Canto del cigno

20 ottobre 2005
Pubblicato da

di Jacopo Guerriero

Qui di seguito una breve intervista che mi ha concesso Roberto Parpaglioni, editore gentiluomo che mi comunica in queste righe una pessima notizia: la chiusura di un’attività editoriale che è certo tra le più interessanti degli ultimi anni.
A breve tenterò di approfondire alcuni dei temi lanciati da Roberto, che mi sembrano meritevoli di grande attenzione. J.G.

Cosa vuol dire Quiritta?
“Quiritta” è un avverbio in uso nel Medioevo. Lo si trova nelle opere di Dante Alighieri, con il significato di “qui, proprio qui”. Avendo intenzione di creare una casa editrice che si occupasse esclusivamente di letteratura italiana, “Quiritta” mi sembrò una parola, al tempo stesso, esatta ed evocativa.
Raccontami del vostro catalogo.
Le pubblicazioni sono state suddivise in due collane: “Le Falene”, per opere di autori del secondo millennio, e “Le Pupe” per opere di autori attivi nel terzo millennio. L’origine “lepidottera” delle due denominazioni è da cercarsi nel mio cognome, un sinonimo, appunto, di “farfalla”.
Nella prima collana troviamo, tra l’altro, la raccolta completa delle Rime di Federico II di Svevia, commentate da Letterio Cassata; L’arte di piacere alle donne di Anonimo del XVIII secolo; Cartagine in fiamme di Emilio Salgari; Diario di una giovane principessa di Adele Monroy di Pandolfina; per arrivare al Novecento con tre opere di Giorgio Manganelli, Il Vescovo e il Ciarlatano, L’infinita trama di Allah e UFO.
Nella seconda collana si va da opere di autori già noti, come Raffaele La Capria (Letteratura e Libertà), Luca Canali (Le dolci brezze di Scicli), Vincenzo Pardini (La terza scimmia), Dario Voltolini (I confini di Torino), Beppe Sebaste (H.P. L’ultimo autista di Lady Diana), a quelle di due autori esordienti: Rocco Brindisi (Il silenzio della neve e Elena guarda il mare) e Paolo Del Colle (Le ragazze dell’EUR).
Una variante della seconda collana è quella delle cosiddette “Pupe blu”, dedicata alla saggistica letteraria, che raccoglie opere di Arnaldo Colasanti (Rosebud), Michele Mari (I demoni e la pasta sfoglia) ed Enzo Siciliano (Prima della poesia).
In tutto Quiritta ha pubblicato venticinque titoli, per un totale approssimativo di trentacinquemila volumi. In testa alle vendite si collocano Beppe Sebaste, Federico II di Svevia, Adele Monroy di Pandolfina, i tre Manganelli, Emilio Salgari e Dario Voltolini.
Come sei arrivato all’editoria? So che prima facevi il libraio..
Nel 1986, una casa editrice di Parma, “Aelia Laelia”, fondata da Beppe Sebaste, pubblicò un mio romanzo intitolato Marianna la pazza. Opera che venne poi riproposta nel 2002 da Quiritta, con un’introduzione di Enzo Siciliano. Avevo già esordito con un racconto sulla rivista “Il Caffè”. Successivamente altri miei racconti e scritti di vario genere comparvero sulle riviste “Il Cavallo di Troia”, “Tempo Presente” e “Nuovi Argomenti”. La mia attività di narratore si è spesso alternata con quella di drammaturgo: nel 1985 venne messo in scena Sangue spezzato, prodotto dal Teatro di Roma e dall’ETI, e nel 2000 Dolce stil novo, da me anche diretto.
Sempre nel 2000 l’editore “Castelvecchi” ha pubblicato la mia raccolta di racconti In quattro tempi, selezionata per il Premio Strega di quell’anno.
Un altro tipo di progettualità, stavolta di carattere organizzativo (i suoi esordi si possono datare negli undici anni, dal 1980 al 1991, di ufficio stampa al Festival dei Due Mondi di Spoleto), mi aveva già indotto a fondare una libreria capace di contenere al suo interno un centro culturale, una sala da tè e un punto internet. Era il 1995, a Trastevere si inaugurò “Bibli”, la prima di questo genere in Italia.
Quattro anni più tardi, un’ulteriore evoluzione trovò il suo approdo in Quiritta.
