Monadi e autisti

14 novembre 2005
Pubblicato da

di Franco Arminio

L’epoca che passa nel mio corpo è un’epoca triste e affannata. La vita è una noiosa agonia, noiosa perché segue la morte piuttosto che precederla. Non so come si faccia a fare finta di niente, ma qui si ama e si odia per finta. Ci sono uomini di tutti i tipi, ma non c’è più nessun uomo in giro. Possiamo benissimo continuare con le solite manfrine, attaccare briga con la storia o con dio, non cambia niente. Davanti a ognuno, ignoto o famoso che sia, c’è uno specchio buio.
La vita si è ridotta a una sommatoria di incombenze, compresa l’incombenza di distrarsi dalle incombenze, quelle che chiamiamo vacanze. Forse non è la prima epoca in cui gli uomini si sentono così, sicuramente solo adesso abbiamo gli strumenti per dircelo. Ma neppure questo facciamo, continuiamo a balbettare di niente, scimmiette senza l’albero e senza la banana. Siamo sbranati dall’irrealtà, abbiamo smesso di nascere e di morire. Nessuno ci vuole bene e non vogliamo bene a nessuno. Se un giorno qualcosa si dilata, il giorno dopo subito si rattrappisce. Abbiamo facce scadenti, pensieri scaduti, impastati sempre con lo stesso fango. L’avventura di essere uomini è qualcosa che non ci riguarda. Noi siamo qui a elemosinare qualche attenzione, ognuno rintanato in uno spavento da cui ci appare incomprensibile lo spavento degli altri. Siamo autisti, siamo monadi, siamo il gigantesco sintomo nevrotico di un corpo che non esiste.

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27 Responses to Monadi e autisti

  1. magda il 14 novembre 2005 alle 08:02

    Lavoro sul malapropismo.
    Siamo autisti:non parlate al conducente intento a trovare nuove vie.
    Guidiamo malesseri antichi su linguaggi embrionali mantenendoci aggrappati come mitili su coste frastagliate tra cui si affastellano scroscianti burrasche.
    La libertà vista dall’esilio è nobile se vista come monade
    disperazione se vista sull’orizzonte anglosassone di Stuart Mill, che pretende Liberties in luogo di Liberty assoluta.
    Aristotele contro Platone
    Idealisti contro empiristi.
    ma questa forma di autismo che ridisegna il concetto di libertà presso i carcerati, segregati, vigilati, ci salva dalla follia.

  2. AdRiX il 14 novembre 2005 alle 08:52

    La vita è davvero una successione di incombenze. Dobbiamo muoverci e dormire, dobbiamo mangiare e riprodurci, dobbiamo prenderci cura di prole e nido, dobbiamo comunicarci suggerimenti sul come cavarcela.
    Perché l’uomo è senza ombra di dubbio, una bestia. Una gran bella bestia. Una bestia autista. Ma anche maestra dell’arte meccanica.

  3. fabrizio il 14 novembre 2005 alle 09:54

    non mi sembra una gran novità.

    la vita è la vita, nascere e morire, punto, e cercare di cavarsela al meglio nel frattempo.

    Questo si è sempre fatto e si fa, ed è questa la (piccola) avventura di essere uomini, di essere vivi.

    A meno che qualcuno abbia comprato un biglietto per un altro spettacolo e abbia quindi il diritto di lamentarsi.

  4. Giancarlo Tramutoli il 14 novembre 2005 alle 10:31

    “Siamo tutti di passaggio
    su questa terra”
    disse l’autostoppista
    all’automobilista.

  5. magda il 14 novembre 2005 alle 11:01

    Se avessi usato io un’autista al posto di un’autistico mi avreste fatto girare rasata e nuda per dei giorni all’insegna del pubblico ludibrio.
    Classisti!

  6. un'uomo qualunque il 14 novembre 2005 alle 13:35

    un’autista ?un’autistico?

  7. donna qualunque il 14 novembre 2005 alle 14:00

    si perchè ormai autisti e autistici sono trangender e vogliono l’accento.

