La vie en noir

18 novembre 2005
Pubblicato da

di Franz Krauspenhaar

Comincio ad essere stufo di sentire il fruscio, nel dibattito letterario tutto italiano senza fine né inizio su chi ce l’ha più duro (e casomai anche puro) di chi pensa che il noir è paraletteratura, roba di serie B, o – grazie per l’interessamento- artigianato di classe quando va bene, quando si vuole essere magnanimi.

In realtà il noir della miglior specie puo’ essere capace di racchiudere una complessa visione del mondo, quando appunto viene trattato con acume, senso del ritmo, forza, sincerità, ispirazione, in una parola talento. Se ne è abbondantemente parlato, lo sanno anche i sassi che il mare ha consumato, sono le mie parole ecc…: le suddivisioni, le scaffalature… crime novel, detective story, thriller, polar, Krimi, noir, giallo… Ma è bene ricordarselo, ogni tanto.

I tedeschi, per far prima e come sempre un po’ brutalmente, chiamano tutto Kriminalroman, romanzo di crimini, romanzo criminale; gli americani variano le definizioni, i francesi polarizzano quando il noir si tinge del colore delle divise dei poliziotti, noi italiani di scaffali ne abbiamo in numero di due, e spesso si fa confusione, ma va bene così: giallo e noir. Giusto come facciamo noi, a mio avviso; e, per una volta, viva l’Italia.

Il giallo, a tutte le latitudini, è però piuttosto spesso un prodotto culturale di mezza tacca: il poliziotto gourmet come un Bigazzi qualsiasi, la vittima, l’indagine, la soluzione, tutti a casa con la pancia ovviamente piena; invece dello champagne, a innaffiare il tutto una spruzzata di sinistrismo buono per molti. Un bel rebus non troppo complicato risolto sotto l’ombrellone e chi s’è visto s’è visto. Ego se assolve, tutto come prima e arrivederci al sequel. Il noir – quello buono, ché di noir alla sans façon ne siamo pieni come nel giallouovo – va oltre, va fuori dai generi – oltre che dai gangheri – da solo, non ha bisogno di niente e di nessuno, né di “pretesti” per quanto importanti come la lingua, la tradizione, la realtà, il sociale. Il noir di rango sta su da solo come due bei seni sodi, à la Bardot mit Guenther Sachs (o Gigi Rizzi, è uguale).

Il noir puo’ apparire sotto le spoglie del fantasma di Dostoevskij che brandisce in pugno una 44 e fa bang bang nella nostra testa, puo’ essere il babau di Tolstoj attualizzato che spinge al suicidio (per interposto personaggio) un’Anna Karenina con la gonna più corta; il noir è il nostro luogo più oscuro, il noir migliore non assolve e non si assolve, non consola, non lenisce, è nudo come la verità, è crudo, non è mai buono per tutte le stagioni, non si fa comprare, insomma non è in vendita, anche se questa mia ultima asserzione potrebbe sembrare provocatoriamente paradossale.

Il noir è la vita che fa schifo. Il noir migliore è intransigente, sa essere politico, è scorretto, è politicamente scorretto. Tutto puo’ essere noir quando abbiamo dormito male, o non abbiamo dormito affatto. Il disagio è noir, la follia è noir, la rabbia è decisamente noir, il cielo della paranoia è noir, il sole che non fa per noi è noir, quello dei morenti è noir ancora di più. L’amore, nei suoi continui alti e bassi non solo sentimentali, è spesso noir. Quando tutto ci gira storto abbiamo vissuto una giornata noir. Le incazzature sono sempre noir. Mai sentito parlare, infatti, di un’incazzatura mainstream. Quando la vita finisce, cala su di noi un immane sipario color noir. Finiremo tutti nel noir dipinto di noir, questo tutti noi lo sappiamo. Lo scrittore di noir è anche lui, come tutti, un morituro che cammina; mentre un morto fatto e finito è noir. Il condimento al nero di seppia non è noir ma la “piovra” che avviluppa la civiltà dei consumi e buona parte della politica è noir. La vita eterna però non è noir, forse è rosa; chissà, magari in tonalità shocking… In tal caso, speriamo davvero che Dio non esista…

Il noir narra della realtà? Si, spesso. Ma non è obbligatorio. A volte, anzi non di rado, narra di incubi. Spesso di sogni irrealizzati. Il noir è pessimista con intelligenza. Come scrisse Fogazzaro, “le cose non sono mai così terribili da non poter peggiorare”. Infatti. Tant’è che il noir non ammette limiti, vi si coltiva sempre la “speranza” di poter raccontare un peggio sempre peggiore. Il noir è più trasversale di Mastella ma, al contrario del politico democristiano, ha una gran dignità. E sa anche incantarsi: come il Kees Popinga di Simenon che “guardava passare i treni”.

Che differenza c’è tra i generi? Ma poi, i generi esistono? Forse, ma non ne sarei tanto sicuro. Ma si, esistono solo nella nostra testa…
C’è la pelle, la similpelle e la plastica, dappertutto, in tutte le cose. La vie en noir. Au re-noir

56 Responses to La vie en noir

  1. Giancarlo Tramutoli il 18 novembre 2005 alle 16:43

    Re-noir… il più luminoso degli impressionisti. Che ossimoro (ossario arabo). Franz, mi solletichi il velopendulo del non-sense. Degenerare i generi. E’ un chiodo fisso… di pelle. E per restare sul sintetico direi che mi sveglierò domani, alcantara del gallo, perchè la vita è bella se aviaria. Ciao.

  2. Franz Krauspenhaar il 18 novembre 2005 alle 16:58

    Ottimo, mi fa piacere.
    Riguardo ai generi, mi sento di aggiungere:é proprio arte degenerata, il noir…:-)

  3. giovanni il 18 novembre 2005 alle 18:08

    Entartete Kunst, amico mio e non de la ventura, sono piuttosto i romanzi pesuedodemistificatorii alla Buttafuoco o il dolce insensatez della Giovine Critica Di Sinistra (esiste, esiste, non si nota molto ma c’è). Il noir è a volte buono, a volte così così, a volte – meno – mediocre: come il Barbarsco, per dire.

  4. magda il 18 novembre 2005 alle 20:02

    ecco si , volevo dire, umore nero, non grigio quello prevalente.
    adesso vado a scorticarmi Bossi.
    va bene come senso del noir?

  5. luca il 18 novembre 2005 alle 21:10

    Bello, il noir, quando spalanca porte sull’abisso, quando fa dire o pensare che la fantasia dell’uomo, in tema di mostri, è volutamente limitata, quando la linea sul niente si apre, in un giorno qualsiasi, e ti ritrovi con il sacchetto di spine a racimolare tra i rovi , e a ferita che ti punge è già riflesso di una possibile salvezza… Tutto è noir: sì, credo di sì, perchè, oltre l’incubo della parola, quale sollievo la fine, una qualsiasi fine, che ci liberi dal demone, dalla chiarezza e dalla comprensione, dal dover ancora comprendere e essere, anzichè semplicemente, umanamente divorare ed essere divorati, carne da macello, come i santi e i demoni.

