlo. Quando infine ti ha chiesto di te, ti sei accesa in viso e gli hai detto che non solo non eri sposata, ma che non lo saresti stata mai. Quando ti ha chiesto se ti piacevano i bambini gli hai fatto capire che i bambini li detesti più di ogni altra cosa al mondo. Quando infine sei uscita da lì con lui per prendere un caffè e parlare del contratto hai fatto finta di non vedere i tuoi figli che si sbracciavano in macchina da dietro il finestrino e ti aspettavano per tornare a casa.

(pubblicato su Torino Sette, supplemento settimanale de La Stampa, il 9 settembre 2005)

3 Responses to Vite a progetto

  1. jan reister il 5 ottobre 2005 alle 18:17

    Triste e divertente al contempo. Su una nota simile ha scritto Giulio Mozzi della tirocinante in una casa editrice:

    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/09/la_stagista_in.html
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/09/la_stagista_in_1.html

  2. maria luisa il 7 ottobre 2005 alle 14:07

    …e visto che le fiabe possono sempre avverarsi…potrebbe accadere che… Quando sei arrivata al terzo colloquio hai trovato una donna dall’altra parte del tavolo. Vi siete guardate e riconosciute. I corsi di formazione fatti, i figli taciuti, i caffè offerti dai valutatori e quella piccola speranza nello sguardo di far tornare tutto: affetti, lavori e tempi. Avete sorriso. L’impiego forse non sarebbe arrivato, ma un po’ di sana umanità sì.

  3. andrea inglese il 8 ottobre 2005 alle 17:14

    (dopo il sesto colloquio di lavoro, arrivi un po’ nervosa, indossi la gonna più corta, vorresti far capire che sei ben disposta ad andare oltre il caffé, ma gli fai capire solo che hai iniziato a detestarti

    dopo il dodicesimo, indossi gli anfibi, vorresti fargli capire che non solo detesti i tuoi propri figli, ma se lui ne ha bisogno lo puoi aiutare a sbarazzarsi dei suoi, ma gli fai capire solo quanto continui a detestarlo)

    il finale con i bambini che si sbracciano dietro il vetro è sommessamente agghiacciante



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