Il tè

24 ottobre 2005
Pubblicato da

di Harold Pinter

(In occasione del Premio Nobel per la letteratura recentemente conferito al drammaturgo inglese, pubblico questo racconto del 1963. Un anno dopo la B.B.C. commissionò a Pinter una commedia per la European Broadcasting Union. L’autore decise di usare il medesimo argomento per la scena; a suo dire, il meglio riuscito è il racconto. F.K.)

La vista mi si è indebolita.

Il mio medico è alto poco meno di un metro e ottanta. Ha una striscia grigia nei capelli, una sola. Ha una macchia marrone sulla guancia sinistra. I paralumi del suo studio sono cilindri blu notte. Con l’orlo d’oro, ognuno, identici. C’è una grossa bruciatura nera sul tappeto indiano del suo studio. Tutto il suo personale porta occhiali, non escluse le donne. Attraverso le veneziane odo gli uccelli del suo giardino. Ogni tanto compare sua moglie, in bianco.

E’ palesemente scettico sulla mia vista. Secondo lui, ho occhi normali, forse anche migliori del normale. Non c’è alcun segno evidente, dice lui, che la mia vista stia peggiorando.

I miei occhi vanno peggio. Non è che non ci vedo. Ci vedo benissimo.

Il mio lavoro va bene. Con la mia famiglia siamo amici da sempre. I miei due figli maschi sono i miei amici più intimi. Mia moglie mi è più vicina che un tempo. A tutta la famiglia, compresi mia madre e mio padre, sono legato da profonda amicizia. Spesso ascoltiamo Bach, seduti tutti insieme. Quando vado in Scozia li porto con me. Il fratello di mia moglie c’è venuto anche lui una volta, ha dato una mano nel viaggio.

Ho i miei hobby: per esempio mi diverto a usare chiodi e martello, o viti e cacciavite, o seghetti vari per lavorare il legno, costruire oggetti o renderli utili, trovando un impiego per cose che a prima vista sono da buttare. Ma non è facile riuscirci quando ci vedi doppio, o quando l’oggetto ti accieca, quando non ci vedi per niente, o quando l’oggetto ti accieca.

Mia moglie è felice. A letto so come usare la fantasia. Facciamo l’amore con la la luce accesa. Io la osservo intensamente, lei osserva me. La mattina lei ha gli occhi che brillano. Glieli vedo, le brillano attraverso gli occhiali.

Per tutto l’inverno c’è stato cielo sereno. Pioveva di notte. Al mattino il cielo era terso. Il rovescio era la mia arma più potente. Presa posizione di faccia al fratello di mia moglie, dall’altra parte del solito vecchio tavolo, tenendo la racchetta impugnata leggera, col polso morbido, cercavo il momento buono per lasciar partire il mio rovescio sulla sua destra, e lo osservavo scattare (scosso) e mancare il colpo, annaspare e fare la faccia lunga. Il mio dritto non era altrettanto forte, né così veloce. Com’era da aspettarsi, lui mi attaccava a destra. Nella stanza c’era un risuonare di colpi, sulle pareti un rimbalzare di gomma. Com’era da aspettarsi, lui mi attaccava a destra. Ma nel momento stesso in cui ero tutto sulla destra, col peso bilanciato in modo perfettamente naturale, mi era facile usare il rovescio, imbattibile, e lo osservavo annaspare, imbarcarsi in una scivolata e perdere il colpo. Erano partite combattutissime. Ma non è più così facile, ora che la pallina da ping-pong la vedi doppia, o non la vedi affatto, oppure ti accieca volandoti contro come un proiettile.

Sono contento della mia segretaria. Conosce bene come funziona la ditta, e lavora con passione. Una donna di completa fiducia. Telefona a Newcastle e a Birmingham a nome mio, e non si fa prendere in giro da nessuno. Al telefono la rispettano. Ha una voce suadente. Il mio socio e io siamo d’accordo nel dire che ci è preziosa. Il mio socio e mia moglie parlano spesso di lei quando noi tre ci vediamo per prendere il caffè o bere qualcosa insieme. Quando l’argomento è Wendy, sia lui che lei non sanno trovare elogi sufficienti.

