Il buio dentro gli occhi

25 ottobre 2005
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di Marco Rovelli

Lo incontri in biblioteca, Said. Mi volete clandestino, ma non mi tagliate fuori dal mondo. Legge i giornali, parla, discute. Come ha sempre fatto, anche in Marocco. Devi mantenere il tuo sguardo, per salvarti, per non farti sommergere dall’inesistenza alla quale ti hanno condannato. Così Said continua a esercitare il suo sguardo sulle cose del mondo – con lucidità, e mente acuta.
Deve essere per questo che la sera del 2 marzo gli riesce ancor più intollerabile.
E’ successo nel CPT di Bologna, la sua città. E’ la sua città da quindici anni, ormai. Era la sua città prima del 2 marzo, lo è rimasta dopo.

E’ domenica. Ma quando il tempo è sospeso non c’è riposo. Il ritmo di quel vuoto ha sempre lo stesso battito irregolare.
Alle dieci di sera, Said sta nella sala tv. Sullo schermo c’è un programma che scorre, ma è giusto per avere la percezione del movimento che lo si tiene acceso. Un ragazzo chiede a un altro di prestargli cinquanta centesimi per un tè. Gli altri parlano. Quelli che hanno voglia di parlare. Non è un parlare fitto. Si parla giusto per tener su il tempo.
Negli intervalli tra le parole, il rumore della pioggia sulla tettoia delle celle. Poi un rimbombo. Non un tuono, ma urla. Ci si zittisce, si scatta, si corre a vedere. Un battito più forte, più irregolare.
Di là dalla grata i carabinieri hanno preso due ragazzi che avevano appena provato a scavalcare. Da quella parte della grata ci sono le stanze della croce rossa, il gabbiotto della polizia, l’infermeria. Ma è l’unica via di fuga possibile. Li trascinano verso il gabbiotto, spintonandoli, gridandogli contro. Said e gli altri urlano, Lasciateli stare. Sanno già cosa sta per succedere. Sanno anche, però, che non saranno le loro urla a fermarli. E questo li fa urlare ancora di più.
I due ragazzi sono uno tunisino e uno russo. Hanno fatto amicizia, sono arrivati a fidarsi l’uno dell’altro. Per scappare bisogna fidarsi del compagno, con lui devi essere un unico corpo. Se lui inciampa, inciampi anche tu. Devi essere coordinato. Non è detto che basti, però. Infatti a loro non è bastato. I carabinieri li hanno consegnati ai poliziotti, scambio di testimone, anche se testimone non è la parola giusta, in queste situazioni di testimoni non ce ne devono essere, e comunque questi signori nessuno non possono certo testimoniare niente, chi gli crederebbe, la loro parola contro quella di un pubblico ufficiale la cui parola vale doppio, figuriamoci. Questi signori nessuno non hanno parola, sono muti, non sono sordi ma sono muti, allora che sentano pure.
E i senza parola sentono, ché non sono sordi, sentono le urla dei loro compagni, del compagno tunisino e di quello russo, che vengono dal gabbiotto, li stanno picchiando. Allora qualcuno sale sulla tettoia, e svitate le lampadine le lancia contro il gabbiotto della polizia. Altri vanno davanti al cancello d’ingresso e lanciano sacchi dell’immondizia. Altri ancora vanno in fondo al cortile, staccano un pezzo di grondaia, lo lanciano oltre il cancello.
Gesti dimostrativi, i poliziotti continuano a fare il loro lavoro, a chi è senza parola non resta che urlare più forte, e questo è intollerabile per chi comanda. I poliziotti escono dal gabbiotto con i due ragazzi, che hanno sangue addosso, e quel sangue non c’era quando erano entrati. Li portano fino al cancello, dietro al cancello c’è Said che fa resistenza insieme ai suoi compagni, non vogliono rappresaglie. Aprono il cancello quel tanto che basta per far entrare il russo e il tunisino, poi richiudono.
Altri poliziotti, intanto, sparano con gli idranti contro chi sta sulla tettoia. Questi cominciano a scendere, ma qualcuno resiste. Uno non vuole smettere di urlare, non ce la fa più a tacere: vive in Italia da anni, lui è marocchino ma i suoi due figli sono nati in Italia, sono italiani ormai, e lui adesso dovrebbe star zitto e lasciarsi deportare, abbandonare la famiglia, la sua vita, no, questo non è possibile farlo senza resistere. Continua a urlare. Lo convince a scendere il caposquadra della Croce Rossa, della sua parola ci si dovrebbe fidare. Vieni giù, gli dice, E’ finito tutto, non ti facciamo niente. Lui scende, dall’altra parte della grata, e invece giù, pugni e calci delle guardie. Su un altro, che aveva resistito con lui fino in fondo, piove addosso un pezzo di cemento, uno di quelli che erano stati lanciati dall’altra parte, un poliziotto ha deciso di restituirglielo.
Una scarica di colpi, e poi sembra finita. Sono tutti tornati nelle stanze, qualcuno è andato nella stanza della tv, ma adesso la tv è spenta, qualcuno beve un caffè cercando di smaltire la rabbia. Said era tornato in stanza, poi un compagno gli ha chiesto di andare a prendergli un caffè, Non ce la faccio, gli ha detto, Vai tu per favore.
Said li vede quando esce dalla stanza. I poliziotti si sono messi in tenuta antisommossa, si sono bardati di scudi, caschi e manganelli. Spedizione punitiva. Guai ai vinti. Insieme a loro Said vede il responsabile della Croce Rossa, che è il solo ad avere tutte le chiavi del campo. Said corre nella stanza del caffè, Stanno arrivando, grida, Chiudiamoci dentro. Come topi in trappola, certo, sono sei topi in trappola, e sanno bene che chiudersi dentro non servirà a fermarli. Ma è come per le urla, questo è l’unico modo di affermare la propria esistenza: resistere, anche se la resistenza è votata al fallimento.
I poliziotti sono davanti alla porta, adesso. Cominciano a picchiare sulla porta con i manganelli. Un compagno di Said ci prova, Ispettore, dice, non c’è bisogno che sfondi la porta. La apriamo e ne parliamo, dice. Non sa – o forse sì, lo sa, ma è sempre il grido della disperazione – che questo peggiora la sua situazione: loro sono uomini senza parola, e parlare non è cosa che gli compete. Infatti l’ispettore non accetta di trattare. No, dice, Io la porta la sfondo, e vi sfondo anche a voi. L’ispettore sì che è un uomo di parola. Appena entra lo colpisce col suo manganello. Poi entrano altri dodici guardie. Dodici, come gli apostoli. Sembrerebbe un particolare inventato per un racconto, questo. Invece è tutto reale. Le manganellate, poi, sono realissime, come realissimo è il sangue che si sparge dappertutto, sulla macchina del caffè, sulle sedie, sulla tv. A Said gli aprono la testa e gli rompono un dito.
Quando hanno fatto, e non è restato più nessuno in piedi, se ne vanno. Lanciano dei lacrimogeni e si chiudono la porta alle spalle. Nella stanza non ci sono finestre, si soffoca, ma i ragazzi non hanno il coraggio di alzarsi e uscire. Sentono urla, dalle altre stanze. Tocca a tutti, non deve mancare nessuno all’appello. Bisogna che gli si scriva sul corpo, a ognuno di loro, che sono uomini senza parola.
Finito l’appello, tutti quanti vengono radunati nel corridoio, in fila. Sono stati tutti scritti con cura, ma è evidente che ci vuole un sigillo, una firma ben chiara e indelebile. Il sigillo dura tre ore. Tutti in piedi, esposti a nuove manganellate, pugni, schiaffi. A Said un poliziotto particolarmente creativo spacca lo scudo in testa. Sputi in faccia, insulti gridati nelle orecchie. E tu che devi stare fermo, immobile, per non subire di peggio. Accanto a Said qualcuno sviene. Un agente gli mette un piede sul torace, come il cacciatore sulla bestia accoppata, guarda soddisfatto la sua collega, E’ un motore a tre cilindri, questo bastardo, funziona ancora.
C’è anche l’agente, ricorda Said, che va in giro col telefonino a far foto ricordo. Chi è il più bello? Poi si ferma davanti a Said e gli scatta una foto. Said resta immobile, come deve essere per una foto ricordo. Guarda l’obiettivo, tiene gli occhi bene aperti. E vede che il responsabile della Croce Rossa, quello che ha aperto il cancello, quello che dovrebbe essere l’umanitario, guida la polizia, segna a dito i detenuti, quelli buoni e quelli cattivi, non gli fa mancar nulla. E i poliziotti fanno tesoro delle sue indicazioni. Due di loro stanno sulla porta, quando arriva il medico avvertono, il medico non deve vedere il pestaggio in diretta, è rischioso, lui può parlare. Il medico viene, uno alla volta porta la gente in infermeria, gli dà i punti, li rimanda indietro. Non vede nulla, ma nemmeno vuol vedere. Come tanti, troppi, nelle italiche marche della fortezza Europa.

