da “Guerra”

10 novembre 2005
Pubblicato da

di Franco Buffoni

13. Per il potere di sciogliere e legare

Fu impiccato a Ponte Sant’Angelo
Il compilatore di avvisi Annibale Cappello
Ma il boia prima gli mozzò una mano
E strappò all’uso vaticano
La lingua al gazzettiere.

*
Quando si riteneva che il mondo
Fosse stato creato per l’uomo
E le sue esigenze,
Il supplizio della veglia
Consisteva nella sospensione –
Funicelli, vebbia e cavalletto –
A braccia slogate
Per quaranta ore.
Durante le quali, come sveniva,
Il condannato era calato su lamine
E all’urlo sùbito risollevato.

Un assale con ruote di ferro
Reggeva l’intera struttura – nero
Lo sguardo dell’addetto al traino
Nel campo – degli strumenti umani.
Si realizzava infine il fasciame
Tagliando altri tronchi più piccoli
Che prendevano fuoco per primi.

*

Mostra vene sottopelle il condannato
Mentre abile un carnefice gli strappa
Il cuoio intero, reggendogli il tallone.
Era solo il rantolo, l’apposta,
Ancora nel suo banco
Mastro Titta boia papalino
Nella capitale solare
Le strade leggermente arrotondate.
E prima di cozzare a terra
Scorre all’ingiù il corpo-proiettile
A cielo nudo per le tre di luna
All’uscita da gabbia bruna
Di legno, dove era la prigione
Con gli strati di tortura.

*

Del garzone assegnato a girar l’aspo
Per tenere acceso il fornello
Le bretelline del grembiule
Segavano le scapole,
Due alucce nude. Nel magazzino
Surriscaldato dei chiodi intanto
Lame alte come princìpi
Scendevano
Su avanzi di carni policrome…

Quando è supino
Giù legato a terra
Vede solo gli stivali
Che gli girano attorno
Gli vengono vicino,
Un giro in più alle cordicelle,
Entrano gli altri due…
Non si riprende subito.

Dimmi che muovono legni nodosi
Per sculture policrome piallati,
Profilo da chiave inglese e mani
Da magazziniere,
Dimmi che questa sola è la funzione
Dei chiodi molli che gli spingi dentro…

*

Con gli strumenti i calchi del vermicelliere
Simili ad attrezzi di tortura i fori aguzzi
Pei vermicelli od i capelli d’angelo
Dei fabbricanti di pasta.

Ma che cosa oltre alla cottura dei cibi
Segna l’uscita dallo stato di natura
Se non il momento in cui smette
D’essere puro istinto l’aggressività
Divenendo realtà di uno scenario
Disegnato già prima dalla mente?

Fanno smorfie ad antichi monsignori
E magistrati, legati al collo e zavorrati,
La gorgiera ben riposta sotto ossa
Di mento e mascella,
I prigionieri scomodi che oscillano
Sul fondo del Tirreno
Affogati nei sacchi di damasco
Tra scheletri di schiavi rematori
Legati alla catena.

*

Non costa nulla chiedere perdono
Per archi trionfali popolati
Di allegorie screziate
Consustanziate in lame ed armature
Tasse sul miele al papa-re per S. Michele
Spade pugnali attrezzi di tortura
Non costa nulla chiedere perdono.

Per il potere di sciogliere e legare
Convertire reprimere annientare
Non è possibile chiedere perdono.

136 Responses to da “Guerra”

  1. gabriella fuschini il 11 novembre 2005 alle 02:21

    Cribbio Andrea, ogni volta che leggo Buffoni è un incanto per me!

    “…Per il potere di sciogliere e legare
    Convertire reprimere annientare
    Non è possibile chiedere perdono!”

    come si può non ammutolire leggendo questi versi?

  2. giovanni il 11 novembre 2005 alle 07:59

    Anni fa, sopra una rivista del maestro Sanguineti, forse defunta, forse viva e pimpante più che mai, scrisse così:

    Le costituzioni, recita il mio vecchio
    Dictionary of Phrase and Fable,
    Possono essere aristocratiche o dispotiche
    Democratiche o miste.
    Ecco, per te che non prometti
    Di perseguire l’imperseguibile
    – La felicità degli uomini –
    Vorrei non pensare da grande a quel “mixed”
    Che ricade sugli effetti salvando i presupposti:
    Di te che prometti il perseguibile
    Vorrei restasse il lampo negli occhi di Gobetti
    Già finito per altro in poesia.

    Bel tipo, e magnifica antologia dei Romantici inglesi, non lodata a sufficienza.

  3. francesco forlani il 11 novembre 2005 alle 08:40

    e resti muto solo col rumore (di fondo)

    grazie a Franco e arrivederci all’Iglesia

    effeffe

  4. Giancarlo Tramutoli il 11 novembre 2005 alle 09:49

    Il rumore sordo in un film muto sottotitolato in inglese. Molto profondo.
    Buffoni è un poeta serio. E il Caf, per fortuna, è solo un ricordo.
    E la guerra e guerra.
    Ciao.

  5. Giancarlo Tramutoli il 11 novembre 2005 alle 09:50

    PS
    Per colpa di un ictus improvviso ho saltato un accento. Pardon

  6. francesco forlani il 11 novembre 2005 alle 09:55

    e resti muto(lo)ed è meglio
    effeffe

  7. Giancarlo Tramutoli il 11 novembre 2005 alle 10:05

    Povero Palazzeschi…

  8. andrea inglese il 11 novembre 2005 alle 10:09

    credo che questo, di Franco Buffoni, sia uno dei libri di poesia più intensi, pensati e stratificati che siano usciti in Italia da molti anni a questa parte

  9. emma il 11 novembre 2005 alle 10:19

    Penso che Buffoni come poeta non sia noto e conosciuto abbastanza (parlo anche per me, ovviamente).
    Forse perché ha un rigore e un carisma indiscutibili ma non “accattivanti”, e dunque non premianti.
    Me ne sono resa conto l’estate scorsa, ascoltando una sua breve lettura di “Guerra”.

  10. emma il 11 novembre 2005 alle 10:23

    Noto e apprezzato.

  11. francesco forlani il 11 novembre 2005 alle 11:14

    devo dire che quando l’ho incontato da Andrea Raos quello che mi ha colpito era proprio quel tipo di carisma pieno di attenzione agli altri. Scusatemi ma sono di quelli che pensano a letteratura e dicono vita
    effeffe

  12. emma il 11 novembre 2005 alle 11:27

    Probabilmente non mi sono spiegata.
    C’è attenzione agli altri, e si avverte benissimo.
    Non c’è l’atteggiamento ruffiano, quello dei poeti che cercano il “successo” coltivando ciò che di “poetico” il pubblico si aspetta.

  13. andrea raos il 11 novembre 2005 alle 11:45

    Il disegno di copertina è di Mattia Paganelli.

  14. francesco forlani il 11 novembre 2005 alle 11:46

    @ Emma concordo con te
    effeffe

  15. Aspirante Poeta il 11 novembre 2005 alle 12:05

    Buffoni, per me, è perfetto simbolo di anti-poesia. In lui prevale con una certa evidenza l’istanza pedagogico-didattica: la matrice illuminista. I suoi versi sono didascalie prive di vaghezza. Il suo pubblico ideale: i lettori di NI.

  16. Giancarlo Tramutoli il 11 novembre 2005 alle 12:08

    Confermo la gentilezza attenta di Franco Buffoni. Ho una sua bella lettera (di qualche anno fa) che conservo con cura.

  17. Giancarlo Tramutoli il 11 novembre 2005 alle 12:15

    PS
    Dopodicché, anch’io penso, con L’Aspirante Poeta, che la sua poesia è un po’… professorale. Ma, si sa, ognuno ha la sua idea di Poesia.

  18. tashtego il 11 novembre 2005 alle 12:43

    Certo ci sarebbero anche i contenuti (politici? pietà umana per le vittime?) di questi versi, cui magari si potrebbe fare cenno, e del rapporto con la forma poetica adottata, che sembra non completamente risolto, per via del bisogno di intellegibilità che immediatamente innesca nel lettore, non appena questi ne comprende l’argomento, che non trova piena soddisfazione nel continuo oscillare tra chiarezza e oscurità parziale/totale.

  19. tashtego il 11 novembre 2005 alle 12:44

    errata corrige: “intelligibilità”

  20. magda il 11 novembre 2005 alle 14:08

    Sarebbe necessario che la poetica aprisse vasi comunicanti con l’Estetica giuridica.
    Diversamente rimaniamo nell’ambito letterario, lieve solletico sull’orizzonte etico della magistratura.

