La nuova Europa

10 ottobre 2005
Pubblicato da

di
Luis de Miranda
traduzione di Francesca Spinelli
pubblicato in Sud n°2

Per rinfrescarsi le idee sul male europeo, ci si può piazzare su una sedia bagnata del parc du Luxembourg e osservare per qualche minuto i passanti, tentando di cogliere i loro monologhi di gruppo. Oppure, se si ha lo stomaco abbastanza resistente, si può leggere la stampa quotidiana. Si può persino arrivare al punto di sfogliare, che so, Estinzione di Thomas Bernhard o I Buddenbrook di Thomas Mann; ma un metodo più semplice consiste nell’aprire un dizionario di nomi propri e scoprire la prima frase della definizione della parola Europa: Il continente più piccolo e meno delimitato. Questa definizione deve essere stata a lungo maturata da un europeo. Io stesso, in quanto cittadino della vecchia Europa, mi sento debitamente piccolo e poco delimitato. Il mio nome, Miguel Magellano, rappresenta di per sé un peso.
La mia biografia, che s’interrompe per ora al trentesimo anno di vita (il peggio deve sicuramente venire), non è di quelle che si scorrono nei giornali inzuppando il cornetto nel cappuccino. Non sono né un attore di cinema “fuori dagli schemi” né un futuro grand’uomo. Che io sappia, non ho intrapreso assolutamente nulla di grande dal giorno della mia nascita, per svariate ragioni legate al determinismo sociale, alla mia debolezza caratteriale, alla mia ipersensibilità, alla mia esagerata franchezza, alla mancanza d’amore e all’eccesso di odio ereditati dai miei genitori sin dalla più tenera età, al mio gruppo sanguigno etc., ma soprattutto perché su di me incombe, senza tregua, il ritratto fiero, determinato, virile e castratore del mio antenato Fernao. Per chi non conoscesse Fernao de Magalhaes, ricordo che il navigatore portoghese (e la sua armada di cinque navi e duecentosessantacinque uomini, anche se strada facendo il numero dei vascelli e dei marinai è notevolmente calato) ha effettuato il primo giro del mondo per mare, battezzando nel 1520 l’oceano Pacifico (che porta questo nome perché per i gusti dell’equipaggio sfinito il vento era troppo debole). C’è persino chi lo considera il padre simbolico della mondializzazione. Non aggiungo altro.
All’incirca cinque secoli dopo, il povero piccolo discendente che mi ritrovo ad essere soffre (a torto, e probabilmente a causa di un’ipertrofia dell’ego tutta europea che nasconde un serio complesso d’inferiorità), come anche, con ogni probabilità, mio padre, suo padre, suo nonno, il suo bisnonno e così via, di essere un Magellano e di non meritare una biografia.
Generalmente parlando, la maggior parte dei portoghesi che ancora possiedono un’anima soffre all’idea che da cinque secoli a questa parte il paese rimpicciolisca a vista d’occhio. Ricordo a tutti che nel 1494, col trattato di Tordesillas, il papa Alessandro VI Borgia divise il mondo in due, destinando una metà alla Spagna e l’altra metà al paese che mi ha visto nascere. Oggi, una delle poche conseguenze della trascorsa egemonia lusitana fa sì che i travestiti brasiliani del bois de Boulogne parlino portoghese. Il Portogallo, altrimenti, non è che uno dei più piccoli paesi d’Europa (92072 km²), con dieci milioni di abitanti e una fama internazionale sorretta principalmente da tre prodotti d’esportazione, il fado, musica straziante che tenta di tenere la disperazione separata dal destino, il porto, vino zuccherato a forte gradazione alcolica che permette di annegare la suddetta disperazione in un’ebbrezza passeggera, e infine i testi del poeta Fernando Pessoa, i quali ci ricordano che né il fado né il porto potranno cullarci a lungo. Uno dei suoi testi più famosi, Tabaccheria, comincia così:

Non sono niente
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo.

