Ragazzo X [estratto]

15 novembre 2005
Pubblicato da

di Flavio Santi

Andrea Pazienza

La vita quotidiana in Italia dal Settecento al Duemila

Intanto qui il tramonto è una fila
di fucili dritti al petto.
Lontana suona una sirena,
l’allarme o l’antincendio è scattato:
la vita è fatta per lo più (e per di più)
di gastroenteriti, pulsioni basse e banali,
eredità familiari: l’ansia di mio padre
mi è scesa dentro, come
aceto ha fatto effetto,
e adesso proiettato fuori, in mezzo a vipere
in tutto questo ambaradàn
manca qualcosa, mi sono detto,
e non di poco: manco io
com’ero nel 1819
quando scrissi l’Infinito.

Caro Giordani, ma com’è possibile?
Andrò a protestare agli uffici della Crio-cop,
dove avevano garantito una copia esatta del gobbo.
Così io non sono io, sono una parte,
un fantasma, un rene in disfunzione.
Che fare allora? Godiamoci questa vita, mi dico.
Non posso abbracciarla tutta,
ma qualche quadro resterà impresso.
Questa è proprio una delle cose
che non rimpiango del Settecento:
che allora ce ne stavamo in stanzoni bui,
la civetta alzava la voce da fuori,
la stufa spegneva la sua tosse lentamente
espettorando cenere.
La vita è ora un insieme
di adesso sintetici.

Costeggiano i vialetti i cespugli
di croco su cui condurre il carrello
i passeri sono sospesi ai rami,
il verde è sempre il verde
mercé la merce alquanto merdosa
eccoci a far la spesa al Mercatone,
riserve su riserve, scatolette, pacchi,
zucchero e sale, beni di prima necessità,
carrelli e scivoli, bandiere e bambini,
impronte sul pavimento, fango e acqua,
porte scorrevoli, fotocellule,
liste di voluttà e ansia.

Li sentite? pale di elicotteri,
volano bassi come corvi,
li stanno cercando…
planano sull’erba delle nostre vite,
vegliano su di noi,
perché nessuno un giorno
in metro possa dire, fissandoci
sgomento negli occhi:
«Questa musica nell’aria
non è Schubert, filodiffusione,
è il sarin che sfrigola
e scende, crudele ma dolce…»
Un’umanità tecnologica – è inutile –
è un’umanità più debole.
Ve l’immaginate al tempo di un black-out,
senza mani né come saperle usare,
le case tornano antri
e gli uomini orsi. Che fare?
Così ci vuole Osama.

Per ora me ne sto in una meravigliosa
stanza plastificata, il termosifone a 41° gradi,
la mano sull’uccello e Aspasia
il tuo sembiante me lo scarico
da www. prettypetites.com e intono questo canto…