  21. ap il 11 novembre 2005 alle 14:39

    Ma scusate, perché lo buttate così giù (dalla torre) il Buffoni… se è “professorale”, che poi è cosa molto diversa dall’essere “maestro di scuola”( quello è un altro signore) – B. avrai i suoi perché, i suoi limiti forse… e poi che significa che il suo pubblico ideale è il lettore di NI?… aspirante, ma a cosa aspiri?! Io personalmente, credo che la poesia debba essere invece “diseducativa”, e per certo Buffoni non ha nulla a che vedere con quelli che reputo i massimi esempi di questa poesia, che poi è “la poesia” ( in quanto, anche manieristicamente, irraggiungibile): Sanguineti e Zanzotto… non che questi due non vogliano promuovere le proprie idee (in un’idea di impegno “alto”, il più alto possibile), ma lo fanno in modo completamente diverso, credo migliore, totale, che sia allo stesso tempo teoresi e prassi…

  22. Ezra Pound il 11 novembre 2005 alle 14:40

    Una volta c’eravamo io e gli amici miei, adesso ci sono i Buffoni e gli amici suoi. Una volta c’era la poesia, adesso c’è l’università. Una volta c’era la poesia adesso c’è l’operosità.
    Mi sono distratto un attimo e guarda cos’è successo

  23. Aspirante Poeta il 11 novembre 2005 alle 14:55

    @ap

    su sanguineti: ap, tu riconosci l’essenza diseducativa e antididattica di questo ex-neovate: la sua depressa negativissima cifra, almeno nelle sillogi che rimarranno. Altro è che Lui si creda un impegnato sinistro qualunque. Paradossale, ma sono i danni dell’Accademia.

    @Ezra Pound

    piuccheperfettamente d’accordo.

  24. andrea inglese il 11 novembre 2005 alle 14:56

    pensa quanto la sai lunga Pound, i migliori poeti tuoi conterranei, oggi, insegnano nelle università…

    e lo sai che mestiere faceva il tuo amico Eliot? Corri a bruciare la “Terra desolata”!

  25. Aspirante Poeta il 11 novembre 2005 alle 15:00

    No. I migliori insegnano a scuola. E quelli proprio migliori non pubblicano, perché schifano Romapoesia e tutte le altre sinistre manifestazioni stracolme di assistenti (universitari).

  26. Ezra Pound il 11 novembre 2005 alle 15:01

    L’ho messa un po’ in ordine, non per nulla son detto il miglior fabbro.

    Quando si riteneva che il mondo fosse stato creato per l’uomo e le sue esigenze, il supplizio della veglia consisteva nella sospensione –
    funicelli, vebbia e cavalletto –
    A braccia slogate per quaranta ore durante le quali, come sveniva,
    il condannato era calato su lamine e all’urlo sùbito risollevato.

    Un assale con ruote di ferro reggeva l’intera struttura – nero lo sguardo dell’addetto al traino. Nel campo degli strumenti umani si realizzava infine il fasciame tagliando altri tronchi più piccoli che prendevano fuoco per primi.

    Mostra vene sottopelle il condannato mentre abile un carnefice gli strappa
    il cuoio intero, reggendogli il tallone. era solo il rantolo, l’apposta, ancora nel suo banco mastro Titta boia papalino. Nella capitale solare le strade leggermente arrotondate e prima di cozzare a terra scorre all’ingiù il corpo-proiettile A cielo nudo per le tre di luna (mi scuso per la frase un po’ retoricamente poetizzante) all’uscita da gabbia bruna di legno, dove era la prigione con gli strati di tortura.

    Del garzone assegnato a girar l’aspo per tenere acceso il fornello
    le bretelline del grembiule segavano le scapole, due alucce nude. Nel magazzino surriscaldato dei chiodi intanto lame alte come princìpi
    scendevano su avanzi di carni policrome…

    Quando è supino giù legato a terra vede solo gli stivali
    che gli girano attorno, gli vengono vicino, un giro in più alle cordicelle,
    entrano gli altri due…
    Non si riprende subito.

    Dimmi che muovono legni nodosi per sculture policrome piallati,
    Profilo da chiave inglese e mani da magazziniere, dimmi che questa sola è la funzione dei chiodi molli che gli spingi dentro…

    Con gli strumenti i calchi del vermicelliere, simili ad attrezzi di tortura, i fori aguzzi per i vermicelli o i capelli d’angel dei fabbricanti di pasta.
    Ma che cosa oltre alla cottura dei cibi segna l’uscita dallo stato di natura se non il momento in cui smette d’essere puro istinto l’aggressività divenendo realtà di uno scenario disegnato già prima dalla mente?
    Fanno smorfie ad antichi monsignori e magistrati, legati al collo e zavorrati, la gorgiera ben riposta sotto ossa di mento e mascella.
    I prigionieri scomodi che oscillano sul fondo del Tirreno affogati nei sacchi di damasco tra scheletri di schiavi rematori legati alla catena.

    Non costa nulla chiedere perdono per archi trionfali popolati di allegorie screziate consustanziate in lame ed armature, tasse sul miele al papa-re per S. Michele, spade pugnali attrezzi di tortura. Non costa nulla chiedere perdono. Per il potere di sciogliere e legare convertire reprimere annientare,
    non è possibile chiedere perdono.

  27. andrea inglese il 11 novembre 2005 alle 15:07

    grazie, Pound, ci sarebbero poi Rimbaud, Sbarbaro, Michaux, Tarkos e un po’ di altri, da mettere in versi, quando te ne vuoi occupare…

    Aspirante, guarda che Pound non era nato a Trastevere…

  28. ap il 11 novembre 2005 alle 15:08

    Gentile Erza, si ricorda di me, ap? una volta le ho scritto… era l’autunno del ’37, Rapallo .. in verità non ho mai ottenuto risposta dallo pseudo-fascista… non proprio gentile da parte sua, ahimè glielo devo scrivere… comunque mi fa piacere sentirla, anche se in ritardo… buon riposo

  29. Ezra Pound il 11 novembre 2005 alle 15:08

    @ Inglese
    Anglosassoni, caro, anglosassoni, mica le nostre.

  30. Aspirante Poeta il 11 novembre 2005 alle 15:10

    Inglese, sei proprio istruito. Dovevi essere bravo a scuola. Ma come mai una persona noiosa, priva di talento, ma con le amicizie giuste come te, riesce a passare per un nuovo poeta, quando appunto, può solo essere un portaborse accademico?

  31. Aspirante Poeta il 11 novembre 2005 alle 15:13

    pardon: un accademico portaborse

  32. Ezra Pound il 11 novembre 2005 alle 15:17

    @ap

    ap ap ap … manca qualcosa, ah, ecco, una e naturalmente. A real ape you’re, my old!

  33. emma il 11 novembre 2005 alle 15:17

    Aspirante poeta, hai qualcosa di familiare.

  34. Aspirante Poeta il 11 novembre 2005 alle 15:19

    Emma, sbrigati a correggere Buffoni: nel suo testo ci sono D eufoniche!

  35. emma il 11 novembre 2005 alle 15:19

    Serretti! :-)

  36. Aspirante Poeta il 11 novembre 2005 alle 15:20

    Amore!…

  37. emma il 11 novembre 2005 alle 15:21

    Naaaa! :-)

  38. Aspirante Poeta il 11 novembre 2005 alle 15:21

    eh sì…

  39. andrea inglese il 11 novembre 2005 alle 15:27

    Serretti, se ti fa piacere mi puoi immaginare anche alto e biondo e col mercedes

  40. Aspirante Poeta il 11 novembre 2005 alle 15:27

    no, qualità no

  41. emma il 11 novembre 2005 alle 15:30

    Senti Serretti, ma l’avercela con Inglese è una professione o una missione?

  42. Aspirante Poeta il 11 novembre 2005 alle 15:31

    Effettivamente Inglese m’irrita. Non so perché.

  43. ap il 11 novembre 2005 alle 15:31

    Geniale Erza! dovrebbe scrivere satira pro-berlusconiana.. si ricordi: quel che manca manca caro… l’importante in questo mondo è avere un nome, per quanto comune o di specie..

  44. Ezra Pound il 11 novembre 2005 alle 15:35

    @ap

    L’importante per le apes è quello che lei dice, my old, l’importante per i poets è lo spirito in ogni sua microscopica declinazione;–))

  45. emma il 11 novembre 2005 alle 15:39

    Nonsoperché. Nonsoperché.
    Si dice sempre così.
    Serretti, saresti un cattivo borghese, ecco.

  46. Aspirante Poeta il 11 novembre 2005 alle 15:40

    Forse ho capito perché: ha il cognome sbagliato. Si dovrebbe chiamare Fazio o Pelù. O anche Folena.

  47. tashtego il 11 novembre 2005 alle 16:16

    Questa sequenza di post qui sopra mi ricorda una volta che, mentre guardavo la tele-visione con un amico mio di sera tardi, allo stravacco post-cena e post tutto su divani proto-ikea (ancora non esisteva), saturi di tavernello (rosso, che invece già esisteva) e discorsi idioti, trasmettevano un incontro di poeti – sì, davvero, c’è stato un tempo mitico in cui alla tele-visione si vedevano (raramente) poeti – e questi poeti parlavano male di un altro loro collega [di molto successo & con grosso premio letterario (che porta il nome di nota località di villeggiatura dove una volta andavano in vacanza i calciatori di serie A) sul groppone] che però lì, in quella trasmissione non c’era e io dissi all’amico mio, che è rozzo ma saggio, gli dissi: ti pare bbello che questi poeti parlino male e con sufficienza di un altro poeta così, alla tele? E lui rozzamente mi rispose, volgare e cinico com’è: si vede che anche ai poeti, sai, gli rode il culo, come a tutti noi.

  48. Ezra Pound il 11 novembre 2005 alle 16:18

    Come scrissi un tempo a Harriet Monroe:

    “Il ritmo DEVE avere un significato. Non può essere un’improvvisazione trasandata, senza nessun aggancio e nessuna vera presa sulle parole e il senso, un tumty tum tumty tum tum ta.
    Non ci devono essere clichés, frasi fatte, giornalese stereotipato. Questo si può evitare solo attraverso la precisione, risultato di un’attenzione concentrata su ciò che è scrivere. La prova di uno scrittore è la sua capacità di concentrarsi in questo modo e di rimanere concentrato fino alla fine della sua poesia, sia essa di due versi o di quattrocento.”

