Emilio Villa: L’anti-Edipo e il primordiale

14 novembre 2005
Pubblicato da

di Davide Racca

DI LEGGE NON SI VIVE
DI LEGGE SI MUORE
LA LEGGE E’ MINACCIA
LA LEGGE E’ASSASSINIO
LA LEGGE E’ INGANNO
NESSUNO HA BISOGNO DELLA LEGGE
LEGGI SEMPRE QUESTA LEGGE

Tavola della legge del futuro testamento (opera visiva di Emilio Villa, Napoli 1974)

Emilio Villa è stato un uomo del desiderio, un anti-Edipo? Come dicono Deleuze e Guattari ne “L’anti-Edipo”, Questi uomini del desiderio (oppure non esistono ancora) sono come Zaratustra. Conoscono incredibili sofferenze, vertigini e malattie. Hanno i loro spettri. Devono reinventare ogni gesto. Ma un tal uomo si esibisce come uomo libero, irresponsabile, solitario e gioioso, capace infine di dire e di fare qualcosa di semplice in nome proprio, senza chiedere il permesso, desiderio che non manca di nulla, flusso che supera gli sbarramenti e i codici, nome che non designa più alcun io. Ha semplicemente cessato di aver paura di diventare pazzo. Vive se stesso come la sublime malattia che non lo tocca più.

Ma chi è l’Edipo? Sempre i due citati sopra dicono: Edipo è in effetti letterario prima di essere psicanalitico. Ci sarà sempre un Breton contro Artaud, un Goethe contro Lenz, uno Schiller contro Holderlin, per “ superegotizzare” la letteratura e dirci: attenzione, non più lontano, niente “errori di tatto”! La forma edipica della letteratura è la sua forma merce. Siamo liberi di pensare che, alla fine, c’è persino meno disonestà in una psicanalisi che in quella letteratura, perché il nevrotico tout-court fa un’opera solitaria, irresponsabile, illeggibile e non vendibile, che deva anzi pagare per essere non solo letta, ma tradotta e ridotta. Egli commette un errore economico, un errore contro il tatto, e non diffonde i suoi valori. Artaud diceva appunto: ogni scrittura è della porcheria – cioè ogni letteratura che si prende per fine, o si fissi dei fini, invece di essere un processo “che scava la cacca dell’essere e del suo linguaggio”, trasporta deboli di mente, afasici, illetterati. Risparmiateci almeno la sublimazione. Ogni scrittore è un venduto.

Ma chi è Emilio Villa? Come ci racconta Aldo Tagliaferri ne Il clandestino – vita e opere di Emilio Villa (Derive Approdi), è stato un senza fissa dimora per la maggior parte della sua vita. Un randagio per scelta, di umili origini lombarde, sicuramente un anarchico, seminarista nella sua prima formazione, che dorme spesso, quando non sui pavimenti degli studi di artisti a lui vicini, sotto i ponti o, romanticamente detti, “chiari di luna”. Uno che conosce il valore delle opere d’arte in sé ma non è interessato da quello commerciale, venale. Quanti capolavori gli sono scappati dalle mani per quattro soldi e una degna mangiata in trattoria… quanti Burri, Turcato, Fontana, Lo Savio… (addirittura ha alienato per bisogno una piccola scultura di Arturo Martini donatagli dall’artista per le sue nozze; ma in questo caso pare abbia lucrato un po’ di più).

Un eretico, innanzitutto. Un Odisseo irrefrenabile. Un ammiratore di Gadda, di Sinisgalli. Uno ammirato da Carmelo Bene con cui condivideva l’amore per le frasi sibilline. Emilio Villa era istintivamente irritato da Pasolini (al solo sentirne parlare), e disprezzato dall’“Eusebio Nazionale”, Montale. Era amato da Balestrini, e in sprezzante disaccordo con Sanguineti. Amante della poetica di Artaud, ma anche un grande estimatore del papa Breton. Figlio legittimo, a mio avviso, di Dino Campana, di cui fa suoi il plurilinguismo e una certa elettricità della parola. E poi Duchamp, il grande maestro francese con cui stringe amicizia e che lo definisce Villa-drome, e Rothko che gli aveva promesso un’opera per la sua attenzione critica e che si suicidò proprio nel periodo in cui Villa si stava recando ad incontrarlo a New York.

Emilio Villa è uno studioso, ma mai ex-cattedra, del greco, del miceneo, delle lingue semitiche antiche e dei geroglifici egizi. Un eretico che fa fibrillare gli accademici per la traduzione dell’Odissea. Uno studioso dell’arte plastica, dai primordi ai suoi tempi. Un poeta, un critico d’arte (anche se questo lo avrebbe fatto innervosire: non dire mai “attività critica”. Ma entusiasmo, occhio, poesia. I critici sono la merda) e un instancabile organizzatore di mostre presso gallerie private, fatte o semplicemente lambiccate.

Dunque Emilio Villa era un eclettico? No! perché per lui tutto era Uno, uni-versale, riconducibile a un orizzonte cosmogonico, antiescatologico, presocratico: eracliteo.