  6. andrea barbieri il 18 novembre 2005 alle 22:44

    Franz, Jean Renoir, il figlio regista del grande Renoir ha scritto Il delitto dell’inglese, sarà un caso?…
    Oh, già che ci sono, ieri l’altro ho rivisto Il cacciatore, mi sei venuto in mente, mi pare che il tuo tipo di incazzatura potrebbe produrre un libro tosto come il film di Cimino.
    Ciao

  7. georgia il 19 novembre 2005 alle 00:23

    @tramutoli
    re-noir…
    ossi-moro…
    F.A.N.T.A.ST.I.C.O :-)))))))))))))))))))))))))))))))))
    vale il mio giretto serale in NI

  8. magda il 19 novembre 2005 alle 09:37

    @—/—-

  9. tashtego il 19 novembre 2005 alle 10:00

    Bella la tesi di fondo, penetrante.
    Il noir può essere brutto, medio, o bello.
    Fantastico.
    Finalmente un po’ di luce su l’annosa quaestio: “ci piasce il nuar”.
    Ora finalmente sappiamo che “ci piasce quando è bello e non mente sulla vera natura de questa sporca vita”.

  10. temperanza il 19 novembre 2005 alle 11:49

    “In realtà il noir della miglior specie puo’ essere capace di racchiudere una complessa visione del mondo, quando appunto viene trattato con acume, senso del ritmo, forza, sincerità, ispirazione, in una parola talento.”

    Condivido, io leggo noir, giallo e spy-stories con gran gusto, come una mousse al cioccolato, o al tonno, se piace il salato. Ma sempre con “gran gusto” che è molto, anzi moltissimo. Ma è proprio così che leggo, che ne so, Bernhard?

    Dove sta la differenza tra letteratura e grande, gustosissima, coinvolgente fiction?

    Nell’attrito forse?

    Io la vedo così: se più che gusto provo spinta a interrogarmi ancora su quello che ho letto, se non ho ben capito quel che ho letto anche se tutto sembra chiaro, se voglio leggere ancora per vedere quello che non mi è stato chiaro e intuisco che anche per l’autore i confini dell’opera che ha scritto non coincidono perfettamente con uno stampo dato, allora, solo lì, cade la questione del genere e diventa letteratura. Per questo Delitto e castigo “non” è un noir.

    Per dire: l’appagamento è un magnifico regalo che lo scrittore fa al lettore, ma questo scrittore sarà anche un Dichter?

  11. Franz Krauspenhaar il 19 novembre 2005 alle 13:12

    Cara Temp, secondo me il noir che forse tu leggi di solito (al sapor di mousse al cioccolato) non è il vero noir. Sono mie sensazioni, naturalmente, bisognerebbe approfondire, se vuoi lo facciamo. Oppure c’è da parte tua un po’ di prevenzione (l’ho a volte anch’io) verso la “serietà” del genere.
    Viceversa, io Bernhard lo leggo anche per rilassarmi (non sto scherzando). Mi piace tantissimo, e mi diverte. Spesso mi fa molto ridere. Quella risata che mi spesso mi strappa dalla bocca è liberatoria e appagante, posso dire. Penso anche che TB sia stato uno genio frainteso; tolto Perturbamento, forse, ha scritto dei “para-noir” mascherati da libri “seri”. (Parlo dei libri più importanti, perchè poi – detto tra noi – ha dato alle stampe un sacco di ripetizioni, diventando – spesso- il manierista di se stesso). L’appagamento che ci puo’ dare un giallo o un noir non cozza, a mio avviso, con la possibilità che il suo autore possa essere un Dichter, secondo me. Non so, per me Duerrenmatt è stato un Dichter. E l’amaro in bocca che mi lascia (altro che salato!) in certo modo mi appaga. Forse, sotto sotto, sono un masochista.
    Ma questo discorso dell’appagamento credo che valga per libri e autori di tutti i generi. Il noir, forse, è una “possibilità letteraria” di vedere la realtà in modo brutalmente chiaro (e qui, nella brutalità, sta spesso la differenza) attraverso (paradossalmente, anche se fino a un certo punto) un paio di lenti scure.

    Andrea, ma io non sono mica incazzato! :-) Conunque vedremo, mi dai un compito veramente arduo, il Cacciatore è un capolavoro, l’avrò visto una ventina di volte.

    Quello che scrive Luca mi trova d’accordo, c’è da rifletterci sopra. Per esempio in questo passaggio: “Tutto è noir: sì, credo di sì, perchè, oltre l’incubo della parola, quale sollievo la fine, una qualsiasi fine, che ci liberi dal demone, dalla chiarezza e dalla comprensione…”

  12. temperanza il 19 novembre 2005 alle 14:06

    @Krauspenhaar

    Anche per me Dürrenmatt è stato un Dichter.

    Quanto a Bernhard, ha scritto anche libri non perfetti, a volte forse troppi, ma è con la letteratura che si è confrontato, anche se forse credeva di confrontarsi solo con le proprie idiosincrasie. Non credo che si possa scegliere cosa essere. Tra l’altro se io fossi uno scrittore preferirei essere un appagante scrittore popolare, ma qua decide il caso, il karma, la sorte o altro a piacere.

    Ma la metto in un altro modo: se il noir coincide perfettamente con il noir, cioè se non esce dal genere perché non si è dato quell’obiettivo, sia pur con grandi personaggi uno sfondo ricco e una grande maestria di scrittura, non sposta il confine della letteratura e dunque, sia pur magnifico, è solo noir, cioè fiction-fiction, da molti di noi molto amata, ma sulla quale non ci rompiamo la testa. (Tra l’altro, per riguarda me, trovo che nella fiction il noir abbia una marcia in più, infatti io la fiction di genere psicologico, amoroso, famigliare, sociale, resistenziale, cioè la fiction media prodotta dall’editoria non la leggo per attacco di noia dopo le prime dieci pagine).

    Se invece usa la sponda del noir per andare oltre, per mettere in tensione le categorie letterarie, la filosofia del suo tempo (nel senso di Zeitgeist, non di Kant) o per lavorare sullo stile o si interroga sulla narrazione o esplora senza magari sapere bene dove la sua esplorazione lo porterà e chi più ne ha più ne metta, ma comunque se non si accontenta di appagare le palille gustative letterarie sia pur molto sofisticate del lettore, allora l’etichetta non mi interessa più e per me è letteratura. Di solito questo, come ho detto prima, non accade per volontà dello scrittore, uno non sceglie di essere scrittore letterario o popolare. Anzi, magari quello popolare vorrebbe essere Kafka e Kafka avrebbe voluto essere Wells.

    Ma tu, cosa credi che io legga?

  13. temperanza il 19 novembre 2005 alle 14:19

    @sempre per Krauspenhaar

    Ma sai che sospetto mi è venuto? Che quello che considera di serie B il noir in realtà sia tu. Perché infatti staremmo qui a difendere o a limitare il peso di un genere? Ogni libro è un libro a sé, se ha i limiti che dicevo prima posso anche catalogarlo nel genere, ma se non li ha perché mai dovrei catalogarlo?

    Io ho pochissime prevenzioni, non voglio dire di non averne solo per non esagerare e di questa modestia farmi bella, ma certo non sono nata sotto un cavolo, ho famiglia, diciamo così, nella mia famiglia l’esperienza della letteratura è più testuale che concettuale, per me, come dice Starobinsky il testo è un oggetto vigoroso che richiede una replica vigorosa. Ma se il vigore non c’è non mi interessa di infilarlo in una busta con su scritto noir, giallo, rosa, fantasy ecc. lo lascio al suo destino

  14. Franz Krauspenhaar il 19 novembre 2005 alle 14:59

    Temp,sono totalmente d’accordo con quanto hai scritto – di una brillantezza e intelligenza che quasi mi esasperano. Hai chiuso il caso brillantemente in poche battute, secondo me.

