Viva Zapatero
E viva anche il cavallo

6 novembre 2005
Pubblicato da

di Andrea Bajani

(In occasione dell’uscita nelle sale del film di Sabina Guzzanti ripubblico alcune considerazioni sulla satira scritte ai tempi della chiusura di Raiot. AB)

Coloro che per mestiere fanno ridere la gente hanno una lunga frequentazione con i meccanismi della censura: è un patto implicito, quello che regola la gestione non conflittuale della messa in ridicolo, o della traduzione in riso, di alcuni aspetti della vita associata. Si conoscono le regole e le si condividono, se per condivisione si intende l’accordo che rende possibile una coabitazione tra due parti. Finché la condivisione persiste, persiste la coabitazione. Nel momento in cui salta, scatta il fuorigioco e si rimette in discussione l’assetto complessivo: si fischia l’infrazione, si ferma il gioco e si concede potere di manovra a chi ha subito l’infrazione. Coloro che per mestiere fanno ridere la gente appartengono a una categoria, che per semplificazione chiamiamo “del comico”, che storicamente ha fatto alzare in più di un’occasione la bandierina del fuorigioco. Una categoria, e non la sola naturalmente, che ha fatto scattare più di una volta la tagliola della censura.

Ora: la tagliola della censura è per sua natura, e per tautologia, un meccanismo che rende impopolare chi la applica. È l’ultimo rimedio, e il più drastico, per ripristinare un assetto stabilito a priori da chi detiene il potere. Se da un lato rende esplicita una gerarchia, e dunque riconosce il potere a chi ne è detentore, dall’altro rende manifesto un atteggiamento aggressivo, dispotico, visualizza il coltello sotto il tavolo di chi detiene quello stesso potere. Se da un lato, quindi, legittima il potere nel suo essere tale, dall’altro ne mette in evidenza il deragliamento potenziale, la deriva autoritaria, antidemocratica, dittatoriale.

Il potere, e nel caso particolare il governo che ha fatto scattare le tenaglie censorie nel nostro paese, predilige la censura preventiva. L’aggettivo “preventivo”, come sappiamo bene, ha assunto negli anni una connotazione di aggressione giustificata, è un’imposizione taumaturgica della forza. Il “meglio prevenire che curare” ha subito una fatale metamorfosi ed è diventato “meglio prevenire e poi curare”: lancio la bomba poi mando le missioni umanitarie a riparare il danno, a suturare ferite, a riempire bare e barelle. Nel caso della censura, però, la prevenzione si traduce in un’aggressione silenziosa e subdola ai contenuti, nella loro totale e dispotica sottomissione alla comunicazione. La comunicazione, lo sappiamo tutti, è la prima parola d’ordine nei meccanismi di vendita di un prodotto. La comunicazione e la sua declinazione commerciale: il marketing. E altrettanto bene sappiamo che il nostro attuale governo si fregia di ridefinirsi in termini di impresa, di mercato. Il farsi impresa è il nuovo parametro ontologico del nostro attuale governo così come di buona parte del civilizzato mondo occidentale. Diventare imprenditori di se stessi, parafrasando una delle massime del presidente del consiglio, è il nuovo obiettivo dell’individuo, è la nuova release del “conosci te stesso”, un “conosci te stesso 2.0”: diventa manager delle tua persona, diventa dirigente della tua individualità.

La comunicazione, il marketing e la censura preventiva, dunque. Piuttosto che applicare la tagliola impopolare della censura autoritaria, è più opportuno, dicevamo, lavorare sulla prevenzione applicando i parametri della comunicazione. Ciò significa lavorare sulla semplificazione, sull’abuso del linguaggio, sullo stupro del vocabolario, sull’efficacia e coerenza dell’assunto esposto, e in definitiva sull’abolizione di ogni elemento di complessità. Conosciamo la brutta fine che hanno fatto le parole “libertà”, l’aggettivo “umanitario”, la “flessibilità”, la “prevenzione”, appunto. Che cosa è successo, in questo senso, al lavoro di quelle persone che per mestiere fanno ridere la gente? È successo che il comico, per usare ancora una volta questa semplificazione, è diventato una categoria che ormai pertiene più al marketing che alla teoria dei generi. Lo stesso accade con il noir, per fare un altro esempio, o con la fantascienza. Esistono delle fette di mercato da colonizzare, e il marketing si occupa di questo. È un fatto di marketing, dunque, e al tempo stesso di eliminazione dei conflitti, di narcotizzazione delle voci contro. Lo scrittore che fa ridere la gente, per fare riferimento alla letteratura, ha la sua riserva rassicurante dove muoversi, è localizzabile su uno scaffale, in libreria, dove condivide polvere e centimetri con tutte le altre persone che fanno ridere la gente, da Giorgio Panariello, appunto, a Daniele Luttazzi. Sono tutti insieme a farsi buona compagnia e a fare mucchio. Non vi preoccupate, cari appassionati di libri, tutto questo è solo “comico”, come si legge sulle targhette a scaffale, è intrattenimento, evasione. Non prendeteli sul serio, divertitevi, evadete dalla quotidianità. Il mondo, signore e signori, è un’altra cosa.