Scrive nel 1953 in “Ciò che è primitivo” (tratto dal testo di recentissima stampa curato sempre da Aldo Tagliaferro di Emilio Villa L’arte dell’uomo primordiale, casa editrice Abscondita): Noi cerchiamo un equilibrio che la cultura dell’estetismo ha avariato o rovinato addirittura. E più avanti, dopo aver redarguito pur grandissime figure dell’arte moderna come Klee, Kandiskij, Arp, Brancusi, Picasso per avere sparso dogmi stimolanti ma privi di contatto storico, dice: Ora sarebbe arrivato il momento di lanciare questo grande ponte sul passato, che vuol dire sul futuro. Di sottrarre all’improvvisazione, all’enfasi e alla letteratura tutta quanta la produzione. Si tratta di operare, sulla scorta dei materiali salvati e paragonati (la venere di Willendorf e la venere di Cirene, un cromlech e il Partenone o il colonnato del Bernini, n.d.r.), l’idea, la sostanza: la ragione della cultura figurativa; si tratta di recuperare l’evidenza e la continuità organica, biologica quasi, delle umane azioni necessarie: e umano e necessario s’intende tutto quel che ha radice e documento espresso sul terreno di tutti i popoli nel tempo e nell’unità strutturale delle varianti e dei paragoni. Sollevare questo sistema come un contrappeso (o come uno specchio) al continuo scendere verso il basso che è proprio dei moti dell’intuizione, dell’evocazione spontanea, degli scatti personali, e dell’invadenza irrefrenabile delle rivelazioni letterarie facilmente solubili nell’orgia, nel delirio, nella vacanza.

E questo discorso si chiarifica in “La figura” da “La vita dell’immaginazione” (sempre tratto da L’arte dell’uomo primordiale) in cui Emilio Villa scrive: L’animale che l’uomo paleolitico ex-prime è un animale che egli, certamente, ha visto, e che, in apparenza celebra mimando, con l’ausilio delle memoria visiva: ma nell’atto di esprimerlo, l’uomo eseguisce se medesimo traendo fuori di sé l’animale, dopo averlo inghiottito. L’uomo ha dentro l’animale; se ne libera, per sacrificarlo e restituirlo alla vita, uccidendolo con il segno. Più che dire “l’uomo ha visto l’animale”, per l’uomo paleolitico si deve dire “l’uomo ha digerito l’animale”. Figurazione è delineazione del digerito. E rimane infine da rilevare che l’uomo paleolitico esprime anche l’animale che difficilmente può aver visto; e alcuni che, con certezza, non ha visto.

Dunque la tesi fondamentale di Villa è che l’arte nasce da un atto di digestione e deiezione, da un flusso desiderante di trasformazione, quasi biologico, interrotto solo nell’atto di creazione che è primordiale e in qualche modo letale, mortale, ma anche sorgivo. Questo per certi versi ci fa pensare al gesto tagliante di Fontana, alle ferite cucite da Burri, all’ingoiamento delle uova-opere di Manzoni.

Il processo di formazione espressiva dell’uomo (scrive in “Realtà e arte dell’uomo preistorico”, sempre ne L’arte dell’uomo primordiale) è un continuo flusso, un processo inalterabile di integrazione simultanea: è incessante presa di possesso del mondo, posto dalla immaginazione come pura captatio. Il segno è figura, la figura è atto, l’atto è unità, comunione, integrazione, generazione; l’unità è il divino, il divino è figura, la figura è segno. Così come azione e simbolo sono l’unica e medesima realtà.

In Attributi dell’arte odierna, testo Feltrinelli pubblicato nel ’70 e poi mai più riedito, è proprio Villa a chiarire in una nota finale che i nomi di artisti da lui presentati in quel testo, e di cui si era occupato dal ‘47 al ‘67 (Burri, Fontana, Lo Savio, Matta, Pollock, Duchamp, De Kooning, Manzoni, Wals, Capogrossi e altri), non sono scelte di valore (in nessun senso) ma sono cadute, casualità, irritazioni, impennate, scatti, spari. Non c’entra la “storia dell’arte contemporanea”, e tanto meno la critica. E non è “saggistica”. In questo magma c’è un solo nome, ed è il mio, gli altri sono più o meno fittizi, come supporti. È la mens generale, il torbido totale, la febbre che scivola dentro, quello che fa il libro.

E così quando per Capogrossi scrive: nasceva la prima e primaria e persuasa tentazione di designificare…; per Burri scrive: è certo uno degli atti più forti, un r aptus/r actus…, oppure: ecco un’opera che poteva essere fatta soltanto oggi, ecco un’azione che poteva essere compiuta oggi soltanto…; e per un’opera di Fontana rappresentate un triangolo su di una superficie di gesso scrive: Ma io credo che bisogna scrivere, o dipingere, in pectore, in ore, in aenigmate, in symbolo, in speculo, in vacuo, le sole strade verso l’apertura, i soli strumenti di scandaglio.; e poi per l’umile e altissimo Lo Savio (contrapposto all’ignorante, milanese, spericolato ma calcolatore Manzoni) il cui operato artistico secondo Villa riporta nella scarna, secca, assidua induzione (tentazione) cosmogonica… ; insomma, quando infine Villa, il primordiale, decide gli artisti per questo suo Attributi dell’arte odierna, non fa diversamente dal suo uomo paleolitico con gli animali disegnati sulle pareti della caverna che più su ho citato: basta sostituire all’uomo paleolitico il nome di Villa e quello degli animali con gli artisti, e dalla stessa frase di prima, sostituendo figurazione con poesia, ne verrà fuori che:

Gli artista che Villa ex-prime sono artisti che egli, certamente, ha visto, e che, in apparenza celebra mimando, con l’ausilio delle memoria visiva: ma nell’atto di esprimerli, Villa eseguisce se medesimo traendo fuori di sé l’artista, dopo averlo inghiottito. Villa ha dentro l’artista; se ne libera, per sacrificarlo e restituirlo alla vita, uccidendolo con il segno. Più che dire “Villa ha visto l’artista”, per Villa si deve dire “Villa ha digerito l’artista”. Poesia è delineazione del digerito. E rimane infine da rilevare che Villa esprime anche l’artista che difficilmente può aver visto; e alcuni che, con certezza, non ha visto.