    Ma mi corre l’obbligo (ma mi corre davvero quest’obbligo?. Ma si, dai!) di risolvere il “caso” su di me; perché credo, su di me, di saperne abbastanza: il tuo sospetto è completamente infondato. Il noir io lo considero di serie A quando lo vedo in A, di B quando lo vero in B. Altrimenti, molto semplicemente, perchè scrivere il pezzullo che ho scritto?! Perché scrivere noir?!
    Temp, quelli che fanno di tutta l’ erba un fascio, che parlano di noir e gialli con sussiego se non con disprezzo, ci sono e non sono pochi. E ci sono anche quell che il loro disprezzo lo pensano ma non lo dicono; il che, forse, è anche peggio.

  15. marco v il 19 novembre 2005 alle 15:32

    .. mah, non so… secondo me parlare di letteratura e noir mettendoli l’uno contro o insieme all’altro… non tutto il noir è letteratura, non tutta la letteratura è noir. Basta. Mettiamo che la letteratura è la Meccanica dei fluidi, e un testo di genere (noir o altro) con poca e nessuna pretesa è una pisciatina sul muro scrostrato. Sempre di meccanica dei fluidi si tratta, ma sarebbe l’esempio migliore per spiegarlo ad una classe di studenti?
    E allora l’idea di canoni letterari, l’idea di chiedersi cosa sia La Letteratura, cercando una discriminante che non serve ad escludere, piuttosto a comprendere meglio l’universo conoscibile per successive approssimazioni… non è solo una perdita di tempo. O un’arroganza accademica.

  16. temperanza il 19 novembre 2005 alle 16:07

    @marco
    Dei canoni o dei generi?

    E perché vuoi spiegarlo a una classe di studenti? Con classe di studenti mi pare tu intenda una classe di liceo, ma comunque, visti i tempi, mettiamo anche una classe di università, laurea breve. Tu veramente credi che si possa insegnare la letteratura a scuola? Si insegnerà un po’ di storia della letteratura italiana, si insegnerà l’analisi del testo (nella versione schema IRSAE, sempre che ci sia ancora, con esercizi obbligatori acclusi di scomposizione e ricomposizione testo) e via discorrendo. Io la letteratura l’ho imparata a scuola, sì, perché leggevo invece di studiare e infatti andavo sempre a ottobre. E’ cambiato molto?
    Poi, pochissimi, davvero appassionati, come altri sono appassionati di musica o di ciclismo, incontrando magari pochissimi maestri altrettanto appassionati, trarranno profitto anche da quelle lezioni … anche. Dopo aver superato i più insuperabili test di ingresso, perché le facoltà umanistiche devono essere a numero chiuso.
    Questo discorso non vale però per gli scrittori, che non si sono mai o quasi mai formati sui banchi di scuola, ma in parallelo alla scuola, e a volte, spesso, contro la scuola.
    Io vorrei che a scuola, fin dalle elementari, ci fossero lezioni in cui i professori leggono a voce alta agli scolari e agli studenti, favole, poesie, romanzi. Senza dir niente. E senza interrogarli dopo e senza dare voti e senza test né riassunti obbligatori per scontare l’eventuale piacere. E i testi non dovrebbero essere scelti da loro, ma da scrittori e poeti di buona memoria. E vorrei che poi ci fossero nelle scuole fornitissime biblioteche aperte a libere, dove i libri fossero a disposizione a scaffale aperto e i fondi fossero sufficienti a ricomprarli una volta che fossero a brandelli, e quelli a brandelli in più copie.
    Solo allora, verso la fine del liceo, una volta formato naturalmente l’orecchio, comincerei a parlare di letteratura.
    Eh sì, a volte sogno anch’io.

  17. temperanza il 19 novembre 2005 alle 16:36

    @F.K.
    Sarebbe interessante intenderci tutti, in concreto, su cosa sia un libro di categoria A e uno di categoria B. Motivando.
    Qui secondo me scoppierebbe una rissa.
    Già io le faccio scoppiare se chiedo precisione e chiarezza.
    Quindi in realtà non lo auspico, anche se lo auspico. Io per esempio sono molto sensibile alla qualità della scrittura, allo stile. Ma detto così potrebbe sembrare che io auspichi il bello scrivere, solo per chiarire cosa intendo per stile, in realtà una cosa molto semplice, dovrei fare distinzioni defatiganti.
    E poi arriverebbe qualcuno a dire che è un salottino letterario, confondendo lo stile, che comporta un’ecologia della mente, con un estetico tavolino da tè.
    Viva Heine! Abbasso il superlativo in tutte le sue declinazioni!

  18. Franz Krauspenhaar il 19 novembre 2005 alle 16:38

    “Questo discorso non vale però per gli scrittori, che non si sono mai o quasi mai formati sui banchi di scuola, ma in parallelo alla scuola, e a volte, spesso, contro la scuola.”

    Temp, qui invece parli di me come se mi conoscessi:-)

  19. Franz Krauspenhaar il 19 novembre 2005 alle 16:46

    Temp, sul tuo ultimo intervento che leggo solo ora: a me interessa davvero sapere cosa tu intendi per stile. La rissa è sempre in agguato, è vero; ma oggi è sabato, e siamo in pochi intimi, almeno credo.
    (E se poi arriva la rissa tu che fai, scantoni? Non credo proprio).

  20. magda il 19 novembre 2005 alle 18:20

    Se vi fa piacere posso testimoniare personalmente l’approccio antiaccademico all’accademia. Nel senso che secondo me le parole che passano per la scuola possono avere una enorme valenza formativa se intese come arricchimento esperienzialee non apprendimento mnemonico.
    Io continuo a studiare in questa formula, che in realtà più che studio, è applicazione e integrazione di memoria, concettualismo, ponte alla realtà.
    Ieri sono stata in un laboratotio di Arno Stern, http://www.arnostern.com testimonianza di una persona che addirittura”insegna” nelle scuole una tecnica formativa non essendo docente, ma aprendo ad una pedagogia antididattica.
    Curiosità: non ha mandato i figli a scuola e guida loro alla vita sotto altre formule, immagino.
    Lo spazio chiuso (Closlieu) come momento maiuetico fotemente creativo mi riconduce alla chiusura verso l’aperture del se’.
    Arno Stern è stato in un lager, e questo mi riconduce al discorso sulla libertà platonica (monadi e autisti) e la capacità di gestirla e comprenderla.
    gli eventi e gli incontri confermano le teorie :-)

  21. temperanza il 19 novembre 2005 alle 19:11

    Lo conosco il metodo Stern, sì, non ricordo più come ma ci ho mandato una bambina che per tutto l’anno ha disegnato un albero, credo che alla fine fosse lungo dieci metri, ogni foglio aveva una grossa striscia marrone che era una parte di tronco. Se le sia servito non so perché poi l’ho persa di vista

    @F.K
    Proviamoci, non con un lungo intervento, perché bisognerebbe essere un saggista, e non è il mio caso, ci provo con un misto di avvicinamenti e di piccoli esempi pratici, se ci riesco.