– Non avete capito che qui comanda la polizia? che questo è un territorio separato dall’Italia? che la legge l’hanno fatta per noi? Non avete capito che possiamo fare tutto quello che vogliamo? Se non volete andare al vostro Paese in carne e ossa, vi ci facciamo andare noi a pezzi, pezzi di merda…

Questa la litania delle guardie così come viene ricordata da Said. Le parole che hanno accompagnato i gesti inscrittori, i gesti-erpice, al fine di distillarne il senso politico. Ma Said, che da sempre esercita il suo sguardo sulle cose del mondo, non aveva bisogno di questa chiarificazione.
Dice: Secondo me è stata un’azione preparata nei più piccoli dettagli, per dare l’esempio agli ospiti del CPT che quel posto è tagliato fuori dal mondo e che in quel posto solo la polizia detta legge. Noi clandestini, come ci chiamano loro, dobbiamo solo subire, perché, come ci dice la polizia, non abbiamo diritto a denunciarli. Siamo carne da macello, solo quello.

Ma Said, insieme ad altri compagni, non ci sono stati. Non gli è bastata, quella scrittura di botte sulla carne, a fargli memoria del loro mutismo. Continuano a parlare. E hanno denunciato i loro torturatori. Non tutti, però. Alcuni sono stati rimpatriati immediatamente. Tra loro, anche il ragazzo tunisino che aveva provato a scappare.

Nel momento in cui scrivo Said ha il ricorso pendente. Il permesso di soggiorno per motivi di giustizia non gli è stato rinnovato dalla questura, ma il Tar ha emesso una sospensiva, grazie alla quale se viene fermato non lo riportano in un campo. Così Said continuare a camminare per le strade di Bologna. A lavorare in nero. Ma soprattutto può continuare a esercitare il suo sguardo sul mondo. E resisterà finché non gli strapperanno gli occhi, e la lingua.

Così scrivevo solo qualche giorno fa. Oggi, 20 ottobre 2005, è tutto cambiato. Gli occhi glieli hanno strappati, a Said.
Mi ha appena chiamato Simone, il suo avvocato, ti passo Said. Domani scappo, vado via dall’Italia. Ho paura. Non mi lasciano vivere. Mi hanno ripreso, mi hanno pestato di nuovo. E’ stato lo stesso di allora, il comandante del campo, quello che ha sfondato la porta di vetro.
Lo hanno preso ancora, qualche giorno fa, mentre aiutava un amico a portare le valigie alla stazione. Aveva la sospensiva del Tar, un decreto che aveva sospeso il rifiuto della questura di rinnovare il permesso di soggiorno. Questa sospensiva avrebbe dovuto metterlo al sicuro. Invece lo hanno portato in questura, e di lì, ignorando il decreto del tribunale, di nuovo nel CPT di via Mattei. Quattro giorni.
E’ peggio di prima, molto peggio. Adesso ci sono le sbarre dappertutto, sulla testa, sui lati, è come stare in un pollaio. Non c’è più il cortile, ci sono solo pochi metri fuori dalle celle, un piccolo spazio comune per tre celle, non basta per tutti, si sta chiusi ventiquattr’ore al giorno.
Dopo quattro giorni è arrivata la revoca della carcerazione, Said non può stare nel CPT, deve uscire. Quando è andato in questura a prendere la revoca, c’era l’ispettore ad aspettarlo. Lo ha portato nel bagno. Lo ha preso a schiaffi. Gli ha sputato in faccia. Lo devi capire che comandiamo noi, gli ha detto. E’ inutile che gridi, siamo in questura, qui nessuno sente, qui nessuno vede.
C’era la revoca della carcerazione, ma Said lo hanno riportato di nuovo nel CPT. Neanche dentro ci credevano, quando lo hanno rivisto. L’avvocato ha parlato col giudice, e col suo intervento (nessun nuovo decreto, il decreto c’era già) lo ha fatto uscire ancora.
Devo scappare, domani lascio l’Italia. Ho paura. Questi sanno dove abito, posso venire a cercarmi quando vogliono. E se mi mettono della droga in casa, e poi fanno la perquisizione, chi mi crederebbe? Vado. Dove vai, gli chiedo, Sai già dove andare, hai degli amici che ti possono ospitare? No. So solo che devo scappare dall’Italia. L’unico legame che gli rimarrà, da domani, sarà il cavo telefonico con l’avvocato. Per il resto, il nulla. Bologna non sarà più la sua città.
Di fronte a me c’è il buio, mi dice Said.
Finalmente gli occhi sono riusciti a strapparglieli, i cani.

(Questa è uno delle storie che costituiscono il libro ‘All’altezza degli occhi. Storie migranti dai CPT’, di prossima uscita)

[you can find an english translation of this post on italyfalling.blogspot.com]

35 Responses to Il buio dentro gli occhi

  1. Bartolomeo Di Monaco il 25 ottobre 2005 alle 18:41

    Stento a credere, Marco, che sia accaduto un fatto così grave. Ma il giudice, al quale Said, sia pure tramite l’avvocato, avrà certamente raccontato, portandone i segni sul corpo, ciò che gli è accaduto, non ha fatto nulla?

    Bart

  2. marco rovelli il 25 ottobre 2005 alle 18:59

    Purtroppo, caro Bartolomeo, di fatti così gravi ne succedono troppo spesso, nei CPT. Bolzaneto e la Diaz sono tutti i giorni, per i clandestini. Mi chiedi del giudice. Le “forze dell’ordine” si sentono impunite, e legittimate in quel che fanno da una mentalità diffusa che vede l’immigrazione come problema. Ma i giudici tendono a credere alla loro parola, di solito, e tendono a dare meno della metà del valore a quella dei clandestini (sono gli avvocati a dirlo. A volte lo si è pure scritto nero su bianco). Vedremo quel che succederà nel caso di Said, il processo è in corso. Quanto al ‘secondo round’, quando Said è stato portato nel bagno, chi vuoi che gli creda? Lì – l’ispettore sa bene quel che dice – nessuno vede, nessuno sente.

  3. Bartolomeo Di Monaco il 25 ottobre 2005 alle 20:53

    Confesso, Marco, che mi trovo in una posizione un po’ conflittuale con gli immigrati, soprattutto maghrebini (spero di averlo scritto bene) e albanesi.
    Dopo i primi tempi che in famiglia compravamo qualcosa da loro, sono diventati numerosi ed insistenti, per cui abbiamo rifiutato di continuare. Uno di questi, un marocchino, per dispetto mi sfasciò il campanello e dovetti inseguirlo e consegnarlo ai carabinieri. Fino a poco tempo fa, veniva a trovarci un albanese, che faceva il manovale presso un’impresa che aveva fatto dei lavori per la mia famiglia, una persona davvero in gamba che abbiamo cercato di aiutare finché non ha preso la sua strada di lavoratore serio e onesto. Ha messo su un’impresa con i suoi fratelli, venuti a stare con lui, e si trovano bene.
    Però non tutti sono così, gli albanesi. Spesso si tratta di persone allo sbando, innocenti che si sono trovati a vivere tempi difficili, altre volte si tratta di delinquenti. Sta di fatto che io ho deciso di aiutarli con piccole offerte che, quando posso, invio alle missioni, essendo un cattolico praticante.
    E’ triste vedere persone costrette a lasciare la propria terra per venire a vivere in una condizione di grande umiliazione. Per questo, non mi piace come va il mondo. Quelli che potrebbero fare molto per risolvere i problemi, i cosiddetti potenti, i cosiddetti ricchi, non fanno niente, se non gesti simbolici. Gli altri, con le loro minime offerte in vestiario e denaro (come fa la mia famiglia), versano solo una sterile goccia nell’oceano della miseria che afflige la maggioranza dell’umanità. Mi sfogai scrivendo un libro sconosciuto Cigolò, per testimoniare l’impotenza e la rabbia.
    Nonostante, però, le mie riserve su taluni immigrati, il comportamento che hai denunciato, non solo è riprovevole, ma dovrebbe essere perseguito dalla giustizia. Altrimenti non c’è nessuna differenza tra noi e i mascalzoni che agivano ai tempi del fascismo in Via Tasso.