  8. arminio il 14 novembre 2005 alle 14:01

    gentile magda non ho capito bene il senso del suo primo intervento. sono sinceramente interessato a dei chiarimenti, ma può darsi che i miei neuroni siano in scipero.
    gentile adrix dire che la vita è la vita non significa molto e lei non potrà mai dire che oggi la vita è la stessa cosa di un milione di anni fa.
    gentile fabrizio io non scrivo per sparere novità, mica sono un’industria che deve lanciare prodotti nuovi sul mercato? e credo di avere tutto il diritto di lamentarmi dello spettacolo che insieme produciamo. non mi considero uno spettatore della vita e lei neppure immagino. e poi perché l’avventura di essere vivi dovrebbe essere piccola? ne conosce una più grande?

  9. ap il 14 novembre 2005 alle 14:01

    scusate se divago, ma non troppo, credo: l’avete letto l’ultimo romanzo di Houellebecque?

  10. arminio il 14 novembre 2005 alle 14:30

    non l’ho ancora letto, ma è un romanziere da cui puoi aspettarti qualche azzardo fecondo. quegli azzardi da cui incredibilmente molti scrittori e lettori si vanno defilando.

  11. magda il 14 novembre 2005 alle 14:32

    Ho virato dal concetto di Monade Leibniztiana che qui viene descritta in senso negativo, verso la concezione positiva, quindi dall’autismo all’autonomia.
    Questo valore, quindi la capacità di bastare a se’ e chiudere il cerchio per qualsiasi cosa ci competa, è un grande vantaggio in caso di circostanze avverse che riducano il grado di libertà con cui possiamo fruire dell’esterno ed esercitare nostre capacità.
    Prendo ad esempio casi estremi di limitazione della libertà individuale come il carceramento coatto dei deportati nei lager.
    Dopo aver appreso le testimonianze dei sopravvisuti, sono arrivata alla conclusione che chi ha sopportato meglio questa barbarie è stato colui che è riuscito a interpretare il senso di libertà non come quella vissuta sino ad allora ovvero le libertà (liberties empiriche di Mill) pratiche, quindi correre, lavorare, parlare, amare, relazionarsi etc etc, ma la Libertà assoluta platonica, quindi la libertà di pensiero, interiore, intima, spirituale, quella che non potrà mai essere limitata, che consente di operare sull’astrazione da un contesto difficile e alienante, e che consente di viverne con meno disagio la privazione.
    Puo’ capitarci di sentire chi giustamente reputa la libertà pratica, esecutiva come una conquista, come per esempio “la libertà di morire di un cancro ai polmoni senza essere perseguitati quotidianamente da necrologi sui pacchetti di sigarette”(Giulio Giorello allo Spazio Oberdan); e lo è.
    Ma l’allenamento alla libertà di pensiero e riflessione esula dalle circostanze contigenti, e coltivandola, fortifica la resistenza all’imprevisto, al tragico, alla sfiga insomma.
    Poi nel dubbio che il termine “autista” fosse una svista usato anzichè “autistico” ho giocato sul doppiosenso.

    Ps:il riferimento al discriminante tra LA Libertà assoluta e LE libertà relative credo sia nel saggio:”On Liberty” di John Stuart Mill

  12. arminio il 14 novembre 2005 alle 14:48

    grazie magda, utilissima spiegazione, non da autista (autistica lasciomolo agli psichiatri). certo, dovremmo allenarci a essere più bastevoli a noi stessi, ma qui la faccenda si complica, quasi che un’estrema chiusura divenisse adiacente all’apertura verso gli altri.

  13. Ivan Roquentin il 14 novembre 2005 alle 15:34

    Accetto consigli dai morti.

    Ho preso in considerazione l’idea di dividere la mia vita in due non come la notte e il giorno non come la noce di cocco non come Berlino che confusione amore mio oggi muovendo gli occhi muovevo il mondo secondo

  14. magda il 14 novembre 2005 alle 17:18

    Infatti la monadologia è una grande interpretazione estetica, e come ho detto qualche post fa’, l’apparente chiusura dell’atomo umano-monade, è in realtà corredata e compensata dal filosofo dall’orizzonte dell’Armonia prestabilita, su cui tutti noi saremmo sincronizzati.
    Quindi in questo senso la chiusura è comprensione di sinergia, sintonia, metafora armonica su cui ogni strumento-uomo si accorda.
    questa istanza, oltre a suscitare fascinazione verso l’autonomia, è stata anche fonte di salvezza in occasione di personali restrizioni di libertà (attività eversiva=raccontare verità) che non auguro a nessun spirito aereo di vivere.
    Ecco un caso si applicazione pratica della filosofia e della poesia nella vita.