Nei giorni di sole, e ce ne sono molti, nel mio ufficio tiro le veneziane per dettare. Tocco spesso il suo corpo gonfio e rotondo. Lei rilegge, gira la pagina con uno schiocco. Fa una chiamata a Birmingham. Se anche mi venisse in mente, mentre lei parla (tenendo il ricevitore con delicatezza, pronta a prendere note con l’altra mano), di toccare il suo corpo gonfio e rotondo, la telefonata andrebbe in porto lo stesso senza perdere il filo. E’ lei che mi benda gli occhi mentre io le tocco il corpo gonfio e rotondo.

Non mi ricordo che somigliassi ai miei due figli da ragazzo. La loro discrezione è straordinaria. Sembra che nessuna passione li smuova. Stanno seduti senza proferire parola. Fra loro due c’è solo uno scambio di strani borbottii. Non vi sento, cosa state dicendo, parlate forte, dico io. Mia moglie glielo ripete. Non vi sento, cosa state dicendo, parlate forte. Sono ragazzi grandi. Vanno bene a scuola, a quanto pare. Ma a ping-pong non valgono niente. Da ragazzo io ero uno sempre all’erta, entusiasta di tutto, volubile, comunicativo, e avevo una vista eccellente. Loro non mi somigliano in nulla. Hanno occhi velati e evasivi dietro le lenti.

Mio cognato fu mio testimone al nostro matrimonio. In quel periodo neanche uno dei miei amici era in Inghilterra. Il mio amico più caro, la persona ovvia da scegliere, partì improvvisamente per impegni di affari. Con suo grande dispiacere, fu dunque obbligato a rinunciare. Aveva preparato uno splendido discorso in onore dello sposo, da pronunciare al ricevimento. Mio cognato ovvianente non poté pronunciarlo lui, perché menzionava l’amicizia di lunga data fra Atkins e me, quando invece mio cognato di me sapeva assai poco. Si trovò quindi di fronte a un difficile problema. Lo risolse facendo di sua sorella il clou del discorso. Ho ancora il regalo che mi fece, un temperamatite intagliato, balinese.

Il giorno che Wendy si presentò per essere assunta portava una gonna stretta di tweed. La sua coscia sinistra carezzava senza sosta la coscia destra, e viceversa. Tutto questo avveniva sotto la sua gonna. Mi sembrò la segretaria perfetta. Ascoltò i miei consigli con occhi spalancati, attenti, le mani allacciate calme, composta, prosperosa, grassoccia, rosea, gonfia e rotonda. Era evidente che possedeva una mente viva e indagatrice. Si pulì le lenti tre volte, con un fazzoletto di seta.

Dopo il matrimonio mio cognato chiese alla mia cara moglie di togliersi gli occhiali. La scrutò ngli occhi. Hai sposato una brava persona, disse. Ti farà felice. Siccome al momento lui non stava facendo nulla, gli proposi di lavorare in ditta insieme a me. Rivelatosi un uomo attivissimo, con un ottimo fiuto per gli affari, diventò presto mio socio.

Il buon senso di Wendy, la sua perspicacia, la sua discrezione sono un contributo inestimabile per la nostra ditta.

Con l’occhio al buco della serratura odo che tubano, qualche gridolino strozzato. La fenditura è nera, solo lo svesti-svesti struscia contro il mio timpano, l’ansare e il dimenarsi del loro momento di beatitudine. La stanza mi pesa sulla testa, ho il cranio raggrinzito sulla maniglia d’ottone, odiosa, che non ho il coraggio di torcere per timore di vedere nera a stridere e sgrigliolare la mia segretaria, contorcersi cieca nella trippa del mio socio, il suo intrico selvatico.

Mia moglie si è chinata su di me afferrandomi. Mi ami, mi ha chiesto. Certo che ti amo, le ho sputato nelle pupille. Te lo proverò, te lo devo provare, che prove ho, che prove restano, prove mai date. Prove, tutte prove. (Da parte mia, decisi di adottare uno stratagemma più astuto, più allusivo). E tu mi ami, le ho ribattuto.