    Ed è dura, perché io penso anche questo che scrissi a BIB:

    “NO, NON cerco un ricercatore che abbia già un lavoro e sappia di dove gli verrà il prossimo pasto. Per 25 anni o più ho visto i MIGLIORI artisti caput lupinum, ho visto la totale sozzura che domina il mondo mettere con le spalle al muro tutti i migliori talenti, impedendo alle arti di esistere se non sull’orlo della morte per inedia.”

    Meditate miei giovani amici, meditate, mentre io me ne torno nella tomba.

  49. ap il 11 novembre 2005 alle 17:13

    Ma di che ritmo parli, quello della frequenza delle tue evacuazioni?!

    Erza ora capisco il senso dell’esistenza di uomini come Benjamin, Barthes, Borges, Brech, Gombrovicz, Joyce, Kafka, Chonsky, Schomberg, Eco, Stravinsky, Greimas, Beckett ecc ecc… tutta la loro lucidità intellettuale confluisce nella tua figura e nei tuoi anonimi post…

    Incantato mi inchino, anzi, mi prostro…

  50. ap il 11 novembre 2005 alle 17:27

    cmq caro Erza, or ora che la rileggo con piacere: pensavo che nella lingua italiana non fossero in uso i termini inglesi al plurale.. ma forse mi sbaglio… forse è come dice lei, le APES…

  51. Ezra Pound il 11 novembre 2005 alle 17:56

    dear ape,
    temo proprio di sì, temo proprio che ci sia qualche regoletta che le sfugge, ma niente di grave, si informi, non è mai troppo tardi.

  52. kristian il 11 novembre 2005 alle 18:55

    cannate entrambi: si compita ‘stro-lo-ga-re’

  53. Ezra Pound il 11 novembre 2005 alle 20:12

    @ Kristian
    “strologare”? in your language “tentare spiegazioni fantastiche”? how odd!
    About regole redazionali? so queer!
    Son fabbro, non traduttore, I dont traslate, my old, my daughter does.

  54. ap il 11 novembre 2005 alle 20:27

    dear fuckwit,
    you know fuck-all about me, learn to walk before you run…

  55. Ezra Pound il 11 novembre 2005 alle 21:57

    @ape
    farewell

  56. ap il 11 novembre 2005 alle 22:20

    why? for ever? noooo…. a mere farce!

  57. pow wow il 12 novembre 2005 alle 00:39

    mi è semblato di avel visto un gatto… com’è che ho la sensazione di annusar cloni angeliniani in questo thread? :-/

  58. E.N. Tavoraz il 12 novembre 2005 alle 13:35

    scusi pow wow, il suo stile non mi è nuovo… che il suo nome sia in realtà un nickname?…:-)

  59. helena janeczek il 12 novembre 2005 alle 19:07

    Acuta osservazione… invece il suo è nome proprio, nevvero? ;-)

  60. E.N. Tavoraz il 12 novembre 2005 alle 19:32

    certo signora, è il mio vero nome. perchè, sembra un nick? scusi, sa, ma a me pare un nick, con rispetto parlando, il suo. per non parlare di quell’altro, come si chiama… krausp… boh? non so continuare, troppo difficile:-)

  61. helena janeczek il 12 novembre 2005 alle 23:48

    oh tesoro, anche a me è sembrato un nick per tutta la prima parte della mia vita…Ora mi sono rassegnata

  62. emma il 13 novembre 2005 alle 09:47

    Tash: “Certo ci sarebbero anche i contenuti (politici? pietà umana per le vittime?) di questi versi, cui magari si potrebbe fare cenno, e del rapporto con la forma poetica adottata, che sembra non completamente risolto, per via del bisogno di intelligibilità che immediatamente innesca nel lettore, non appena questi ne comprende l’argomento, che non trova piena soddisfazione nel continuo oscillare tra chiarezza e oscurità parziale/totale.”

    Mah, non mi sembra ci sia oscurità. Non più di tanto. Quasi niente rispetto a tanta altra poesia contemporanea.
    Quanto alla forma, mi verrebbe da pensare (ma è riduttivo) al “freddi e distanti” di cui si era parlato (superficialmente) nella discussione su “Parola plurale”. Ma con un grado di intelligibilità costantemente alto, appunto.
    Noto che non è poesia lirica, che non è “accattivante”.
    Che vuole narrare / rendicontare con puntualità, oltre che orientarsi / orientare verso la riflessione (antropologica, politica…).
    Che non è fatta di singoli pezzi, ma di pezzi che trovano la loro compiuta ragion d’essere nella lettura dell’intera raccolta.
    Che la “pietà” c’è, ma è sottesa, non esibita.

  63. tashtego il 13 novembre 2005 alle 17:08

    non volevo essere accattivato.
    volevo comprendere la vicenda di cui la poesia (è una “poesia civile”?) tratta.
    è sbagliato?

  64. tashtego il 13 novembre 2005 alle 17:10

    insomma se una poesia parla di tortura, prima di chiedermi se mi piace o no, mi chiedo: di quale tortura si tratta? cosa è accaduto, effettivamente?

  65. emma il 13 novembre 2005 alle 18:49

    Anche se attenta a raccontare avvenimenti realmente accaduti, una poesia non è un saggio storico.
    E se nel caso specifico gli avvenimenti fossero solo verosimili (ma una ricostruzione di questo tipo non può evitare il verosimile), per me non cambierebbe molto.
    Per come la vedo io, il nucleo forte del discorso è negli “strumenti umani”, non nella parte finale.
    Ed è ancora di più nella domanda:

    Ma che cosa oltre alla cottura dei cibi
    Segna l’uscita dallo stato di natura
    Se non il momento in cui smette
    D’essere puro istinto l’aggressività
    Divenendo realtà di uno scenario
    Disegnato già prima dalla mente?

    È una poesia civile? Può darsi.
    Ma perché non “filosofica”?
    C’è (anche) questo: una poesia consente più letture (e diverse) di un saggio storico.

  66. ap il 13 novembre 2005 alle 23:56

    il “non esibire” è l’accattivante della poesia civile “non lirica”, il suo più grande pregio; anche perché c’è una poesia civile lirica dove si scade evidentemente nel “retorico”, dove “il retorico” è una forza, una scusante attraverso la quale evidenziare “l’impegno”; ed il primo nome che mi viene in mente è quello recente commemorato, o mi sbaglio?! Ovviamente PPP riesce ad essere ottimo poeta nonostante tutto, ma per altre ragioni, poiché immenso intellettuale teso nella lucida analisi del proprio mondo e dei propri miti con coraggio e delusione…

    il discorso che fa tash è quello di un approccio alla poesia da “lettore affascinato”, o almeno così credo di aver capito, al quale non interessa analizzare il testo, ma in primo luogo immaginare attraverso il testo.. chiedersi i perché o i cosa, capire la dimensione umana di una poesia e quello che c’è di “noi”in essa; la dimensione dei fatti, del vissuto, un po’ come si fa per diverse ragioni, per facilitare la comprensione di una poesia o imboccarla in modo meschino, nello studio scolastico inferiore, con le terribili antologie dove si ci sofferma sulla vita dei poeti giustificando la loro opera come “incidente poetico” che freddamente è prodotto dal vissuto..

    Quale sia la pratica più giusta delle due possibili(come approccio nella lettura)affascinata o analitica, lo scegliere “come una poesia vada letta” – e di questo non ne ho idea, – credo sia una tendenza veramente personale ed assiomatica; sarebbe necessario per capire meglio addentrarsi nel pericoloso mondo dei valori assoluti, dei dogmi innati… almeno bisognerebbe capire “i perché” fisiologici dello show che una poesia produce, delle interazioni con il background del lettore… sarebbe come dire degustibus bla bla bla.. per poi volerne sviscerare i motivi razionalizzanti, e la cosa, diciamocelo, non sta in piedi… una giustapposizione…

  67. emma il 14 novembre 2005 alle 09:59

    Della storia e della “dimensione dei fatti” questa poesia si interessa. Non ci sono dubbi al riguardo.
    E i fatti riguardano la Chiesa, il potere temporale della Chiesa così come si è storicamente espresso.
    La Chiesa che per prima contraddice il Vangelo, le religioni che non si sottraggono alla violenza e alla guerra, e anzi si distinguono per la particolare ingegnosità e “raffinatezza” delle torture che “studiano” e infliggono.
    Non credo che l’interesse del lettore per la dimensione dei fatti o per il vissuto sia di livello più elementare di altri interessi.
    È normale che l’occhio e la mente di chi legge si soffermino su un aspetto piuttosto che su un altro.
    Può anche succedere che nella prima lettura facciano una cosa e nella seconda un’altra cosa.
    Probabilmente una poesia non può essere letta una volta sola.
    E la relativa “pluralità” delle letture è una possibilità anche del singolo lettore.