Che valore hanno e hanno avuto i tuoi consulenti editoriali?
Con Arnaldo Colasanti ci conosciamo dai tempi dell’università. Fine anni Settanta, La Sapienza, eravamo entrambi assidui ai corsi di Walter Pedullà. Emanuele Trevi invece l’ho conosciuto a Bibli una decina d’anni fa.
Furono subito concordi nel definire rischioso il mio progetto. Per la sua natura elitaria, ma anche per le caratteristiche extra testuali che avevo in mente. Tra queste, una copertina a due colori, giallo e blu, e senza illustrazioni. Le uniche varianti sarebbero stati il titolo ed il nome dell’autore.
Erano molto preoccupati, anche se, alla fine, la mia sicurezza li convinse.
Iniziammo con cinque titoli: Rime di Federico II di Svevia; L’arte di piacere alle donne di Anonimo del XVIII secolo; Il vero e la sua ombra, una mirabile antologia sul fantastico italiano dal Romanticismo al primo Novecento, a cura di Leonardo Lattarulo; La terza scimmia di Pardini; Rossi a Manhattan di Eric Salerno. Furono loro, Colasanti e Trevi, a portare in casa editrice un “pacchetto” tanto ricco e assortito. Come se lo avessero già pronto.
Successivamente il nostro sodalizio è stato esemplare. Un giorno alla settimana, il venerdì, dedicato all’elaborazione del programma e all’assegnazione dei titoli. A Colasanti, libri come La terza scimmia, o Una breve follia di Luigi Guarnieri, i due di Rocco Brindisi, o quello di Enzo Siciliano. A Trevi, I confini di Torino di Dario Voltolini, o i tre di Manganelli, o Cani di pietra a cura di Cristiano Spila.
Ogni proposta è stata sempre valutata alla luce di un progetto che, pur mantenendo i suoi rischi, con il passare del tempo creava una ricchezza della quale ciascuno di noi si faceva severo custode.
Nel vostro catalogo c’è un libro per me importantissimo, il dialogo tra Emanuele Trevi e Raffaele La Capria Letteratura e libertà. Se è possibile raccontami un po’ di questo libro..
Quel libro è un regalo: di Emanuele a La Capria, di La Capria a Emanuele, di Emanuele e La Capria a Quiritta. Letteratura e libertà è anche luce e leggerezza, intelligenza e malinconia. Seguendone la stesura, gioivo ad ogni nuovo capitolo. Alla fine, dissi ad Emanuele che la sua voce mi sembrava quella di Pasolini in Comizi d’amore. Immaginiamolo, questo libro che non c’è mai stato: il dialogo tra un giovane Pasolini e l’anziano La Capria. E’ l’Italia, quella bella.
Un altro dei vostri libri più importanti è H.P. So che hai avuto una profonda delusione per come sono andate le cose al Premio Strega. Cosa è successo di tanto grave?
Il Premio Strega, per me, era diventato una consuetudine. Avevo iniziato a parteciparvi nel 2000, quella volta addirittura con un mio libro. Quiritta ne ha presentati quattro. Sull’ultimo, H.P., si erano concentrate attenzioni mai riservate ai precedenti. Questo mi ha illuso, speravo davvero di farcela. Su la Repubblica dell’ 8 luglio, si racconta che “Beppe Sebaste partiva molto forte, i bookmaker lo accreditavano di una quarantina, cinquantina di voti. Esagerate o meno, a queste cifre Parpaglioni credeva a piè fermo, e lo diceva in giro, ma la sera della selezione ha assistito incredulo allo spoglio delle schede, fino a impallidire, sudato e imbronciato, quando ha fatto i conti”. Tutto vero, e tutto molto umano.
Nei mesi scorsi, in rete, il nostro gruppo –toccando un tema complesso, tanto che poi siamo arrivati a una dolorosa separazione tra di noi- ha avviato un dibattito a partire da un pezzo di Antonio Moresco che si chiama La Restaurazione. Qual è la tua idea di “piccola editoria” –dico così per semplificare-? Ti senti di avere ancora un’incidenza oppure tutto il tuo lavoro è vanificato dalla potenza economica e dalla visibilità sempre maggiore delle holding editoriali?
Con le pubblicazioni di quest’anno, Quiritta concluderà la sua attività editoriale.