    (Quanto alla rissa, non scantono, ma non mi piace, la trovo noiosa, salvo i primi momenti in cui attizza il mio spirito polemico)

    Allora, la lingua del racconto, e in generale la lingua del discorso, perché anche per la saggistica vale lo stesso, non deve cercare l’effetto, ma quella esattezza e aderenza all’idea, se parliamo di un saggio, o alla intensità dell’esperienza che lo scrittore vuole trasmettere e a niente più e niente meno di quella.
    Dunque nessuna inutile decorazione, il lettore ideale del mio scrittore dovrebbe essere un lettore estremamente esigente e questo mio scrittore ideale dovrebbe scrivere avendo presente sempre lui, non un’istanza accomodante e indulgente.
    Questa è la base.
    Qui qualcuno potrebbe alzare il dito e dirmi, ma allora vuoi una lingua senza eccessi, efficace e chiara. No. Quella che chiedo qui è quella pulizia preliminare del tavolo che un bravo cuoco fa prima di mettersi a lavorare, coltelli puliti e ben affilati, spesa fatta e ben scelta al mercato, idee chiare su come procedere.
    Senza queste operazioni preliminari non c’è possibilità di stile. Però, anche se sono operazioni preliminari, non voglio dire che vengano subito prima della scrittura, devono essere gerarchicamente preliminari, devono essere state assorbite in quella fase precedente in cui lo scrittore è un lettore.

    Dimmi se hai obiezioni fin qui.

  22. magda il 19 novembre 2005 alle 19:47

    Tempe, stai parlando di metodo dunque, e come incanalare le spinta creativa all’interno di questo?
    sono le parole-strumenti-arnesi come direbbe qualcuno?

  23. temperanza il 19 novembre 2005 alle 19:52

    Non aspetto la tua risposta e faccio un piccolo passo avanti per entrare un po’ più nel merito della scrittura, poi magari tornerò indietro.

    Ogni testo ha naturalmente una sua lunghezza e smembrarlo per tirar fuori esempi è criminale, lo si dovrebbe trattare con rispetto e prenderlo in toto, ma qui non si possono fare che esempi brevi, quindi provo a scrivere qualche brano io.

    Se scriverò per esempio:

    “Solo in quel momento la donna diede segno di essere nuovamente attraversata da una corrente di vitalità animalesca, la pelle delle guance che sembrava incollata all’osso mascellare nel momento del risveglio si increspò e la faccia rinacque a nuova vita”.

    e se la situazione è quella di una donna che si riprende dopo uno sganassone, beh, potrò leggerla, perché no, se la storia è abbastanza buona potrò magari andare avanti, ma sento subito che questa è una scrittura strumentale a un qualche plot, una scrittura servile, in qualche modo, e strumentale a qualche plot vuol dire non perfettamente aderente a quel che vuol dire. Chi scrive così, se la storia è buona, potrà magari venderla al cinema.

    mentre se scriverò così (e qui non sono io ma Manganelli):

    “L’aereo, innegabilmente, ronza; sarei tentato di dire che fa le fusa: ma delle sue specialissime fusa spirituali, meditabonde, astratte. È del tutto evidente che questo aereo gode di una eccezionale buona coscienza; non so se il recente vertiginoso progresso delle scienze teologiche ha scoperto degli specifici sacramenti per confortare le anime da delicato capodoglio degli aerei, ma non v’è dubbio che questo pingue velivolo dà l’imbarazzante impressione di essere in accordo con l’universo.”

    sarà un testo, cioè un piatto armonico, compatto, aderente, dove l’intelligenza “è” nella parola, non la accompagna e dunque mostra lo stile.

  24. temperanza il 19 novembre 2005 alle 19:53

    @Magda
    anche di metodo, sì, ma forse con il piccolo esempio che ho aggiunto si può capire meglio dove voglio andare a parare.

  25. F.K. il 19 novembre 2005 alle 20:24

    Volevo tornare per un lungo attimo a Bernhard, prima di risponderti, avendo riletto tutti i tuoi interventi su questo thread. Parli di libri non perfetti che avrebbe scritto, dunque tu credi nella perfezione. Io penso che la perfezione non esista da nessuna parte. Anche qui, bisognerebbe forse intendersi su cosa per te è perfezione. Parli di un suo “confronto” con la letteratura. Ecco, io ti ho dato ragione su quanto tu dicevi con grande senso della sintesi (e te ne sono grato) a proposito della letteratura. Ipotizzi che TB credesse di confrontarsi solo con le proprie idiosincrasie. Se così è stato, penso che avesse ragione l’autore, ma non nei termini di un confronto, bensì in termini di una vera e propria lotta. Nel momento in cui questa sua lotta è venuta un po’meno, ecco quelle ripetizioni di cui parlavo all’inizio, ecco apparire il manierismo di se stessi. Ora, questo a mio avviso c’entra in pieno con la letteratura cosiddetta di genere. Io, con un azzardo paradossale, avevo scritto che TB scrisse “para-noir” presi per libri “seri”. Ma se proprio noir non erano, certo, perché la sua secondo me è una letteratura teatrale, non caso monologante, (e non è un caso che quest’autore sia stato anche un drammaturgo), certo la sua maniera di certi libri puo’ essere apparentata alla maniera della letteratura di genere, la quale fa spesso del sequel (lo chiamo “automanierismo” per attaccarmi più strettamente a TB, ora ) il proprio punto di forza quando si parla di sfruttamento commerciale; e però anche di debolezza da un punto di vista artistico, o, per meglio dire, di resa artistica. Patricia Highsmith, per esempio, inventò un solo personaggio ripetentesi (in 4 romanzi, se non ricordo male) vale a dire quel bellissimo genio dell’ambiguità che è Ripley. Per il resto, PH a ogni libro cambiava protagonisti e ambientazioni. Non era una maestra di stile ma di situazioni incresciose, ha dato delle vigorose scosse ai suoi lettori; per me è molto. Per essere un po’ più “perfetta” avrebbe dovuto scrivere con uno stile diciamo così migliore.
    Sulla rissa: anche a me non piacciono; spesso portano a una grafomania inconsulta che è nient’altro che un tentativo patetico di autoaffermazione, se non di prevaricazione. Se la pace deve avere un senso (e non sempre ce l’ha) la guerra deve avere un senso ancora maggiore.
    In linea di massima sono d’accordo quando parli di ricerca dell’effetto, purché tu intenda l’effetto fine a se stesso. Ci sono effetti, a mio avviso, che in realtà sono vere e proprie micce esplosive, che possono far propagare la trama se non la sostanza di un intero libro. Non fatti, proprio effetti. Lo svolazzo autocompiaciuto è una cosa che personalmente mi dà fastidio, come mi dà fastidio, generalmente, una lingua troppo “letteraria”. In poesia è diverso, naturalmente, la poesia penso sia un nucleo d’uranio che nello spazio di un’alba deve farci spaventare di bellezza. D’accordissimo su quanto dici sul rapporto tra scrittore ideale e lettore (anch’egli ideale, si spera sempre) cioè sul non essere accomodanti e indulgenti – con inutili decorazioni e strizzate d’occhio- verso se stessi (ma nemmeno verso il lettore, aggiungerei); in tutto questo lo scrittore non deve esimersi dal pensarlo, il suo lettore; anche per questo ha il dovere -direi morale- di farsi capire.
    La pulizia della cucina, la spesa fatta e ben scelta al mercato, si, certo. La spesa si fa al “mercato dei libri”, quando precedentemente lo scrittore è stato famelico lettore, ha studiato. I classici non sono necessari, sono indispensabili. Però è quel “coltelli puliti e bene affilati, tutto in ordine”, il parlare di “operazioni gerarchicamente preliminari” che mi dà un leggero fastidio, sarò sincero. Un libro puo’ nascere da un momento all’altro, quando meno te lo aspetti, quando come foglio di carta hai magari un biglietto del tram e devi chiedere in prestito una matita al primo droghiere compassionevole che trovi lungo la strada. Con questo voglio dire che c’è sempre tempo per rassettare la cucina e mettere in ordine anche- anzi soprattutto- le idee. Io non credo nella programmazione di nulla. Non so nemmeno cosa farò domani. Ci si schiarisce le idee su dove si vuole andare a parare lungo la strada, io penso. Per molti è così. Si recita a soggetto. E’ improvvisazione controllata, che naturalmente, nel corso delle stesure, diventa sempre meno improvvisata; e imprevista.