  68. tashtego il 14 novembre 2005 alle 15:51

    Credo che una poesia debba innanzi tutto “dire”.
    In qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo.
    A rischio anche della nullificazione, del ridicolo, dell’errore.
    Credo non debba starsene chiusa e guardinga dentro la trama di ciò che essa solo sa e conosce.
    Credo invece che debba aprirsi, rischiare e affrontare a viso aperto il senso.
    Credo che una poesia debba “dare”, se ci riesce.
    Credo che dovremmo poter cogliere ogni poesia come un tentativo limpido nella direzione del dire.
    Non importa se fallito.
    (non è una modalità “emozionale”, questa: cioè non credo)

  69. Giancarlo Tramutoli il 14 novembre 2005 alle 17:22

    Sono d’accordo.

    Una poesia
    deve dire
    deve dare
    dev’essere dura
    deve qualcosa fare.

    (è la guardiana del fare).

  70. emma il 14 novembre 2005 alle 17:44

    Tash, questi credo veramente mi sembrano una professione di fede. O una dichiarazione di poetica.
    E l’“emozionale” non scarseggia di certo.
    Tutto ciò significa che questa poesia non “dice”? O che non affronta il “senso”?
    Io non sono affatto di questo avviso, ma per capirsi meglio: puoi fare qualche esempio di poesia contemporanea che “dice”?

  71. tashtego il 14 novembre 2005 alle 19:52

    Passa in cielo una folaga
    ne segue un’altra, analoga.

    Toti Scialoja

    La poesia qui sopra, secondo me, dice.
    Ma non intendevo dire che la poesia di Buffoni non dice.
    Rispondevo ad ap, mi pare.

  72. temperanza il 14 novembre 2005 alle 20:22

    Ci racconta Giuseppe Bevilacque che Paul Celan a un lettore ansioso di spiegazione rispose :”Legga! Sempre leggere, la comprensione viene da sé.”

    E Mario Lavagetto ci riporta un aneddoto riferito da Steiner: “A chi gli chiedeva di spiegare una étude di grande difficoltà, Schumann – racconta Steiner – ‘si sedette al pianoforte e la suonò di nuovo’ ”

    E a proposito del dire, questi versi (tradotti) che vi copio qui sotto, vi “dicono?”

    “Sbatti via leggermente
    i cunei di luce:

    l’ondeggiante parola
    la possiede
    il buio”

    o questi altri, non tradotti, vi dicono? Lo chiedo tanto per intendersi su cosa si parla qui quando si parla di poesia:

    “Galatei, sparsi enunciati, dulcedini
    di giusto a voi, fronde e ombre, egregio codice.
    Codice di cui pregno o bosco godi
    e abbondi e incombi, in nascite e putredini.

    Lasciate ovunque scorrere le redini
    intricando e sciogliendo glomi e nodi.
    Svischiate ovunque forze e glorie, o modici
    bollori d’ingredienti, indici, albedini.

    Non più che in brezze ragna, o filigrana
    dubbiamente filmata in echi e luci
    sia il tuo schivarti, penna, e l’inchinarti…

    Non sia peso nei rai che da te emanano
    prescrivendo e secando; e te riduci
    segno, te stesso, e le tue labili arti…

    Una signora che di recente ha cominciato a scrivere versi mi ha detto: “la poesia deve essere comunicativa”. Ma è proprio necessario dire che la poesia “deve” comunicare? o non sarà che come ogni altra espressione umana “comunica” anche quando in apparenza è oscura, e non sarà, a volte, che le risposte di Celan e di Schumann sono meno autistiche e provocatorie di quel che sembrano? Perché non ammettere che quel che è chiaro all’uno che ha applicato con pazienza l’invito di Celan, è meno chiaro a chi non se ne è curato? E che quella étude così difficile per quell’ascoltatore è meno difficile per quell’altro più devoto che l’ha ascoltata dieci volte?

    Il primo poeta che cito è Paul Celan. Il secondo è Zanzotto.

  73. stefano zangrando il 14 novembre 2005 alle 22:47

    Ah, la Temperanza…
    Grazie di (r)esistere.

    Perciò ti regalo questo pensiero di Ernesto Calzavara, tratto da “Rio terrà dei pensieri” (a cura di M. Rizzante, All’insegna del pesce d’oro – Scheiwiller, 1996):

    “I poeti vorrebbero che dopo morti restasse della loro opera almeno una poesia. Qualcuno si accontenterebbe anche di un solo verso. Io vorrei che di tutti i miei versi restasse il più breve: ‘e’
    Le congiunzioni danno sempre un grande godimento.”

    HerzlichSt

  74. tashtego il 15 novembre 2005 alle 07:51

    e

  75. magda il 15 novembre 2005 alle 11:32

    la poesia mi attrae e m’ intimorisce.
    In questo gioco tra metafore, metonimie, ellissi, iperboli, parabole, mi stordisco e affascino.
    Beati voi che v’immergete cosi naturalmente.

  76. ap il 15 novembre 2005 alle 12:54

    la questione Tash non era nel “dire”, ma nel “come dire”
    e la stessa questione non era nel “leggere”, ma nel “come leggere”..
    ne consegue che dire e leggere ci sono è basta, e su questo non discuto…

  77. emma il 16 novembre 2005 alle 09:11

    Tash, la poesia di Scialoja è una delizia: per ritmo, sonorità, senso.
    La delizia mi sembra tutta nella consonanza (fulminante) folaga/analoga. E dunque in una certa “concretezza” darwiniana, che certo non ti dispiace :-)
    Non conoscevo Scialoja. Forse sarebbe necessaria una campagna pro “minori”.

  78. emma il 16 novembre 2005 alle 09:13

    Temp, miri in alto :-)

  79. emma il 16 novembre 2005 alle 09:21

    Anche questa è una poesia (tradotta) che “dice”. E poi è una poesia sulla tortura. E poi la Szymborska è una donna.

    Torture

    Nulla è cambiato.
    Il corpo prova dolore,
    deve mangiare e respirare e dormire,
    ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
    ha una buona scorta di denti e di unghie,
    le ossa fragili, le giunture stirabili.
    Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

    Nulla è cambiato.
    Il corpo trema, come tremava
    prima e dopo la fondazione di Roma,
    nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
    le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
    e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

    Nulla è cambiato.
    C’è soltanto più gente,
    alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
    reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
    ma il grido con cui il corpo ne risponde
    era, è e sarà un grido di innocenza,
    secondo un registro e una scala eterni.

    Nulla è cambiato.
    Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
    Il gesto delle mani che proteggono il capo
    è rimasto però lo stesso.
    Il corpo si torce, si dimena e si divincola,
    fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
    illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

    Nulla è cambiato.
    Tranne il corso dei fiumi,
    la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
    Tra questi paesaggi l’anima vaga,
    sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
    a se stessa estranea, inafferrabile,
    ora certa, ora incerta della propria esistenza,
    mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
    e non trova riparo.

    Wislava Szymborska

  80. Giancarlo Tramutoli il 16 novembre 2005 alle 11:57

    Scialoja?… direi il Maggiore dei minori. Almeno.
    Poi, perché minore?
    La leggerezza è più rara e difficile.
    Infatti i suoi ultimi due libri li ha fatti pesantissimi (tutto esametri incomprensibili) per vendicarsi, presumo, della critica ottusa.
    Altro Grande minore: Vito Riviello che ha scritto:
    Mio padre
    anche da morto
    mi guarda storto
    e non mi dà
    i numeri al lotto.

    (da Kukulatrìa)

  81. emma il 16 novembre 2005 alle 12:26

    In effetti i “leggeri” sono “minori” (notare le virgolette, prego) per definizione.
    Per esempio, visto che qui se ne è parlato: in “Dopo la lirica” – Poeti italiani 1960-2000 – Scialoja non c’è.
    Ma a volte ho l’impressione che i “leggeri” sappiano di essere comunque considerati “minori”, e che anzi non ci tengano affatto a “sollevarsi” da questa posizione.
    (I versi di Riviello però non mi sembrano neanche lontani parenti).

  82. Giancarlo Tramutoli il 16 novembre 2005 alle 12:43

    *
    Fummo invasi da Tutti
    barbari e rabarbari
    circondati e distrutti
    sia dagli Unni che dagli altri.

    *
    Un campo di girasoli
    a Cortona in Arezzo
    un campo di paraculi
    a Cortina d’Ampezzo.

    Vito Riviello

  83. emma il 16 novembre 2005 alle 12:48

    No. Metrica elementare. Rime scontate. Manca Pascoli.

  84. Giancarlo Tramutoli il 16 novembre 2005 alle 13:04

    Se l’ape apatica

    posa una natica

    sul fior del cardo

    diventa un dardo.

    Toti Scialoja

  85. Giancarlo Tramutoli il 16 novembre 2005 alle 13:06

    ps
    Mi sa che pure qua, manca Pascoli.

  86. Giancarlo Tramutoli il 16 novembre 2005 alle 13:12

    Se busso

    Se busso

    la lepre

    che m’apre

    mi copre

    di baci

    la punta

    del naso

    mi dice:

    “mi piaci !

    per puro caso !”

    Toti Scialoja

    Ovvero la meraviglia della Musica leggera

  87. ap il 16 novembre 2005 alle 13:35

    Sommessamente chiesi
    alla luce di luglio
    d’essere morto – chiusi
    gli occhi – nel doppio buio

    macchie ardenti – fiammate
    oltre la vita – vedo
    scorrere fotogrammi
    di un rosso messo a nudo

    t.s.