Ma che centra questa intuizione che mi fa assimilare l’uomo paleolitico nell’atto della sua azione artistica primordiale con Villa, e l’anti-Edipo citato all’inizio? Questa dell’anti-Edipo è una questione cui mi ha fatto pensare il testo di Tagliaferri, Il clandestino, e più che trovare una vicinanza fortissima di Villa con l’anti-Edipo all’inizio descritto, mi sembra che comunque in lui sia rimasto un residuo di nostalgia dell’origine dell’Io, del primo Io primordiale, di un Io magico-religioso che in qualche modo mi fa pensare che in Villa esiste ancora una LEGGE, fosse anche la legge che dice:

NESSUNO HA BISOGNO DELLA LEGGE
LEGGI SEMPRE QUESTA LEGGE.

(immagine di Giuseppe Caccavale)

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58 Responses to Emilio Villa: L’anti-Edipo e il primordiale

  1. magda il 14 novembre 2005 alle 17:24

    per non avere bisogno di legge, per essere anarchici, bisogna avere la legge dentro di se’, la legge dei giusti che non necessita imposizioni.

  2. gibril il 14 novembre 2005 alle 21:07

    E’ stato (ed è) uno dei veri grandi del Novecento: bisognerebbe avere il coraggio di riscrivere coordinate e canoni del secolo a partire dal riconoscimento della sua (purtroppo misconosciuta) centralità.

  3. anodinoT. il 14 novembre 2005 alle 21:50

    Su Alias lo vedo citato ogni tanto, poi ultimamente dovrebbe essere uscito un libro su di lui… mi avete incuriosito.

  4. gibril il 14 novembre 2005 alle 22:31

    @ anodinoT

    Potresti cercare, tra i pochi testi in circolazione, il volume delle “Opere poetiche” edito qualche anno fa da Coliseum (a cura di Nanni Cagnone).
    Penso sia ancora reperibile e, in ogni caso, ti assicuro che ne vale veramente la pena: la lettura, oltretutto, ha una funzione in qualche modo
    “ecologica”, nel senso che obbliga a riporre nel luogo dovuto (leggi: pattumiera) parecchia della poesia e degli autori oggi incensati: anche su NI, qualche volta (per fortuna).

  5. davide racca il 15 novembre 2005 alle 10:38

    gabril, hai ragione. villa è determinante per l’arte contemporanea soprattutto in un certo periodo storico come gli anni ’50 -’60… e fino ad oggi sembra che solo pochi sappiano come stanno le cose, ad esempio della sua relazione con burri, e della relazione di burri con lui… io ho cercato di darne un profilo sintetico, ma rimando al bellissimo libro di tagliaferro, il clandestino, per ulteriori informazioni e documentazioni. bisogna restituire centralità a un uomo che, tutto sommato, non l’ha voluta e non l’ha cercata, o meglio, non lo ha fatto nei luoghi istituzuionali… il nuovo libro pubblicato da abscondita, l’arte dell’uomo primordiale, mi ha fatto legare la sua vicenda di studioso a qualla di critico, che poi critica non era… insomma, mettere le mani su villa è un’operazione assai difficile, assai! a meno che non si voglia dare una visione unitaria dell’suo impegno onnivoro e poetante… senza rinchiuderlo in prestabiliti comparti stagni della definizione, ma tracciando sentieri che il suo percorso sicuramente ha segnato

  6. gibril il 15 novembre 2005 alle 12:02

    @ Davide Racca:

    Il tuo “profilo sintetico” di Villa (che ho apprezzato moltissimo) contiene, a mio modo di vedere, segnali evidenti di quello “sguardo” che dovrebbe guidare lo studioso (il critico, il semplice lettore) nella ricognizione di un’opera che si dà, per sua scelta e natura, nella sua irriducibile “alterità” rispetto agli universi della significazione comune (troppo spesso passivamente accettati nella loro richiesta/imposizione di “ordine”).
    Questo non (solo) per farti un complimento, ma per chiarire che quando parlavo di riscrivere coordinate e canoni non intendevo alludere a una operazione di museificazione dell’opera “totale” di Villa (a proposito: c’è qualche critico, accademico o meno, che saprebbe dove collocare ciò che sfugge preventivamente a ogni catalogazione, ad ogni repertorio che non parta dalla necessità della sua stessa inconsistenza ermeneutica?): intendevo quello che, con molta chiarezza, esprimi alla fine del tuo intervento, cioè ripercorrere i sentieri che sicuramente ha segnato (l’operazione ecologica consiste anche in questo: strappare il cumulo di macerie, di frattaglie e detriti per rendere visibile la traccia).
    Mi trovi d’accordo anche su Tagliaferro: il suo è un libro notevolissimo, come se ne scrivono pochi attualmente in Italia.

    Saluti

  7. wovoka il 15 novembre 2005 alle 13:13

    > quello “sguardo” che dovrebbe guidare lo studioso (il critico, il semplice lettore) nella ricognizione di un’opera che si dà, per sua scelta e natura, nella sua irriducibile “alterità” rispetto agli universi della significazione comune (troppo spesso passivamente accettati nella loro richiesta/imposizione di “ordine”).

    Una sintesi magnifica, soprattutto quel “dovrebbe” ma … se NESSUNO HA BISOGNO DELLA LEGGE? eccheccentra, la significazione non è più comune … crash – boom – APPENDIAMOLI TUTTI!!!!