    Bart

  4. marco rovelli il 25 ottobre 2005 alle 21:15

    Caro Bartolomeo, leggo un certo scarto tra il racconto delle tue esperienze e la sorta di fastidio che senti (perdonami se traduco male ciò che tu dici ‘rapporto conflittuale’). Va bene, uno ti ha sfasciato il campanello: ha fatto una bastardata. Nulla rispetto a quelle vere, quelle grandi, che per la gran parte sono autoctone. Dopodiché, al di là dell’alabenese ‘buono’ che hai conosciuto, dici: ‘spesso gli albanesi sono così e così’: ma questa mi pare un’indebita generalizzazione, che oltre tutto prescinde dal caso concreto che hai citato. Ma il punto vero (politico) è che occorrerebbe un cambiamento di rotta, una vera e propria virata nelle politiche nei confronti dei migranti. Finché li conisderiamo un problema, saranno un problema (un classico caso di profezia autoavverantesi): se costringi qualcuno a vivere nell’ombra, senza garaznie, costretto a nascondersi, lasciandolo senza lavoro, senza casa, col miraggio impossibile del permesso di soggiorno, quello è il metodo migliore per spingerlo sempre più ai margini, creando conflitti, di cui ‘i potenti’ si sono sempre, nella storia, avvalsi. Questo è vero per ogni essere umano, a prescindere da etnie e culture.
    I migranti, oggi, hanno lo stesso ruolo in Europa detenuto dagli ebrei ieri. E’ di questo che dobbiamo preoccuparci. Essi sono l’Altro, il capro espiatorio, e insieme il sottoproletariato ipersfruttato e non riconosciuto come persona.

  5. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 25 ottobre 2005 alle 22:59

    Concordo su quanto scritto da Marco Rovelli. Ognuno di noi deve farsi carico, in prima persona, nel difendere, sostenere, “accettare”, aprirsi, dialogare con il cosiddetto “altro” da noi. Difendere significa INTERVENIRE, anche individualmente, e far sentire la propria voce, ogni volta (e succede, succede…) un lavoratore migrante viene accerchiato, umiliato, maltrattato, disprezzato… Accogliere, per me significa APRIRSI. Non avrei mai creduto che in Italia, paese nominalmente (con eccezioni, certo) cristiano si arrivasse a tanto… Nel luglio 2001 ero anch’io a Genova…. e ho visto cose che voi umani….

  6. helena janeczek il 25 ottobre 2005 alle 23:23

    Marco, ho letto il tuo pezzo dopo aver scritto l’ennesimo commento al thread di Colombati e mi sono sentita come chi ha perso tempo in (non mi viene in mente espressione se non questa, schifosa e infelice) seghe mentali…

  7. corpodibacco il 26 ottobre 2005 alle 00:55

    Storie terribili e rimosse, come troppe volte succede nella storia delle nazioni. E’ in questi episodi che la vera smorfia che il nostro paese ha preso si vede chiaramente. Niente palle, è una smorfia orrenda.
    Se vi interessa ho tradotto questa storia in inglese per il mio blog, ‘italy is falling’…

  8. gabriella fuschini il 26 ottobre 2005 alle 01:08

    Marco, il tuo lavoro è davvero prezioso. Da tempo seguo il tuo sguardo aperto su questo mondo sommerso di cui non si parla mai abbastanza. Che dire? non smettere mai di raccontare.
    Un caro saluto.

  9. Bartolomeo Di Monaco il 26 ottobre 2005 alle 08:24

    Caro Marco, confesso di trovarmi in difficoltà di fronte al problema dell’immigrazione. Gli esempi che mi riguardano e che ti ho citato più sopra lo dimostrano. Posso solo dirti che ammiro quelli come te che si adoperano anche fattivamente, e mi sento un egoista ed un uomo di sole parole. Ho una venerazione per i missionari, di ogni fede, laici e religiosi. Non sono più giovane e non appartengo, ahimè, a quella razza di uomini che non hanno età e non sentono le fatiche. La mia mente cerca un nido di quiete. Le mie curiosità e le mie attenzioni ai fatti della vita – fuori dal mio ambito familiare – si riducono sempre di più. Quando lavoravo, negli ultimi tempi cercavo di prepararmi alla nuova vita di pensionato che mi attendeva. Mi dicevo che il cambiamento sarebbe stato traumatico e dovevo arrivarci preparato. Ce l’ho fatta e ho vissuto la nuova esperienza con interesse e entusiasmo. Da qualche tempo sto ancora di più riducendo il cerchio intorno a me. Vorrei sentire il silenzio assoluto e prepararmi a quella che io chiamo la mia prossima nuova avventura. Non ho mai avuto tempo per conoscere me stesso, per riflettere su chi io sia, e sia stato. Ritengo – forse a torto – che gli anni trascorsi hanno potuto dispiegare tutto ciò che era nelle mie possibilità; ora non servono più desideri e ambizioni, ma è necessario raccogliersi, cercare il silenzio, riflettere, prepararsi. Mi sentirei di aver vissuto invano, se non riuscissi a trovare il tempo per riflettere su me stesso e sulla mia vita. Così i grandi temi dell’attualità: politici, sociali, ed altro ancora, scivolano sulla mia pelle trasformandosi in un vuoto che non scalfisce più il guscio in cui sto per rinchiudere definitivamente la mia vita. Il mio interesse per la letteratura è ancora l’unico a resistere perché è lì che sto cercando l’aiuto per comprendere anche me stesso.

    Non so se questa mia posizione abbia qualcosa dell’ignavia e del codardo. Io, da qualche anno, mi giustifico con gli altri dicendo che sono diventato un asociale, un orso, un uomo pigro. Il mio mondo sono la mia casa, la mia famiglia, il mio giardino. Vi passeggio solitario come muovendomi in un’altra dimensione. Sento di essere felice.

    Bart

  10. gina il 26 ottobre 2005 alle 09:05

    Bel pezzo, marco (ok:). C’è uno sbirro che governa bologna ossessionato dalla legalità. Ai suoi ruspisti l’indirizzo di via mattei doveva dare.

  11. andrea barbieri il 26 ottobre 2005 alle 10:48

    Oggi, alla rassegna stampa di radio3, un collaboratore della protezione civile ha spiegato che in caso di esondazione in meno di 40 minuti il campo sul fiume Reno sarebbe sommerso. Potrebbe accadere nottetempo, e ci sarebbero decine di morti. A quel punto si rimprovererebbe Cofferati di non avere, da tempo, sgombrato tutto. Finirebbe anche in galera.

  12. gina il 26 ottobre 2005 alle 11:04

    invece quel che accade nei cpt avviene alla luce del sole, vero vero?
    Vedo che hai colto esattamente il senso della mia osservazione.
    del resto hai ragione, alla luce del sole, i cpt NON ESISTONO, morti e torturati NON ESISTONO, quindi i cpt non esistendo, non possono nemmeno essere rasi al suolo dalle ruspe. e va tutto meravigliosamente bene. Avanti così!

  13. wovoka il 26 ottobre 2005 alle 11:30

    I fatti descritti sgomentano, danno l’impressione che l’immane problema dell’immigrazione non possa essere affrontato in piena luce, e che sia meglio lasciar fiato alle opposte retoriche, navigando “a vista” per quanto riguarda le misure concrete. Nessuno sa quando l’ “opportunità” (per alcuni una pacchia) si trasformerà in incubo. Il “sistema” ha per certi versi bisogno di migranti – gli servono masse umili e laboriose da opporre alle preesistenti, invecchiate, pigre e “viziate” – ma vi sarà certamente un limite, banalmente ecologico, oltre il quale il sistema collasserebbe, e nessuno sa dove un tale limite si ponga esattamente, anche se è ovvio che non potremmo assorbire tutte le popolazioni in fuga dal terzo mondo senza distruggere questa fragile società. Nella situazione attuale, porre dei limiti (cioé lasciare della gente fuori di casa nostra a morire di fame) espone ancora alla vergogna, ma nel caso il degrado generale dovesse aumentare di molto, i cuori si indurirebbero prontamente, c’è da giurarci. Quindi non so che dire: ridurre il problema allo spirituale, alla semplice questione individuale dell’atteggiamento di apertura verso “l’altro” (aspetto correggibile pedagogicamente, diamo un po’ di soldi ai creativi della pubblicità progresso) mi sembra un po’ una fuga dalla realtà. Bart avverte inquietudini che Marco non avverte, e che lo rendono meno “aperto”. Applausi a Marco e solo un “pat-pat” di comprensione a Bart. Immagino che Marco professi un’apertura illimitata, da associarsi a qualche messianico ribaltamento dell’ordine mondiale. Mi chiedo allora perché ancora non si invochi un intervento della nostra flotta, militare e civile, che eviti ai migranti quelle terrificanti odissee: se si pensa che ci servano, oppure che sia giusto condividere quello che si ha, sarebbe più coerente andarceli a prendere attivamente, evitando lo scandalo dei nuovi mercanti d’uomini. Cominciamo a richiederlo, Marco? Oppure quelle difficoltà frapposte ci sono abbastanza “utili” per graduare il flusso, dandoci un po’ di tempo per prepararci? C’è il sospetto che molti artisti e intellettuali pensino “ah, beh, questo non compete a me..”. I costi, i rischi, le alienazioni sono sempre compiti altrui, io però mi soffermo sempre a parlare con l’immigrato come una persona, lo tratto alla pari, ne indago con interesse la cultura, e nel caso mi chieda aiuto lo indirizzo con precisione verso le strutture preposte.