    – cari, qui cosa manca?

    comunque nel caso ts si parla di omerico/pascoliniano, nelle ultime produzioni, o quasi…

  88. emma il 16 novembre 2005 alle 14:32

    Scusa ap, cari “chi”? :-)
    La “mancanza” io l’avevo notata in Riviello, non in Scialoja.
    Per chi lavora così di fino sulla metrica (ts), Pascoli mi pare inevitabile.

  89. temperanza il 16 novembre 2005 alle 16:55

    Ma basta lavorar di fino sulla metrica per essere pascoliano? Cosa c’è in Scialoja di Pascoli, oltre al lavoro sulla rima? Lo chiedo perché non lo so. E mi piacerebbe qualcosa di più di quel “si parla di omerico/pascoliano”.

  90. emma il 16 novembre 2005 alle 21:50

    No Temp, non credo che basti la metrica per essere pascoliani. Però di recente su Pascoli ho avuto modo di ascoltare Mengaldo, e mi sono convinta di una cosa: i poeti italiani che nel ‘900 si sono “applicati” alla metrica non hanno potuto ignorare Pascoli. D’altro canto non hanno ignorato Pascoli neppure quelli che dalla metrica erano apparentemente più distanti e che a sentire il nome di Pascoli storcevano il naso (per es. Montale).
    Anche solo leggendo le poche cose di Scialoja presenti qui, sembra chiaro che abbiamo di fronte un “maestro” del metro, della metafora, della macchina-lingua.

  91. emma il 16 novembre 2005 alle 22:05

    Vedo però che su Scialoja c’è un lungo scritto di Giovanni Raboni in “La poesia che si fa”, a cura di Andrea Cortellessa (lo dico solo perché so di far contento Giovanni :-).
    “La poesia che si fa” è un libro che ho da pochi giorni e che non ho ancora letto.
    Riporto degli stralci.

    “Qualche volta mi capita ancora di chiedermi quando la straordinaria opera in versi di Toti Scialoja finirà d’essere oggetto di ammirazione e quasi di culto da parte d’una ristretta cerchia di lettori (alla quale, e fin dalla sua tacita fondazione, mi onoro di appartenere) per entrare a far parte del patrimonio comune del pubblico della poesia assieme e, per così dire, allo stesso titolo di quella dei protagonisti “ufficiali” della seconda metà del Novecento – quelli, tanto per intenderci, che figurano (a giustissimo titolo, sia ben chiaro) nelle antologie, nei manuali scolastici, ecc…
    …Voglio dire che in “Scarse serpi” … continua a essere vero… che pur collegandosi con piena evidenza e oserei dire con assoluta lealtà alla grande tradizione del nonsense, da Edward Lear a Lewis Carroll sino ai surrealisti, lui ci mette di suo e di davvero inaudito la capacità di trasformare infallibilmente il non-senso in un segreto, silenzioso motorino d’avviamento del senso; non si limita, come i suoi illustri modelli, a liberarsi (e liberarci) dal senso, ma lo sblocca, lo degrippa, lo fa ripartire…
    Ma se tutto questo in “Scarse serpi” continua, c’è anche, ripeto, qualcosa che comincia, che compare per la prima volta: e questo qualcosa è una sottile, adulta malinconia, è la luce fragile e ferita da primo inverno o da crepuscolo che Scialoja, adesso, fa piovere sulla pur intatta, sulla pur inalterabilmente gioiosa vitalità delle sue macchinazioni lessicali…
    All’altezza dei “Violini del diluvio” (1991) questa metamorfosi è avvenuta con tale compiutezza che non resta più traccia, si direbbe, né dello stato precedente, né del processo che l’ha dissolto: la perfetta, enigmatica leggerezza e sfericità delle metafore, la gabbia eterea e invalicabile formata dal gioco delle rime, delle assonanze, delle allitterazioni, degli anagrammi, dei lapsus programmati racchiudono ormai all’interno della loro radiosa trasparenza i bozzoli o le spoglie di tutte le angosce, di tutti i terrori.
    Alla fine, per questo geniale riciclatore e rivitalizzatore di tutti i metri della nostra tradizione (compresi i più difficili e da più tempo negletti, il quinario, il decasillabo…)… arriva, chi se lo sarebbe aspettato?, la scoperta di un ritmo non tradizionale, di un ritmo addirittura “barbaro” (ma non, sia ben chiaro, “libero”: la costrizione, la gabbia formale continua a essere fino all’ultimo, per lui, salvezza, orientamento, rifugio). Con “Rapide e lente amnesie” (1994) e “Le costellazioni” (1997), le due raccolte grazie alle quali mi fu nuovamente regalato il piacere di pubblicare questo amatissimo poeta… in una collana da me diretta, e poi con “Cielo coperto”, la raccolta postuma del ’97-’98…, Scialoja parte (sono parole sue) “dall’emozione di due versi omerico-pascoliani” per inventare la puntigliosa imitazione sillabica (attraverso l’accostamento di un ottonario e di un novenario e facendo valere “la logica musicale degli accenti tonici, corrispondenti sempre agli accenti grammaticali”) dell’esametro dattilico puro, fornendo così a un’ispirazione sempre più dolorosa e notturna il conforto e il contrappeso di una sempre più solenne gravità ritmica, una sorta di “largo” o forse di passacaglia, di ciaccona, capace di impastare in un’unica materia sonora al tempo stesso concentratissima e volatile le buie ceneri dell’esperienza e il pulviscolo d’oro dell’immaginazione, di far volteggiare insieme, come se le leggi della fisica fossero davvero e per sempre sospese, gli opachi automi dell’ossessione e dell’angoscia e i trasparenti vessilli dell’euforia…
    Il talento poetico più originale e compiuto rivelatosi in Italia nel corso degli anni Settanta e Ottanta è, a mio avviso, quello di Toti Scialoja…

    Non so se ap ha come fonte dell’“omerico-pascoliano” questo stesso libro.
    Comunque sia, sembra davvero il caso di leggersi Scialoja.

  92. emma il 16 novembre 2005 alle 22:09

    Un grattacielo :-/

  93. ap il 16 novembre 2005 alle 23:26

    esatto, il testo è quello di Raboni…

  94. temperanza il 17 novembre 2005 alle 01:10

    Ma è Scialoja che dice di partire “dall’emozione di due versi omerico-pascoliani” (e allora capisco di più), non Raboni che dice che Scialoja è omerico-pascoliano. A sentire ap sembrava che fosse un dato ormai acquisito dalla critica

    Grazie per la precisazione @Emma, e per la precisione.

  95. giovanni il 17 novembre 2005 alle 06:59

    Raboni, che conosceva benissimo i ferri del mestiere di poeta, e soprattutto la metrice, non è poi così interessato a questa faccenda dell’omerico-pascoliano. Non gli dà peso, se non per spiegare poi con gran chiarezza come il verso di Scialoja non giocoso discenda da quello classico e poi dal Pascoli, più moderno del non dissimile Carducci delle Odi barbare. Originale in Scialoja, ma forse non tanto da fornirgli chi sa che posto nel periclitante canone poetico del secondo Novecento, è appunto l’uso di una metrica piuttosto quantitativa che ritmica. Che Scialoja sia un poeta omerico-pascoliano non vuol dire una beneamata sega, se si passa il forestierismo, per cui comunque porgo sentite scuse.

  96. ap il 17 novembre 2005 alle 12:01

    temperanza io ho scritto: il testo era quello di Raboni( ops.. intendevo con prefazione di Raboni(poesie 1961-98) Garzanti, Gli elefanti, ok?! (-:
    la nota a cui mi riferivo è nello specifico: ( nota introduttiva di ts, “Avvertenza”) – in Rapide e lente amnesie(1994)
    comunque il riferimento prettamente metrico de “il verso omerico-pascoliniano”è appunto rintracciabile nell’ultima fase della poesia di ts partendo dalla raccolta sopra citata…
    quanto è stato nominato da voi pascoli, ho fatto presente che nelle pubblicazioni del poeta(non poi tante) il riferimento a pascoli(come definizione) è proprio questo..(con tanti altri omessi, immagino)..
    ne “La poesia che si fa”, il testo di raboni è lo stesso identico preso in cut-up che è stato usato come prefazione al volume di poesia di ts per Garzanti..

  97. temperanza il 17 novembre 2005 alle 12:53

    @ ap

    tu sopra hai scritto “comunque nel caso ts si parla di omerico/pascoliniano, nelle ultime produzioni, o quasi… ” commento del 16 novembre ore 13:35

    mi ha fatto pensare che tu riferissi a una valutazione critica ormai acquisita, il che non è, tutto qui. A leggere il testo sia pur stralciato postato da Emma, Giovanni ha ragione, Raboni lo cita en passant e non gli dà peso.
    Ma quello che interessava me e che mi stupiva era soprattutto il piccolo Pascoli che usciva dal thread, tutto rime ritmi e trilli, che non riconoscevo. Se Pascoli è ancora lì ben assiso non è certo solo per la sua abilità di rimatore.

  98. ap il 17 novembre 2005 alle 13:07

    è ben noto che l’italiano è una lingua maledetta.. starò più attento la prossima volta..(-:
    comunque sul pascoli ce ne sarebbero cose da dire…

    anche se preferire su NI discutere della poesia più recente(anche di testi singoli, volendo…) di Zanzotto, Sanguineti, Erba, Zeichen… e pochi altri “grandi”.. poi c’è una speranza che si chiama Sannelli…

  99. ap il 17 novembre 2005 alle 13:38

    refuso: preferirei discutere..
    maledetta appunto..

