Hans Faverey, Man & Dolphin – Homme & dauphin

20 novembre 2005
Pubblicato da

Man & Dolphin – Homme & dauphin

*

Ball; say: ball.

(Balle ; dis : balle).
Tu dois dire « balle ».
Dauphin, dis juste balle.
B-a-l-l-e : balle. Hé,

dauphin, dis juste une fois « balle ».

*

Tu dois dire « balle »,

dauphin. Hé, dauphin :
« balle ». Dis juste une fois :
balle. (Ball; say: ball).
Balle : dis : balle.

Dis juste balle. B-a-l-l-e.

*

Dis juste une fois. (Say).

B-a-l-l-e. Balle. Hé :
Tu dois dire balle.
Ball; balle. Dauphin,
dis balle : « balle ». Dis juste

balle. (Ball). Dauphin : « balle ».

*

Dis juste une fois « balle », dauphin.

Hé dauphin : dis une fois
balle. Balle : b-a-l-l-e.
« Balle » ; dis une fois : balle.
Tu dois dire « balle ».

(Ball; say: ball).

*

Ball; balle. Tu dois.

Dis une fois ; dire.
« Balle ». (Say). Dis :
(balle). B-a-l-l-e. Dis
juste une fois. Hé, dauphin.

Balle, dauphin. Balle. « Balle ». (Balle).

Traduit du néerlandais par Erik Lindner et Eric Suchère

20 Responses to Hans Faverey, Man & Dolphin – Homme & dauphin

  1. alessandra il 20 novembre 2005 alle 22:18

    (…) Homme. Hé.
    Tu me comprends, homme? Hé.
    C-o-m-p-r-e-n-d-s? Homme? Huh?
    [understand?] Pas de balles.
    p-a-s d-e b-a-l-l-e-s
    je ne dois pas parler
    [no need to talk]
    Je pense – ça suffit
    comprends? Homme. Hé.
    ç-a s-u-f-f-i-t
    [enough] (…)

  2. emma il 20 novembre 2005 alle 22:33

    Alessandra, bella la risposta muta.
    Però potrebbe essere anche un altro umano, vero?
    Il delfino potrebbe essere molto altro.
    Anche la palla, però.

  3. gibril il 20 novembre 2005 alle 23:25

    @ Lindner et Suchère.

    Complimenti, ragazzi, per il pregevole lavoro di squadra: chi sa quanto sudore e quante lacrime avete versato su queste (vostre) “amate” carte!
    Mi vergogno un po’, dopo tanta meritoria fatica, ma devo farvi notare un grossolano errore (spero di trascrizione) nel quale siete incorsi. Ho avuto modo di consultare la “lectio mirabilis” del testo, da tutti gli studiosi ritenuta l’unica filologicamente e criticamente fondata, è devo correggervi:
    l’edizione ultima (Den Haag, 2004) non riporta mai il termine “balle”: sempre solo, e unicamente, e sempre a caratteri cubitali: B.A.L.L.E.S.

  4. gibril il 20 novembre 2005 alle 23:29

    Di fronte all’imponenza del lavoro di traduzione (ubi maior…etc) mi è scappato anche il refuso: “e devo”: segno evidente di come la nostra pochezza di scrittorucoli traspaia immediatamente al cospetto di cotanto parto.

  5. Andrea Raos il 21 novembre 2005 alle 11:51

    Eric, qu’est-ce que tu fous là? Qui t’a fait rentrer, bordel?!

  6. eric suchere il 21 novembre 2005 alle 18:37

    Cher Gibril,
    l’édition à partir de laquelle cette traduction a été faite est celle des oeuvres complètes parues chez son éditeur De Bezige Bij, elle a été contrôlée par Hans Faverey avant sa mort. Une édition chez un éditeur de Den Haag ? De Bezige Bij est à Amsterdam ! Si vous pouviez me donner plus d’informations, ce serait très aimable. Pourquoi pas publier la version originale du poème sur Nazione Indiana.

  7. gibril il 21 novembre 2005 alle 21:38

    Eric,
    ti voglio bene, così come ne voglio alla sottile ironia con la quale rispondi al mio post. E ti chiedo, proprio perché ti stimo: credete di aver fatto un buon lavoro, almeno nei confronti di chi non lo conosce, a presentare “quel testo” per attirare l’attenzione sull’opera di Hans Faverey che, a quanto mi è stato detto, è un autore di sicuro valore?
    Quei versi, presi così, assolutamente decontestualizzati e privi di ogni riferimento a un (possibile) tessuto più ampio, nel quale potrebbero trovare la giusta collocazione, ispirano soltanto commenti come il mio o quelli di Alessandra ed Emma, che di argomenti e strumenti per avvicinare un testo credo ne abbiano da vendere.
    Ciao, mon cher Eric.