Canto notturno di un navigatore errante in perenne connessione

Vaghe stelle e solitarie notti da masturbare,
e tu luna, che fai tu luna?
Tutta la notte con in mano il rasoio
del proprio cazzo e con l’altra a cercare
buchi di talpa nella rete
quando davanti non passa
un concilio, un papa, un Pio XII benedicente,
nemmeno un’etica erotica o pornografica
ma solo il proprio stare qua, investito
dalla luce del video, le mani umide
di chi si è appena masturbato,
non mi sono ancora pulito,
qualche goccia di sperma sulle dita
lo faccio per svuotare il corpo,
svuotarlo quando diventa una grondaia
arrugginita e piena di foglie secche,
un’immagine sgranata in migliaia di pixel
di donna bruna,
dai venti ai trentacinque,
il petto modellato e pieno,
pelo annidato nelle ascelle,
la vulva aperta della foto
mi fissa come un occhio,
mi sento interrogato.
Cosa vuoi?
Abbasso le mutande, fisso le ascelle.
Ecco gli ultimi riflessi del pensiero,
sono diventato il buco nero di me stesso.
Il campo gravitazionale della mia vita
è diventato così misero
neppure la luce può sfuggirne,
nulla può evadere,
solo della sborra.
Sborra, sarcofago di vita altrui
e alveare della propria,
vita mia vita che ti opacizzi lì dentro,
paure, aspettative, ansie.
La mente si offusca.
Scelgo una foto del book di Fiona.
La prima della serie: gambe aperte.
Le braccia conserte sui seni,
niente ostensione ascellare.
Fiona, hai la figa slabbrata
ma io ti chiaverò col solo pensiero.
Seconda foto. Di culo.
Visti di dietro i peli del culo
si uniscono a quelli della vulva.
La cappella si gonfia fino
a diventare un’aureola pulsante,
ecco il miracolo consumistico
e autosufficiente di chi ha tutto
e non può fare a meno
di sentirsi tutto intero,
come fosse l’enorme emoglobina di se stesso.
Il cazzo è il supermercato di se stessi.
Eccomi qua a praticare una forma
di vitalità più o meno opaca,
gesto politico o rivoluzionario…
mi sono masturbato ovunque,
cessi di treni e supermercati,
di bar e alberghi.
Volevo fare la rivoluzione
quando schizzavo sulle pareti
di un locale Pavia-Novi o
sulla moquette di un albergo di Padova?
Il cazzo è condiloma dell’anima,
sua antenna, escrescenza
e mucosa. Dialogare col cazzo
è dialogare con l’anima.
Diffonde le sue scorie
come una sostanza radioattiva.
Le prime seghe sui Postalmarket,
con i particolari in carta patinata
delle donne in lingerie nera e rossa.
Il Postalmarket aperto sul grande lettone
di casa e io a lato disteso a menarmelo,
la cappella fregava sul ruvido della coperta.
Dopo è stato il rumore
del riavvolgimento del nastro
a dare un suono preciso al cazzo che saliva.
Passare allora dal muto al sonoro.
Conferire una musica sghemba
al sangue che attraversava tutto
il corpo per ristagnare come un gas
dentro il cazzo e il cervello.
Doppiare gli ultrasuoni
del cervelletto nei sussulti del cazzo.
Ricordo una specie di perenne autunno…

(immagine Andrea Pazienza)

35 Responses to Ragazzo X [estratto]

  1. Patty Varriale il 16 novembre 2005 alle 10:58

    Peggio di così, si muore, avrebe detto il Leopardi usurpato da questa voce similpoetica, meschinissima, di plastica e artificiale come le cose che evoca.

  2. un intruso il 16 novembre 2005 alle 13:21

    mah, a me sembra un duro, sto santi. Non le piace la seconda poesia, dica la verità…
    eppure dice cose sacrosante: “dialogare col cazzo è dialogare con l’anima”.

  3. ap il 16 novembre 2005 alle 13:51

    beh, non è così male.. per assurdo a me ricorda in qualche modo Erba…
    per assurdo ripeto, però se ci fate caso…

  4. davide racca il 16 novembre 2005 alle 14:21

    flavio santi innalza la materia superficiale attraverso una sofferenza gelida ma nobile, e abbassa, a mio modo di vedere, le cose nobili non per mortificarle, ma per portarle a portata di epidermide. conosce il valore di leopardi e, se non lo attualizza, lo problematizza con la nostre contingenze. flavio santi, semplicemente, si guarda attorno e si immerge.

  5. gibril il 16 novembre 2005 alle 15:47

    E’ un testo notevole, non solo per quello che emerge dall’analisi di Racca: è veramente bello, in sé, nella sua musicalità umile e solenne nello stesso tempo: un requiem gelido, sofferto, che avvolge con sguardo pietoso, fraterno, le spoglie di una civiltà senza più senso.