Si tratta di una scelta che nessuno mi impone: l’amministrazione è in ordine. E ciò, di per sé, è già un bel risultato, se si considera che a curarla c’è uno scrittore. Semplicemente, si è esaurito un ciclo, un programma. E questo è un destino abbastanza diffuso nell’editoria moderna.
Tuttavia prevedo che in futuro si farà avanti una domanda alla quale mi sarà difficile negare attenzione. Essa suonerà, all’incirca, così: si era davvero esaurito un ciclo, un programma, come dicevi, o più verosimilmente, avevi perso l’interesse, l’entusiasmo necessari a sostenere quella piccola, ma assai laboriosa, impresa?
Dovesse il dubbio resistere ad una prima, infastidita accusa di pignoleria, di domanda, inevitabilmente, ne affiorerebbe un’altra: perché?
Mettiamola così: Colasanti e Trevi avevano ragione, non si può pretendere di essere editori, sottraendosi totalmente alle leggi del mercato. Alla base di questo, ci sono i lettori, con le loro scelte. Quindi un minimo di compromesso è necessario cercarlo.
Con gli ultimi due libri, H.P. e Le finestre sul cortile, mi sono mosso in quella direzione. Ho rinunciato ai due colori, aprendo all’illustrazione in copertina. L’esperimento ha avuto, sicuramente, un buon esito.
Ma poi, cos’altro avrei dovuto fare?
Sto parlando, mi pare chiaro, di una casa editrice poco nota al grande pubblico, ed impegnata, per tenere in vita le proprie ambizioni, a misurarsi giorno dopo giorno con le scarse motivazioni del promotore e la diffidenza dei librai.
Avrei dovuto pubblicare un più alto numero di titoli? Selezionare le proposte con minor rigore? Coinvolgere scrittori che avessero già una loro notorietà extraletteraria? Seguire la moda del momento? Oppure diventare di moda io stesso?
Se fossi scivolato in una sola di queste derive, il mio progetto avrebbe subìto una regressione fatale. E qui entro nel merito della domanda che mi veniva posta.
Io non credo, infatti, che denunciando il potere dei grandi gruppi, si possa lenire la sofferenza della nostra editoria. Più semplicemente, non mi riconosco tra coloro che attribuiscono tanto peso a categorie economiche quali “piccola”, “media” e “grande”.
Nessuna di esse ci racconta qualcosa dello stile, dei valori e delle scelte di un’impresa editoriale.
Vedo invece con maggior favore una distinzione tra editoria “adulta” e “non adulta”.
Diverso è chi ha un serio progetto culturale da chi non lo ha. E diverso è chi decide di attenersi a quel progetto da chi, strada facendo, se ne distanzia per sostituirlo con una strategia merceologica. In tal caso, se si parla di coerenza, conta poco essere “piccoli”, “medi” o “grandi”.
Inoltre, la sensazione diffusa è che serietà, impegno, ricerca, affidabilità, elementi fondamentali per essere “adulti”, risiedano più nella cosiddetta “piccola” che nella cosiddetta “grande” editoria. Conosco invece editori “adulti” e “grandi”, così come ne conosco di “non adulti” e “piccoli”.
Certo, un editore “non adulto” e “grande” può provocare più danni. Se ne è avuta prova, tra le tante, al recente Premio Strega. Ma quanti altri, “non adulti” e “piccoli”, inquinano quotidianamente il nostro mercato editoriale?
Ecco, dunque, perché, nel mio caso, accenno ad un rischio di regressione. Per un momento, la pressione del mercato si era incuneata nel mio progetto. Armata di un miraggio, quello della sopravvivenza, al quale, per ogni essere umano, è più facile cedere che resistere. Fortunatamente essa non ha provocato alcun danno. Il catalogo dei miei libri non subirà la contaminazione di alcuna scelta obbligata, cristallizzando in tal modo una storia breve, ma preziosa.
L’unica stonatura, in fondo, rimarrà quel nome, Quiritta, “qui, proprio qui”. Oggi so con certezza che “qui” accadono cose diverse da quelle che ho voluto vedere io.