  14. andrea barbieri il 26 ottobre 2005 alle 14:20

    Gina, viviamo in uno Stato che ha delle leggi quindi se decidi di impegnarti in una battaglia per migliorare le cose occorre rendersi conto di quali sono le strade da seguire. Quando tu fai una specie di sberleffo a Cofferati chiedendo di mandare le ruspe verso il CPT di Bologna l’unica cosa che puoi ottenere è creare argomenti a favore di quelli che i CPT li trasformano in lager.
    Cofferati infatti non gestisce il CPT di Bologna. La gestione è appaltata dalla Prefettura all’Associazione Misericordia. Governo – Prefettura – Ass. Misericordia sono i primi anelli della catena che a volte porta agli abusi. Prima, come evinci dal pezzo di Marco, la gestione era appaltata alla Croce Rossa. L’Associazione Misericordia é presieduta dal fratello del ministro Giovanardi che dopo l’avvicendamento del Governo ha cominciato a vincere appalti in tutta Italia.
    E’ contro il Governo quindi che devi rivolgere le tue lamentele, ma in una forma diversa dall’evocazione delle ruspe.
    Puoi per esempio lamentarti per le somme astronomiche che l’appaltante ottiene (da 60 a 100 euro pro capite pro die, esiste una sentenza della Corte dei Conti in questo senso).
    Puoi, come fanno certi giornalisti http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?m1s=null&m2s=a&idCategory=4791&idContent=1129502
    ma anche come Marco Rovelli, cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica su episodi di abuso delle forze dell’ordine.
    Ora non riesco a verificarli ma i dati sopra sostanzialmente dovrebbero essere esatti.

  15. gina il 26 ottobre 2005 alle 16:42

    Andrea, ti assicuro, non vivo sulla luna. E non ho mai affermato che cofferati gestisca i cpt. Quella di mandarci le ruspe era una battuta, te l’ho pure spiegato, ma fa niente. legalità: per formazione ed esperienza ne so abbastanza, grazie. forse dovresti informarti un po’ di più sulla politica securitaria, specialmente in questo periodo, specialmente in campagna elettorale. Su cosa convenga focalizzare l’attenzione dal punto di vista istituzionale. E su cosa no. Su cosa sta succedendo, e cosa no. cofferati è un buon esempio di snodo, e sdogana. e anche una assaggio, dritto sui denti:) d’altronde è un muscolare e non da ora, di ciò che ci aspetta se vinceremo le elezioni. Mi fermo qui.
    ciao

  16. marco rovelli il 26 ottobre 2005 alle 17:54

    @ Bartolomeo
    Ascolto l’esposizione della tua esistenza come si ascolta il racconto di un itinerario spirituale. In silenzio.

    @ Andrea
    E’ vero, Andrea, il Reno potrebbe esondare. Ma lo sai anche tu che non è certo per questo che Cofferati ha sgomberato. Quindi non diamo fiato alle false coscienze. Se intervieni, intervieni democraticamente, dialogando con le persone coinvolte, affrontando insieme a loro modalità di intervento, propsettando soluzioni al problema. Altrimenti queste res gestae sono poor laws de facto. La cosa abominevole, invece, è che Cofferati – contro la logica stessa che dà ragione dell’esistenza di un sindacato – dice, Io non tratto con le associazioni di migranti, ma con le persone stesse. Ora, è proprio rifiutando questa logica, che i sindacati sono nati. Affermando la necessità di azioni collettive. I padroni volevano trattare con gli operai uno a uno. la contrattazione collettiva (così come la nascita dei partiti) affermava il contrario. Ora Cofferati ha perso completamente la memoria, e ha fatto propria la logica dei padroni.
    Quanto alle testimonianze che de-scrivo: non si tratta solo di abusi polizieschi. Si tratta di una mentalità nel suo complesso che è responsabile. perché gli abusi polizieschi non sono che il terminale di tutto ciò che lo precede. E ciò che lo precede sono la logica del campo ( e dello stato d’eccezione (ovvero il filo nero della storia del novecento) e la chiusura nei confronti del diverso: è per questo, perché si sentono legittimati dalla mentalità dominante, che i poliziotti fanno quel che fanno.

    @ Wovoka
    Quello che io richiedo non è l’invio di flotte, Wovoka. E’ il mutamento di mentalità. E’ il cambiamento delle politiche che fanno dell’Europa una fortezza. Non servirebbe l’invio di flotte, allora, perché non ci sarebbero neppure esodi terrificanti. Immagina che, invece della chisura all’immigrazione, ci fosse una politica di flussi graduati. Poichè chi intraprende questi esodi sa benissimo di rischiare la vita, e che ci sono ottime probabilità di perderla, se avesse la possibilità di entrare in modo diverso, magari non subito, magari tra qualche anno, con forme di collaborazione tra Paesi, allora forse non si metterebbe in viaggio. E se ci fosse una diversa accoglienza (che parte da una diversa mentalità, certo, ma che predispone misure effettive, estremamente concrete, e che non rientrano in un libro dei sogni), chi continuasse ad arrivare come clandestino non sarebbe rinchiusonel circolo vizioso in cui si trova adesso.
    Dunque non si tratta di essere umanitari. Si tratta di essere realisti.
    Ma si tratta pure di non doversi schierare sul crinale delle necessità. Siccome i rapporti di forza oggi sono a mio sfavore, non per questo io debbo cessare di lottare per un loro rovesciamento. Non ci sono soluzioni al di fuori di questa, e dunque non posso cessare di tenere la barra verso quella dritta. Questo per me è realismo. E’ il punto dove utopia e realismo coincidono.
    Peraltro, è noto: Siate realisti, vogliate l’impossibile. E se smettessi di volere l’impossibile, non potrei più guardarmi in faccia. Si può scegliere di essere Antigone, invece di Creonte. Questo, per me, è etica. L’etica non può che essere visionaria. (Wovoka lo era, mi pare.)

  17. emma il 26 ottobre 2005 alle 18:37

    Anche io guardo con preoccupazione all’atteggiamento di Cofferati.
    Non mi piace l’arroccamento sul tema della “legalità”, quando i problemi non sono solo quelli della “legalità”.
    Non mi piace il compiacimento per la (propria) volontà di non-mediazione; non capisco perché su problemi come questi ci si debba compiacere di non mediare.
    Mi sembra pericolosa questa larvata (o esplicita) insofferenza verso le questioni dell’immigrazione, insofferenza che ci tocca trasversalmente un po’ tutti, senza sconti.