  6. temperanza il 16 novembre 2005 alle 19:38

    Alberto Saviano, amico mio, dimmi, che fai?
    Perché hai postato questo testo? Non pensi che potresti darci qualche ragione?
    E Davide Racca, fai sul serio?
    E Gibril, chiedo lo stesso a te.
    In ogni caso, l’ho letto, mi sono soffermata soprattutto sulla riga che dice “abbasso le mutande, fisso le ascelle”, l’unica che mi ha creato qualche difficoltà, non mi era chiaro il movimento.
    A parte questo, l’ho trovato così artificioso, forzato, faticoso, inutile per l’autore, così desideroso di far rumore e così candidamente incapace di dar scandalo e così mortalmente noioso per la lettrice, che mi ha stanato dal silenzio che generalmente mi impongo di fronte al peggio, e per questo non so ancora se sono irritata con me stessa o con Saviano.
    Ma davvero c’è qualcuno che ancora crede che accostare Leopardi a un po’ di sperma contemporaneo sia “qualcosa”? Non una sola immagine è nuova, la pornografia non turba più nemmeno le massaie, figuriamoci un lettore di poesia, lo fa ridere e basta, il cazzo, scusate se ve lo banalizzo, lo possiede quasi la metà dell’umanità, e serve sempre monotonamente a quello.
    Donne in lingerie nera e rossa! Ma si può essere più banali di così?

  7. davide racca il 16 novembre 2005 alle 21:09

    non so se roberto ha qualcosa da dire, ma sono stato io a chiedergli di postare questo estratto dal poema di flavio. mia è la colpa e me ne assumo la presunta “responsabilità”! ribadisco quello che sopra ho scritto, e sostengo che le parole da santi utilizzate non vogliono provocare nessuno, nè tantomeno creare scandalo di alcunchè… circa la noia e la forzature del testo, sono prooblemi che non ho sentito nel testo.

  8. gibril il 16 novembre 2005 alle 21:12

    @ Temperanza:

    Carissima, io studio Leopardi da più di vent’anni e lo amo profondamente: non avrei “permesso” nessuna “profanazione”, a nessuno: ma qui Leopardi c’entra come la mia cultura con i dialetti marziani: se non ti fermi alla prima lettura, che è (volutamente) chiaramente urticante; se vai oltre l’ostentato profluvio di genitali (in erezione o meno); oltre la (fuorviante) declamata, urlata descrizione di attività di “bassa” mano-valanza, forse scopri un poeta vero: io credo di averlo intravisto.

    Con (inarrestabile) crescente affetto. E stima.

  9. temperanza il 16 novembre 2005 alle 21:32

    @Racca
    “leparole da santi utilizzate non vogliono provocare nessuno, nè tantomeno creare scandalo di alcunchè” e infatti non riescono e provocare né a creare scandalo, a parte lo scandalo dell’inutilità

    @Gibril
    beh, hai buoni occhi, io non ho intravisto niente

    @entrambi

    ma se vi piace, io che ci posso fare? solo esprimere il mio totale disappunto.

  10. umile lettore il 16 novembre 2005 alle 22:47

    Sommesso consiglio: per capire lo spirito dell’intera operazione bisognerebbe leggere l’intero poemetto (edito da Atelier). Allora certi accostamenti parlerebbero da sé. Tutto qui… Più facile di quello che sembra… Un’altra, sommessa cosa: mi stupisce l’arroganza di certi commenti, così netti e sicuri. Beati voi che sapete cos’è la poesia!

  11. gibril il 16 novembre 2005 alle 23:12

    @ umile (?) lettore:

    Ti sembra “arrogante” la posizione di chi dichiara che una poesia gli è piaciuta molto e che, non conoscendo l’autore, gli sembra di intravvedere un “vero poeta”, cioè uno che ha qualcosa da dire e che non scrive tanto per dare aria alla penna?

    A me, in modo altrettanto sommesso e umile, sembra arrogante la tua posizione: nel senso che non hai letto (o hai letto male) quello che era (ed è: sta lì sopra) chiaramente scritto.
    Anzi: se Flavio Santi è un tuo amico, fagli i miei più sinceri complimenti: mi piace! Ha un lettore in più.

  12. un intruso il 17 novembre 2005 alle 00:16

    detto tra noi, il santi s’è pure documentato sui postalmarket. mi preme (all’inguine) confermare che c’era un sacco di lingerie rosso-nera, tra quelle policrome pagine…

  13. davide racca il 17 novembre 2005 alle 09:10

    qui sotto la nota all’intero poemetto. in effetti estrarre da un contesto più ampio è stato un mio artificio. mea culpa!