  8. davide racca il 15 novembre 2005 alle 13:18

    gibril, giuseppe caccavale, che poi è l’artista che ha realizzato il disegno in foto dal titolo di Procido 2, mi scrisse una volta una bella intuizione su villa:

    emilio villa dormiva spesso sotto i ponti…
    per questo le parole non dovevano bussare
    per entrare.

    ciao

  9. A il 15 novembre 2005 alle 13:24

    Da poco è in libreria per deriveapprodi la traduzione dell’Odissea ad opera di E. Villa. Una traduzione che fa piazza pulita delle precedenti, pindemonte su tutte, e che restituisce al poema la sua forza originale di opera assolutamente “orale”. Purtroppo manca il testo a fronte. Questo è un altro capolavoro di E. Villa nonchè uno sforzo letterario immane e di altissimo livello.

  10. gibril il 15 novembre 2005 alle 13:27

    Caro Wovoka, la “bellezza” di uno scritto (di un post? post rem?) forse sta tutta nel fatto che ognuno, riscrivendolo nel suo orizzonte culturale, umano, etico, politico (?) vi legge (giustamente) quello che vuole: anche i “botti” di capodanno, se è il caso.
    Avessi virgolettato “significazione comune”, forse avresti letto quello che realmente volevo dire: quel senso (sentire) omologante che lega in un’unica catena l’etichetta del chinotto all’Inferno di Dante.
    Mea culpa.

    Ciao

  11. wovoka il 15 novembre 2005 alle 13:39

    Caro gibril, non so – ero davvero mezzo ammirato e mezzo sgomento. Pensi che non avverta l’attrazione fatale della deriva (sono un artista anch’io, anche se sarà difficile crederlo)? Solo che, vedi, appena mi lascio davvero andare, ecco che compio un mezzo passo falso: volevo esprimere una sorta di adesione (problematica) e chissà cosa diavolo ho finito per esprimere. Scusami, ma per me è un terreno scivoloso. Ora rientro in me. Ciao

  12. gibril il 15 novembre 2005 alle 14:00

    @ Wovoka:

    Capovolgendo un assunto agostiniano: “Noli intus redere”: è nel confronto, nella dialettica, anche nel fraintendimento, che possiamo cercare di ricostruire quel minimo di comunità a misura dell’umano, del dono, dello scambio simbolico, emozionale (perché no?) che ci viene quotidianamente estorto, negato, violentato: esporsi al pensiero altrui, quando sentiamo che parla, comunque, a/di qualcosa che ci appartiene nel profondo, è una forma doverosa di “resistenza” alla barbarie dilagante.

    (“Adesione problematica” è un’espressione bellissima: è anche quella di Racca verso l’opera di Villa).

    Ciao

  13. helena janeczek il 15 novembre 2005 alle 15:16

    Wovoka, visto che lo scrivi: “sono un artista anch’io”. Non è che magari segnaleresti in primis ai tuoi giovani colleghi, nonché a tutti noi in quale “altrove” possiamo trovarti? Scusa, è da un po’ che volevo chiedertelo….

  14. temperanza il 15 novembre 2005 alle 15:16

    @Gibril (ci conosciamo, credo, o no?)

    Villa non è mai stato “centrale”, ma eccentrico e dunque mi pare difficile riscoprire una sua centralità e credo addirittura che non ne sarebbe contento, chi lavora ai margini, gli esploratori di margini, gli episodici, i perforatori, come mi pare fosse Villa, credo che vogliano essere studiati nel loro territorio, non trascinati verso un centro che non hanno mai desiderato, non accomunati ai Goethe, ai Schiller, loro sì davvero centrali. Perché in questo modo, mi sembra, togliamo valore a tutti quei pensatori che hanno pensato altrove mentre a me sembra che come la flora va dal baobab al muschio, lo stesso dovrebbe onorevolmente succedere nel mondo del pensiero.

    @ A
    “e che restituisce al poema la sua forza originale di opera assolutamente “orale”. Purtroppo manca il testo a fronte” C’è qualcosa che non mi quadra.

  15. andrea barbieri il 15 novembre 2005 alle 15:21

    Wovo una volta hai parlato di Rembrant, non è che per caso è proprio quello l’altrove?

  16. temperanza il 15 novembre 2005 alle 15:24

    ai Schiller!! chiedo perdono

  17. wovoka il 15 novembre 2005 alle 15:42

    @Andrea: forse sì .. forse sì.

    @Helena: ti ringrazio per la proposta, lo farò .. ma più avanti. Adesso mi creerebbe troppo imbarazzo, scoprendomi la panza nel momento in cui sono imbarcato in un’indagine forse autodistruttiva … forse lo scienziato mancato che cerca di strangolare l’artista nascente.

  18. andrea barbieri il 15 novembre 2005 alle 16:03

    Lo sapevo Wovo, nessuno avrebbe scritto quella riga buttata lì così senza esserci dentro :-)
    Ne approfitto per scriverlo bene: Rembrandt.