  18. Non_si_dice_il_nome il 27 ottobre 2005 alle 01:04

    Libri e aricoli, articoli e libri e ancora libri e articoli. Mi sono rotto i c…….i di libri e articoli che parlano di queste cose. Sono in est europa da 12 anni: ho aperto una società che fa software e paga bene (troppo, e le autorità del luogo sono venute a rompere perché lo stipendio era troppo alto e creava problemi, adeguato e ora il resto lo paghiamo in nero). Con gli altri tre “suonati” che mi hanno seguito in questa avventura abbiamo deciso di reinvestire TUTTI gli utili guadagnati sul posto in parte allargando la struttura per creare altri posti di lavoro DIGNITOSI e non da sfruttamento, in parte adottando e “acquistando” un orfanotrofio della città che ci ospita. Ora hanno pure appeso una nostra fotografia all’ingresso e a me vien da ridere tutte le volte che la vedo perché già non sono bello e in fotografia sono ancora peggio.
    Sono anni che cerchiamo di far cacciare soldi a tutti quelli che conosciamo, e sono tanti e molti sono ricchi, dopo un po’ ci siamo stancati delle elemosine e abbiamo deciso di fare da soli, aiutati dalle infermiere, dalle dottoresse che seguono i bambini e dai programmatori del luogo che, dopo aver scoperto cosa si faceva, hanno deciso autonomamente di tassarsi del 10% del loro stipendio. Alcune delle Infermiere e delle Dottoresse sono ex puttane (noi preferiamo chiamarle sante) che praticavano in Italia o in altri paesi “civili” e sono state richiamate dalle colleghe rimaste là.
    Prima queste meravigliose donne, perché sono solo donne, guadagnavano dai 10 ai 15$ al mese, quando le pagavano…

    Siamo pure arrivati a una conclusione drastica: da noi l’emigrazione è diventata un business politico, economico, editoriale ed esiste solo una soluzione al problema emigrazione: far crescere e aiutare i paesi che ne hanno bisogno, che non debbano più venire da noi da disperati, ma da turisti! Ma pare sia più comodo e funzionale vederlo solo come un “problema” dei nostri governi e, a parte qualche associazione cattolica (e per me, non credente convinto, è un affronto) con la quale abbiamo collaborato per temi logistici, TUTTI gli altri preferiscono parlarne e affidarsi alla solita colletta che NON COSTA NULLA a nessuno, giusto il caffé del mattino. E, per favore, non parlatemi delle organizzazioni no-profit che si muovono solo con i soldi degli altri e pagando ai loro addetti stipendi che mi fanno vergognare! Oppure vogliono venire e, a fronte di uno sforzo minimo (parlo di sforzo economico, che siamo materialisti e delle parole non sappiamo che farcene), da strozzini, dettare le regole ed ergersi a moralisti.
    Si facessero almeno delle pressioni politiche serie e invece si utilizzano le situazioni che si ritengono limite per farsi pubblicità, scrivere libri o articoli e sentirsi buoni. Sì, sentirsi buoni: che pare diventato lo sport nazionale.

    Io NON mi sento buono: sono uno stronzo pieno di soldi e lo dico chiaramente e subito, per evitare equivoci: non passatemi mai davanti quando ci sono soldi di mezzo o un affare da chiudere, potrebbe essere pericoloso. Però lo so, ne sono cosciente, lo ammetto, ma almeno, assieme ad altri tre stronzi ricchi come e più di me, qualcosa stiamo facendo per NON FAR EMIGRARE LE PERSONE e senza fare la carità: che offende e umilia! Perché è questa l’unica soluzione possibile: non far emigrare e concedergli la possibilità di una vita dignitosa nel loro paese. Tutto il resto sono grandissime seghe a nostro uso e consumo.

    Scusate i francesismi, ma meglio essere chiari subito.

    E non fate come i tanti politici che abbiamo consultato, di destra e di sinistra, buoni solo per essere invitati a cena al ristorante di lusso di turno, meglio se con signorina accondiscendente per il dopo cena o grancassa sui giornali, locali o meno che fossero.

    Non mi firmo, ma la mia mail è arrivata: volete parlarne sul serio e provare a fare qualcosa di significativo? Scrivetemi. Il massimo che potrete aspettarvi sarà la vostra fotografia al posto della nostra, che non vedo l’ora che la tolgano che son brutto e l’ho già detto e non vorrei spaventare qualche bambino. Larissa, la dottoressa che segue l’orfanotrofio, potrà darvi tutte le informazioni del caso e il viaggio, per chi avesse intenzione di muoversi seriamente o appoggiando l’iniziativa in modo significativo o cacciando soldi veri (che altrimenti ci arrangiamo da soli), lo pagheremo noi.
    Dite che è poco? Può essere, ma una volta sistemato questo orfanotrofio, se interessa il tanto, ne abbiamo già altri due o tre in lista e anche qualche società nuova da aprire e che paghi dignitosamente. Solo l’imbarazzo della scelta.

    Scusatemi se la grammatica non è perfetta, ma l’ho scritto di getto, senza troppo pensare e scusatemi per i toni.

    Aspetto notizie. Non_si_dice_il_nome.

  19. andrea barbieri il 27 ottobre 2005 alle 09:45

    Il problema è sempre che esistono delle leggi per assegnare le case e i contributi. Queste leggi prevedono la valutazione di alcuni parametri che riguardano la singola persona o la famiglia (reddito, figli, ecc.) e non una trattativa con un’associazione. Queste leggi si informano a un criterio di uguaglianza secondo il quale, tra l’altro, situazioni diverse devono essere trattate diversamente. Le leggi potrebbero essere cambiate, ma succederebbe che persone che hanno più bisogno rimarrebbero fregate da chi sa organizzarsi e fare pressione, oppure da chi lavorando in nero può nascondere i redditi e ottenere più di quello che gli spetta.
    Casomai va potenziata quella garanzia che i Comuni prestano sul pagamento degli affitti, in modo che gli extracomunitari riescano a trovare facilmente le case.

  20. wovoka il 27 ottobre 2005 alle 09:50

    @Marco: specificando che la mia “critica” non intende spingersi fino a corrodere delle “idealità” che vanno anzi strenuamente difese, io non vedo proprio come una “garanzia di apertura” delle frontiere potrebbe rendere meno tumultuosi gli accessi, anzi. Ma questo è un problema tecnico, che dipende inoltre da molte premesse generali che non abbiamo mai realmente esplicitato (cosa ancora significhi appartenere a una nazione, diritti e doveri nei confronti della collettività ecc.) anche perché ci ritroviamo invischiati in esse fin dall’origine. E’ probabilmente questo che mi fa avvertire un certo senso di irrealtà, che si traduce anche nell’incongruenza logica dell’invio delle navi: se i migranti vanno accolti, allora non possiamo far finta di considerare il mediterraneo una fatalità verso la quale non possiamo fare nulla. “dobbiamo inseguire l’argomentazione dovunque ci conduca”, diceva qualcuno, questa applicazione parziale della logica, quasi una sorta di rimozione protettiva, mi impressiona un po’, mi ricorda alcuni casi descritti dall’antropologo Marvin Harris, come l’infanticidio nelle comunità povere brasiliane (mamme che leggendo la “chiamata dal cielo” nella gracile costituzione del loro infante, vanno poi di fatto a realizzarla allentando le cure parentali) o l’eliminazione per fame delle “vacche sacre” inabili al lavoro, in India.

    @non_si_dice: Intanto complimenti, poi certo, anche io mi chiedo continuamente quanto, “nel mio piccolo”, io possa o debba contribuire ad alleviare il pozzo di sofferenze del mondo. Lavoro anch’io nel software, ho una famiglia da mantenere e riesco attualmente a risparmiare circa 300 euro al mese, che vanno a costituire un piccolo accumulo di sicurezza, buono per riuscire a comprarmi un’altra auto senza far debiti nel caso io dovessi distruggere la mia in un incidente con colpa, ma sicuramente non riuscirò a mandare mio figlio nelle scuole migliori, nel caso dovesse confermare qualche buona predisposizione … potrei continuare con le scusanti, ma devo confessare che qualche sfizio, qualche spesa superflua, anche me lo tolgo, e che dissipo molto del mio scarso “tempo libero” ad inseguire soddisfazioni prettamente personali ed egocentriche. Posso quindi concretamente fare soltanto un po’ di carità, mentre qui posso provare a ragionare un po’ sui “grandi sistemi”, anche per orientare consapevolmente le mie scelte democratiche, quel piccolissimo potere che conviene comunque spendere bene. Si tratta di livelli differenti, suppongo.

  21. gianni biondillo il 27 ottobre 2005 alle 10:11

    “Non_si_dice_il_nome” hai le palle giratissime e ne hai ben donde. Però, scusa, che ne sai di cosa faccia nel concreto Marco Rovelli? Io so che combatte, si da da fare nel sociale. Che nella vita non ha fatto “i soldi” ma insegna a dei ragazzini fascitelli la tolleranza…

    Certo che parlare di businness editoriale nella colonna dei commenti di un blog che mette a disposizione gratis il proprio materiale è un po’ fuori luogo, non trovi?
    Io, nel mio piccolissimo, la coscienza ce l’ho a posto. Sono uno sqattrinato impenitente, vivo con la mia famiglia in un appartamento (in affitto, neppure di proprietà) di 2 stanze in 4 e non posseggo neppure una macchina (per la precisione non posseggo NULLA, neppure uno straccio di BOT). Ciò non toglie che quello che posso fare, concretamente, dal punto di vista della solidarietà, lo faccio.