    P.s: ora devo uscire, domani rifletto sul tuo ultimo intervento.

  26. temperanza il 19 novembre 2005 alle 20:25

    Ecco un altro esempio di aderenza priva di affettazione:

    “Relitti fonico-visivi mi tengono compagnia, e sono ciò che di più diretto mi rimanga di ‘loro’. Puramente verbali, due (da notiziari della radio, suppongo): fallito dirottamento e riuscito stupro di una ragazza in un aereo dell’Olimpic Airways; e quest’altro in inglese, forse dell’inattendibile Voice of Europe: A favorite Polish joke goes, we feign to work, the State feigns to pay us. E due immagini: una bottiglia, con corona reale sullo sfondo, e la scritta in rosso: Seagram’s Canadian Whisky. Il quadratino bianco del campo di tennis dietro L’Hotel Bellevue, nell’oculare del mio binocolo. La memoria involontaria non ha altro, e questi ricordi vi fluttuano insistenti e vaghi.”

    Vediamo se qualcuno lo riconosce, è l’incipit del romanzo di uno scrittore piuttosto sfortunato. Per chi non lo abbia riconosciuto, o visto che qui ci sono tanti passanti giovani, per chi non lo conosca, i dati biografici alla prossima.

    Naturalmente sono consapevole del fatto che un testo lungo non sopporta facilmente una grande quantità di scrittura e che spesso un romanzo deve rinunciare a un eccesso di profondità per reggere nella lunghezza, ma la regola è sempre quella. Il decorativo è per gente di bocca buona. Qui, spero che concordiate con me, non ce n’è.

  27. temperanza il 19 novembre 2005 alle 20:33

    @FK

    Ho scritto:

    “Però, anche se sono operazioni preliminari, non voglio dire che vengano subito prima della scrittura, devono essere gerarchicamente preliminari, devono essere state assorbite in quella fase precedente in cui lo scrittore è un lettore.”
    Dunque sono d’accordo, un libro può nascere anche da un momento all’altro, anzi, è così che nasce, ma questa operazione preliminare di cui io parlo è quella pulizia precedente che è stata fatta dal famelico lettore che è lo scrittore allo stadio larvale.

    Quanto alla perfezione, “caminantes, no hay camino, hay que caminar”. Dunque in questo senso la freccia deve puntare lì, se nemmeno ci prova …
    Ma lo ripeto, per me stile non vuol dire bella scrittura.
    E anch’io vado a cena…

  28. F.K. il 19 novembre 2005 alle 22:42

    CaraTemp, fuori fa freddo…
    Era quel “deve” da te ripetuto più volte che mi aveva dato un leggero fastidio. Dovere è un verbo che non mi piace, ma è un problema tutto mio. A ognuno le sue idiosincrasie:-)
    Ma non posso che darti ragione sul senso del tuo discorso, e sono curioso di sapere di chi è quel bellissimo incipit.
    Sulla perfezione, è chiaro che vi puntano in molti, con le armi che questi molti hanno in dotazione e sono in grado di affilare; a mio avviso l’umiltà, per avvicinarvisi, non guasta. E poi, come disse il saggio, “la perfezione non è di questo mondo”. A meno che quel saggio non si fosse sbagliato. Puo’ capitare a tutti. Nessuno è perfetto:-)

  29. temperanza il 19 novembre 2005 alle 23:37

    @F.K.
    Il verbo dovere ha qui da noi una debolezza così strutturale che me lo fa usare con una certa tranquillità, ma capisco l’idiosincrasia.
    Cmq, l’incipit è quello di Dissipatio H.G. di Guido Morselli e sono contenta che ti sia piaciuto.
    Quanto alla perfezione è irraggiungibile, si sa. Adesso non mi ricordo più esattamente il nome e forse il vero significato non è esattamente lo stesso che dico, del resto i giapponesi sono complicati, ma c’è un giardino di sabbia a Kyoto, molto famoso e più volte fotografato, formato da un grande rettangolo all’interno del quale sono sistemate quindici pietre, due lati del giardino, uno corto e uno lungo, sono contenuti da un muro a calce gialla, gli altri due da una veranda di legno sulla quale ci si può sedere e guardare. Da nessun punto si possono vedere tutte e quindici le pietre.

  30. F.K. il 20 novembre 2005 alle 00:09

    @Temp.
    Ci avrei giurato che fosse Morselli. (Giuro). Lo “sfortunato” rispose…
    Perdona il cinismo.

  31. gianni biondillo il 20 novembre 2005 alle 00:25

    Torno ora e riparto subito. Che fai, Franz, mi tiri la volata? ;-) Aspetta almeno che torni e posto il pezzo che sai…

  32. F.K. il 20 novembre 2005 alle 01:12

    Ma no, il pezzo parla di noir, Gianni, mica di ciclismo…
    E tu sei un “maglia gialla”…:-)

  33. corpodibacco il 20 novembre 2005 alle 02:22

    (riferito al post e non alla discussione che segue che non ho letto integralmente; auspicando di non ripetere cose già dette)

    Non sono tanto d’accordo con questa tirata in difesa di un genere. Per poi finire chiedendosi se il genere esiste davvero, il che rende tutto l’esercizio un po’ inutile.
    Io dei generi me ne frego, e se dici ‘noir’ non so bene cosa intendi.
    Fuori i nomi!
    Ross MacDonald e Raymond Chandler sono noir? Forse si somigliano fra loro. Ma sono noir? E Simenon? Di certo i suddetti sono mainstream, quindi, se questa è l’antitesi sono io che non ho capito.
    Essendo un po’ dato per scontato in cosa consista, per conto mio questa letteratura noir come la descrivi potrebbe essere la tua letteratura ‘ideale’, o una letteratura ‘tipica’, e potrebbe pure non essere mai esistita.
    Ma a me interessa la famosa cosa concreta che si mangia.
    Di nuovo: fuori i nomi!

  34. Giancarlo Tramutoli il 20 novembre 2005 alle 09:34

    GIAnni biondiLLO = GIALLO

  35. magda il 20 novembre 2005 alle 09:41

    Di questo discorso m’interessa molto l’aspetto dell’eleganza, dello stile, della classe che, a quanto capisco, si snoda sull’aderenza della narrazione ad una forma di intelligenza autoctona, autonoma, autoalimentata.
    questo si puo’ dunque evincere aprendo un libro a caso, aprendo una sua pagina a caso, perchè se cio’ avviene, è uno stile che si distribuisce ovunque e, diversamente dall’esibizione di concettualismi, lo stile è una costante dell’autore.
    Spero di avere capito bene, e se cosi è, l’esercizio di stile è dunque educazione al indispensabile e pulizia del superfluo, esercizio di autenticità della parola che dovrebbe riflettere l’anima e la riflessione-emozione genuina dell’autore.
    questo circuito di autenticità scorre quindi dal lettore allo scrittore in una sorta di complicità tacita e di reciproca esigenza di nutrimento di senso.
    ho capito bene?