    Nota

    Se esiste l’MTV generation, molto probabilmente esiste pure la Leopardi generation, e così avrei voluto anche intitolare il poemetto (o, in alternativa, Cromosoma Leopardi): ne pubblico qui ampie sezioni. Finirà mai questo poemetto? non lo so, ma so che questo ragazzo-uomo può impersonare bene le incertezze, le crisi e le aspettative dei giovani d’oggi, di solito abbastanza colti, curiosi, ma allo stesso tempo incerti, destinati a lunghi precariati lavorativi ed emotivi, a cui nessuna partita IVA delle finanze e del cuore può porre rimedio.
    E poi scrivere su un clone contemporaneo di Leopardi, che è un ragazzo del nuovo millennio innanzi tutto, ma che porta con sé anche tutte le contraddizione del primo secolo della vera modernità, il Settecento: così si svolge l’avventura morale e conoscitiva di un ragazzo-uomo, in bilico fra Settecento e Duemila. Vorrebbe essere il primo esempio di poemetto quantico: la meccanica quantistica, che ha definito la nuova fisionomia del mondo fisico (il principio di indeterminazione, la natura oscillatoria della materia, la reversibilità del tempo, ecc.) e ha già cambiato il panorama del romanzo e del cinema (da Philip K. Dick a Thomas Pynchon fino al Signore del male di John Carpenter e alla trilogia Matrix dei fratelli Wachowski), si insinua adesso in poesia.

  14. Giorgio Astroni il 17 novembre 2005 alle 10:22

    il commento e la nota al poemetto aumentano l’inutilità pseudoscandalistica del testo di santi; racca, te (ce) li potevi risparmiare

  15. GiusCo il 17 novembre 2005 alle 11:05

    Mah, premesso che Santi ha comunque un suo valore (“rimis te sachete”, per dire dove sta) cerchiamo di rimanere al testo qui proposto. Senza postulare associazionismi liberi del tipo “io vedo cose che tu non vedi o non vuoi vedere”, se fosse scritto senza andare a capo cambierebbe qualcosa? No. E poi, dove sta il quantismo? Quello vero, dico, nel reale significato del termine.

  16. Vanny Santarelli il 17 novembre 2005 alle 13:09

    Ma che ci frega della poesia di Santi! Interroghiamoci piuttosto sulla sorca di Maria Giovana Elmi: sarà canuta?

  17. matteo fantuzzi il 17 novembre 2005 alle 15:18

    beh, onestamente giuseppe sì qualcosa cambia.

  18. Amedeo il 17 novembre 2005 alle 17:10

    io ci sento la solita accattivante litania pop alla aldo nove soprattutto nell’ultima strofa. E che noia questo eterno gozzanesimo da postalmarket degli anni novanta!

  19. Graziano il 17 novembre 2005 alle 17:54

    Il problema non sono tanto le presunte finalità scandalistiche, che in sé non sono né un male né un bene, riguardano il rapporto del testo col pubblico, e che probabilmente poco interessano lo stesso Santi. Il problema è – di natura estetica e letteraria – la trattazione della tematica pornografica, che in arte è delicata e difficile cosa maneggiare. Il rischio è quello di scadere non nella volgarità (non esiste il volgare se trattato poeticamente, e tutto può essere poesia), ma nell’autocompiacimento dell’immagine (“Seconda foto. Di culo. / Visti di dietro i peli del culo / si uniscono a quelli della vulva” o “Le prime seghe sui Postalmarket, / con i particolari in carta patinata / delle donne in lingerie nera e rossa. / Il Postalmarket aperto sul grande lettone / di casa e io a lato disteso a menarmelo) o nell’intellettualistico e concettoso con certe immagini francamente un po’ stancanti (“il buco nero di me stesso”, “l’enorme emoglobina di se stesso”, “il supermercato di se stessi”). La chiusa è bella ma stride con tutto il resto della poesia, che decolla solo in alcuni frangenti.
    Un giudizio, il mio, come tutti i giudizi soggettivo, parziale, limitato. E’ il mio giudizio, non c’è che dire. Di chi, però, ha letto e apprezzato “Rimis te sachete”, “Diario di bordo della rosa” e, di Santi, si è andato a scovare anche i “Viticci” della Stamperia dell’Arancio, oltre a seguirlo su riviste (Nuovi argomenti, Atelier) e antologie (“Nuovissima poesia italiana”). Con grande stima, dunque, la quale però non esime da un giudizio che si sforza (cerca), per quanto può, di essere il più obbiettivo e spassionato. E’ possibile che mi sbagli, naturalmente. Concordo comunque con Giusco che il miglior Santi si trova in “Rimis” oltre che, è ovvio, negli articoli critici e nelle traduzioni.