    Non confondere: sono d’accordissimo su quello che dici, e ammirato per quello che fai (compreso il fatto che tu faccia I SOLDI!!! Cazzo, io non ci sono mai riuscito!!!). Non prendere sottogamba però il dovere di cronaca, il dovere dell’informazione, il dovere della testimonianza, che, a lunga distanza, può cambiare radicalmente le sorti di un’intera generazione di cittadini.

    In ogni caso, noi siamo qui. Inventiamoci un progetto, qualcosa che coinvolga noi, voi, i lettori di NI.
    Insomma proviamo a spaccare il culo ai passeri. Senza lagne. Senza incazzature.

    Rispondi qui, se vuoi. Per mio impedimento tecnologico non riesco a risalire alla tua email. Altrimenti ti lascio la mia: giannibiondillo@hotmail.com

    ciao, Gianni

  22. marco rovelli il 27 ottobre 2005 alle 11:15

    @Andrea
    Io credo che alle persone che stavano sul lungoreno spetti qualcosa di più di quel nulla che ora. Tu no?
    @ Wovoka
    Io invece credo che l’apertura (tecnica, tu dici: ma la tecnica ha sempre ha che fare con l’etica) sia assolutamente possibile. Il discorso sarebbe lungo (e io sto scrivendo durante l’intervallo della scuola), ma tutto sta a invertire la rotta. Ci son proposte concretissime su questo. Ma perché funzionino occorre un rovesciamento nella mentalità corrente. E sono d’accordo, occorre ragionare sulle premesse. E’ quello che cerco da fare da tempo, anche a scuola. (Sto giusto giusto facendo un percorso che parte dal concetto di nazione, attraverso nazionalismo e imperialismo, fino al toalitarismo – da Fichte a Hannah Arendt a Giorgio Agamben insomma – e di lì ai CPT).
    @ non_si_dice
    E’ squillata la campanella, ti rispondo dopo.

  23. marco rovelli il 27 ottobre 2005 alle 12:49

    @ non_si_dice
    Eccomi.
    Allora, posso comprendere la tua aggressività, l’irruenza tipica di ‘chi fa’, di colui che, quando comincia a fare, percepisce il resto del mondo come fatto di ‘nullafacenti’.,
    Voglio dire, si tratta di un orgoglio naturale, ma sempre a rischio tracimazione. E’ un orgoglio narcisistico. Esibisci, costringi gli altri a ‘ tirar fuori gli attributi’, giochiamo a chi ce l’ha più lungo. mi pare anche un po’ ricattatorio. Ma tu non sai chi hai davanti, e così facendo, costringendo a esibire, fai violenza a un’intimità. Non guardi il Volto dell’Altro, come dice Levinas. Certo, il Volto in una situazione web non c’è a prescindere, ma occorrerebbe, credo, parlare sempre con in sua presenza. Io ho fatto, e faccio. Ti basti sapere questo. Spero che non mi costringerai a dire di più (ma se mi costringi a farlo, te ne dirò). Per me, non sono cose da esibire a comando, ma solo in situazione. E’ la mia intimità. Scelgo io quando esporla (una parte ad esempio l’ho esposta a suo tempo sul mio blog: ma sono io che scelgo quando farlo) Ma poniamo che non avessi fatto: i termini della questione non muterebbero in maniera sostanziale.
    Ora, tu dici di avere i soldi, e di essere uno sronzo. La cosa non mi stupisce, del resto, ho sempre pensato che, come regola (ma certo, la regola vive dell’eccezione), per fare i soldi occorre devolvere la propria vita al denaro, alla scambiabilità, sopprimendo spazi per sé, per il proprio pensiero, per il proprio essere (qualcuno dice spiritualità, ma si può dire anche linguaggio), per la propria vita, per la propria crescita (come quella di una pianta che viene alla luce). Bene, tu me lo confermi. Però, mi dici, in questo cerchio di egoismo ho creato un’isola di altruismo. L’isola della ‘carità’ direi – in senso storicamente determinato, e non spregiativo. D’altra parte facevano così anche i banchieri cristiani, nel medioevo, i quali usuravano il tempo, laddove era peccato farlo poiché il tempo appartiene a Dio – e per questo lasciavano enormi somme alla Chiesa e a opera di carità, affinché la loro anima si purificasse e non si consumasse al fuoco dell’inferno. Cosa nobilissima, certo. Ma funzionale alla macchina nel suo insieme. Magari si può pensare che sarebbe meglio cessare di fare usura (o, per usare il tuo linguaggio, di fare lo stronzo) invece che continuare e mantenere l’isola della carità. E’ quello che ho fatto io tra l’altro: quando appena laureato mi offrirono un buon lavoro, pagato bene, con ottime prospettive, rifiutai. E’ una questione di disposizione. Il tuo discorso insomma potrebbe essere ribaltato. Dunque non ha valore di verità. (Dopodiché la parabola cristiana dell’obolo della vedova mi sembrerebbe piuttosto appropriata a questo caso).
    Secondo punto: avverto che hai fastidio per i ‘discorsi’. Anch’io, laddove si tratta di falsa coscienza, di maschere, di ipocrisia insomma. Il mondo è pieno di questo. Condividiamo la stessa avversione. Ma mi oppongo recisamente se si pensa all’inutilità del ‘fare coscienza’. Orientare il pensiero è cosa massimamente pratica, ed etica. Il pensiero è azione. Noi viviamo così come pensiamo,e come parliamo. Predisporre strumenti concettuali non è qualcosa di astratto: è necessario alla vita. Predenre coscienza delle cose è necessario a cambiare la vita (laddove cambiare la vita E’ trasformare il mondo – Rimbaud E’ Marx). Anche qui, invece, mi pare che tu ragioni per uno schema oppositivo.

    Passando al ragionamento politico, tu dici, Aiutamoli a casa loro. Benissimo, chi non è d’accordo? Siamo tutti d’accordo. Per primo il migrante stesso, che preferirebbe restare a casa sua. Anche il leghista è d’accordo, che non vuole trovarseli tra i coglioni. Ma quest’ultimo esempio chiarisce che non basta dire Aiutiamoli a casa loro. Si tratta di affermare questo entro una concezione del mondo piuttosto che un’altra. Il mondo che voglio io, è un mondo che assume le sue responsabilità storiche, e che lega una mentalità di apertura nei confronti dell’Altro (e dunque una politica di accoglienza) alla necessità di un mutamento delle politiche sociali, economiche, culturali ad ogni livello (dal WTO all’assessorato ai servizi sociali). Se non si legano le cose, si rimane nella carità. Nobilissima, ripeto, le dame di San Vincenzo sono impresa rispettabilissima, ma non si integra con i miei desideri. (Dopodiché io con ultra-cattolici ci ho lavorato, sono perfino stato a Medjugorje come tappa di un viaggio, ma si tratta d’altro).

  24. marco rovelli il 27 ottobre 2005 alle 12:56

    Ho dato invio lasciando il discorso non finito. Per non creare fraintendimenti: quando parlo di ‘concezione del mondo’ non parlo di ideologia. Il discorso di fondo è: le dame di San Vincenzo andavano ad assistere i poveri vecchi. Poi c’era chi lottava per avere la pensione. La pensione, anche se oggi ce la vogliono togliere, è stata una conquista sociale, di tutti. Questo io chiamo concezione del mondo. Come li aiutiamo allora? Ci vuole o non ci vuole una lotta politica che conquisti diritti sociali universali, che metta a fine allo sfruttamento economico e commerciale che perpetua queste situazioni, a cui non si cesserà di dover dare rimedio caritativo? E’ questa la questione di fondo, da un punto di vista politico. E anche qui, io credo che siamo nel dominio del concreto, concretissimo, e non di ‘discorsi’.

