Dell’Amicizia III/ Isaac Bashevis Singer

7 novembre 2005
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Ci sono giorni in cui senti che vale la pena. Agitarsi, andare, inseguire quella chimera che i più chiamano letteratura. Che la letteratura non dà pane – ma magari mortadella, o rose- lo sapevamo già e ci muoviamo come ombre tra le ombre inseguiti da creditori che ti passano davanti senza nemmeno chiedere, solo facendo un cenno. Tempo fa a casa di Beatrice Commengé e André Bay, avevo letto un racconto di Isaac Bashevis Singer . Credo non sia mai stato pubblicato in Italia. Beatrice me l’ha inviato per Nazione Indiana qualche giorno fa. Qualche giorno fa mi sono arrivate le lettere della Ortese a Pasquale Prunas e grazie ad una persona straordinaria incontrata a Torino anche le pagine che Massimo Mila scrisse l’indomani dei funerali di Pavese. Ci sono giorni in cui si è quasi felici di non produrre pane e in cui nessun debito ti legherà a nessun creditore. Col Giuvà, Giovanni Choukhadarian, ci siamo messi a lavorare sulla prima traduzione che ne avevo fatta. E’ così.

La mosca

di

Isaac Bashevis Singer

Questa storia della mosca è capitata in un momento in cui le mosche sono una rarità. Era febbraio, a Madison, nel Wisconsin, e faceva dieci gradi sotto zero. Quando fa meno dieci a Madison, è peggio che meno diciannove al Polo Nord. Faceva un freddo così tagliente che mi ci era voluta una maschera sulla faccia, una maschera nera con due buchi per gli occhi. Avevo la sensazione di essere una reincarnazione di Jack lo Squartatore.
Ero venuto a Madison, Wisconsin, per dare dei corsi di creazione letteraria e l’Università mi aveva trovato un appartamento. Di solito, arrivo sempre in ritardo ma, questa volta, per qualche strana ragione che ho già dimenticato, arrivai tre giorni prima dell’inizio dei corsi. Una catastrofe, perché nessuno sapeva che fossi lì. Ovviamente avevo smarrito l’agendina coi numeri di telefono. Ero dunque condannato a restare tre giorni nel mio appartamento senza alcun contatto con essere umano. Uscire per andare al ristorante costituiva un problema perché ora dopo ora faceva sempre più freddo. Ero sicuro che l’Era Glaciale era ritornata con tutte le sue mostruosità. Non mi rimaneva che restare completamente solo durante tre giorni. Non avevo nemmeno un libro da leggere.
E d’improvviso mi accorsi che non ero solo. C’era una mosca nell’appartamento, e pure grossa. Come una mosca possa sopravvivere al freddo nel Wisconsin, è ancora un mistero per me. Questa mosca prigioniera quanto me pareva piuttosto felice. Volava da una finestra all’altra e ronzava. Sapevo che era una sopravvissuta tra milioni di consorelle morte in autunno. Ecco almeno una mosca che aveva deciso di vivere e di godersi la vita in ogni circostanza e al bisogno, contro le leggi della specie, trovava la forza di sopravvivere. Ora che aveva trovato una compagna, volevo fare per lei qualcosa che le facesse piacere e sapevo che nulla è più gradito alle mosche del cibo. Cercai allora di offrirle qualche briciola della colazione. Le diedi dello zucchero, ma non prestò nessuna attenzione né a me né tanto meno al cibo. Pensai che a scapito del suo grande ottimismo e del suo slancio vitale questa povera mosca stava per morire di fame da un momento all’altro. Ritornava incessantemente a posarsi sul vetro, e da nessun’altra parte.. Se tentavo di cacciarla via, ritornava con ostinazione a quello stesso punto. Le era fastidioso contemplare il vento glaciale che imperversava fuori a Madison, Wisconsin.
Un giorno mi venne un’idea. Avevo trovato in tasca una gomma da masticare, che doveva essere abbastanza zuccherata per piacerle e nutrirla per dei mesi. Decisi allora che quel pezzo di chewing-gum avrebbe salvato la mia amica mosca.
Lo masticai per tanto tempo perché si impregnasse di saliva e diventasse morbido e umido, e poi mi arrampicai sul termosifone ed incollai l’esca sul vetro. Se la mosca non avesse prestato attenzione alla gomma, la cosa stava a significare molto semplicemente che aveva intenzione di suicidarsi.
Ebbene, fu un successo immediato. Avevo incollato il chewing-gum che da meno di un secondo e già la mosca era lì, posata sopra interminabilmente. Sapevo che mangiava e beveva, malgrado non potessi osservarla da lì dov’ero. Ma perché se ne stava per delle ore a contemplarlo, quel pezzo di gomma, dal momento che era sazia ? Finì per involarsi verso l‘altra finestra, ma ritornò in qualche minuto. Tutta la giornata, e suppongo, tutta la notte, non fece null’altro che restare in contemplazione davanti al chewing-gum. Vi girava attorno, si posava sopra, se ne allontanata per rivenire subito dopo. Quel pezzo di gomma era per lei più che del semplice cibo per il suo stomaco, era un argomento di riflessione per lo spirito. Avevo l’impressione che pensasse, che si chiedesse come questa delizia inumidita fosse venuta fin lì, chi l’avesse portata, come se ci fosse un dio per le mosche in difficoltà. Come se ci fosse una Provvidenza per prendersi cura di ogni singola mosca. “Ho allora compiuto una qualche buona azione per essere così ricompensato o si tratta di un puro e semplice e caso?” sembrava interrogarsi.
Da parte mia non c’era alcun dubbio che quella mosca era un filosofo che si poneva gli stessi eterni interrogativi attorno ai quali anche io mi arrovellavo da più di sessant’anni.
Tanto mi divertivo con la mosca che i tre giorni passarono in fretta. Mi identificavo a lei a tal punto che, di tanto in tanto, speravo che qualche potere supremo mi offrisse un pezzo di chewing-gum, come ricompensa per aver salvato la vita a quel filosofo alla ricerca della verità o di Dio sa che cosa.
Al terzo giorno, il telefono squillò. Si supponeva che io fossi arrivato per i corsi, mi si invitava a cena. Di fatto, ero stato costretto a dormire in città per via della tempesta di neve. Devo confessare che fui così preso che mi dimenticai della mosca. Ma quando finalmente tornai all’appartamento, constatai con gran sgomento che la mosca era scomparsa. Era successo qualcosa, ma cosa? Era stata rapita? Assassinata da qualche furioso detestamosche? In tal caso, dov’era il corpo ? La cercai per ore senza trovarla. A tutt’oggi resta un mistero per me; che la materia possa sparire, ritornare energia ? Ci deve pur essere una risposta a questo interrogativo. Per esempio, la cameriera aveva potuto aprire la finestra in mia assenza e la mosca se n’era volata via in piena tempesta, sentendo forse che aveva ricevuto dalla vita tutto quello che la vita può dare e stimando che tutta un’ estate più la metà di un inverno , significava aver vissuto abbastanza anche per una mosca ambiziosa…
Sempre per qualche ragione che ignoro, succede di tanto in tanto che io pensi a quella mosca con l’idea assurda che la rivedrò in questo mondo, o più probabilmente in un altro dove le mosche e gli uomini sono perfettamente identici.