  19. gibril il 15 novembre 2005 alle 16:19

    @ Temperanza:

    Dare “centralità” nel senso di porre al centro della (nostra) discussione, nel senso di dare visibilità, soprattutto in un momento in cui gli epigoni degli epigoni dettano legge nei blog, nelle riviste, nell’editoria, sui giornali: credo che il senso si evincesse quando parlavo, rispondendo a un’analoga osservazione di Racca, di sfuggire a operazione di museificazione dell’opera. Infatti: quanti tra i giovani (e non giovani) scrittori e poeti conoscono Villa, se lo sport preferito della maggioranza di essi è quello di trovare una etichetta, una linea, una scuola accogliente, un gruppo che fa e dà forza? Ecco, dare centralità, proporre l’esempio del “muschio”: perché guardare il mondo dalla periferia, dalla parte delle radici, permette spesso di orientarsi, o quantomeno di essere coerenti e onesti con se stessi: guardarlo dalla cima è naufragare.
    Poi, in materia di marginalità (per scelta o imposta), di seminalità, di eccentricità dell’autore in oggetto (e non solo sua), credo di capirne qualcosa (forse), dal momento che lo studio (e lo verifico sulla mia pelle) da circa trent’anni.

    p.s.
    Ci conosciamo? Forse sì, forse no. Lo scopriremo solo vivendo.
    Intanto tieniti un cordiale saluto.

  20. temperanza il 15 novembre 2005 alle 16:43

    @ Gibril

    Bene, perché le parole di Zanzotto nel nr che il Verri dedicò a Villa anni fa mi sembrano quanto mai adatte, le cito per chi non le conoscesse:

    “… La conoscenza di Villa è condannata (o forse salvata) dall’improbabilità di un vero incontro faccia a faccia. Ne è conferma il fatto che, per quanto il suo nascondimento sia stato fortemente voluto, nessuno, d’altra parte, neppure la neoavanguardia, ha potuto infrangere quella condizione e rivendicare una vicinanza, e men che meno una cooptazione ‘canonica’ … Nemmeno se si riuscisse a fargli pubblicare tutto il corpus del suo lavoro, Villa si sottrarrebbe a questa sua deriva-destino, o scelta situazionale, terrain vague in cui si confondono, ribollono, vita e scrittura proiettate a chissà che altro.”

    Quanto agli epigoni degli epigoni … il tempo è sempre stato galantuomo. E’ anche vero che la mala erba scaccia la buona, ma se pure sul momento la scaccia, prima o poi arriva sempre un giardiniere.

  21. gibril il 15 novembre 2005 alle 16:57

    @ Temperanza

    Citando il “ritratto” di Zanzotto hai aggiunto un altro prezioso tassello alla discussione. Ti ringrazio. E ti confesso, in tutta onestà, che nelle ultime ore
    non mi era proprio venuto in mente. Credo sia importante.

  22. tashtego il 15 novembre 2005 alle 23:12

    nemmeno a me, nelle ultime ore, veniva in mente zanzotto: onestamente lo ammetto.

  23. tashtego il 15 novembre 2005 alle 23:12

    voglio dire: quasi niente mi è venuto in mente.
    nelle ultime ore.

  24. gibril il 15 novembre 2005 alle 23:52

    @ tashtego

    Tuscè. A muà mèm. Ossì.

  25. temperanza il 16 novembre 2005 alle 00:30

    C’è sempre qualcuno che crede che non ci sia stato niente e nessuno prima di lui, c’è sempre qualcuno che crede di essere il più furbo, anzi, il meno furbo, ma comunque il più fico, anzi il meno fico, ma in ogni caso il meglio fico del bigoncio, o l’unico caduto fuori dal bigoncio, mai però un semplice fico. Ho incontrato persino uno che ha detto ‘Il mondo è tutto ciò che accade’ e non gli importava che lo avesse già detto qualcun altro, gli pareva bello ricominciare sempre daccapo. Il loto era il suo fiore preferito.

  26. giovanni il 16 novembre 2005 alle 06:55

    Una ragionevole ambizione per gli utenti dei c.d. blog letterari, sia redattori o postatori o come sia chiamano, sia commentatori, sarebbe quella di essere nani sulle spalle di giganti. Essere nani sulle spalle di Temperanza, poi, a Temperanza piacendo, può essere un sollazzo con pochi uguali al mondo, nevvero.

  27. stefano zangrando il 16 novembre 2005 alle 07:39

    Giovanni, sento un che di rizzantiano nelle tue parole… Non sarai mica… Perché proprio ieri al telefono il maestro mi diceva di aver sentito un certo… Insomma, questi nani sulle spalle dei giganti… Che invece, per la cronaca, stanno sotto di loro, a grattargli i cosiddetti…
    Buona giornata a tutti.

  28. gibril il 16 novembre 2005 alle 09:03

    @ Temperanza

    Sottoscrivo. Anche le virgole.

    P.S.

    Preferisco, per quanto mi è possibile, camminare “al fianco” dei giganti, appoggiarmi all’ampiezza del loro sguardo, ma continuare a guardare e a leggere il mondo con i miei occhi. Le altre due operazioni, comunque le si osservi, appartengono a gente che ha bisogno di “maestri” o di “padroni”. Io sono un uomo libero.

  29. wovoka il 16 novembre 2005 alle 09:08

    > sembra che solo pochi sappiano come stanno le cose, ad esempio della sua relazione con burri, e della relazione di burri con lui

    > c’è sempre qualcuno che crede che non ci sia stato niente e nessuno prima di lui

    Riflettendoci, mi sono reso conto che la parte dello sgomento (l’altra è quella dell’ammirazione) di fronte al testo di Racca, era legata alla percezione (veritiera o meno, lo scambio con gibril mi ha dato poi l’impressione che non lo fosse) di un certo autoritarismo, come se per rivalutare una figura “eccentrica” fosse necessario far ricorso agli stessi apparati retorici che rincalzano la posizione di quelle “centrali”, elevandole fino a quel feticismo idiota che è così funzionale al mercato moderno (e che Burri & co. hanno stoicamente accettato, con celata sofferenza.)