22 Responses to Canto del cigno

  1. francesco forlani il 20 ottobre 2005 alle 17:26

    Grazie veramente. Chissà perchè, l’intervista mi ha fatto venire in mente altri progetti editoriali, come le riviste. La storia letteraria italiana, avanguardia o no che sia, ha sempre trovato nelle riviste le voci migliori e comunque gli spazi che meritano dialoghi tra voci. Più delle antologie, che assomigliano sempre più a dei cataloghi, a dei tristi annuaires, elenchi telefonici, di città inesistenti. Perchè si smette di credere ad un progetto? Perchè non si continua? O forse non è vero che non si continua. Lo si fa in un altro modo. Perchè non organizzare una fiera degli editori che non esistono più? Con cataloghi introvabili eppure ricolmi di opere necessarie al nostro sapere. Un pò come l’opera che sta svolgendo Biagio Cepollaro sul suo sito. Ripubblicare testi di Giulia Niccolai, Giuliano Mesa, introvabili. magari solo perchè ci si possa ritrovare…
    Ad ogni modo grazie a tutti e due, Roberto e Jacopo

  2. Maura il 20 ottobre 2005 alle 18:27

    Grazie anche da parte mia, è un’intervista interessante. Mi dispiace che Parpaglioni abbia scelto di chiudere Quiritta, mi piaceva molto.

  3. andrea barbieri il 21 ottobre 2005 alle 00:24

    Ho due “suoi” libri molto belli: I confini di Torino e I demoni e la pasta sfoglia. Dispiace anche a me che chiuda. Ma non c’è modo di salvare il catalogo?

  4. Dario Voltolini il 21 ottobre 2005 alle 00:44

    C’è da piangere. E da fare.

  5. Lucio Angelini il 21 ottobre 2005 alle 10:33

    Ho raccontato anch’io la mia piccola esperienza di (ex) editore in Lipperatura (commenti al thread ‘Wumingone Medesimo’). Un saluto.

  6. andrea barbieri il 21 ottobre 2005 alle 11:16

    In questo momento tra lipperatura, vibrisse e altri litblog si parla di potenzialità della rete per il “da fare”. Il modello che molti auspicano (ma non WuMing1) è proprio quello di WuMing Foundation. In realtà anche NI sta costruendo un suo modello e ne possono nascere tanti altri (come pensa WM1). Mi rendo conto che la rete per tanti versi non è il massimo, ma qualcosa si può costruire. Secondo me più che seguendo il mito della pioggia di link (Genna), cercando di pubblicare testi di qualità che non hanno facilmente spazio sulla carta. Cioè a me la rete pare una specie di editore ideale più che un mezzo che trasforma radicalmente la scrittura. Però bisogna lavorare per raggiungere quella qualità che spinge il passaparola tra i lettori, fino ad avere una credibilità pari, anzi superiore alla stampa (credibilità agli occhi dei lettori, non ai nostri che già la pensiamo così).