Isaac Bashevis Singer

Questo racconto di I.B. Singer è stato pubblicato come postfazione al libro di André Bay , Des Mouches et des Hommes (Denoël 1979). Così nelle parole dell’ autore:
« Vi racconterò la storia di una mosca, mi disse Isaac Bashevis Singer ; è assolutamente inedita, ve la do, e voi ne farete quello che volete. » E lentamente, ma su un ritmo costante e senza tornarci su, dettò questo testo in inglese, portando così una conclusione imprevista al mio libro. Che sia ringraziato qui per un tale atto d’amicizia, verso le mosche, gli uomini e nei confronti di me stesso.

10 Responses to Dell’Amicizia III/ Isaac Bashevis Singer

  1. emma il 7 novembre 2005 alle 10:55

    Da riconciliarsi con il lunedì.

  2. stefano zangrando il 7 novembre 2005 alle 12:14

    Bello, benché… non c’è forse un “che” in più, all’inizio dell’ultima frase?

  3. francesco forlani il 7 novembre 2005 alle 12:19

    due o tre refusi, li riprendo appena posso. Un abbraccio effeffe

  4. giovanni il 7 novembre 2005 alle 13:25

    Amì forlòn, oltre al refuso, c’è un orrorino ora intravisto: “la cercai per delle ore”. Partitivo superfluo in italiano, e non vale la scusa consueta dell’anacoluto, perché suona male e basta. Orrore dell’òrrido revisore, tu sei esente non si dice da dolo, ma anche e persino da colpa. Grazi pra ke rèst, dè, mèn.

  5. francesco forlani il 7 novembre 2005 alle 13:39

    Puem de la coquille (refuso)

    Mon cher Juan sanzere nun capisco
    car cuntrulatu texto niuno partitivo
    gisait dans le final de lo bon cunto
    et alors dime donde l’està kuel punto?

    effeffe
    ps
    a parte gli scherzi ora mi sembra pulito. Ci sono delle “prove” letterarie la cui luce t’acceca e rende vano ogni disegno di precisione. Ora però ci siamo, o almeno credo. Sentite scuse. All’autore e ai lettori.

  6. georgia il 7 novembre 2005 alle 13:46

    Giovanni Choukhadarian e Francesco Forlani????
    ho ho ho ho ho …. che accoppiata formidabile :-)
    georgia

  7. temperanza il 7 novembre 2005 alle 14:49

    Concordo appieno sul partitivo superfluo, ma non diventiamo fissati.

  8. francesco forlani il 7 novembre 2005 alle 15:22

    comunicazione di servizio

    ke l’est parti le partitif
    effeffe

  9. giovanni il 7 novembre 2005 alle 16:07

    Cançùn fixada (a Temp e Rança, co timidesa)

    Objet se aprendre asi
    si qual dop’ sugét y anke “Verbo”
    partìr lo puòde
    Furlàn, Iglésia ou Ritzan galiàrdo
    altri no: e qui vers en muèr.

  10. francesco forlani il 7 novembre 2005 alle 16:33

    Puem du Gel fixant

    Or si la presiziun tene mattanza
    le porta òal de tete et de la panza
    s’instead staria a significar labor
    de totu mondo su lo mismo thema
    fazemos comme oje sans probleme

    ke lu fixante ‘n capa tenet el devoir
    de nun la scumpiglia capeza comm’un boudoir



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