Dalla Malaparte (III) Sud n°5

20 ottobre 2005
Pubblicato da

LA GUERRA NELLA PELLE
di
Frédéric Beigbeder
traduzione di Martina Mazzacurati

Vivo in un mondo in guerra, ma non ne risento. Non ho la percezione della violenza perché sono cresciuto in un paese protetto, in un’epoca pacificata. Non ci capisco niente. La guerra, l’ho vista nei film e alla televisione: crepitio ridicolo, luci folgoranti nella notte, bombardamenti teleguidati. In Jugoslavia: carnai, epurazioni etniche; popolazioni vicine si massacrano in modo sistematico su prati verdi prima di sotterrarsi in foreste nere. Sembra che la stessa cosa sia accaduta da me poco tempo prima che nascessi. In Irak, c’è stato bisogno di un bel po’ di sbarchi americani per licenziare un baffuto dittatore. Come in Francia quaranta anni fa. In Palestina, i carri sparano su giovani lanciatori di sassolini. Cresciamo guardando queste immagini che non vogliono dire niente.
Passo il tempo a domandarmi a cosa serve la letteratura in questo nuovo secolo. So che è stupido: l’arte è inutile, e ogni volta che ha preteso il contrario è diventata nulla. Romanzi manichei, pitture politiche, teatro pompiere, poesia comunista… Poco male, corriamo il rischio – dopotutto, gli atelier sono fatti per questo. La mia teoria (presa in prestito da Kundera nell’Arte del romanzo) è che la letteratura serve forse a esprimere quello che è inesprimibile altrove. «La ragion d’essere del romanzo è di dire quello che solo un romanzo può dire». Sono quasi certo che non corrisponda per niente a quello che ha voluto dire Kundera, pazienza: personalmente ne traggo la conclusione che il romanzo deve provare a descrivere quello che le immagini non mostrano. Esempi: l’11 settembre, lo tsunami tailandese, la guerra. Malaparte ha scelto la guerra.
La guerra è una sequela di destini, un ammasso di corpi, un coacervo di disastri individuali. Come appropriarsene? I romanzieri rispondono: umanizzandola (così Stendhal con la battaglia di Waterloo ne La Certosa di Parma). La guerra è un’astrazione, altrimenti non sarebbe possibile. Appena i soldati diventano persone, fraternizzano. Come si può uccidere un nostro simile che ha angosce, bambini, una casa? Il romanzo è il contrario della guerra poiché si interessa al nemico invece di distruggerlo. Il linguaggio dei militari cerca di annientare la realtà: ad esempio, si dirà «danni collaterali» invece di «otto bambini bruciati vivi sotto gli occhi della loro madre». Il ruolo del romanzo è di scrivere «otto bambini bruciati vivi sotto gli occhi della loro madre», se possibile di citarne i nomi, il colore dei capelli, e come ha reagito la madre – è disperata, isterica, in lacrime, silenziosa? La bomba è entrata dalla finestra di un ospedale o è caduta sul tetto di una casa? Che tempo faceva quel giorno: cielo azzurro, nuvoloso, caldo, freddo? E il rumore: che rumore fa un missile balistico? Fischia o ruggisce? Il suono è sordo o stridente? Ha il sopravvento sul grido dei bambini? E l’odore del fuoco: maiale carbonizzato, ossame allo spiedo, vesciche purulente sulla pelle, crateri d’organi violacei che puzzano di merda? E così via. Ecco dove voglio arrivare: Malaparte è riuscito laddove Hemingway ha fallito. In Addio alle armi, E il sole sorge ancora e Per chi suona la campana, un americano ha provato a far conoscere la guerra in Italia, in Francia e in Spagna. Ma la sua teoria dell’iceberg (non si deve mettere tutto sulla pagina, il romanzo deve essere la parte emersa di un iceberg invisibile) l’ha portato a restare fuori dell’orrore. Non si può mostrare la guerra restando eleganti. Non si può scrivere un romanzo di guerra senza sporcarsi le mani. Malaparte lo sapeva (ne La Pelle, evoca un Hemingway decadente, al Sélect di Montparnasse, nel 1925). Ecco perché questo eroe sceglie di non essere eroico.
La Pelle è un quadro gotico, c’è qualcosa di Goya, di Bosch, Breughel o Francis Bacon (ci sono addirittura i nani del Velasquez!). Malaparte esprime il punto di vista dei vinti che fanno finta di essere liberati. Il popolo napoletano ne La Pelle, è come il cittadino di Bagdad oggi. Se voglio capire quello che succede nel 2005, devo leggere un romanzo del 1949 che si svolge a Napoli nell’autunno del 1943. La Pelle è un romanzo autobiografico, grottesco (nel senso rabelesiano), surrealista, assurdo, lirico. Solo così si rende sopportabile. Visto che quello che racconta è insostenibile, ignobile, disgustoso (i bambini che conficcano chiodi nella testa dei soldati tedeschi, la scena della vergine toccata da marmittoni americani, ecc.). Se un autore descrivesse più o meno fedelmente la guerra, il lettore dovrebbe vomitare a ogni pagina. Curzio Malaparte vuole terrorizzarci ma vuole anche che lo leggiamo fino in fondo. Ecco perché, invece di spianare le meccaniche di Hemingway, gioca il ruolo dei perdenti. Un romanziere di guerra, è spesso un winner travestito da loser. Se fosse un vero perdente, non potrebbe più scrivere il suo romanzo! Hitchcock dice a Truffaut: «Innocente in un mondo di colpevoli». Malaparte dice: «Colpevole in un mondo colpevole quanto me». Sceglie deliberatamente di collocarsi al di là del bene e del male.