    Sul fronte affettivo la “monade”, l’autonomia è un limite all’amore? no perchè il mondo secondo o primo si muove all’interno, nell’ambito della libertà intimistica platonica, ed è proprio questa che, spingendoci alla narrazione del se’ e di noi, ci permette la costruzione di quel bellissimo racconto che è la storia amorosa.
    Disperato dialogo sul se’ che vorrebbe fondersi nell’altro da se’.
    il racconto, il terzo elemento, è cio’ che realmente rimane dei due, è luogo primo e ultimo di costruzioni immaginifiche e fantastiche.
    la divina mania.

  15. Ivan il 14 novembre 2005 alle 23:35

    “Infatti la monadologia è una grande interpretazione estetica”
    Un’interpretazione estetica di che, se posso chiedere? E di chi? Magda, la tua reinterpretazione del concetto di monadologia declina molto semplicemente verso l’idea di “autodisciplina”.

    Quando scrivi “libertà assoluta platonica” a cosa ti riferisci, esattamente?

    Magda, hai letto “appunti per una morale”, di J.P.Sartre, per curiosità? (tirati in pochissime copie in edizione italiana, ma credo siano pubblicati da Gallimard in francese, forse mi sbaglio)

  16. FRANCO ARMINIO il 15 novembre 2005 alle 10:20

    qui il problema non mi pare siano le monadi del filosofo, ma l’autismo chiassoso in cui siamo immersi e su cui da tempo cerco qualche compagno di riflessione.

  17. magda il 15 novembre 2005 alle 10:59

    1) del mondo 2) di Leibniz
    Si la mia interpretazione declina verso l’autodisciplina, è vero, ma piu’ semplicemente verso l’autonomia.
    La libertà assoluta platonica, per me, è l’iperuranio, il mondo ideale, il mondo delle idee, assolutamente “libero” perchè indiscutibile:-) e autoreferenziale.
    In paradiso non ci sono discussioni, come non ci sono discussioni tra i direttivi incarnanti ideologie (platoniche) di destra o di sinistra: sono dogmi, fedi.
    ……Vedi Bertinotti che sostiene che la cultura è la cultura di partito….
    Freud, sta molto su questo pianeta, lavora molto sul mondo interiore e, in caso d’isolamento, puo’ essere utile. per esempio quando si parla dell’amore platonico nel mito di eros, si arriva ad una fugura retorica molto vicina alla sublimazione freudiana; motivo di contestazione successiva sopratutto delle psicologie sociali per le quali l’autismo è un’insulto alla vita.

    Non ho letto gli appunti di Sartre, ma se me li vuoi sintetizzare ti ascolto molto interessata.

    L’autismo chiassoso è manierismo? è esigenza? è sopravvivenza? è disperazione?

  18. cristina il 15 novembre 2005 alle 11:17

    scusate la dissertazione ma piuttosto che attaccare riferimenti letterari e conoscenza (divenuta anch’essa frenesia) mi preme ringraziare Franco Arminio per questo bellissimo quadro del contemporaneo, tanto vero da far tremare.

    Sarebbe bello tornare a inspirare ed espirare, un gesto semplice che sembra non possedere più valore!

  19. magda il 15 novembre 2005 alle 11:22

    con il pm10 diventa difficile Cris!

  20. arminio il 15 novembre 2005 alle 12:40

    sono avvilito. il mio non è un esercizio. le mie parole vengono dallo sfinimento in cui sempre più sono immerso. forse questo sfinimento è anche di altri, ma lo chiamano diversamento e non lo chiamano affatto.

  21. Giancarlo Tramutoli il 15 novembre 2005 alle 12:48

    Esser fuori dall’agone…
    io mi sento così, Franco.
    E quando dico agone, visualizzo un pagliaio gigantesco.
    Per dire, soltanto, che si cerca di ridere per non piangere.