  25. andrea inglese il 27 ottobre 2005 alle 20:19

    bravo marco rovelli, è necessario fare cronaca dell’ingiustizia, anche se certe situazioni si ripetono identiche, con identica crudeltà, con identico orrore; noi sappiamo, ma dimentichiamo; e quando non sappiamo, vorremo subito dimenticare quello che abbiamo saputo;

    leggo solo oggi il tuo pezzo; ieri notte ho sognato di trovarmi circondato da una marea di poliziotti minacciosi, tutti bardati per dare botte, un’angoscia soffocante; poi sono finito nelle mani di un questore violento, che mi trascinava in un cesso, dove gli urinatoi intasati erano pieni di piscio, e temevo che il bastardo volesse cacciarmici dentro le mani o la testa;

    ogni tanto mi capita di sognare poliziotti che vogliono menare; un incubo; la peggiore violenza di cui ho avuto diretta esperienza nella mia vita, la più sistematica e spietata, realizzata da più persone assieme e con gli attrezzi più adeguati a fare del male, è stata quella della polizia e dei carabinieri; a Genova, certo, ma anche in altre occasioni; a Milano ricordo una caccia all’uomo dopo una manifestazione; è una cosa che non si dimentica;

    poi ho insegnato in carcere; per i detenuti è normale farsi menare; per i detenuti è ovvio che dietro le sbarre non esistono regole; o meglio esiste l’unica regola che ha già informato la loro vita, quella della violenza, di chi picchia più forte;

    il problema di cui tu parli, quindi, non riguarda l’immigrazione; ma riguarda il regime di illegalità a cui sono sottoposti gli immigrati; riguarda noi, le nostre istituzioni, la nostra incapacità di trattare in modo umano degli esseri umani;

    poi. l’immigrazione è una manna. Gli immigrati puliscono il culo alle nostre madri anziane, alle nonne, gli immigrati costruiscono i muri delle nostre case, camminando senza protezione sulle impalcature; gli immigrati raccolgono i pomodori che mangiamo; le immigrate danno la fica la bocca e il culo per farci godere; qui in francia gli immigrati hanno costruito la biblioteca nazionale, che è stata pensata e progettata da un europeo, poi puliscono le strade dalla merda dei nostri cani, poi costruiscono le strade sulle quali camminiamo

    PROBLEMA IMMIGRAZIONE??!!! Pensiamo a quanto lavoro degli immigrati si riversa nella nostra società, sostiene le nostre vite, le migliora, in cambio di salari ingiusti, bassi, di insulti, diffidenza, razzismo giornaliero, ecc…

    Detto questo, che è solo un pezzettino di discorso, aggiungo: bene investire all’estero, offrire opportunità all’estero, in paesi “poveri”, ecc., ma io sono ben contento che gli immigrati vengano da noi, che gli africani vengano da noi; spesso ci migliorano, perché nonostante tutto non si sono ancora robotizzati come noi evoluti europei; poi possono mandare i soldi a casa – che è modo migliore per migliorare le condizioni di esistenza nel posto da dove vengono;

  26. Non_si_dice_il_nome il 28 ottobre 2005 alle 14:57

    @Marco Rovelli, scusami per il commento pesante, ma questi argomenti mi fanno sempre incazzare e a volte mi capita di esagerare.
    Non era ovviamente un attacco personale, e se così ho lasciato intendere me ne scuso, ma una considerazione, se vuoi molto viscerale, e che nasce a fronte di esperienze negative che si sono sommate di anno in anno. Concordo sul fatto che si DEBBA parlare di questi temi e parlarne in modo schietto e non mediato e va benissimo che lo faccia tu che scrivi meglio di me e ti sai spiegare molto meglio.
    Però, e non prenderla come una considerazione personale che non lo è, tutti quanti facciamo troppo poco (io mi ci metto per primo sia chiaro). Un esempio banale: l’Italia è fra i paesi occidentali quello che ha il minor numero di adozioni a distanza continuative (quelle, per intenderci che durano più di due anni) e una simile scelta è compatibile anche con disponibilità bassissime: bastano 40 euro all’anno. Chi non ha 40 euro all’anno da spendere?

    In compenso abbiamo il maggior numero di adozioni internazionali (più o meno lecite) che alla fine creano quasi sempre grandi disagi. Personalmente, e tranne alcuni rari casi, vedo un simile atteggiamento (voglio il bimbo e lo voglio MIO) come una presa di posizione consumistica e di facciata. Ma lasciamoli dove sono quei bimbi e aiutiamoli a farsi una vita nel LORO paese che con quello che si spende (e sarebbe un bell’argomento da approfondire) per un’adozione internazionale di bimbi se ne crescerebbero almeno 10.

    Un’iniziativa che Nazione Indiana potrebbe appoggiare, magari inventandosi uno slogan, un logo, che ne so, potrebbe essere quella di far partire le adozioni a distanza di Nazione Indiana e magari, in una pagina collegata, metterci le fotografie dei “Piccoli Indiani” adottati e le loro lettere, le loro storie.
    E’ tutto quello che arriva, da un’adozione a distanza, ma sarebbe una musata terribile agli immobilisti e un sito come il vostro molto visitato, ben fatto e frequentato da gente conosciuta, potrebbe fare un’ottima pubblicità all’iniziativa.
    Magari potrebbe uscirci anche un libro da vendere e riutilizzarne il ricavato per altri “Piccoli Indiani” da adottare a distanza.

    Boh, è la prima cosa che mi è passata per la testa.

    Per il resto posso dirti, tornando al tuo pezzo, che l’ho molto apprezzato e mi è piaciuto perché non media, ci vai piatto ed è quello che serve: dire ciò che accade chiaramente.

  27. vins gallico il 28 ottobre 2005 alle 16:50

    Due giorni fa sentivo alla radio un politico tedesco (Geisler) che diceva: Bisogna risolvere i problemi dell’Africa sul posto (un po’ come propone N_s_d_i_n) ed impedire che vengano qui. Mi chiedevo a che diritto? Faceva poi la differenza fra i rifugiati polici e coloro che chiedono il permesso di soggiorno per motivi economici. Pare che la fame non fosse una motivazione abbastanza esaustiva.
    “Se apriamo i confini non salta tutta l’economia? è una di quelle domande tipo: Ma se tutti i cinesi avessero l’automobile? O se in Africa consumassero quanta energia consumiamo noi? – tutte domande poste dal nostro punto di vista e osservando la situazione attuale, pensando di poter modificare solo una rotella del sistema e lasciare il rsto così com’è.
    La prima soluzione è quella di aprire i confini (invece di sparargli addosso o di lasciarli sanguinare alle reti di protezione, cfr. Marocco), poi vedremo.
    Alderano (bravo!) rimane una delle penne più sottili e più competenti quando si parla di cpt.

  28. Non_si_dice_il_nome il 28 ottobre 2005 alle 17:20

    @Vins: la tua idea di aprire i confini e non porre limiti è quanto di più insensato si possa pensare. Con che risultato? Di svuotare le loro terre d’origine e riempire le nostre? Di andare ad alimentare il lavoro nero e i conflitti razziali?

    Una domanda Vins: quanti immigrati ospiti a casa tua? E non rispondermi con la solita tiritera del “vivo in un un monolocale di 40mq, guadagno poco, e menate varie”; se ti confronti con persone che vivono, forse, con 10$ al mese SEI RICCHISSIMO e potresti, rinunciando a qualcosa (cinema, libri, la pizza, che ne so), e ospitarne almeno un paio: non spendono come noi :-)

    Una piccola precisazione: io non intendo affatto impedire che vengano in Italia o vadano dove gli pare, solo mi piacerebbe (un’utopia, forse) vederli arrivare in Italia per libera scelta non perché portati dalla miseria. Magari come turisti, o studenti, o in cerca di impieghi che non siano solo quelli che nessun italiano vuol più fare.

    Un’altra domanda: oltre a sparlare di tutti i politici (nemmeno a me stanno simpatici se è per quello) e fare supposizioni inutili del tipo “cosa succederebbe se…”, mai pensato di cacciare, tutti gli anni, 40 euro e adottarti un bimbo? Con 200 potresti adottare anche la famiglia e avere la soddisfazione di ricevere, ogni tanto, le loro lettere, le loro fotografie, vederlo crescere tranquillo e magari, fra qualche anno, andarlo pure a trovare e farlo venire in Italia da persona LIBERA e non da disperato!