  100. giovanni il 17 novembre 2005 alle 14:42

    L’esametro di Omero è ben presente in Pascoli (e in Carducci, meno importante per i poeti del XX secolo, ma vate al suo tempo; e non senza ragione). Scialoja è riferibile a Omero attraverso quel Pascoli, ma è piuttosto quello delle poesie postume di Cielo Barbaro che non il poeta giocoso di Quando la talpa vuol ballare il tango. Però, che Pascoli sia per l’Italia un poeta di colossale importanza si imparava una volta in terza media, non è che sia ‘sta conquista scientifica.

  101. ap il 17 novembre 2005 alle 15:35

    pascoli è cruciale quanto può esserlo stato un dante… poiché è socialmente “centrale, centrato, portante” nella genesi della poesia contemporanea

  102. giovanni il 17 novembre 2005 alle 15:45

    A chi si deve l’allitterrantissimo trittico aggettivale virgolettato? No, perché se è di persona in vita, vorrei conoscerla di persona e spararmi una spuma nera con costei. Grazie in anticipo per ogni informazione.

  103. temperanza il 17 novembre 2005 alle 17:00

    @ AP

    Beh, cruciale come Dante … perché bisogna esagerare sempre? Alla fine niente vuol più dire niente.
    E che cosa significa “centrale centrato e portante”? Qua non è la lingua italiana a far difetto, è il discorso.
    Perché se tu mi dici con tanta disinvoltura parole come queste non posso che sentirmi spinta a chiederti:
    centrale rispetto a cosa e su che basi?
    e centrato in che senso? nel senso di equilibrato, allineato? E rispetto a che cosa?
    E portante? Che cosa porta Pascoli? Che cosa regge?
    E socialmente poi, davvero, tutto questo lo avrà magari detto qualcuno, ma forse in un contesto sensato, perché così sono parole vuote.

  104. giovanni il 17 novembre 2005 alle 17:13

    Temperanza, proviamo a spostare altrove la questione: la perdita del senso, del beneamato sinn und bedeutung, non è una deriva necessaria del web?

  105. temperanza il 17 novembre 2005 alle 17:59

    @Giovanni

    Potrebbe, in effetti, ma per me il punto resta sempre lo stesso, se vado in ospedale a farmi tagliare la pancia voglio, esigo, pretendo che me la tagli un chirurgo. Non credo che sia una pretesa scandalosa. Anzi, sono sicura che se andassi in giro ad annunciare che entrerò in ospedale e mi taglierà la pancia un sarto, molti avrebbero da ridire e cercherebbero di sconsigliarmi.

    Allo stesso modo, se qualcuno scrive io mi aspetto ancora che scrivendo, o magari anche prima, pensi e che esponga questi suoi pensieri con la stessa accuratezza con cui il chirurgo userebbe il bisturi (e il sarto la forbice, ma sul tessuto, non sui miei delicati tessuti), dunque che il linguaggio sia preciso, che il discorso sia discorso.

    Dal web mi aspetto che sia rapido, che non sia impennacchiato, ma certo non che sia approssimativo. Anzi, essendo così democratico e orizzontale e anche così trasversale, mi aspetto che abbia un po’ di senso di responsabilità. Per esempio, se ap dice cose a caso qui, le dirà anche altrove? Non parlo delle sue legittime opinioni, ma davvero cose a caso, come centralità, centratezza e portata di pascoli, buttate lì come verità fondamentali che potrebbero spingere giovani innocenti a pensare che si possa dire, per esempio, temperanza è centrale, centrata e portante per la poesia italiana, anzi, cruciale e magari un po’ sociale.

    Vorrei ricordare a tutti noi, perché questa è prima di tutto un’autocritica, che una volta avevamo uno dei più bei paesaggi d’Europa, poi sorse la prima casetta sui primi tre o quattro metri quadrati di intatta e meravigliosa costa pugliese, calabrese, veneta e chi più ne ha più ne metta, e siccome nessuno disse ba, adesso sono rimasti quattro metri quadrati liberi. Certo, tutti avevano diritto a una seconda casa in stile micro tirolese, hollywoodiano, cretese, è un paese democratico questo, o no? E tutti hanno diritto a esprimersi, ci mancherebbe, mi scoccerei io per prima se mi mettessero la mordacchia, ma un po’ di attenzione no? Un po’ di cura, un po’ di rispetto per il linguaggio, quest’unica cosa che ci rende per ora diversi dagli scimpanzè?

    Ma se la deriva necessaria del web deve per forza essere l’approssimazione, beh, arrocchiamoci negli ultimi fortini della carta stampata, ma che dico, della carta stampata selezionata con esami d’esclusione, finché dura e si può, e quelli che vengono poi si arrangino e peggio per loro.
    In fondo io sono vecchia, perché mi devo preoccupare tanto per gli altri? Sto benissimo come sono, dove sono, ho da leggere per i prossimi trent’anni, la salute non mi manca, che ci sto a fare qui, mi chiedo, masochismo?

  106. temperanza il 17 novembre 2005 alle 18:00

    Mi scuso per la lunghezza, non me n’ero accorta.

  107. ap il 17 novembre 2005 alle 18:26

    waouwaouwaaa… cavo, e cavi e in-temperanze..
    ho scritto Dante, avrei potuto scrivere Ungaretti, avrei potuto scrivere Montale, Marinetti.. avrei potuto scrivere un altro dei tanti assi portanti della storia della poesia italiana.. che le parole siano vuote non ne ho mai avuto dubbio, ma ahimè anche le teste lo sono spesso.. chi possiede una conoscenza elementare del Pascoli, ovviamente si chiederà come può il bel fanciulletto fanciullaccio essere paragonato in una qualsiasi modo a Dante.. vedi cavo T, l’ignoranza è una brutta bestia, con tante teste, che emerge dal mare, ma allo stesso tempo teste tutte vuote, che si rigenerano se colpite, possiamo dire che questa bestia è brutta(esteticamente), quanto che sia cattiva(eticamente), ma resta il fatto che tu non ti sai spiegare o fingi di non saperti spiegare perché io abbia affermato qualcosa come – cruciale come Dante – o peggio offendi senza conoscermi .. pascoli è centrato poiché borghese, la sua letteratura è una letteratura più che borghese, Pascoli è la voce “più centrata” all’interno di una rivoluzione romantica dove “l’impoetico non è comprensibile” poiché vuoto, cattivo, brutto… tu lo sai cosa c’era prima, o cosa ne verrà fuori dopo dalla “portante” esperienza Pascoliniana?!… lo sai che cos’è una realtà che è in grado(dialetticamente) di istituirsi come poetica?!… “portante” poiché è la rivoluzione borghese “centrata”nella poesia italiana… appunto una fase “cruciale” quanto quella di Dante figlio della sua società(nella sua necessaria rivoluzione ciclica e permanente…)
    comunque gli assi “portanti” li insegnano tutti, anche se male, alle medie, come la storia che ignori… anche tu potresti essere “portate” in qualche modo, un giorno, se ti impegni a capire, e comprendi che la retorica dell’umiltà è molto meno pericolosa… studia qualcosa che può usare se ci riesci…

  108. giovanni il 17 novembre 2005 alle 18:29

    Temperanza, rispondi: ritieni tu che, non si dice nel web ma nell’Italia d’oggidì, ci siano più di 40-50 persone disposte a considerare quello culturale un paesaggio al modo che lo sono le Tre Cime di Lavaredo o il golfo del Tigullio? Pensi davvero che esista gente disposta a battersi per la sua tutela, che ci sia spazio per un’Italia Nostra o un Fai del settore? Domande mossa da ammirazione veridica per il tuo commento sopra, neh.

  109. temperanza il 17 novembre 2005 alle 18:42

    @ Giovanni
    Sì, credo di sì, credo di sì, e forse persino nel web.

    @ap
    ;–)) sei carino ap, ti vedo sobbollire davanti alla tastiera, solo una piccolezza ancora: non ti conosco, no, ma vedo come scrivi, e tanto mi basta.

  110. ap il 17 novembre 2005 alle 19:25

    a- t, sei altrettanto carina se vuoi,
    tanto che mi commuovo alle volte…

    b-suvvia cava,
    mi hai chiesto di esplicare cosa intendessi, l’ho fatto..

    a-lo so che sottendi, nei post, e lasci intravedere il tuo smodato amore nei mie confronti…

    b-suvvia, non è più necessario nasconderci…((((((((((((((((((((((((-:
    convoliamo a giuste nozze…

    c- quanto ////SOBBOLLO//// per te!!!…

  111. temperanza il 17 novembre 2005 alle 19:37

    @ ap
    e visto che sei carino, ti copio un pezzetto di Giacomo Debenedetti, tratto da ” Pascoli: la rivoluzione inconsapevole” e che si intitola a sua volta “Pascoli piccolo borghese”.