    Alla frase di temperanza, risponderei che tutto ciò è naturale, e persino giusto: il carico di “memi” che tentano di salvarsi invadendo l’altrui memoria è ormai fuori controllo, e bisognerà necessariamente buttare a mare una enorme quantità di cari ricordi, dettagli biografici e “magic moments” altrui. In fondo, persino Politi immaginava un periodico rogo purificatore delle opere d’arte, per dare la possibilità ai nuovi artisti di non morire asfissiati da tutto ciò che è stato fatto prima di loro [Holland: A quarter century ago, Ad Reinhardt announced that his black paintings had made him history’s ultimate artist. He said he had taken art as far as it could go. He had solved all its problems. There was nothing left to do. The critics were impressed. But unfortunately, a lot of other artists refused to hand in their brushes, so art continued.]
    Ed anche Harold Bloom, nel suo “canone occidentale”, mostra come ogni autore “di carattere” sia stato di norma assai poco interessato all’opera dei suoi colleghi, esclusi quei pochissimi che potessero provocargli “ansia da influenza”. Quindi direi di non esagerare negli appelli alla “buona volontà culturale”, visto che le contese culturali sono sempre molto meno innocenti di quanto possano apparire.

  30. andrea barbieri il 16 novembre 2005 alle 09:24

    Però, tornando al pezzo, non ho capito perché Manzoni sarebbe un furbo mentre Lo Savio umile e altissimo. Mi pare che Manzoni sia andato molto più in là di Lo Savio, e non credo per furbizia: in fondo è morto giovanissimo quasi senza vendere, no?

  31. temperanza il 16 novembre 2005 alle 10:31

    @Wowoka
    Non credo che ci sia da preoccuparsi, i cari ricordi si buttano a mare da sé, tra i ricordi l’ansia suicidaria è pandemica, il problema nostro è tirarli giù dal parapetto perché ne resti almeno qualcuno, e almeno finché si è imparato a farne buon uso. Ma tu parli di artisti, e addirittura di “artisti di carattere”, faccia un passo avanti chi si ritiene tale, ma non vorrei che avanzasse una legione, forse mi verrebbe voglia di porgere un fiammifero a Politi, perché è questo che dice la tua citazione:”a lot of other artists refused to hand in their brushes, so art continued”. Forse i loro ricordi si erano tutti suicidati e i poveri artisti non avevano più nessuno con cui confrontarsi.

  32. gabriella fuschini il 16 novembre 2005 alle 11:08

    A volte mi ci metterei volentieri sulle spalle di Temperanza, anzi, ogni volta che, consapevole di non aver niente da dire, leggo, rifletto e vado a cercare seguendo le sue tracce…
    che poi i nani stiano sotto a trastullarsi, caro Stefano, come non darti ragione?

  33. temperanza il 16 novembre 2005 alle 12:02

    @giovanni
    sì, ricordare la nostra nanità ci farebbe del bene, ci ridarebbe il senso delle proporzioni e magari, appollaiati dove tu dici, qualche centimetro in più ci arriverebbe.

    @giovanni e gabriella
    salire sulle mie spalle non darebbe vantaggi di visuale a voi e darebbe sicuramente qualche frattura a me, auspico però un appollaiamento generale il più in alto possibile.

  34. GiusCo il 16 novembre 2005 alle 12:10

    Sarebbe interessante, anche solo per gioco intellettuale, provare a riscrivere i canoni mettendo al centro figure eccentriche come Villa, capire come di conseguenza sarebbe il mondo se… Siete a conoscenza di qualcuno che si muove su questa strada? A me viene in mente solo il validissimo sito sguardomobile ma di sicuro perdo moltissima informazione, specie sul versante accademico.

  35. andrea barbieri il 16 novembre 2005 alle 13:10

    Be’ nel mio canone il capocanone per l’arte del novecento è Dubuffet. E’ stato un immenso artista e un immenso teorico e scrittore. Il più grande. Però non si può dire che fosse periferico. Anche se il centro lo occupava l’inutile Picasso col suo talento favoloso per il disegno che poi finiva lì, e infatti a rivederlo ora si percepisce tutta la sua inutilità. A meno che la fecondità di un autore non si misuri sui calendari: effettivamente non si producono calendari di Dubuffet, mentre di Picasso ne stampano a carrettate…

  36. francesco forlani il 16 novembre 2005 alle 13:28

    @ Temperanza
    ehn…è che… ci sarebbe un posto anche per me?
    effeffe
    ps
    sincerely admiratif

  37. wovoka il 16 novembre 2005 alle 13:48

    Mhm, di Dubuffet ho bene impresse le (efficaci) immagini, però non lo conosco come teorico (mo’ me lo segno). Immagino comunque che stabilire un canone significhi essere in grado di “imporre” un senso profondo (anzi il senso!) ad un processo storico, quello dell’arte, che a me appare quantomai complesso ed anche, tutto sommato, arbitrario. Probabilmente caotico, considerando come piccolissime perturbazioni fattuali avrebbero potuto facilmente dare origine a “storie dell’arte” differenti, almeno in superficie. Non disponendo di una teoria abbastanza “forte” (e non potendo prestare fede a quelle di cui sono finora venuto a conoscenza) da individuare la struttura profonda del fenomeno (la cui evoluzione potrebbe al contrario apparirmi “necessaria”) non sono in grado di proporre dei canoni alternativi – semmai ricercare dei ribaltamenti epistemologici completi.

  38. gabriella fuschini il 16 novembre 2005 alle 14:03

    Beh, Temperanza, visto che la fisioterapia è la mia professione posso sempre riabilitarti in cambio di conversazioni… :-)

  39. andrea barbieri il 16 novembre 2005 alle 14:13

    Wovo, aveva scritto tantissimo, ed è tutto qui sotto. Sul canone scherzavo, non ho un canone né un anticanone, però forse si può pensare che alcuni artisti siano anche dei maestri.