  29. andrea inglese il 28 ottobre 2005 alle 19:25

    a nsdin, su una sua osservazione puntuale: “quanti immigrati ospiti?”: ci sono vari ordini di problemi: 1) l’immensa diseguaglianza tra paesi ricchi e paesi poveri: questa cosa non la si modifica con atti di carità, per grandi e eccezionali che siano; per agire su questa diseguaglianza, bisogna agire a livello di politiche internazionali e nazionali;
    2) i flussi d’immigrazione si costituiscono col tempo e in relazione alle reali offerte che il paese verso cui si emigra presenta: se la grande parte di immigrati, legali e illegali, non venisse assorbita dal mercato del lavoro legale o in nero, non si sarebbe creato il flusso;
    3) il nodo politico e civile riguarda le strategie di regolazione di questo flusso; il problema esiste; le soluzioni proposte sono spesso delle non-soluzioni: pantani burocratici, oppure sono soluzioni disumane, che pagheremo e già paghiamo, imabarbarendoci
    4) tutte le iniziative personali hanno un loro valore e una loro importanza, adozioni a distanza, volontariato, aiuti diretti, ecc., ma quello che le istituzioni e lo stato possono fare la società civile non puo’ farlo; si tratta di soggetti diversi che agiscono su ordini di grandezza diversi

  30. marco rovelli il 28 ottobre 2005 alle 20:30

    NSDIN (scusa ma a fare gli underscore mi incasino..;-): anzitutto ti ringrazio per le scuse, comunque non ero offeso, avevo capito l’intenzione che ti muoveva, che li tuo discorso nasceva nobilmente. La tua idea sui Piccoli Indiani potrebbe essere interessante. Anzi, far sporcare le mani all’empireo della letteratura (in realtà: mostrare che le mani sono già da sempre sporche) potrebbe essere un gesto culturale di portata molto rilevante. Io mi spenderei, per questo. Però andrebbe pensata bene, e spiego perché. Ora, a livello individuale l’adozione internazionale è cosa buona (magari io la faccio già, chissà, magari anche Vins la fa, ma direi che questo elemento deve rimanere occultato: per trasferirla sul piano teologico – è solo un’analogia, è chiaro – io vedo le cose distinte come il teologo Barth: fede è una cosa, religione un’altra). Però, a livello di ‘opinione pubblica’ rischia di essere un facile lavacro, nel senso che fa pensare, Ok, facciamo già abbastanza, cosa dovremmo fare di più? Bene, ma quel di più, come già dicevo sopra, e come dice anche Andrea, è necessario. Per cui un’iniziativa del genere dovrebbe essere pensata come un’adozione ‘militante’, per dir così: non nel senso antico (e dunque, nemmeno militante…), ma connotata come gesto politico che prende senso e valore entro una costellazione ideale e pratica ben precisa. Insomma, parliamone, se interessa anche agli indiani titolari (io non lo sono, un titolare…)
    Dopodiché, tu dici, Vorrei che venissero da turisti. A me pare molto più irrealizzabile questo, che non l’idea di aprire le frontiere. In realtà il punto della chiusura delle frontiere è determinante. Poi non è detto che si debbano aprire totalmente e immediatamente – rispetto alle cose come stanno (citazione…) basterebbe anche parzialmente e gradualmente… Ma io credo che la barra vada tenuta sempre alla dirtta dell’apertura delle frontiere, poiché essa deve necessarimanete accompagnarsi a una radicale analoga e contestuale inversione della rotta nelle politiche mondiali.

  31. Non_si_dice_il_nome il 29 ottobre 2005 alle 01:09

    @Marco, nessun problema per me se la scelta dovesse essere quella di agire con discrezione, però l’idea potrebbe essere buona anche correndo l’inevitabile rischio di passare, come giustamente dici, per dei ‘lavacri’: se vuol dire realizzare qualcosa di positivo sono anche disposto a fare la figura dello scemo.

    La chiusura delle frontiere, con l’attuale situazione, per me è inevitabile: creerebbe più danni che vantaggi. E’ un discorso lungo impossibile da tracciare con dei commenti che corrono solo il rischio di essere parziali e interpretabili.
    Ho ben chiaro che sia tu che Vins che molti altri, potrebbero avere in corso adozioni a distanza, e probabilmente ho usato l’argomento in modo improprio per rispondere all’affermazione categorica di Vins, ribadita anche da Andrea Inglese, e legata all’inevitabilità dell’apertura delle frontiere che ritengo impraticabile per moltissimi motivi. Tema da discutere.

    Per quanto riguarda le strategie politiche e l’importanza delle politiche commerciali degli accordi Gatt/Wto mi trovate d’accordo: troppo potenti queste strutture, con una capacità di interferenza sovranazionale e non elette democraticamente, ma predeterminate. Sai qual è la cosa strana fra i politici e relativa alle normative WTO? Che l’unico politico italiano che ha prospettato l’uscita non solo dell’Italia, ma anche della UE dall’interferenza del WTO (ed è scritto in una relazione ufficiale) è stato, reggiti forte, Tremonti.
    Tra le altre cose argomentando pesantemente, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello economico le motivazioni che potrebbero portare a una simile scelta nel caso in cui il WTO non riveda alcuni approcci massimalisti e legati soprattutto alla “mercificazione” dei beni primari (acqua tanto per capirci).

    Mi fermo, è tardi, vengo da una cena di lavoro di merda e corro il rischio di scrivere stronzate. Saluto e vado a dormire e se dovesse partire l’iniziativa dei “Piccoli Indiani”, in qualunque forma, io ci sono.

  32. vins gallico il 29 ottobre 2005 alle 04:41

    @ Non_si_dice_il_nome.
    1) Sono immigrato io stesso.
    2) Non adotto bambini a distanza perché non credo nell’altruismo bensì nella solidarietà. La libertà e l’uguaglianza (sì lo so, paroloni vacui per alcuni, ingenui per altri) sono per me più importanti del buonismo. Non ho bisogno di mettermi a posto la coscienza con 40 euro…
    3) Ho avuto non pochi problemi giuridici per “difendere” migranti, clandestini, asilanti ecc.
    4) Parliamo sempre dalla parte di quelli che hanno il piatto pieno di cibo ogni giorno.

  33. daldivano il 29 ottobre 2005 alle 18:50

    Ci sono tantissime argomentazioni sul piatto ed è giusto che ci siano. Decidere quale sia meglio e prioritaria mi sembra inutile, sono tutte prioritarie. E’ importante confrontarci contemporaneamente con i “massimi sistemi” e con quelli minuti, parcellizzati, personali anche.
    Vale la pena di parlare dei diritti umani, delle questioni relative alla cittadinanza (in Italia, al momento, ci sono tantissimi bambini e bambine, ragazzini e ragazzine che pensano in italiano, parlano in italiano, mangiano italiano e giocano italiano: non sono cittadini italiani, per quanto concretamente lo siano).
    Vale la pena di discutere della sbarra al confine e dei modi per garantire la possibilità per ogni popolo di autodeterminarsi, e di fornire ai propri uomini e alle proprie donne un lavoro e la prospettiva di una “giusta” vecchiaia (passatemi il termine), di dare ai propri figli la prospettiva di una crescita (penso all’esempio dell’India). Importanti sarebbero anche le considerazioni sul debito, e sugli interessi accumulati, di questi paesi nei confronti di quelli più ricchi.
    Vale la penna di discutere delle politiche del WTO e di quelle delle case farmaceutiche.
    Ho brutalmente generalizzato e le cose andrebbero invece approfondite.
    Certo è che c’è bisogno di tempo per porre mano a queste questioni. L’adozione a distanza è un compromesso, sì, lo è (come è un compromesso invitare in Italia i bambini di Chernobyl per qualche mese all’anno, altro compromesso), però il tempo passa, i massimi sistemi vogliono volontà politica (in tutti i sensi) e una pratica spesso lunga a venire, nel frattempo questi bambini non vedranno mai i vent’anni. Un saluto daldivano

  34. Non_si_dice_il_nome il 29 ottobre 2005 alle 22:50

    @Vins, mi sono convinto, col tempo e sbattendo la faccia, che libertà e uguaglianza non esistono per chi ha la pancia vuota e non sa leggere e scrivere e 40 euro non sistemano la coscienza, come non lo fanno 40.000 o 400.000, ma mettono un bambino nella condizione di imparare a leggere e scrivere e crearsi un futuro. Nel frattempo ci si muove per smuovere i grandi sistemi; chi ha mai detto che dopo i 40 euro uno si deve fermare?

    Per quanto riguarda i problemi giuridici, beh, soprassediamo che è meglio: potrei scriverci un’enciclopedia e non solo per quelli italiani :-)))

    Lo so che parliamo dalla parte di chi ha sempre il piatto pieno, vuotarlo un po’ non ci farebbe male e, passami la battutaccia, siamo tutti troppo grassi e mangiamo troppo.

  35. Sexy il 5 ottobre 2006 alle 15:32

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