  36. temperanza il 20 novembre 2005 alle 11:09

    @Magda
    Se parli di eleganza e di classe mi sono spiegata male. L’eleganza è una piccola virtù, mentre lo stile è ai miei occhi una grande.
    Ma c’è riportata oggi sull’inserto del Sole24ore una letterina del tanto vituperato e da me ancora amato Montale che sfilandosi dalla richiesta di recensire la Lolita di Nabokov sul Corriere della Sera dice tra l’altro :

    “E’ scritto in una lingua che non appartiene in proprio all’autore (il quale ne è consapevole) e risente fastidiosamente di una tecnica cinematografica”.

    Di cosa parla Montale qui se non di stile? Lo stile è la voce precipua dell’autore, se lo scrittore è un autore serio ne possiede uno, se non la possiede scrive come in quelle due righe che ho abborracciato io sopra. E parliamo di Nabokov. Tra l’altro sono d’accordo con Montale, tra tutti i libri di Nabokov, che ovviamente dopo quel che ho detto ammetto di amare, è quello che apprezzo di meno anch’io.

    E a proposito, se non è un noir Lolita… ma qui è chiaro che tolgo alla definizione, tanto per esser chiari, ogni ingiuria.

  37. temperanza il 20 novembre 2005 alle 11:26

    @sempre Magda

    E non si può evincere aprendo un libro a caso, io ho dovuto farlo per mancanza di spazio (e parliamoci chiaro, ragazzi, anche di tempo e di strumenti, perché avrei da laurà e bisogna che mi ci metta).
    Ha ragione F.K. quando parlando della Highsmith rivendica la sua maestria nel creare situazioni incresciose, lo stile non si risolve in poche righe. Io l’ho letta in traduzione, come Nabokov del resto, ma è probabile che essendo lei “giallista” sia stata data a traduttori meno bravi di Nabokov che oltretutto sulle traduzioni era tanto pignolo.

    E neppure parlo in realtà di “esercizio di stile” mi vedo idealmente uno scrittore che fa le aste letterarie da mane a sera. No. In questo caso schiferei Svevo, e me ne guardo bene. Come ho detto, ma lo ridico, lo stile non è per me “bello scrivere”

    Tu dici “educazione all’ indispensabile e pulizia del superfluo, esercizio di autenticità della parola che dovrebbe riflettere l’anima e la riflessione-emozione genuina dell’autore”

    Si, solo se ci intendiamo cos’è per uno scrittore l’indispensabile e il superfluo, perché ognuno ha il suo (vedi Gadda).
    E si se ci intendiamo su cosa sia l’autenticità della parola (dovrei tagliare la testa a ogni manierista)
    Quanto a genuinità, nulla è meno “genuino” della scrittura.

    Ma se tu dici questo è in grandissima parte per colpa mia, e per la difficoltà della questione in sé, che può essere nutrita solo entrando nel merito, e in piccola parte, forse, credo, anche perché tu “ti aspetti” che io dica queste cose, e questo a sua volta in parte per i rapidi interventi che io ho fatto qua e là e in parte per una tua formazione che ti spinge a vedere questo.

    Ma cercherò, se ho tempo, qualcuno che lo ha detto meglio di me e che in questo momento non ricordo bene chi sia (prego gli spiriti affini di darmi una mano) e se lo trovo ve lo incollo.

  38. F.K. il 20 novembre 2005 alle 11:37

    Caro Corpodibacco, evidentemente non mi sono fatto capire nella mia breve tirata, e la cosa non mi stupisce. Mi chiedi, da vero poliziotto: “fuori i nomi!”. Fai bene, in fondo, ad essere così brutale. Alcuni li hai fatti tu, e ne possiamo fare a centinaia, qui sopra. Nomi che chiunque puo’ trovare facendo qualche ricerca su internet. Ma si puo’ andare ancora più a fondo (al peggio non c’è mai fine:-)): per esempio, qui sopra Temp parla secondo me giustamente di Lolita come di un noir. Guarda, fosse per me abolirei i generi, le categorie, ecc. Io infatti parlo di “scaffalature”. Che nel congestionato mercato dei libri, evidentemente, sono necessari per identificare un prodotto. Perché, signori miei, possiamo metterla come vogliamo, ma i libri sono merce. Con tanto di “griffe” e di imitazioni taiwanesi.

  39. temperanza il 20 novembre 2005 alle 12:01

    Ho letto più sopra l’articolo di Cortellessa sulla tortura. Come mi piacerebbe passarlo al setaccio della questione dello stile, se non temessi di passarci la giornata, di essere malmenata e di inimicarmi definitivamente Inglese. Ed è troppo per una persona sola

    E questo pur ritenendo Cortellessa uomo intelligentissimo, di grandissime letture (a volte persino troppe) e, visto il pezzo, di ottime intenzioni.

    Qui ci vuole un emoticon ;–)))

  40. magda mantecca il 20 novembre 2005 alle 12:05

    Tento di teorizzare:
    parlero’ di autenticità piu’ che di genuità dato che pare termine ambiguo.
    (anche per heidegger è termine controverso.)
    Come si evincono 1) il talento di uno scrittore 2) l’autenticità nell’esprimerlo?
    Vediamo il neofita osservatore, io in questo caso, come si comporterebbe:
    leggo i segni dell’autore cercando tra essi un minimo comune denomitore che dovrebbe comunicarmi la sua categoria “spirituale”, la sua anima, il suo orientamento di senso, insomma il suo modo di interpretare il mondo , se stesso e lo stile verbale che usa.
    Non so se questi parametri cosi arbitrariamente impostati, siano costanti o mutanti nel tempo….presumo che mantenedo fissa l’anima, gli altri siano suscettibili di mutamento.
    Allora io, l’autenticità, dovro’ appurarla attraverso l’intravisione dell’anima come filo rosso che permane pur mutando l’esterno osservato, lo stile interpretativo, il genere letterario usato.
    l’aderenza dell’anima alla potenza espressiva è quella che determinerebbe il grado di autenticità dello scrittore, che ovviamente come si è detto, non si riflette nella bella scrittura.
    E’ chiaro che in questa operazione, i manierismi sono solo depistanti e dispersivi, oltre che funzionali ad una forma di “disonestà” intellettuale dello scrittore.
    Temo sia un lavoro da archeologo della parola, di colui che attraverso indizi, ricostruisce un percorso su cui traccia coordinate costanti, che riconducono all’autenticità autoriale.
    lavoro molto affascinante, indagatore, emozionante, un erranza emotiva e intellettiva con cui si accede alla chiave di lettura piu’ profonda della creatività.
    Chi compie questo ricamo finissmo di senso ha certamente una soglia di attenzione molto alta verso la mancanza di riguardo.

    grazie

    mag

  41. temperanza il 20 novembre 2005 alle 12:17

    @magda
    Questo che tu dici è appunto il lavoro dell’interprete. Un testo vigoroso come dice Starobinski e come ho già riportato non ricordo se qui o altrove, richiede una replica vigorosa.
    Le parole di Montale su N., sia pur nella brevità e rudimentalità (!) di una comunicazione di lavoro, fa intravedere che questa replica vigorosa c’era stata, anche se non “messa in bella” e svolta.

    Non mi è chiarissimo cosa intendi con “una soglia di attenzione molto alta verso la mancanza di riguardo”. Ho l’impressione che con “mancanza di riguardo” tu ti riferisca a un discorso filosofico che però io non conosco o almeno non riconosco. Chi lo ha detto?

  42. corpodibacco il 20 novembre 2005 alle 12:18

    (Poliziotto cattivo a poliziotto buono) Hai visto? I nomi non li fa mica.