    “Jean Dubuffet
    PROSPECTUS ET TOUS ÉCRITS SUIVANTS [1967] . Édition d’Hubert Damisch.
    TOME I. Avec une mise en garde de l’auteur, 544 pages, 140 x 225 mm. Collection blanche, Gallimard -ess. ISBN 2070220400.
    TOME II, 560 pages, 140 x 225 mm. Collection blanche, Gallimard -ess. ISBN 2070220419.
    TOME III, 576 pages, 140 x 225 mm. Collection blanche (1995), Gallimard -ess. ISBN 2070740471.
    TOME IV, 704 pages, 140 x 225 mm. Collection blanche (1995), Gallimard -ess. ISBN 207074048X.

    Résumé
    « L’art est par essence nouveauté. Les vues sur l’art aussi doivent être nouveauté. » Ces lignes, extraites de la « Mise en garde » de l’auteur qui précède le recueil des Écrits de Jean Dubuffet, en disent assez le propos : on trouvera ici, groupées sous diverses rubriques, quantité de vues en effet nouvelles sur l’art, mais aussi sur d’autres sujets et objets, parmi lesquels – pourquoi pas ? – la littérature (avec exemples à l’appui). Ces vues sont bien éloignées de celles que propose l’institution qui a nom culture, mais elles trouvent leur illustration dans les obscurs travaux de ceux qui font œuvre – et œuvre d’art – à l’écart des chemins communs.
    L’art brut préféré aux arts culturels : la formule résume assez bien l’entreprise où Jean Dubuffet s’était engagé et qui lui avait fait rassembler au siège de la Compagnie de l’art brut les travaux de ceux qu’il nommait les « irréguliers de l’art ». Il leur a consacré nombre d’études qui sont ici rassemblées, tout en élaborant l’une des œuvres de ce temps les plus neuves, la mieux délibérée en tout cas, comme en témoignent les « réflexions » du peintre, et cependant marquée de ce caractère de totale invention hors de quoi il n’est point, à son gré, d’art ni de création.”

  40. un intruso il 16 novembre 2005 alle 14:44

    nel mio canone il mio capocanone è gustav strunz. deve ancora nascere, ma si farà…

  41. davide racca il 16 novembre 2005 alle 15:11

    rispondo a wovoca, perchè mi cita in una frase tra burri e villa… volevo dire, in buona fede (e senza la minima pretesa di aver detto cose fondamentali), che neanche io conosco la relazione tra i due, molto forte e molto intensa… però c’ è una verità, sacrosanta, e cioè che burri in una ricostruzione video della sua carriera sminuisce se non quasi nullifica, citandolo appena, la figura di villa quando si sa che villa è alla basa di un primo incisivo e fecondo lancio dell’artista (per non dire tutta la collaborazione che i due ebbero per un testo su saffo degli anni ’70).

    ad andrea barbieri rispondo che villa aveva una predilizione per lo savio (da me condivisa)… verso questo solitario artista, morto suicida a marsiglia, di cui ancora non sono state ben chiariti i debiti che per lui hanno i cosiddetti minimalisti americani come judd, le witt, morris… ma nonostante questo, il ruolo di manzoni è importante e lui lo riconosce… villa, come del resto umberto eco, è stato un’opera vivente dello stesso, ma villa lo rimprovera, perchè quella della firma non era sua originale ideazione, ma qualcosa che, a suo dire, già era stato fatto da ben vautier e prima ancora da un artista portoghese.

    infine, ai nani e giganti, ho sempre preferito la robusta scorza della donna cannone…

  42. temperanza il 16 novembre 2005 alle 15:41

    Oh, finalmente uno che ama la ciccia!

  43. davide racca il 16 novembre 2005 alle 16:17

    temperanza, a napoli si dice: l’occhio vò o’sicc’, ma a’ man’ vò o’ chiatt’… cioè, l’occhio vuole vedere la forma sottile, fine, elegante, ma la mano vuole toccare la ciccia, la materia, il grasso

  44. temperanza il 16 novembre 2005 alle 16:36

    Come dire, entriamo di spighetta che poi ci mettiamo di chiatto. Giusto?

  45. davide racca il 16 novembre 2005 alle 16:50

    no, la mano vuole toccare il sostanza piena, opima… l’occhio si contenta di una bella parvenza anche se secca, frigida…

  46. temperanza il 16 novembre 2005 alle 17:02

    Desiderio contro appagamento.

  47. giovanni il 16 novembre 2005 alle 17:14

    Temperanza, ricordare la nostra nanità. La tua in che risiederebbe? E se pure fosse, la nostra diverrebbe de iure ac de facto microscopicità. Ci sono ordini di grandezza, nelle cose e nel mondo, gerarchie: e per fortuna che ci sono.
    Stefano: jawohl! Tutto vero quanto dici. E tutti questi qui che continuano pervicacemente a scrivere romanzi, ma vogliamo parlarne? E’ una tenia, un malanno forse incurabile delle patrie lettere. Rizzante, il Sommo, se ne fa a giusta ragione un problema (uno dei problemi, mica l’unico).