  22. arminio il 15 novembre 2005 alle 14:06

    grazie giancarlo, mi pare che hai colto il mio malessere. sono sicuro che mi sentirei meglio se smettessi di scrivere, ma soprattutto se smettessi di far circolare miei testi. il fatto è che non ci riesco, esattamente come uno non riesce a smettere di fumare. forse oggi chiedere amore a qualcuno è come chiedere a un cieco di cercare un ago nel pagiaio.

  23. magda il 15 novembre 2005 alle 15:24

    Arminio, ma scrivere è amore!

  24. LB il 15 novembre 2005 alle 15:39

    sarebbe stato forse opportunio che qualcuno commentasse il merito dell’intervento di arminio, che avesse un soprassalto di indignazione, una reazione qualsiasi. arminio va sempre più sull’apocalittico, ma chi lo ha letto o lo conosce sa che è uno spirito positivo: la sua apcalitticità è semplicemente analitica, o è un tentativo di aggrapparsi alla vita, a un’ideale di vita più intensa, nel momento in cui non accade nulla di quello che speravamo che accadesse. in particolare la letteratura – chi lo può negare? – scivola nell’insignificanza sociale, diviene un’isola dei famosi sconosciuti, ed è dominata da figure che si sono piattamente adeguate al mercato. il mondo è invaso e dominato da segni a decodifica istantanea: il culo della marini, il grado di parentela alla lecciso, la medietà e il buon gusto caro ai borghesi nella scrittura. tutto avviene in superifcie, nulla accade profondamente, se qualcuno scende sotto, la superficie si richiude, e lo inghiotte per sempre. sopra, tanto, ci sono albano che canta, le veline che fingono di volertela dare e baricco che scrive libri, e tanto basta

  25. magda il 15 novembre 2005 alle 15:49

    Si Arminio, il tuo sfinimento è anche il mio, e ho sentito l’urlo che hai lanciato nel tuo pezzo, ma come in tutte le situazioni ad impatto emotivo alto, io reagisco razionalizzando, porta pazienza, nessuno è perfetto.
    Pero’ questo sguardo distaccato quasi indifferente all’emozione mi è servito a capire in casi estremi (suicidio) quanto siamo lontani dal vero sentire.
    e cosa dovrebbe succede? forse solo che ciascuno parlasse di cio’ che sente, verbalizzasse il suo sentire, che introiettasse anche violentemente l’esterno e lo digerisse sotto forma di relazione vera.

  26. tashtego il 15 novembre 2005 alle 15:49

    Il fatto è, oh arminio, che sei troppo generico e perciò stesso rischi di sconfinare nel signora mia dove andremo a finire di questo passo.
    Il “contemporaneo” è così almeno da quarant’anni, ma non prima dell’ingresso del nostro paese nell’area del benessere occidentale.
    Antonioni ha scritto i suoi film a partire da pacchetti di desolazione come il tuo qui sopra, per dire.
    Malessere borghese, si disse, alienazione, incomunicabilità: era diventato un tormento, e era anche un po’ da ridere.
    Poi qualcuno si accorse che pure l’operaio era alienato, ma in altro modo e, stupefazione, lo era anche l’intellettuale.
    Sull’entità e la qualità dell’alienazione operaia, ammesso che esista o sia esistita, ci sarebbe molto da dire.
    Qualcuno suggerì fosse colpa del capitalismo, ma poi si scoprì che nei paesi a socialismo reale era peggio, perché oltre all’alienazione c’era l’aggravante di alcuni disagi, tipo le sigarette col filtro lungo 4 cm e la carenza di cartigienica.
    Ironizzo perché, messa come l’hai messa tu, non c’è altro da fare.
    Posso solo aggiungere che occorre prendere atto che il fine della Storia può essere solo di due tipi: o è noia, o è distruzione.
    Finché è noia vuol dire che tanto male non va, almeno per tutti quelli che non sono immigrati, disoccupati, pensionati minimi, colf e badanti, operai metalmeccanici, nigeriane che fanno la vita, senza casa, eccetera.

  27. arminio il 15 novembre 2005 alle 17:14

    caro t, in venti trenta righe no si può mettere il dito in tutte le pieghe del contemporaneo. io penso semplicemente che abbia ragione lb, penso che sia penosa questa rassegnazione cattiva che c’è in giro. si, perché c’è anche una rassegnazione buona, ma ne se vede pochissima in giro.



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