  7. Maura il 21 ottobre 2005 alle 12:10

    Sono d’accordo.
    Secondo me bisogna cercare di coinvolgere tutte quelle persone che frequentano la rete, che sono lettori forti, ma che magari non conoscono questo e altri siti.

  8. Bartolomeo Di Monaco il 21 ottobre 2005 alle 12:39

    Mi pare che andrea barbieri faccia una proposta interessante. Carmilla pubblica già ogni tanto testi di autori quasi del tutto sconosciuti, anche se circoscritti nel contenuto, ma qualche altra rivista, come Nazione Indiana, vibrisse, I miserabili (quando riaprirà i battenti) e altre ancora potrebbero aprirsi a testi di ogni tipo cercando di dare visibilità ad autori ritenuti meritevoli, così da aprire loro la strada ad un incontro con un editore e soprattutto con un pubblico che comincerà a cercare e a conoscere i loro libri.

    Parpaglioni ha pubblicato, come lui stesso ricorda, “La terza scimmia” del lucchese Vincenzo Pardini, raccontatore straordinario.

    Bart

  9. Luca Tassinari il 21 ottobre 2005 alle 12:41

    Dario Voltolini, asciugati le lacrime e spiega bene cosa c’è da fare per convincere Parpaglioni a tornare sui suoi passi. Ascolterò attentamente.

  10. andrea barbieri il 21 ottobre 2005 alle 13:19

    Ho l’impressione che col “c’è da fare” Dario non intendesse “[…] per convincere Parpaglioni a tornare sui suoi passi.” Almeno io l’ho interpretato come ottimismo generale e bisogno di operatività.
    Comunque volevo anche dire che quello che ho scritto su in fondo è banale: NI è nata proprio con quell’obbiettivo. Diciamo che quindi il mio messaggio era: continuate sulla stessa strada, magari migliorandola, senza però seguire la moda del momento che è quella di pompare un nuovo tipo di scrittura iperlinkata che fa sembrare i testi dei blog lo scenario di un supermercato demenziale.

  11. jan il 21 ottobre 2005 alle 19:12

    Andrea, per rendere disponibili dei testi ho in mente varie strade:

    – il blog stesso, che ha dei limiti di impaginazione, ma è pratico ed efficace
    – una applicazione web a fianco del blog, dedicata più alla raccolta di testi (e meno alla discussione)
    – una maggiore collaborazione con Wikipedia e il suo progetto di letteratura

    Questo potrebbe essere lo spunto per riprendere in mano la questione delle licenze dei testi che qui appaiono (attualmente copyleft).

  12. andrea barbieri il 21 ottobre 2005 alle 21:33

    Jan mi fido delle tue competenze: dai grafici in poi credo che tu sia considerato un Jigoro Kano dell’informatica (“divenne 12° dan, l’undicesimo rimase vuoto a rimarcare l’incolmabile abisso che lo separava dagli altri praticanti” :-)
    Io volevo dire che “aprire” non è necessariamente “linkare”, anzi a volte troppi rimandi possono insabbiare un pensiero.
    Nazione Indiana naturalmente dovrebbe aprire il più possibile e non insabbiare mai nulla.

  13. Dario Voltolini il 23 ottobre 2005 alle 00:24

    Non lo so come si possa fare per convincere Parpaglioni a tornare sui suoi passi. Forse non bisogna nemmeno farlo. Però sorprende che Quiritta smetta le pubblicazioni, dato che il suo potenzile pubblico è molto numeroso. Come passare dalla potenza alla realtà, io non lo so. Innumerevoli sono le case editrici che potrebbero contare su un grande pubblico, ma poi questo pubblico non si fa mai vedere. Boh.
    Io ho pubblicato un libriccino con Quiritta e mi sono trovato molto, ma molto bene.
    Scopro però in rete che il mio editore lascia.
    In un blog di cui non faccio più parte.
    Che mondo è?
    Senz’altro, curioso.