  48. gibril il 16 novembre 2005 alle 18:07

    Caro Giovanni,
    la gerarchia, forse, non risiede nelle cose, ma nell’ordine in cui il pensiero (il potere) le dispone da duemilacinquecento anni a questa parte. Gli enti, in quanto tali, o le “cose” (come vuoi) si dispongono, per loro natura, in relazione orizzontale (“relazione essenziale”, direi): ogni altro sguardo, a partire da quello occidentale, onnivoro, dispone in scale funzionali, nella stragrande maggioranza dei casi, al controllo e al dominio.
    Se per te questa gerarchia “artificiale”, che manipola disponendo e dispone perché manipola, è una fortuna, dovresti almeno considerare a quali “rischi” ti espone la semplice applicazione di questa logica alla storia (per esempio) dell’ultimo secolo.

  49. temperanza il 16 novembre 2005 alle 19:02

    @Giovanni
    La nanità ha questo di bello, che non è pret-à-porter, ognuno ha la sua, della misura esatta che gli serve, e poiché lo sappiamo sfuggiremo alla sorte della famosa rana che deflagrò, ma il paesaggio non è piatto grazie a dio, neppure quando sembra, su questo siamo d’accordo.

  50. giovanni il 16 novembre 2005 alle 19:06

    Temperanza, no che il paesaggio non è piatto. Basta andare in giro, parlare con gente, fare cose – tra cui soprattutto suonare, direi, o anche solo ascoltare musica – contemplare lo stellato, mangiare e più bere in compagnia scelta ed esigua etc. Mondi essere, e buoni, insomma.

  51. gibril il 18 novembre 2005 alle 15:55

    E così, nello sfumare di voci (di bocche) che tentano piatti fumanti, Villa ritorna all’oblìo da cui Racca l’aveva, per un attimo, sottratto.
    Ho qui una bottiglia di nero di Puglia: stasera me la scolerò alla sua memoria, al suo sorriso (al suo ghigno) di chi sa (sapeva) che un’altra occasione è andata (andrà) perduta.

    “Brindo a novembre. Ai suoi rami a pugno chiuso”.
    (Parafrasando S. Massari, sperando nella sua benevola comprensione).

  52. temperanza il 18 novembre 2005 alle 19:22

    @Gibril
    Apocalittico! Andrà e verrà, come sempre. Non ci si può aspettare che da questi thread nasca chissà quale discussione critica, ma magari qualcuno avrà ripreso in mano un libro e se lo leggerà e l’occasione “sembrerà” perduta.

  53. Wovoka il 18 novembre 2005 alle 20:15

    Ma sì Gibril, perché tanta amarezza? Considera che la maggior parte della gente qui non trova il tempo quasi neppure per respirare (me compreso) e ci si deve quindi cannibalizzare a vicenda in tutta fretta, “alla boia d’un giuda”. A quante occasioni “d’incontro” non si è forzati a rinunciare? Credo centinaia. Da quello che ho letto sulla scorta di questo stimolo, mi pare che Villa abbia avuto molti amici, che sia stato un elemento vitale e influente di una bella società – la sua “eccentricità” è pur sempre una centralità piena se rapportata alla stragrande maggioranza dei viventi, soprattutto di quelli che soffrono la vita senza alcuna chance di “redenzione” artistica, per quanto illusoria questa possa essere. E questo è già tanto, rispetto a qualsiasi concezione di “merito” personale.

  54. gibril il 18 novembre 2005 alle 21:35

    @ Temperanza e Wovoka

    Sì, in effetti avete ragione, e mi consola, anche, il fatto (la speranza, almeno) che, magari, AnodinoT ha trovato (in Villa) pane per i suoi denti aguzzi.

    Rimane un problema, però, anzi due: quando ho letto i vostri post(s?) la bottiglia era già quasi tutta andata; siete troppo lontani (o vicini?) per offrirvi un bicchiere. Mi scolerò la prossima (ho scoperto di averne un’altra!) alla vostra salute: dopo aver cambiato il pannolino a mio figlio che reclama e averlo messo a dormire – il figlio, non il pannolino.

    Comunque, anche una piccola apocalisse quotidiana ha il suo valore: se non altro permette di scoprire che non si è completamente soli.

    Un abbraccio.

  55. davide racca il 18 novembre 2005 alle 22:10

    gibril, prendo un bicchiere anch’io e stanotte, una notte tutta suonata di vino, la passiamo sotto un ponte di luna per raccontarci tutto quello che non abbiamo vissuto pensando a villa, anzi, ci mangeremo villa per dirlo e ridirlo alle orecchie dei muri, ai pannolini per bambini e alle stelle che lo hanno conosciuto… prosit!

  56. gibril il 18 novembre 2005 alle 22:53

    Prosit a te, Davide.
    Nel vino che schiuma alle soglie dell’alba, talvolta fermentano umori, lieviti, sangue, parole: fenice risorta dalla cenere di giorni mai nati…

    Notizie della fenice
    (in memoria di Emilio Villa)

    Conteggiando dei giorni sillabe
    a lumi di vertigine, inaccessibili
    infiamma acropoli d’ombre
    sublimando sentieri
    per mute soglie di visitazione –
    poi riemerge alla foce
    nell’alchimia delle sue mappe albali
    mutata in un rogo a forma di rosa
    che incanta le rotte del destino.
    Eppure era polvere o forse casuale
    simbolo di viscere miste a luce
    eclissi provvisoria
    dentro specchi di etimi perduti,
    ora in natura di fonte s’avanza
    traversando claustri d’esilio –
    non spirito, reliquia o fossile
    vocale dal lontano dei diluvi
    ma volo in attesa
    limpido di nuovi occhi, di presagi.

    Prosit!

  57. temperanza il 19 novembre 2005 alle 01:35

    Salute!

  58. gibril il 19 novembre 2005 alle 16:27

    Grazie, Temperanza.
    E’ il punto esclamativo che conforta. Che riscalda il cuore.



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