«Napoli è una Pompei mai seppellita». Malaparte vuole dipingere un nuovo cataclisma: l’America. Pensa che l’America sia peggio del Vesuvio! In Kaputt (e nella sua guerra), Malaparte ha lottato contro i Tedeschi. Mussolini l’ha buttato in prigione, non ha più niente da dimostrare, è a posto, imbattibile sul livello del politicamente corretto. Ha il suo brevetto di resistente antifascista (anche se sente il bisogno di ostentarlo nel preambolo de La Pelle). Può quindi permettersi di contestare l’Impero del Bene. Immaginate di aver liberato il vostro paese affianco all’armata americana. Decidete di scrivere un romanzo per raccontare questa avventura straordinaria. Quand’ecco che, invece di descrivere la vostra nobiltà d’animo e il vostro eroismo, cominciate col presentare il vostro liberatore come teppista colonizzatore che lascia solo corruzione al suo passaggio. Tutto questo prendendo in giro il vostro paese, mostrando un’Italia devastata, stracciona: un paese di ladri, di puttane e di mendicanti. La Pelle non è uno sputo nella minestra ma una Pompei d’ingratitudine! E non è tutto: Malaparte critica Malaparte. Denunciare la turpitudine è più coraggioso quando se ne fa parte. No ai narratori puri! La Pelle è un romanzo impuro come la guerra. Non ci sono guerre pulite. «È una vergogna vincere la guerra», dice l’ultima frase del libro.
Il partito preso dell’inizio de La Pelle è di constatare che in una guerra tutti sono morti dall’inizio, che una guerra è solo una lotta tra morti. La guerra è come la vita: una storia di cadaveri condannati. La guerra accelera la vita, la risveglia (da cui le numerose scene di sesso, di prostituzione). «Crediamo di lottare e soffrire per la nostra anima, ma in realtà si lotta e si soffre per la propria pelle». La pelle non può proteggere le ossa. La pelle è quello che ci separa dell’esterno ma anche il punto di contatto con il reale. I nostri corpi sono circondati da pelle « flaccida, che pende dalla punta delle dita come un guanto troppo largo». La Pelle è un romanzo sensuale: vi si trovano odori, suoni, colori. È una storia piena di rumore e di furore raccontata da un eroe che si fa passare per un idiota! «Have a drink, Malaparte».
Vorrei far capire quello che ho provato leggendo La Pelle: è stata la prima volta che ho sentito la guerra. Qualcosa di orribile era successo qualche anno prima della mia nascita e nessuno me ne parlava. Ho letto La Pelle all’età di sedici anni perché un compagno di liceo me l’aveva consigliato. Avevo appena scoperto Viaggio al termine della notte e mi aveva detto che era la stessa cosa, anzi meglio, perché Malaparte parlava della Seconda Guerra mondiale, più vicina a noi. Questa lettura mi trasformò. Per la prima volta nella mia vita, un romanzo mi faceva respirare il profumo dei morti che l’Europa mi nascondeva. I professori di storia evitavano la questione della vigliaccheria francese, della disfatta francese. Alla televisione, tutto era bello e pulito: i nazisti avevano perso, gli Americani ci avevano liberato. I buoni avevano liquidato i cattivi. Ma il mio popolo era in campi opposti e mio nonno non me lo diceva. I due grandi tabù della mia infanzia: i Francesi non sono gentili, e gli Americani nemmeno. Un altro tabù stava crollando (grazie a Günter Grass e W. G. Sebald): anche i Tedeschi hanno sofferto! Ci sono più scoop nei romanzi che nella stampa.
Da questa lettura, mi sono persuaso che i romanzi devono dire la verità, soprattutto se è apocalittica. La bellezza è solo un modo di dire la verità. «Le distruzioni possono essere belle» (Kundera, Lo Scherzo). La guerra è seducente: oh oh! ma abbiamo il diritto di scrivere una cosa simile? Sì, è anche un dovere. Come pure: la morte è magnifica, l’orrore è glamour, gli attentati sono sexy, la tortura è erotica, la pornografia è romantica, il romanzo è amorale, e non c’è niente di più estetico di uno tsunami su Phuket. «Avevo passato la notte con Ling, una adolescente dalla pelle color miele, scovata all’Extasy-a-Gogo, 50/51 Rat-U-Thit Road, con solo 3000 baht, e sorseggiavo placidamente la mia prima Singha Beer al bar di Patong Beach, quando all’improvviso gli uccelli hanno cessato di cantare». (Incipit de L’Horaire préféré de la catastrophe di Frédéric Beigbeder, Grasset, in uscita nell’agosto 2008). La mattina è l’orario preferito della catastrofe. Il maremoto è arrivato alle 9.45, alla stessa ora dell’11 settembre.