Il pranzo è servito. La letteratura, la televisione, non fa differenza. Ciò che conta è l’applicazione di una categoria semplificante, è il massacro della complessità. Convention è definita “satira” allo stesso modo del “Caso Scafroglia” di Corrado Guzzanti o della trasmissione di Daniele Luttazzi o, appunto di “Raiot” di Sabina Guzzanti. È “satira” la macchietta di Totti che dice “Aò” come quella di Berlusconi che si ubriaca prima di fare il discorso alla nazione. Tutti insieme, a condividere target e palinsesto, tutti insieme a condividere la targhetta di comico. Non vi preoccupate, divertitevi, è tutta satira, evasione, divertimento. Eccola, la censura preventiva. Neutralizzare il conflitto riscrivendo i vocabolari, settorializzando, facendo convergere dentro lo stesso orizzonte elementi di carica opposta.

Con l’applicazione della censura preventiva, allora, sembrerebbe tristemente scongiurato il ricorso all’aggressione, al dispotismo censorio. Eppure, come ben sappiamo, le cose non stanno in questo modo. La trasmissione di Daniele Luttazzi è stata censurata, e stessa sorte hanno avuto quelle di Corrado e di Sabina Guzzanti. È scattato il fuorigioco, si è alzata la bandierina. Che cosa è successo? O meglio, che cosa hanno in comune queste tre trasmissioni? Satyricon, Il caso Scafroglia e Raiot hanno rimesso in discussione tutte le regole del gioco, hanno violato la recinzione della riserva, hanno provato a buttarsi giù dallo scaffale. Hanno applicato la trappola del fuorigioco, con un contropiede che ha messo il potere in una zona di vulnerabilità. Di qui, l’inefficacia della censura preventiva e il ricorso dispotico ai tradizionali provvedimenti censori. Come è avvenuto, tutto ciò? In che modo hanno compiuto questo stravolgimento delle regole, e messo così a nudo l’autoritarismo del potere? Lo hanno fatto rifiutando la semplificazione, riprendendosi la complessità, negando la normativa di una categoria di marketing che prevede che la “satira”, oggi, sia un genere approntato per far ridere la gente. Ovvero: che sia un genere, una categoria, che si esaurisce nella caricatura, nella macchietta, nella risata di fronte alle malefatte del potere, di un potere, per inciso, programmaticamente autosatirico. Daniele Luttazzi, Corrado e Sabina Guzzanti si sono ripresi la propria voce, sono usciti dal mascheramento sferzante e fuor di caricatura hanno raccontato ai telespettatori che cos’è questo potere. Non hanno rinunciato al riso, naturalmente, ma si sono presi degli spazi, all’interno della trasmissione, in cui in prima persona, a firma Daniele Luttazzi, Corrado e Sabina Guzzanti, hanno detto Adesso vi raccontiamo il potere, senza ridere. Adesso vi raccontiamo della P2, di Craxi e di Tangentopoli, non ridere per favore, perché non c’è niente da ridere. È successo, dunque, che hanno dato un calcio al piano bidimensionale di realtà della comunicazione, che hanno riportato senza riccioli di comicità la complessità della storia, del nostro passato. La storia è complessità, la storia fa paura, per chi esaurisce il discorso storico nell’aneddotica subdolamente funzionale a sé. Ecco, questo hanno fatto. Hanno rimesso in discussione un linguaggio, quello di chi fa ridere la gente, e si sono assunti la responsabilità delle proprie parole. Hanno provato a buttarsi giù dallo scaffale consapevolmente, sapendo che sarebbero stati buttati fuori dal palinsesto. Lo hanno fatto, e facendolo hanno smascherato il potere, hanno ridato dignità a quella cosa che una volta si chiamava con orgoglio “satira”, e che oggi ci hanno sottratto con la preventiva depotenzializzazione di ogni categoria definita come tale.

3 Responses to Viva Zapatero
E viva anche il cavallo

  1. magda il 6 novembre 2005 alle 12:22

    Temo che questa pellicola, lungi dall’essere un documento di denuncia contro la censura massmediale, non abbia nessuna ragione per essere considerato pericoloso, purtroppo.
    Senza infamia, senza lode, apre invece il ventaglio delle considerazioni su come la vena creativa possa essere inibita da pressioni per lo piu’ illusorie.
    Non dice nulla di nuovo, di clamoroso, niente a che vedere insomma con M. Moore. Sottotono rispetto alle aspettative.

  2. Maura il 7 novembre 2005 alle 12:53

    @ Andrea Bajani
    OT
    E’ una cosa di cattivo gusto, ma la faccio lo stesso.
    Ho letto di recente “Cordiali saluti” e mi è piaciuto molto. Ho anche pubblicato un post riguardante il libro sul mio blog.

  3. smaniz il 10 novembre 2005 alle 10:07

    Io dico che W Zapatero forse non rappresenterà una novità rispetto a ciò che sappiamo bene essere la censura; ma io l’ho visto come una denuncia di un fatto che è successo e di cui, rispetto a Raiot, molti non sanno un benemerito nulla.



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