  43. temperanza il 20 novembre 2005 alle 12:18

    Adesso però saluto e me ne vado perché domani mattina mi chiamerà uno dei miei datori di lavoro e mi leverà la pelle.

  44. andrea barbieri il 20 novembre 2005 alle 13:39

    Se Giancarlo Tramutoli fondasse una religione dichiarandosi profeta e questa religione prevedesse che la verità non è scritta, per esempio, nella cabala, ma nei giochi di parole – il compito del profeta sarebbe di annunciarli al mondo – magari diventerei un adepto. Se invece fosse Bartezzaghi a dichierarsi profeta di questa religione capirei immediatamente che Bartezzaghi è troppo lontano dai problemi e dal dolore del mondo per aver ricevuto la telefonata di qualsiasi dio.
    Oddio, mi diranno che ho del livore, ma io volevo solo far capire che non tutti i giochi sono solo giochi facendo qualche esempio.

  45. F.K. il 20 novembre 2005 alle 13:48

    Andrea, Tramutoli questa religione l’ha fondata. Rimetto qui il suo primo commento in questo Thread: “Re-noir… il più luminoso degli impressionisti. Che ossimoro (ossario arabo). Franz, mi solletichi il velopendulo del non-sense. Degenerare i generi. E’ un chiodo fisso… di pelle. E per restare sul sintetico direi che mi sveglierò domani, alcantara del gallo, perchè la vita è bella se aviaria.” Grande.

    Corpodibacco. I nomi non li faccio, no. Non ne ho voglia. Però copiaincollo questa cosa qui, che condivido in pieno; potrebbe aprire qualche nuovo varco di discussione, ora che Temp, oltretutto, l’è andata a laurà.

    “Parliamo del Noir. Innanzitutto, all’interno del genere noir, thriller, giallo o poliziesco che dir si voglia si possono trovare autentici capolavori di autori attenti alla forma e allo stile, veri pilastri della letteratura, a partire da Simenon per finire con Ellroy. E in questo settore oggi la concorrenza è talmente forte che non è affatto vero che basta scrivere un noir qualsiasi per vederselo automaticamente pubblicato. Certo il mercato c’è, la richiesta pure. E dunque torniamo ai canoni economici. Se è un genere richiesto, che vende, se il settore tira, niente di strano che le case editrici dedichino collane su collane a questi segmenti narrativi. Anzi.
    Però il Noir è spesso accusato di essere, come dire, una letteratura di bassa lega, una categoria di serie B, un prodotto facile, vendibile, commerciale, ideato e proposto appositamente per incontrare il maggior favore dei lettori. E cosa c’è di male? Ci siamo forse dimenticati che il fantomatico lettore è o almeno dovrebbe essere il cardine attorno a cui ruota tutta l’intera industria editoriale, scrittori compresi?
    Io credo che i tanti autori incompresi invece di attribuire il loro insuccesso a vari fattori totalmente estranei e incontrollabili, dovrebbero per prima cosa chiedere a se stessi, in tutta umiltà: Ma dove ho sbagliato? Prima di scagliare sacri dardi contro l’industria editoriale, o il mercato, o il pubblico, o le istituzioni, forse lo scrittore dovrebbe cercare un po’ più vicino le motivazioni del suo insuccesso.
    Credo che molti dimentichino che la scrittura è sempre essenzialmente un veicolo di comunicazione. Che l’autore, chiunque egli sia, deve mantenere intatta la sua capacità di incontrare il lettore, di sorprenderlo, di emozionarlo, di catturarlo nella sua rete. E se questa capacità non ce l’ha deve capire perché.
    Prima di protestare contro gli scrittori noir che rubano spazio ai “veri” scrittori, questi dovrebbero imparare qualcosa da loro.E’ il caso di Niccolò Ammaniti, forse l’unico degli ex giovani cannibali ad aver assimilato la lezione. Capace di impossessarsi di un filone narrativo di genere senza mai abbandonare il contatto medianico con il lettore. Una lezione di cui fanno spesso tesoro oltreoceano, anzi oltremanica, dove scrittori anche non di genere nutrono un forte interesse e un altissimo rispetto per il lettore. Come è giusto che sia.
    Afferma Kurt Vonnegut (un autore che certo non può essere considerato volgarmente commerciale) che un romanziere deve “avere compassione per i lettori”, perché “anche loro hanno un lavoro duro da fare, e hanno bisogno di tutto l’aiuto che possono ricevere da parte nostra”. Questo significa che quando si scrive lo si deve fare non per se stessi, o per le acclamazioni della critica, ma soprattutto per il lettore, un fulcro dal quale non si può prescindere, un fattore che non è possibile ignorare. Il lettore è il fine ultimo della narrazione, il cardine stesso della letteratura, l’apologo e l’epilogo.
    Dice ancora Vonnegut “Le nostre scelte stilistiche in quanto scrittori non sono né numerose né affascinanti, dal momento che i nostri lettori tendono a essere artisti così imperfetti. Il nostro pubblico vuole che siamo (…) sempre pronti a semplificare e chiarire, mentre noi preferiremmo librarci alti sopra le moltitudini, cantando come usignoli”.
    Se molti degli autori italiani oggi sentono di non ricevere la meritata attenzione è forse perché non sono stati abbastanza attenti ai desideri dei lettori, alle tendenze del mercato, al tipo di richiesta editoriale del momento. Il lirismo e l’ispirazione non valgono nulla se non hanno un pubblico. Mentre invece spesso è il pubblico stesso ad essere fatto oggetto di indifferenza e di una sorta di malcelato disprezzo. Non c’è arte senza passione. Non esiste mezzo espressivo senza l’amore. Non esiste musica celestiale che non sia rivolta a qualcuno, composta per qualcuno, eseguita appositamente per qualcuno. Il pubblico è il nostro bene più prezioso. Un obiettivo sul quale dovremmo essere sempre disposti ad investire tutte le nostre forze e le nostre capacità artistiche.
    A meno che non vogliamo restare per tutta la vita dei geni incompresi che declamano i loro versi dalle aspre sommità di una vetta tibetana, pronti a scagliarci contro un mondo che non ci capisce e non ci merita.
    Sabina Marchesi

  46. temperanza il 20 novembre 2005 alle 15:08

    Pausa caffè: no, a me questo discorso non dice niente di niente, è buon senso editoriale, ma a me del buon senso editoriale che importa?
    Noi vogliamo estrema leggibilità ed estrema qualità, mi disse un giorno un editor, bene, auguri e figli maschi, io non voglio del male a nessuno, ma abito altrove.

  47. magda mantecca il 20 novembre 2005 alle 15:22

    @Tempe
    “una soglia di attenzione molto alta verso la mancanza di riguardo”. sono io il “filosofo” che lo dice :-).
    Intendo riferirmi a quel moto di stizza che contraddistingue il certosino operatore della parola che tu definisci interprete, quando maneggia scritti di bassa levatura, o meglio di contenuto stilistico per i comuni mortali normale, mentre per lui, che ha una soglia molto alta nell’attenzione allo stile, diviene quasi un fastidio fisico leggere.
    quasi una inclinazione maniacale, ossessiva, nel senso piu’ nobile del termine, verso la perfezione del proprio lavoro.
    tutti i grandi “parolai” del nostro tempo erano ossessivi, Freud e Wittgenstein, per esempio, entrambi del segno del toro….sarà una coincidenza?
    anche Dali’ lo era……

  48. temperanza il 20 novembre 2005 alle 15:38

    @cara Magda,
    è difficile che il certosino operatore della parola maneggi scritti di bassa levatura, infatti, dice sempre Staro, “l’interpretazione, lo si è visto, è già sordamente all’opera nella scelta dell’oggetto d’interesse” .
    Lui lo dice, dando per scelto il campo, all’interno dell’opera dell’autore prescelto, ma vale anche per la scelta dell’autore.
    Grazie per la tua precisazione, e sì, l’inclinazione maniacale fa il grande “parolaio”, sono d’accordo.
    Naturalmente prima di veder emergere il vero grande parolaio molti restano sul terreno, ma c’è ossessione che non valga il rischio? Anche nella sconfitta c’è bellezza, disse qualcuno.
    Torno a più bassi compiti.