  14. Bartolomeo Di Monaco il 23 ottobre 2005 alle 13:05

    @ Voltolini

    Peccato davvero che tu ed altri ve ne siate andati. Sono contento, ad ogni modo, che NI si sia ripresa, e stia crescendo (secondo me, ovviamente). Ma la tua presenza, come quella degli altri, sarebbe stato stimolante . Ti si può leggere da qualche parte?

  15. Luca Tassinari il 23 ottobre 2005 alle 17:10

    Dario Voltolini, il pubblico a cui si rivolge Quiritta è numericamente irrilisorio, e credo che questo Parpaglioni lo sapesse anche prima di partire, o no? Credi che uno che pubblica le Rime di Federico II si aspetti di fare un colpo da centomila copie? Il pubblico di Quiritta s’è fatto vedere comprando trentacinquemila copie dei libri pubblicati da Quiritta, o no? E adesso quel pubblico è molto dispiaciuto dalla chiusura di Quiritta. Molto dispiaciuto, al limite dell’incazzatura, caro Voltolini.

    Apposta quel pubblico chiede se per caso ci sono margini per evitare l’ennesima morte annunciata di un piccolo editore che non si curava solo di far numeri. Apposta lo chiede a uno che, avendo pubblicato con Quiritta, magari una mezza idea di cosa fare ce la potrebbe avere. Apposta s’illude che non ci sia solo voglia di recriminare o di piagnucolare: perché il pubblico di Quiritta non è solo dispiaciuto dalla chiusura di Quiritta, ma è umiliato dalla chiusura di Quiritta, è offeso dalla chiusura di Quiritta, perché lui, il pubblico di Quiritta, quello che poteva fare per Quiritta – ovvero comprare libri pubblicati da Quiritta – l’ha fatto per anni.

  16. Dario Voltolini il 24 ottobre 2005 alle 02:14

    Luca, ma io che ne so di come si può fare per Quiritta in particolare? Parpaglioni è libero di fare e di decidere, ci mancherebbe anche. Come autore Quiritta io sono semplicemente grato al pubblico di Quiritta e all’editore. Al limite dell’incazzatura permetti che ci siano anche gli autori Quiritta. Non so bene cosa tu volessi dire con il tuo post, magari non ho capito.
    Bartolomeo, grazie per volermi leggere. Speriamo presto in libreria!
    D

  17. Roberto Parpaglioni il 24 ottobre 2005 alle 13:31

    Gentile Tassinari, caro Voltolini,
    vi ringrazio per la passione che mettete nei vostri commenti. Questo vuol dire che la meteora qualcuno l’ha vista, e tanto gli è piaciuta che vorrebbe tornasse. Vi ringrazio, davvero.
    Tuttavia, vi invito a credere che se sei anni di duro lavoro quotidiano vengono oggi abbandonati alla deriva, è solo al termine di una lunga e tormentata riflessione. Quiritta è mia, l’ho inventata io, porta nel suo logo e nella denominazione delle sue collane tracce del mio cognome. Ho rischiato, felice di rischiare, per il bene della nostra letteratura. Identificandomi con l’impresa, quasi come ci si identifica con il proprio romanzo. Eppure ho perso. Questa è la verità: ho perso.
    Circa un mese fa, un settimanale di destra mi ha ripetutamente dileggiato, raccontando quanto poco possa essere stimabile una persona che metta a disposizione di altri il proprio tempo ed il proprio denaro. Come se io fossi un buon figlio di papà che non sa come buttare i suoi soldi.
    Senza dover sottolineare quanto mi sia difficile utilizzare la mia logica per intercettare il senso di quella che, dalle parti di chi mi dileggiava, viene utilizzata per costruire un pensiero, prendo l’episodio solo come spunto per ribadire che la mia decisione è esclusivamente di carattere culturale. In sintesi, i lettori del nostro Paese non sono interessati al mio lavoro.
    Gentile Tassinari, io avrò anche stampato trentacinquemila copie, ma vogliamo andare a contare quante ne stazionano in magazzino? Le assicuro, sarebbe deprimente.
    Anch’io sono certo che i lettori del nostro Paese, potenzialmente, rappresentano una buona giustificazione per un’impresa come la mia. Il fatto è che loro, di Quiritta non sanno neanche l’esistenza. Così come ancora non lo sanno molti librai.
    Evidentemente qualcosa non ha funzionato. Qualcosa che agisce lungo il percorso che parte dalla tipografia ed arriva in libreria.
    La casa editrice ha funzionato, su questo non ho alcun dubbio. Colasanti, Trevi, l’ufficio stampa, la redazione, persone e competenze fuse in maniera esemplare. Il passaggio successivo, invece, non è mai stato contagiato dallo stesso entusiasmo.
    Caro Dario, guarda le reazioni successive all’intervista di Guerriero. Siete tu, Tassinari e pochi altri a preoccuparsi. Guarda anche su Lipperatura. La brava e cortesissima Loredana Lipperini ha fatto un link sulla stessa intervista. Ma dei settantasette (!) commenti, quanti sono dedicati a Quiritta? Ben pochi.
    Questo non vuol dire che i lettori sono insensibili, per carità.
    Vuol dire soltanto che Quiritta, nonostante il grande lavoro fatto in questi anni, non è riuscita a lasciare traccia di sé.
    Come dicevo prima: in Italia non c’è bisogno di Quiritta.