    Dice il nostro:
    “In realtà la società d’allora, il capolavoro ormai incrinato di una borghesia che, alla piccola e media borghesia continuava a chiedere di fornirle l’artista capace di incensarne gli istinti e gli strumenti di conservazione nei dilettantismi cosiddetti dell’inutile bellezza, aveva trovato in Giovanni Pascoli il suo uomo. O per meglio dire, la piccola borghesia, quasi sempre capace di capire i suoi veri interessi, aveva in Pascoli l’uomo capace di esprimere il suo malessere di servire a quella conservazione. Perché proprio il Pascoli? Si tolleri per un momento un piccolo, vecchio schema psicologico: perché nel Pascoli il dissidio il malessere l’intolleranza della situazione si dilaniavano umanamente, biograficamente nel doloroso, umiliante conflitto tra il genio poetico assolutamente specialistico e incapace d’altro – e l’intelligenza. … Usciva da una famiglia di piccola borghesia campagnola; un dramma lo mise subito tra i diseredati. … Il Pascoli, peggio che povero, e costretto a subire le ingiustizie e le umiliazioni del bisogno, si sarebbe potuto mettere dalla parte dei bisognosi, condividerne le rivendicazioni. Socialmente invece rimane un piccolo borghese: anche la sua giovanile anarchia, il suo socialismo umanitario, con tutti i fraintendimenti capricciosi, libertari e estrosi, cervellotici con cui egli li colora a proprio uso, sono di stampo piccolo borghese. Ma insieme è un diseredato; gli manca quella mediocre sicurezza che anestetizza la piccola borghesia e la persuade a restarsene buona e remissiva … ” eccetera eccetera eccetera

    Eccolo il “Pascoli centrato perché borghese”. E non voglio dire di più, anzi, sì:

    “Pascoli conta su un lettore che non conosca tutte le parole che egli usa; come dice il “poeta della lingua morta” dell’omonimo testo pascoliano, la poesia, come la religione, ha bisogno ‘delle parole che velano e perciò incupiscono il loro significato, delle parole intendo, estranee all’uso presente” (e che tuttavia si usano “a dar maggior vita al presente”). Glossolalia e xenoglossia sono la cifra della morte della lingua: esse rappresentano l’uscita del linguaggio dalla sua dimensione semantica e il suo far ritorno nella sfera originale del puro voler-dire (non mero suono, però, bensì linguaggio e pensiero della voce sola) ”

    Questo qui sopra era Agamben.

    Eccolo qua il nostro Pascoli borghese. E buon appetito a tutti

  112. ap il 17 novembre 2005 alle 20:04

    allora ci sei arrivata anche tu, nonostante tutto…
    povero, ma ancora poeticamente è borghese(ma allora è veramente povero, o no?!) che più borghese non si può o no?!…

    povero stupido pascoli…

    —————————————————-
    Temperanza prima hai scritto tre cartelle di insulti al riguardo del mio modo di scrivere e ora ti arrocchi su un “mi basta vedere come scrivi..” sei deludente cava…

    Comunque potresti adoperare un metodo democratico nazionalsocialista per impedirmi di scrivere su NI, visto che mi consideri indegno di tale privilegio od onere…
    non lo so fammi spezzare le dita da uno scagnozzo, visto che le mie opinioni abbassano il livello della discussione, si crudele con me, redimimi… anzi, citami DeBenetti…

  113. giovanni il 17 novembre 2005 alle 20:41

    Ritengo che se Angelo Petrelli avesse anche solo vaga contezza di chi è Temperanza, userebbe lessico più cauto oppure, e con maggiore probabilità, lascerebbe questo thread e se ne andrebbe al cine. Ma, con ogni evidenza, non è al corrente di chi sia il suo interlocutore. Peccato (però forse non c’è bisogno di nomi e cognomi, certe volte: lo stile è più che sufficiente. Senza forse, anzi).

  114. temperanza il 17 novembre 2005 alle 21:55

    @ap
    non ti ho scritto tre cartelle di insulti, e tu lo sai, stai solo alzando i toni. inoltre io non faccio parte di NI e non posso, ma soprattutto non vorrei se potessi, impedire a nessuno di scrivere, vorrei, questo sì, che si scrivesse meglio, ma non qui, in generale, dappertutto.

    @Giovanni
    se scrivi così qualcuno potrebbe pensare che dietro il mio nick ci sia chissà chi, c’è però un’attenta lettrice, allenata e con un buon orecchio, questo credo di poterlo dire, ma per mettere in comune l’attenzione, l’allenamento e l’orecchio ci vogliono le stesse cose dall’altra parte e ap non è la persona giusta.
    C’è una ragione se ho citato sia Debenedetti che Agamben, così lontani tra loro, e lo dico magari per altri amici che passano di cui e hanno seguito questo thread. In entrambi questi brani, per chi sappia e voglia leggere, c’è un’attenzione acuta al lato oscuro di Pascoli, quel lato oscuro che non lo lascia ridurre nella gabbia riduttiva del “borghese”. Ci sono incrinature molto poco borghesi in Pascoli e sono proprio quelle che a mio avviso lo rendono ancora vitale per alcuni poeti della generazione dei nostri (miei) padri, per quelli più giovani non credo e cmq non so. Se devo pensare a un poeta borghese penserò magari a Carducci, non a Pascoli, c’è tutta la capacità eversiva della piccola borghesia in Pascoli, e dico eversiva non in senso politico, al contrario, lo dico perché lo sono il sogno, l’oscurità, la capacità di scendere nel regno delle ombre. Carducci no, Montale no, Pascoli sì “la sua giovanile anarchia, il suo socialismo umanitario, con tutti i fraintendimenti capricciosi, libertari e estrosi, cervellotici con cui egli li colora a proprio uso, sono di stampo piccolo borghese”. Questo dice Debenedetti, e non dice poco, non parla solo di lui.

  115. ap il 17 novembre 2005 alle 22:10

    cavi, io immagino…
    ma non credo che mai nessuno debba dire ad un altro che “scrive male”, o che dovrebbe “scrivere meglio”. Allo stesso tempo non ricordo di aver mai invitato nessuno a tacere, e in verità questo è stato fatto nei miei confronti, o almeno in parte… sono stato offeso per aver spontaneamente espresso una mia opinione…

    notate bene, post per post… andate a rileggere..
    ————————
    giovanni io so come mi chiamo, e TU?!

  116. temperanza il 17 novembre 2005 alle 23:20

    @ap
    Io credo che invece si debba fare perché se scrive male il mio dentista non c’è danno, ma se scrive male (e per me male vuol dire confuso e impreciso) qualcuno che pratica la scrittura per mestiere e parla di cose che mi riguardano, cambia in peggio la qualità del mio ambiente e non mi va.
    Così abbiamo sempre imparato quasi tutti, sbattendo la testa contro il giudizio, il disaccordo e il disappunto degli altri. Infatti se uno non vuol essere criticato non pubblica e non si espone al giudizio.
    Tutto questo è nato perché tu hai scritto cose approssimate in un thread letto da persone che amano la poesia. Le avessi scritte altrove nessuno avrebbe reagito. E invece di correggere la rotta, cosa che potevi fare, ti sei ostinato a produrre fumosità, cosa pensavi che succedesse? Tra l’altro mentre io ho parlato delle cose che hai scritto, tu hai parlato di me, ora, le cose che hai scritto sono pubbliche, la tua persona non mi riguarda, non dico che auspico lo stesso atteggiamento da parte tua, ma noto solo, di nuovo, una certa confusione di piani.
    Come vedi il tono è piuttosto pacato, ma questo non vuol dire che io non dica quello che penso, anzi, più passa il tempo più mi convinco che vale la pena insistere.

  117. ap il 18 novembre 2005 alle 00:18

    il fatto che io sia “fumoso”è una tua opinione.. ok?!su questo siamo d’accordo?!… del resto ognuno scrive come si merita e se temperaza è una grande scrittrice sono contento, spero riesca a scrivere grandi opere e dare a tutti noi appassionati soddisfazione e piacere…

    continuo a considerarmi ben cosciente di quello che ho scritto e ho ragionato(per conoscenza) sulla poesia di Pascoli.. poi ahimé, potevo incollare anch’io testi critici, ma mi accontento delle mie riflessione da povero signor nessuno…. anche perchè era evidente il punto di partenza della mia definizione, che non credo vi sia sfuggita…

    ————————————————————————————–
    comunque giovanni sono appena tornato dal cine, un bel film devo dire, peccato che non sei venuto con me, avresti imparato qualcosa…

  118. giovanni il 18 novembre 2005 alle 06:28

    Temperanza, hai svelato al composito pubblico di NI chi sei: un’attenta lettrice, allenata e con un buon orecchio (credo qualcosa di più che buono, ma comprèndesi la sprezzatura). Ma AP, Angelo Petrelli, è uomo d’onore e, al modo di Pigi Battista quando scriveva sulla Stampa, vuole i nomi. Allora io mi chiamo Giovanni Choukhadarian, mi laureai in teoria generale del diritto nell’università di Pavia, ho lavorato per Utet e alcuni editori di minore importanza, scrivo sull’edizione genovese di Repubblica, sull’Indice, Stilos, Resine, Nuova prosa e riviste letterarie. Quest’anno ho pubblicato studi su Laurano e Biamonti, oltre a un diario inedito di Bergeret de Grancourt. Sono fidanzato a Milano. Serve altro? E che film hai visto, si licet?

  119. magda mantecca il 18 novembre 2005 alle 10:47

    Uella si fa outing anche su NI. adesso ci vuole che qualcuno dichiari di essere omoaffettivo:-)
    non sono riuscita a seguirvi tutti, ma sembra una discussione interessante.
    io ho già dichiarato tutte le cose biografiche sul primo post.