  49. magda mantecca il 20 novembre 2005 alle 16:02

    Mi chiedo: utilizzare intelligenze, sensibilità, competenze come quelle descritte potrebbe evitare la barbarie interpretativa di mezzi tecnologici e invasivi quali la biometrica e la soverglianza totale?
    intendo dire, esistono tracce umane infinite, tra cui la scrittura, che lascia per chi sà decifrarle, impronte inequivocabili, e quindi che bisogno c’è di intervenire cosi superficialmente, invasivamente con strumentazioni “disumane”?
    mi riferisco all’ossessione del controllo sulla società, della verifica dell’identità di una persona attraverso monitoraggi, della sindrome del grande fratello….tutto questo temo inibirà la formazion di sensibilità allenate alla “lettura” dei segni veri, antichi, quelli peculiari all’homo loquens…..ma questa è un altra storia……
    buon lavoro
    mag

  50. andrea barbieri il 20 novembre 2005 alle 18:27

    Se le cose stanno come dice Sabina Marchesi, la più grande merda della letteratura italiana si chiama Dante Alighieri, che tradì il suo pubblico contemporaneo formato soltanto di latinisti e il suo pubblico a noi contemporaneo che fa una gran fatica a leggere la commedia: a questo punto la chiameremo “Merdosa commedia”.
    Van Gogh – per fare il mio solito saltino – quando era esposto schifava il pubblico per un sacco di motivi…
    eppure ci aveva creduto ci essere lì per dire qualcosa e infatti, anche se le sue immagini si sono un po’ consumate, eccolo in ogni ufficio del mondo con una notte stellata.
    Il problema è che tutti sono bravi inserire la parola “pubblico” nei loro discorsi, Sabina Marchesi compresa, però nessuno tocca l’unico problema che riguarda il pubblico cioè che le cose bisogna fargliele “arrivare”, far capire perché un libro/musica/film… può essere importante per la loro vita. Nessuno lo tocca il problema perché bisogna sporcarsi le mani a ragionare con gli imbecilli: ebbene sì, io penso non che il pubblico sia imbecille (anzi, a volte i lettori “non graduati” sono di un’acutezza che si può solo cercare di imitare), penso invece che i discorsi alla Sabina Marchesi nascondano dietro un’attitudine snob del cazzo per la quale il pubblico è composto di imbecilli e per loro ci vuole compassione.

  51. temperanza il 20 novembre 2005 alle 23:45

    Altri che Sabina Marchesi avrebbe mandato dietro la lavagna perché non sono stati abbastanza attenti ai desideri dei lettori, alle tendenze del mercato, al tipo di richiesta editoriale del momento sono:

    il solito povero Gadda
    il povero Svevo
    il povero Tozzi
    il povero Morselli
    la povera Dolores Prato
    l’ innominabile, deprecabile imbarazzante povero Pizzuto
    lo stravagante Delfini

    e si accolgono suggerimenti.

    Ma si sbaglia, erano tutti attentissimi a considerare il lettore un fulcro dal quale non si può prescindere, un fattore che non è possibile ignorare. Anche per loro il lettore era il fine ultimo della narrazione, il cardine stesso della letteratura, l’apologo e l’epilogo. Peccato che pensassero a un lettore come loro, cosa che qualche demente pensa ancora adesso e giustamente viene punito.

    Naturalmente dei poeti non parla, loro dietro la lavagna ci sono andati da soli, anzi, hanno montato una canadese e praticamente ci vivono.

  52. F.K. il 21 novembre 2005 alle 11:15

    Si, quel discorso puo’ apparire quello di chi attacca per difendersi, magari; e forse lo è. Cade dal basso (?) e reca – o puo’ recare- fastidio anche o soprattutto per quel parlare di “mercato”. Andrea, hai ragione quando parli di come arrivare al pubblico, lo sporcarsi le mani ecc. Le case editrici in questo hanno una grande responsabilità, perché potrebbero fare molto, molto di più e spesso non lo fanno. I lettori visti da quel “povero pirla” di Kurt Vonnegut sono tutti degli imbecilli, dici. A me non pare. Nel suo discorso io intravedo dell’umiltà vera. (Poi è anche vero che i grandissimi scrttori umili non lo sono per niente, nella maggioranza dei casi).
    Temp, per tornare a Guido Morselli: ma Sabina Marchesi c’era, aveva per caso potere nel mondo editoriale quando i suoi libri venivano rifiutati da tutti? Perché il tuo discorso non fa una grinza, soltanto che io l’impressione (forse l’ho sognato stanotte) che GM oggi sarebbe pubblicato, eccome.

  53. andrea barbieri il 21 novembre 2005 alle 11:45

    Ma Kurt Vonnegut è una leggenda, è un maestro, è uno dei più grandi, quindi e le sue parole, quelle pochissime citate, servono a dare autorità al discorso di Angela Marchesi in un modo un po’ scaltro: una specie di benedizione estorta. Se vogliamo parlare di Vonnegut, parliamone, e secondo me molto difficilmenbte approfondendo le cose capiterà di trovare che lui e la Marchesi abbiano le stesse idee sul lettore.

  54. andrea barbieri il 21 novembre 2005 alle 11:58

    Morselli oggi è pubblicato, questo è un dato di fatto. E più che altro rafforza il concetto che bisogna scrivere come si sente necessario scrivere. Per un pubblico ovviamente, per toccarlo con le proprie parole, “proprie” appunto: cazzo c’è un valore in queste parole che nascono, crescono in un individuo. Come posso forzare i pregiudizi dei tanto desiderati lettori, muovere delle emozioni, toccarli, attraversarli senza qualche strumento nuovo e potente: una nuova lingua, una nuova forma che non possono che nascere da una individualità anche coraggiosa.

  55. temperanza il 21 novembre 2005 alle 12:02

    @F.K.
    Che Sabina Marchesi avrebbe promosso Morselli ho i miei dubbi. Cmq non lo possiamo sapere. Resta il fatto che un discorso come il suo è pieno di buon senso, qualità che serve a non fare troppi buchi nei bilanci, ma che non è la qualità principale di uno scrittore. In ogni caso Barbieri ha ragione, una certa scaltrezza nell’usare le parole di Vonnegut c’è.
    Resta il fatto che il suo discorso sul pubblico è esattamente lo stesso che ho sentito fare a Bassetti l’altra sera in TV a proposito del Grande Fratello.

    Ma come vedi di stile non abbiamo più parlato.

  56. F.K. il 21 novembre 2005 alle 12:16

    Posso immaginare cosa abbia sentenziato Bassetti sul pubblico, a questo punto, desumendo da S.Marchesi:-)
    A parte gli scherzi, è vero che c’è stata scaltrezza nello strappare di mano al grande Kurt le sue parole, avete ragione. Altra cosa è lo stile, si. Anche se si era partiti dal noir.



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