Esistono tuttavia dei portoghesi allegri. Personalmente non ne conosco. Fatto sta che la gioia non sembra appartenere al programma genetico dei Magellano. Persino l’illustre Fernao aveva un caratteraccio. Rinvio i lettori alla biografia che gli ha consacrato Stefan Zweig qualche anno prima di suicidarsi, nel 1942. Secondo Zweig, Fernao era il tipo di uomo che non appena entrava in una stanza gelava i presenti con la sua freddezza, la tetraggine della sua psiche e l’aria da giudice tenebroso. Un po’ come me, se non fosse che Fernao era dotato di una “intrepida volontà” (Zweig dixit), e seppe vendicarsi dell’astio della corte del Re del Portogallo, un certo Manuel, recandosi a offrire i suoi servigi alla Spagna rivale, la quale non perse l’occasione di sfidare gli odiati fratelli finanziando la megalomania del navigatore. Ma tutto ciò è storia passata, anche se stando alle ultime notizie la terra è ancora sferica e il modello capitalista dell’economia occidentale importato, in definitiva, dall’Europa, si è sparso per i quattro angoli del globo, assieme alla struttura depressiva dell’ego afferente.
Oggi le statistiche contano quasi un milione di portoghesi, naturalizzati e non, sul territorio francese. Per quanto mi riguarda, ho ottenuto la carta d’identità che mi dà diritto alla libertà, all’uguaglianza e alla fratellanza all’età di diciotto anni, in seguito a una mia sollecita richiesta. Fino a quel giorno ero stato un bambino e un adolescente solitario e studioso, dominato prevalentemente dall’ossessione di diventare, non più il “piccolo immigrato” modello, statuto che ho dignitosamente accettato durante quindici anni, ma un cittadino francese, condizione dalla quale mi aspettavo ogni genere di meraviglie, a cominciare dall’ingresso in un universo parallelo ovattato, ornato di piumoni bianchi, gatti abissini e esseri umani dotati di una squisita raffinatezza. La delusione era inevitabile.
Quando la mia memoria si volge timorosa ai primi due decenni della mia esistenza, la tonalità dominante del quadro è il nero su sfondo grigio. Una pubblicità recente (per una marca di porto) definiva il Portogallo “il paese dove il nero è colore”. Se così fosse, si tratterebbe tutto sommato di una buona notizia, e vorrebbe dire che la mia anima è comunque pigmentata. Ma non mi lamento, no, cerco solo, impresa temeraria, di essere obiettivo. A che pro abbellire il proprio passato e la stato della propria psiche? Lo ripeto, sono un personaggio sinistro, come il mio famoso antenato, ma privo della sua “intrepida volontà”. In realtà, non ho alcun tipo di volontà, o quasi, o piuttosto ho una volontà alla maniera di Pessoa:

Ho sognato più di quanto Napoleone non abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo,
in segreto ho fatto filosofie che nessun Kant ha mai fatto.
[…]
sarò sempre quello che non era fatto per questo;
sarò sempre soltanto quello che aveva qualità;
sarò sempre quello che si aspettò gli aprissero la porta in una parete senza porta
e cantò la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentì la voce di Dio in un pozzo tappato.