– Non c’è bontà, dice Jack, non c’è misericordia in questa meravigliosa natura.
– È una natura cattiva, dico io, ci odia, ci è nemica. Odia gli uomini.
– Ama vederci soffrire, dice Jack a bassa voce.
– Ci fissa con occhi freddi, pieni di odio e di disprezzo.
– Davanti a questa natura, dice Jack, mi sento colpevole, indegno, miserabile. Non è una natura cristiana. Essa odia gli uomini perché soffrono.
– È gelosa delle sofferenze degli uomini, dico io.
(Malaparte, La Pelle , 1949)

Quello che amo nei romanzi: si apre un libro sulla Seconda Guerra mondiale e si parla di una catastrofe naturale che data 26 dicembre 2004. I romanzi non sono lì per chiarire le cose, ma per complicarle. Quello che vediamo è meno vero di quello che leggiamo. I grandi romanzi custodiscono un segreto: la bugia che rischiarerà le nostre esistenze. La verità è nascosta da qualche parte, in una finzione. Ma quale? Mi sfugge come una bella donna. La cerco senza tregua, a volte la leggo, un giorno proverò a scriverla.

3 Responses to Dalla Malaparte (III) Sud n°5

  1. franz krauspenhaar il 20 ottobre 2005 alle 16:13

    Malaparte secondo me è stato uno dei migliori scrittori europei- e quindi con lui andiamo al di là dell’ambito della letteratura italiana- del 900. Visionario e viscerale nella scrittura e dandy trasformista nella vita. Italiano (anche nel senso peggiore del termine) fino al midollo. Anzi, ancor di più: toscano. Secondo il mio modesto parere non si può prescindere da Malaparte se si vuole parlare di grande letteratura europea del 900. Può anche essere disturbante per gli stomaci più sensibili; ed è a mio avviso giusto separare quello che egli fu come uomo (tutto sommato un egocentrico opportunista, sebbene capace di slanci di generosità eccezionali e di grande coraggio), dal grande giornalista che fa esplodere le sue pagine, non appena gli si presentano “grandi occasioni” di narrazione come il grande dolore di una guerra, in grande letteratura. Fu coerente nella sua contradditorietà, perché in ultima analisi non poté fare a meno di essere un uomo libero. Oltre a La pelle e a Kaputt, sono secondo me straordinari i suoi racconti di “Sangue” e le impressionistiche e impietose analisi di Maledetti italiani e Maledetti toscani. Fu in certo senso l’Hemingway dell’estroversione letteraria. Se Hem scrisse di guerra “in levare”, Malaparte ne scrisse mettendoci dentro le mani, anzi entrandoci dentro fino al collo, come fa notare qui Beigbeder.
    Questi tre pezzi postati e scritti da stranieri sono, tra l’altro, un gran bella testimonianza di come e quanto questo autore sia (credo) considerato all’estero. Ma da noi?
    Malaparte, dopo essere passato attraverso il fascismo, combattendolo poi apertamente assieme agli Alleati, diventando comunista e maoista, finì per chiedere l’assoluzione del Padreterno in punto di morte. Maledetto italiano; anzi italiano maledetto: ma fino ad un certo punto!:-)

  2. gianni biondillo il 20 ottobre 2005 alle 19:24

    Tra l’altro aveva una casa meravigliosa a Capri. Un vero caposaldo dell’architettura mondiale del ‘900.
    Vero Tash?

  3. Bartolomeo Di Monaco il 21 ottobre 2005 alle 12:14

    Quella casa è, se ricordo bene la descrizione che ne lessi, proprio su di uno sperone di roccia. La volevano acquistare i cinesi, voglio sperare che sia rimasta nostra.

    Sono molto entusiasta – per quello che conta – di queste testimonianze straniere, che mi inducono a rileggere il libro postumo Mamma marcia, per poter inserire qualcosa di suo nella mia prossima raccolta di letture.

    Ringrazio Francesco Forlani. I miei suoceri (vivo nella loro casa, sono morti) mi raccontavano che la sorella di Malaparte veniva ogni tanto ad abitare in una villa dietro casa mia, ed è anche stata a casa mia, tanto tempo fa, quando ancora io ero lontano dal venirci a vivere.

    Bart



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