  18. Luca Tassinari il 24 ottobre 2005 alle 18:19

    Grazie per la risposta, Roberto Parpaglioni. Naturalmente non posso di discutere le tue scelte e le tue motivazioni personali. Capisco l’amarezza, lo sconforto, la delusione e anche la deduzione conseguente: chi me lo fa fare?

    A me resta un po’ sul gozzo questa tua decisione, però, specialmente per il modo in cui è arrivata, come il classico fulmine a ciel sereno. Dici hai deciso di mollare dopo una lunga riflessione, ma a me – il lettore, l’ultimo anello della catena, quello determinante per la riuscita dell’impresa – di quella lunga riflessione non è arrivato nulla. Non so cosa avrei potuto fare, se avesso saputo qualcosa prima, ma forse qualcosa più del niente che posso fare adesso.

    Può darsi che non ci sia bisogno di Quiritta, ma allora perché mi rode cosi tanto che non ci sia più?

    Ah, Voltolini, forse sono stato un po’ brusco nel mio penultimo commento: chiaramente non ce l’avevo con te, né con Parpaglioni. Diciamo che ce l’avevo con il porco mondo, ecco.

  19. Fainberg il 24 ottobre 2005 alle 22:22

    A luglio scrissi un post su Le finestre sul cortile, un libro che ho apprezzato molto, un libro originale, coraggioso. E’ stato il mio primo acquisto Quiritta; scoprire adesso che la casa editrice chiude mi fa doppiamente pentire di averla scoperta tardi.

    Per inciso, sarebbe interessante sapere qual è l’editore del giornale citato da Roberto Parpaglioni nel suo ultimo commento. A me, che ho appena infilato l’alluce nel mondo della piccola editoria, farebbe comodo capire un po’ meglio come funzionano certe dinamiche. Capire, soprattutto, quali sono le regole auree da seguire per evitare di venir dileggiati da un settimanale di destra tanto serio e imparziale nei propri giudizi. Così, giusto per fare poi esattamente l’opposto.