Se vi siete riconosciuti in questi versi, non significa per forza che abbiate un antenato portoghese; forse siete semplicemente un occidentale (o un occidentalizzato) colpito da pessoite. Potremmo porgerci la mano in segno di fratellanza e, in lacrime, berci un paio di bicchieri; ma non credo che lo faremmo davvero, perché bisognerebbe avere il coraggio di Pessoa (o essere arrivati al quinto bicchiere) per manifestare in pubblico dei sentimenti del genere (in realtà, anche lui dovette accontentarsi di scarabocchiare quei versi sul retro di fogli contabili; pochi, infatti, si mostrarono disposti ad ascoltarlo gemere quand’era in vita). In materia di disperazione, la maggior parte di noi preferisce il monologo interiore reiterato all’infinito. Soprattutto non confessare in pubblico che si pensa di aver fallito la propria vita, che ci si ama meno del cane, che l’idea della morte ci solletica più spesso di quella delle vacanze, che si è profondamente convinti che se i nostri genitori non si fossero accaniti contro di noi sin dai nostri primi balbettii, saremmo potuti diventare una forza della natura. Ah, in circostanze diverse, in un contente diverso (ad esempio negli Stati Uniti), nulla ci sarebbe stato vietato! Oggi saremmo un conquistatore venerato dalle masse, o magari, estasi, un attore dal viso metallico con un cachet da venti milioni di dollari.
Potremmo comunque, voi ed io, porgerci la mano e raccontarci la nostra disperazione, ma questo tipo di confidenze, inspiegabilmente considerate personali (mentre quasi tutti soffrono degli stessi mali, perché, come tutti sanno, questo mondo fa schifo al 95% dei suoi abitanti, anche se solo la metà lo ammetterebbe), tradizionalmente le teniamo in serbo per il nostro psicanalista, quando disponiamo dei mezzi e della pazienza per frequentarne uno, e non è il mio caso. Dovremmo, secondo me, condividere i nostri coma psichici, le nostre terrificanti allucinazioni, espellere a squarciagola il risentimento troppo a lungo covato contro noi stessi. Tutti questi nobili sentimenti affluiscono in Europa, come ovunque nel mondo. Solo che in Europa, fino a un’epoca recente, era tacitamente ammesso che l’essere umano (o quantomeno il borghese) potesse rifugiarsi nel raffinato mondo della cultura e trovarvi una consolazione.
La cultura… Ormai si dice che i musei della nostre illustri capitali siano frequentati unicamente da turisti. Si tratta probabilmente di un’esagerazione. Esiste ancora in Europa un certo numero d’individui colti (più di me, che pure appartengo all’epoca in cui al liceo si imparavano ancora il latino e il greco, o almeno si credeva di impararli, perché le mie traduzioni, dove a Cartagine degli elefanti rosa facevano bagni profumati, tradivano già qualcosa di marcio nel regno delle lingue morte). Può darsi che esistano addirittura degli europei colti felici. Io non ne conosco ma, ripeto, conduco una vita solitaria.
Sembra piuttosto che la cultura, oggigiorno, serva soltanto ad accrescere le crisi di pessoite acute. Nel corso dei primi due decenni di vita, la maggior parte degli europei considerati colti ha ricevuto una quantità sufficiente (così credono) di nozioni di musica, letteratura, arte e filosofia da svegliarsi a trent’anni e dirsi che sarebbero potuti diventare Beethoven (o i Beatles), Balzac (o Hemingway), Manet, Picasso, Kant, Dickens, Nietzsche, o qualcosa di altrettanto autorevole. In realtà siamo appena capaci di leggere tutti i libri, di capire approssimativamente i concetti più contorti, di credere che nel campo dell’arte la certezza del risultato nasca dalla semplicità dei mezzi, e tutto ciò alimenta la nostra frustrazione. A quel punto ci prende lo sconforto, e strimpelliamo un paio di accordi, sempre gli stessi, sul nostro Yamaha.
In materia di consolazione a base di cultura, mi sembra, ma potrei sbagliare, che l’Europa si aggrappi quasi esclusivamente al cadavere baffuto e geniale di un filosofo morto in stato di demenza e, come Pessoa, poco letto da vivo: mi riferisco, ovviamente, a F. Nietzsche (un’altra ben nota tradizione europea consiste nel concedere il titolo postumo di genio a quegli artisti che da vivi sono stati perseguitati con maggiore ferocia). Da cento anni a questa parte, benché la disperazione europea non sia cambiata di una virgola e, anzi, sia probabilmente aumentata (e forse non ha torto chi sostiene che i viennesi più nichilisti dei primi del 900, teletrasportati ai giorni nostri, fuggirebbero strappandosi i capelli), tutti quelli che, dal Portogallo alla Svezia, sono stati contaminati dal virus della cultura, quella strana malattia che trasforma l’idiozia in un concentrato d’infelicità, cinismo e amarezza, si abbarbicano alla bell’e meglio ai folti baffi di Friedrich e a qualcheduno dei suoi imperativi categorici, tra cui “gaia scienza!”, “gioia di vivere!”, “ebbrezza!”. E per questo motivo ci si sarebbe potuti aspettare che, nel corso dei decenni, l’Europa si popolasse poco a poco di gai intellettuali. Non ne conosco. Non conosco altro che dei sinistri ma rispettabili morti di fame, degli arrivisti fedeli ai bei gesti e agli altrettanto bei valori del passato, maestri nell’arte del contraddirsi al momento di agire, o dei tristi velleitari aggrappati alla pelle di zigrino delle loro utopie (credo di appartenere a quest’ultima categoria).
Quando ci si sente male, si cercano delle soluzioni, generalmente pessime. Alcuni “intellettuali” calmano il loro malessere sputacchiando insulti di fuoco contro gli Stati Uniti, paese “barbaro”, come se l’Europa fosse ancora (ma lo è mai stata?) un’oasi di civiltà. Altri, a volte sono gli stessi, scoprono ovunque segni di decadenza, e non si può dar loro torto. Mi sembra abbiano le loro buone ragioni per diagnosticare, nel cuore della nostra modernità, il crollo del merito e della qualità a favore dell’ipocrisia più spiccia e dell’affettazione più arrampicatrice. È, a dir loro, un dato di fatto che oggi, in Europa, chi sfonda nel campo della cosiddetta cultura non è più chi è particolarmente dotato, ma chi manipola con maggiore destrezza i meccanismi di quello che gli americani chiamano il networking, una rete di false amicizie interessate e nervose. Recentemente ho incontrato un conoscente col quale mi era capitato di suonare una decina d’anni fa. Era un musicista mediocre. Non che io sia un bravo musicista ma, credetemi, era di gran lunga peggio. In compenso si tratta di un individuo senza asperità, capace di intavolare una conversazione “appassionante” con un palo della luce, uno che sa far passare l’interesse molto prima del gusto, cosa che gli riesce particolarmente facile, dato che possiede un gusto oscillante (un po’ come me) e una cultura musicale prossima allo zero assoluto (la mia non è da meno). Qualunque cosa gli si chieda, lui la fa col sorriso (contrariamente a me, che rifuggo da qualsiasi compromesso con istinto suicida). Risultato: oggi compone musiche per film, documentari, pubblicità – soprattutto pubblicità. La nostra breve conversazione è stata, dopo anni di intervallo, a dir poco lugubre. Per lui (si chiama T. Natos) tutto possiede una qualità. C’è sempre qualcosa da cavare da una grande bufala cinematografica, dall’ultimo successo musicale che meglio s’adatta all’atmosfera di una sala d’attesa. E se non siete d’accordo, è semplice: vi siete “inacidito”. Ovviamente, questo simpatica tendenza a non denigrare nulla costituisce, per l’interessato T. Natos, un modo per non chiudersi nessuna porta durante una conversazione. Non si può mai sapere, magari stavo per proporgli di fare la colonna sonora della mega-produzione che girerò tra poco a place des Fêtes e che s’intitolerà Le mie compere alla Standa…
In compenso ho un amico, E. Ros, che sin dall’età di dieci anni era un genio autodidatta al pianoforte e alla chitarra. Nel frattempo ha fatto un dottorato in musicologia e ha tentato la fortuna sbraitando canzoni surrealiste nei pubs di Londra. Ricordo ancora il ritornello di una di queste canzoni:

Ho ucciso il genitore usando un frullatore

Certo, probabilmente i testi andavano ancora lavorati, ma E. Ros era un compositore nato. Oggi è un militante trotzkista che guadagna poco più del salario minimo insegnando informatica in una “periferia disagiata”. Ci tengo a precisare che E. Ros non ha assolutamente il diritto di invidiare T. Natos. No, il vero talento di E. Ros non ha alcun diritto di criticare l’idiozia parvenue di T. Natos. Vorrebbe dire mancare di “gioia”. Vorrebbe dire essere “acidi”.
Si dà il caso che sia stato proprio E. Ros, che in fatto di letteratura la sa lunga (legge Dante e Nietzsche in lingua originale) ad iniziarmi alle gioie della cultura quando avevamo solo dieci anni e io ero, come già ho precisato, un tenero figlioletto di immigrati assolutamente spontaneo e, temo, idiota (da allora ho perso in spontaneità). Sua madre scriveva romanzi e possedeva un’immensa biblioteca dalla quale pescavamo a caso le nostre letture. Ed è sempre E. Ros che mi ha iniziato al marxismo. Grazie a lui (ma non per colpa sua, perché non sarebbe diventato il mio migliore amico se la mia psiche non fosse stata a priori un terreno fertile alla devastazione culturale), divenni un musicista e un letterato discreto, un po’ meno idiota, ragionevolmente marxista, misantropo e lievemente snob e, di conseguenza, non ho combinato nulla nella vita. Sono diventato, com’era da prevedersi, un dilettante, un mammifero superiore cinico e disincantato, insomma, un europeo colto senza essere uno specialista (mi sembra che gli specialisti se la cavino un po’ meglio: trascinano la loro remunerata disperazione per i corridoi universitari, mentre io mi ritrovo senza lavoro).
Dove voglio arrivare? A questa semplice conclusione: esiste un male europeo che, almeno da Pessoa in poi (ma se ne trova traccia già in Chamfort o nel René di Chateubriand), colpisce gli abitanti più colti e raffinati dell’attuale “Unione”, i quali sono anche i più infelici. Sotto il regime neocapitalista, solo l’idiozia più gioviale conduce alla salvezza. Perciò togliete immediatamente i figli dalla scuola. Insegnategli solamente a contare, a sorridere e a godere di tutto ciò che i media presentano come oggetto di godimento. Perché il resto è solo letteratura.

Luis de Miranda

3 Responses to La nuova Europa

  1. giovanni il 11 ottobre 2005 alle 08:18

    Questa pagina gira in rete da qualche tempo, per mano dell’ottimo Forlani. Ci sono pochi intellettuali di questo livello, nella malconcia Europa di cui, giusto, parlarono Chamfort e Chateaubriand ma, più di recente e forse meno ascoltato, Giuseppe Conte (mio corpo che declini / come declina / l’Europa). Complimenti a lui, a chi mette in circolo questa roba e, con ciò stesso, comporta silenzio su tante altre bazzecole che circolano non qui, ma in luoghi almeno simili.

  2. francesco forlani il 11 ottobre 2005 alle 08:32

    Grazie Giovanni.
    effeffe

  3. magda il 11 ottobre 2005 alle 12:11

    http://www.bloggers.it/platinoro/index.cfm?Offset=2

    è la tomba di Pessoa a S. Geronimo, Lisbona.
    mi piace molto questo epitaffio.

    ciao

    Magda(la brasilera)



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