Il tavolo da ping-pong coperto da righe di bava. Le mie mani ansimano per impadronirsi della palla. I miei figli stanno a osservare. Mi incitano. Forte, da tifosi fedeli. Sono commosso. Ripiego su colpi, su vecchi trucchi ormai senza senso, rovesciate, tagliate di destra e di sinistra, smorzate, bluffo più che posso. Colpisco la palla a naso. I gemelli acclamano i miei sforzi con scoppi di entusiasmo. Ma mio cognato non è un fesso. Schiaccia, schiaccia ancora e ancora, attaccandomi a fondo sulla destra. Io allungo e scivolo, annaspo, inchiodato con occhi che non vedono la sua racchetta che schiocca.

Dove sono i miei martelli, le mie viti, i miei seghetti?

Come ti senti? Mi chiede il mio socio. La benda è a posto? E’ annodata stretta?

La porta ha sbattuto. Dove stavo? In ufficio o a casa? Era entrato qualcuno mentre il mio socio usciva? E lui, era uscito? Un vuoto di voci, questo strusciare, scricchiolare, stridere, sgraffiare, gorgogliare, annaspare inutile che udivo? Qualcuno versava il té nelle tazze. Cosce tonde (di Wendy? di mia moglie? di tutte e due? scostate? avvicinate?) tremavano su tacchi a spillo. Bevevo a piccoli sorsi. Un liquido gradevolmente ristoratore. Il mio medico mi saluta con effusione. Non ci vuole niente, vecchio mio, a togliere questa benda. Prenditi un biscotto. Ho rifiutato. Gli uccelli si sono messi a fare il bagno nella loro vaschetta, ha detto forte la sua moglie bianca. Tutti si sono precipitati a guardare. I miei figli hanno fatto volare in aria qualcosa. Una persona? Ma no. Non avevo mai sentito i miei figli in una forma migliore. Chiacchieravano, ridacchiavano, discutevano con entusiasmo dei loro studi con lo zio. I miei genitori stavano zitti. La stanza sembrava piccolissima, più piccola di quanto la ricordassi. Sapevo dove stava ogni cosa, ogni piccolo particolare. Ma l’odore era cambiato. Forse perché c’era troppa gente. Mia moglie scoppiò in una risata troncata da un singhiozzo, come le capitava di fare nei primi tempi del nostro matrimonio. Perché rideva? Qualcuno le aveva raccontato una storiella? Chi? I suoi figli? Poco probabile. I miei figli stavano discutendo dei loro studi col mio medico e sua moglie. Vengo da te fra un attimo, vecchio mio, mi dice forte il mio medico. Nel frattempo il mio socio aveva fatto salire su un piedistallo adatto le due donne, mezze svestite. Quale dei due corpi era più gonfio e rotondo? Lo avevo dimenticato. Raccolsi una pallina da ping-pong. Era dura. Mi chiedevo fin dove le aveva denudate. Busto o parti basse? O forse adesso stava alzando le lenti per passare in rassegna i fianchi gonfi e tondi di mia moglie, i seni gonfi e tondi della mia segretaria. Come potevo accertarmene? Muovendomi, toccando. Ma era impensabile. E poteva essere che uno spettacolo simile avesse luogo sotto gli occhi dei miei stessi figli? Avrebbero continuato a chiacchierare e a ridacchiare, come stavano tuttora facendo, col mio medico? Ne dubito. Peraltro era un sollievo avere la benda ben tirata, e annodata stretta.

(Traduzione di Flavia Marenco)

4 Responses to Il tè

  1. alessandro broggi il 25 ottobre 2005 alle 10:56

    Bravo Krauspenhaar!

    E’ il testo in prosa di Pinter che preferisco (in effetti lo volevo inserire nel nuovo numero dell’Ulisse – http://www.lietocolle.com/ulisse – ma ora dovrò cercare qualcos’altro :-)) );

    lo si può leggere anche su Dialoghi e monologhi (Gremese, 1992).

    Comunque: che maestro di laconicità, di asciuttezza, di precisione! Che sguardo! Mi domando, e vi domando: c’è qualcuno in Italia che fa/ ha fatto un lavoro simile con la prosa (a parte alcuni autori di teatro, come certe cose di Edoardo Erba)?

    Un saluto a tutti.

  2. andrea il 25 ottobre 2005 alle 11:11

    Gran pezzo…splendidamente arido…
    grazie superFranz!
    saluti
    andera

  3. andrea il 25 ottobre 2005 alle 11:12

    correggo: Andrea ;)

  4. francesco forlani il 25 ottobre 2005 alle 12:00

    disarmante
    grazie franz



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