  20. rosanna il 19 novembre 2005 alle 17:05

    Flavio Santi e il suo canto…
    un muro contro la peste del Presente infetto, del divenire impuro.
    un esorcismo contro la contaminazione del puro.
    Un methodus, una via maestra .
    Nulla di più prossimo alla costanza dell’inappagamento.

  21. gibril il 19 novembre 2005 alle 17:54

    Rosanna, posso permettermi di darLe del Lei?
    Sento di amarLa. La Sua analisi è inappuntabile.
    Complimenti!

  22. emma il 20 novembre 2005 alle 10:58

    È già stato detto, queste poesie non possono essere “giudicate” da sole perché sono parte di un poemetto.
    Sono d’accordo, tuttavia chi legge una qualche idea se la fa.
    La mia idea non è particolarmente positiva.
    Non tanto perché si prende per i fondelli Leopardi o per la storia (già letta altrove, per es. in Aldo Nove) della masturbazione sui siti porno.
    Direi che mi dà fastidio un certo sentenziare approssimativo (non so se di sinistra, o pasoliniano, o semplicemente qualunquista).
    Per es. “Un’umanità tecnologica – è inutile – / è un’umanità più debole”, “Così ci vuole Osama”…
    Forse è tutto voluto, ma questo non basta, almeno per ora, a cambiare le mie impressioni.

  23. emma il 20 novembre 2005 alle 11:05

    Ho trovato – su un altro blog – questo pezzo di Siciliano.

    DOLORI DEL GIOVANE PRECARIO
    Enzo Siciliano, da «L’espresso»

    Gli indicatori sono bene esposti in apertura: una citazione da Leopardi, un’altra da Michael Crichton. Flavio Santi ha scritto un poemetto dove in modo più che diretto, ma fortemente intriso dell’ambiguità che è della poesia di stampo classico, racconta di sé ragazzo, addottorato in lettere, cacciato nella bolgia dell’Italia dei precari. Ma il disegno autobiografico slitta subito in una rete di sovrapposizioni metaforiche che diresti ispirata alla meccanica quantistica. Il suo libro porta per titolo “Il ragazzo X” (Atelier, pp. 64, € 7,50). «Dite che dovrei essere nato nel 1798: / vi rispondo di sì, che lo so, / ma che cosa cambia adesso? / ho la stessa pelle di allora, / Monaldo si chiama Walter, / Adelaide Giusy, e non muta / l’immutabile tangenza del destino, / caro Giordani, di un contino ora / senza sangue blu ma col telefunken, / non si muore più di vaiolo o scrofolosi, lo sa? / sono cambiati i sensi di marcia / delle carrozze…». Questa lingua corsiva, usata con nobile spezzatura («Da piccolo avevo una corporeità raminga…»), nell’intarsio dell’alto col basso maneggiando metafore, è stata appresa su Pasolini. Ma qui non si fa maniera di questo o di quello, né si gioca su dipendenze psichiche umettate dal velluto della letteratura. Qui si va dritti al sodo, con uno strazio sarcastico che muta ogni comicità in tragedia: «Crescere… / Pensavo di bastare a me stesso / con la masturbazione / ma la libidine ricominciò presto a penetrare le mie fibre carnee, / caro Giordani…». Materia più che prosastica, ruvida, scabrosa. Ma Santi, passato decisamente dal dialetto friulano alla lingua, si fa poeta su un versante che non è quello dell’ideale petrarchismo italiano, travestito oggi di pannolini minimali. Racconta di una poesia che nasce dal «solitario navigare notturno» nel Microsoft Word, con l’angoscia che il lavoro che ti saresti scelto nella vita non ti darà mai alcuna sicurezza: «Furono anni rasoio / quelli a venire / dopo la laurea…». Poche parole, ma quelle giuste per fare capire il dolore di chi si sente vietato a nutrire speranze.