  120. ap il 18 novembre 2005 alle 11:41

    bene giovanni,
    l’autoaccettazione è già un buon punto di partenza.. ora con una seria dose giornaliera di psicofarmaci puoi fare tanto, ti auguro di guarire presto..
    in bocca al lupo…

    il film era pessimo, e pessimi gli attori…

  121. temperanza il 18 novembre 2005 alle 11:58

    Mi pare l’ora di chiuderla qui, da un certo punto in poi le parole servono a poco.

  122. ap il 18 novembre 2005 alle 12:16

    me ne compiaccio.

  123. marcello marchesi il 18 novembre 2005 alle 13:04

    dedicato ad ap:

    non ho niente da dire, ma lo devo dire.

  124. ap il 18 novembre 2005 alle 13:57

    lo so che siete tutti più bravi e più belli di me,
    ma che ci posso fare…

    se non fosse NI sospetterei di essere finito in un covo di fascisti…

  125. magda il 18 novembre 2005 alle 20:15

    scusate se m’intrometto, ma uno, una, affina lo spirito, l’eleganza intellettuale, studia per anni, per poi innescare ne piu’ ne meno i battibecchi comuni a tutti i mortali.
    chi è che diceva che anche agli intellettuali gli girano le palle?

    io forse.

  126. pow wow il 18 novembre 2005 alle 20:59

    Fascisti? ma per piacere… stavate discutendo di Pascoli o di che ce l’ha più duro? se fate i bravi vi porto ai giardinetti a fare una danza tribale, così vi scaricate un po’ i nervi. Tutti eh!

  127. psychedelic fur il 18 novembre 2005 alle 22:09

    NI sarebbe un posto d’intellettuali che poi scadono a battibecchi di quelli cari al pòppolo, preclara mademoiselle Magda? Vous me surprenez beaucoup. L’è mìnga inscì. Qui, come non altrove, vige il metodo dialettico.
    In quanto a questo irritante Pow wow, a parte il fatto che firmarsi col marchio di un chewing gum o, peggio, di un chupa chupa non depone a favore del firmatario, che cosa vuol dire la solfa della danza tribale? Pow wow è il titolo del gloriosissimo primo LP degli Steeplejack di Maurizio Curadi, uscito con l’Electric Eye di Claudio Sorge nell’autunno di 17 anni fa. Non si scherza con nomi tanto sacri, non si.

  128. pow wow il 18 novembre 2005 alle 22:42

    Cosa vuoi psychedelic fur, il pow wow è raduno dei nativi, danza sacra. Sono io che mi irrito, io che sono una povera drag queen (presente Priscilla la regina del deserto?) con l’amore per il Pascoli, qui definito borghese: meglio danzare, molto meglio.

  129. magda il 19 novembre 2005 alle 09:35

    se l’è minga insci, mei per tocc.
    Secondo me, è un po’ anche il mezzo fortemente emotivo che ogni tanto scatena il flame.
    Con tutti questi nuovi mezzi tennnologgici, sarebbe auspicabile un bel tavolo audio-video collettivo, dove le parole vengono supportate dalla mimica, dalla gestualità, dal tono di voce, segni certamente piu’ ricchi e meno equivocabili della sola parola che spesso cela troppi sottintesi e misundestranding.
    oppure creare occasioni piu’ concrete di confronto,sempre se c’è questa esigenza, ovviamente.
    Va bene la dialettica, pero’ si è anche molto permalosi, mi pare.
    In quanto alle drug queen, mi sembra di sentire un’ alta rappresentanza dell’inquietudine omoaffettiva negli ambienti intellettuali o similtali…no?

    ps: uso il condizionale e il forse, così Ettore Ongis, il direttore dell’Eco di Bergamo, quel caro quotidiano democratico, è contento.
    grazie per la signorina, ma ormai sono 42 anche le mie primavere.

  130. emma il 21 novembre 2005 alle 20:14

    Sono stata fuori e leggo solo ora i commenti che riguardano Pascoli.
    In effetti, per chi legge, l’impressione è che il discorso tocchi Pascoli solo parzialmente, e che la polemica abbia superato l’oggetto della discussione.
    Quanto al “peso” di Pascoli per Scialoja: la testimonianza diretta dell’interessato non significa nulla? Se teniamo in considerazione il giudizio espresso da Raboni, siamo costretti ad ammettere che Scialoja non è un poeta di poco conto, che non è certo un poeta incapace di riconoscere i propri maestri. O Raboni lo tiriamo in ballo solo quando ci fa comodo?
    Sul Pascoli “piccolo borghese” piuttosto che “borghese”: quanto è importante per stabilire il “valore” di Pascoli?

  131. giovanni il 21 novembre 2005 alle 20:56

    Dearest Emma, l’intentio auctoris conta moltissimo, se persino U. Eco, il democraticissimo, si è sentito in dovere di ricordarlo ne I limiti dell’interpretazione, Milano, 1990. Sarebbe stato meglio se Scialoja, parlandone da vivo, avesse chiarito la relazione, certo esistente, fra l’esametro di Omero, certo verso del Pascoli e certi altri suoi esercizi atonali senz’altro interessanti, anche perché tuttora poco noti.
    Madame Magda, omoaffettivo de che? Che sono ‘ste parole ar-càne? Sur Demauro nun c’è.

  132. temperanza il 22 novembre 2005 alle 16:33

    @Emma

    La differenza tra borghese e piccolo borghese in Pascoli non è una questione di valore (cioè di grandezza) questo è vero, ma di luogo in cui sta e visto il luogo in cui sta di quali influenze abbia avuto sui poeti che vengono dopo (relativamente al nostro discorso), di quanto questi poeti gli debbano e in che termini, su quale sfondo storico-sociale ma anche sotterraneo, di adesione a modelli e a immaginari di un certo tipo e non di un altro. Altrimenti si può pensare che l’influenza sia soltanto tecnica (metrica). E se fosse così, se di Pascoli prendessimo solo l’armamentario tecnico, diventerebbe una figura molto impoverita, io credo. Del resto uno attento come Debenedetti non ci avrebbe speso tante parole.

  133. giovanni il 22 novembre 2005 alle 17:39

    Riferimento bibliografico essenziale: G. Debenedetti, Il gelsomino e la donna di Eresso, in Saggi critici, III serie, Milano, 1959 (ora in G. Debenedetti, Saggi, Milano, 1999)

  134. emma il 22 novembre 2005 alle 18:06

    @Temperanza
    La mia domanda non intendeva (meglio, non intendeva solo) contestare l’importanza di riferimenti (sociologici?) di questo tipo.
    Era (è) proprio una domanda.
    Ricordo, nel discorso di Mengaldo di cui ho parlato più sopra, una specie di (neanche tanto larvato) rammarico.
    Della serie: se Pascoli non fosse stato un piccolo borghese rurale, se non avesse avuto tutti i timori, le remore, le ritrosie che gli venivano dalla sua storia personale, familiare, sociale, avrebbe avuto la forza e il coraggio di dedicarsi ad altri temi; sarebbe allora diventato – con la “lingua” e l’indiscutibile genio di cui disponeva – un poeta grandissimo, di livello europeo, senz’altro più grande del pur grande poeta che conosciamo.
    La cosa mi ha fatto pensare, ma in effetti non c’è possibilità di verifica.

  135. temperanza il 22 novembre 2005 alle 22:40

    @Emma
    Ognuno ha i suoi sogni, ho l’impressione che il sogno di Mengaldo sia quello di avere una grande e forte letteratura di largo respiro, che però, come anche lui sa, ha bisogno di un paese che queste energie “epiche” in qualche modo le produca, anche per contrasto.
    Anche di Pascoli evidentemente lamenta che sia stato Pascoli e non” il grande poeta italiano”. Mengaldo auspica sempre anche una narrativa di questo genere, evocando Yeoshua o Coetzee in un paese che produce più facilmente manierismi o analisi o fitction pura e semplice (spero che nessuno venga fin qui e inneschi una polemica sui giovani scrittori, non ne sento la mancanza).
    Mengaldo è un grandissimo filologo, ma Debenedetti secondo me aveva una maggiore sensibilità poetica, e questo gli fa sentire, e forse riconoscere valore, in Pascoli, a quel lato tragico che ogni sogno o rinuncia o nascondimento e menzogna della piccola borghesia comporta.
    Non so, ogni paese ha la tragedia che le è connaturata (stavo per scrivere ‘che si merita’) questa autocastrazione di Pascoli è forse la nostra. Resta il fatto che un talento così grande non si “riduce” alla metrica e che anche quando ideologicamente si maschera, rinuncia e si ritrae, crea poesia. Che non esclude il fallimento. Anche di un progetto grande come quello che auspica Mengaldo.

    Il riferimento di Debenedetti non è “sociologico”, caso mai ideologico, anche se poi la definizione può esserlo.
    Mengaldo è un intellettuale. E’ facile per gli intellettuali dire cose come queste, essere un intellettuale richiede generalmente minor coraggio che essere un grande poeta piccolo borghese;–)

    Del resto se pensi a Walser, mi pare che siamo su una lunghezza d’onda non tanto diversa.

  136. mag il 23 novembre 2005 alle 13:59

    ah Giovà,
    è tutta corpa de quel coione
    de Cecchi Paone
    che per di ch’era frocio
    s’è inventato sta parola da testa de cocio.



indiani