    I miei auguri più sinceri al signor Parpaglione,
    Orietta Mascaro

  20. beppe il 26 ottobre 2005 alle 21:05

    Caro Roberto, prendo la parola in ritardo, e come sempre mi accade, a caldo. Hai evocato Aelia Laelia, etichetta editoriale degli anni ’80: eravamo ragazzini allora, soprattutto eravamo ribelli, e forse un po’ cialtroni, al punto che nel nostro anarchico aristocratico modo di fare non davamo nessuna notizia degli autori né del libro, né in quarta di copertina né altrove. Altri tempi. Eravamo ribelli, cioè pubblicavamo libri “felici” (così dicevamo), che non trovavano spazio nella quadrettatura dei generi. Autori e forme inclassificabili, impreviste – che fossero di “giorgio messori & beppe sebaste” o di “amelia rosselli”. Abbiamo poi creduto che, sciogliendola, gli editori avessero “capito”, che ci fossero maggiori spazi per collocare forme nuove rispeto a quelle previste, senza renderci conto dell’omogeneizzazione che sempre prevale (la letteratura è sempre imprevista, mai quella che l’editore ci si aspetta per sottometterla alle collane). Ci illudemmo quindi della non necessità di uno spazio diverso. E mi sembra che tu fai lo stesso errore, pur non essendoti mai presentato come ribelle, ma essendo stato anzi un imprenditore vero (e non un cialtrone come noi di Aelia Laelia. Insomma, per dirla sempre molto a caldo, quello che non capisco – o che mi disturba – della tua decisione è che avresti potuto prenderla un anno fa, tre anni fa, e che viceversa potevi decidere adesso di APRIRE Quiritta, sì, proprio qui e ora, quiritta. Non mi convince la tempostica, che non è frutto di analisi. Non mi convince il tuo non avere partecipato, con tutta la modestia che desideri, alle varie forme associate di un’editoria detta “minore” (spero non per mezzi economici, ma per scelte culturali e politiche) che in questi anni e mesi si avvicendano in Italia, in varie regioni. No, non sono d’acordo con te, e forse hai enfatizzato troppo l’importanza di alcune delusioni che non ti dovrebbero turbare -lo Strega, il settimanale di destra (che poi è anche peggio: è quello di Dell’Utri) ecc. O forse dai troppa importanza ad altri modelli: gli editori grtossi e vncenti. Scusami la provocazione, ho pochissimo tempo e smetto di scrivere, interrompendomi perché avrei altro da dire. Un caro saluto a te e agli Indiani (P.S. : Roberto, dopodomani sera devo fare una conferenza sulla “editoria che resta”: peché non vieni? In effetti, parlando anche di Quiritta – il pubblico me lo chiederà – sono molto, molto imbarazzato).

  21. […] Qualche giorno fa è balzata agli onori della cronaca (si fa per dire) una triste notizia: la casa editrice Quiritta chiude i battenti. Come dici, o lettore aduso allo zapping internettico più inconcludente? Non te ne sei accorto? Be’, stavolta non è tutta colpa tua. La notizia è stata riportata solo da un paio di blog, Nazione indiana e Lipperatura, e dai commenti ai relativi articoli mi pare di intuire che molti dei lettori letterati della blogosfera italiana manco sanno cosa sia o dove stia di casa, la casa editrice Quiritta. O, se lo sanno, poco importa loro che il suo fondatore Roberto Parpaglioni abbia deciso di chiuderla. […]

  22. […] La chiusura imminente di Quiritta è ufficiale. Lo ha dichiarato Roberto Parpaglioni, fondatore e direttore editoriale della casa editrice romana, nel corso di un’intervista su Nazione IndianaLa notizia è rimbalzata su Lipperatura e su Vibrisse, provocando, fra i lettori della rete, numerosi commenti di sorpresa e solidarietà nei confronti dell’ «editore gentiluomo».Nei suoi sei anni di vita, e con l’intento dichiarato di “muovere i lettori verso un rinnovato interesse per la letteratura italiana”, Quiritta si è meritata la stima del pubblico e della critica più esigenti, grazie alla sua riconosciuta vocazione alla qualità. Avvalendosi della consulenza editoriale di Arnaldo Colansanti e di Emanuele Trevi, ha pubblicato venticinque opere, suddivise in due collane, una di classici e una di contemporanei, con autori del calibro di Giorgio Manganelli, Raffaele La Capria, Dario Voltolini, Beppe Sebaste, Enzo Siciliano. […]



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