  24. temperanza il 20 novembre 2005 alle 11:41

    @ciao Emma

    Ecco, se invece del testo che ho letto fossero stati postati i versi che cita Siciliano non avrei reagito come ho reagito. Forse qui, nonostante le intenzioni, non è stato fatto un grande favore a Santi. Magari se postassero qualcos’altro.

  25. rosanna il 20 novembre 2005 alle 12:01

    @ gibril

    La ringrazio, gentile Gibril. Il mio commento segna solo il passaggio di chi squadra dall’esterno la dismisura, l’assenza di sponde, che dall’interno, accerchia, e dinanzi alla quale ogni resistenza si mostra inadeguata.

  26. emma il 20 novembre 2005 alle 12:26

    Ciao Temp, sto leggendo i commenti.
    La cosa che davvero mi colpisce è la distanza (enorme – incolmabile) tra chi dà un giudizio negativo, o anche semplicemente cauto, e chi esalta senza misura.

  27. temperanza il 20 novembre 2005 alle 12:31

    @Emma
    Forse è anche il mezzo, rapido come il parlato, ma poi immutabile come lo scritto.

  28. emma il 20 novembre 2005 alle 13:54

    @Temperanza
    Stavo pensando a cosa mi potrebbe indurre a comprare il libro di Santi.
    Siciliano non mi convince del tutto, e comunque è fuori gara.
    Il tuo intervento è a dir poco dissuasivo.
    Ciò che scrive Rosanna (“Flavio Santi e il suo canto… un muro contro la peste del Presente infetto, del divenire impuro…”) mi spingerebbe ad evitare “Ragazzo X” come la peste…

  29. temperanza il 20 novembre 2005 alle 14:39

    @Emma
    Io infatti non compro. Però aspetto e magari mi farò prestare qualcosa, devo amortizzare qualche decina di euro buttata su suggerimento di consiglieri da cui mi aspettavo di più. Vedremo.

  30. temperanza il 20 novembre 2005 alle 14:43

    Però, se almeno si riuscisse a far capire agli autori e agli amici degli autori che il giudizio iperbolico è sempre controproducente … sarebbe già un passo avanti.

  31. gibril il 20 novembre 2005 alle 15:10

    @ Temperanza:

    preferirei essere escluso dal mazzo, se è possibile (e detto senza nessuna ironia o polemica): ho solo espresso, in vari interventi, un unico, banale concetto: non conosco Santi; i versi postati mi sono piaciuti; sento in qualche modo che dietro c’è un poeta “vero” (cioè, per me, uno che non scrive per dare aria allo strumento che utilizza).
    E, del resto, credo si sia d’accordo (almeno noi due, spero) che di Emilio Villa ne nasce uno ogni mezzo secolo: il prossimo, comunque, è in avviata fase di gestazione e la gravidanza promette bene. Alla prima occasione utile, se ti fidi di me, te ne rivelo il nome: pronto a rimborsare il costo, qualora il prodotto non si rivelasse all’altezza delle aspettative.

    Buon proseguimento di giornata.

  32. temperanza il 20 novembre 2005 alle 15:21

    @Gibril

    Ci sto.

  33. Marco Merlin il 21 novembre 2005 alle 12:21

    Sarebbe stato carino, oltreché maggiormente corretto, ricordare che questo estratto viene da una (nostra) pubblicazione.

  34. emma il 21 novembre 2005 alle 16:46

    @Marco Merlin
    Hai ragione. E io avrei dovuto citare il blog di Atelier come fonte della recensione di Siciliano. Aggiungendo magari che alla stessa pagina si trova anche una recensione di Andrea Di Consoli.

    http://www.atelierpoesia.it/blog.asp?pagina=blog

  35. valentina il 6 ottobre 2006 alle 22:14

    Penso che il trattare di argomenti così squallidi sia un pretesto per attirare in qualche modo l’attenzione di un lettore che fondamentalmente non sa neanche lui cosa aspettarsi da una poesia vera…

    che pietà…..



indiani