  8. eric suchere il 23 novembre 2005 alle 14:56

    Cher Gibril,
    vous êtes le plus fort, je m’incline.
    Au revoir et merci de votre aide et de votre clarté qui font avancer les choses.
    Eric

  9. andrea inglese il 23 novembre 2005 alle 15:15

    credo nella pedagogia e nella didattica, e in tutti i mezzi consentiti per far avvicinare il lettore al testo poetico senza terrorizzarlo; ma credo anche che si possa benissimo, e che sia utile, fare come ha fatto Suchère: niente confezioni, drappeggi contestuali, ma testo nudo e crudo: se funziona bene! se no, pazienza. Non siamo a scuola, non siamo a un corso di scrittura, non siamo alla conferenza del professor Molcabrezza, non siamo all’ufficio Contesti Poetici del Comune di Molcabrezza, al massimo siamo arrivati in libreria, e apriamo distratti un libro, prendendolo da uno scaffale, che ci leggiamo? (“Ball; say: ball.”)

  10. gibril il 23 novembre 2005 alle 18:36

    Cari Eric e Andrea,
    la mia bonaria ironia su “edizioni critiche” soltanto immaginate, conteneva un indiretto ringraziamento a chi, comunque, mi aveva proposto un poeta che non conoscevo: peccato che quando si scrive, e non si è di fronte come in una amichevole chiacchierata, il tono assuma talvolta sfumature che sfuggono al controllo e che, nel mio caso, non erano minimamente nei miei pensieri. Resto comunque dell’idea che un testo meno “aggredibile”, meno “ingenuo” (e non sto alludendo alla necessità di confezioni o drappeggi contestuali – dei quali posso anche fare a meno, visto che sono solito approcciare prima l’opera e poi, qualora la cosa mi serva davvero come confronto, consultare eventuali inquadramenti critici) – un testo diverso, dicevo, avrebbe aperto le porte a interventi meno aleatori e un interesse più fondato. Sarà anche un mio limite (e sicuramente lo è), ma io non vi vedo altro da quello che vi ha letto, ad esempio, Emma: ironia compresa.
    Nel caso la cosa vi abbia turbato, vi chiedo scusa, ma mi permetto di farvi notare che si ironizza, in genere, solo con le persone capaci di coglierla, cioè dotate di intelligenza e spirito – con le persone che ci ispirano stima.
    Con affetto

  11. emma il 23 novembre 2005 alle 22:26

    @Gibril
    Io per la verità non mi sono sorpresa né scandalizzata per la scelta di Suchère. Ho pensato che l’optare per un pezzo “semplice” e “ingenuo” – una quasi-litanìa dolcissima crudelissima con pochissime parole ripetute fino allo sfinimento e all’ossessione – fosse motivato anche dalla volontà di non tagliare fuori chi non conosce il francese.
    Poi ho cercato notizie su Hans Faverey. In italiano niente. Ecco, questo sì, mi piacerebbe sapere qualcosa di più di Faverey.

  12. andrea inglese il 24 novembre 2005 alle 00:34

    bene, gibril e emma, amici come prima, fustighero’ Suchère perché ci dia indicazioni su Faverey

    (ps comunque Gibril, l’ironia la si fa e la si aspetta… )

  13. emma il 24 novembre 2005 alle 09:19

    A rileggerla non mi sembra così “ingenua”.
    E poi più che letta deve essere detta, anzi agita, e per le sfumature dolcissime-crudelissime la modulazione della voce ha una grande importanza.
    Non è una poesia “canonica”. Non è una poesia lirica.
    È un testo pragmatico. Quasi un testo teatrale. Volutamente spiazzante e un po’ irritante.
    Non è casuale che Alessandra abbia fatto “quel” commento.

  14. gibril il 24 novembre 2005 alle 09:35

    @ Andrea

    Sei hai la bontà di rileggere il mio post del 21 nov., h 21. 38 (la prima frase), e accanto al nome di Eric aggiungi il tuo, hai già la risposta.
    Tutto bene, mon ami. Ciao.

  15. alessandra il 24 novembre 2005 alle 20:35

    Si dice che un testo oggi dovrebbe stare in piedi da solo. Se al lettore manca la chiave di lettura essenziale il testo, oggi, non funzionerebbe bene come dovrebbe. E ciò sarebbe particolarmente vero quando il testo in questione è un testo poetico, perché il lettore sarebbe diventato pigro (e forse la pigrizia – o il rifiuto della fatica – è un effetto del bombardamento di informazioni cui siamo sottoposti quotidianamente, una sorta di difesa) ma non solo. Al lettore non si potrebbe più chiedere di condividere l’intero bagaglio socioculturale dell’autore e viceversa, perché il mondo è così veloce che non si riesce a stargli dietro. Oggi, il correlativo oggettivo sarebbe quasi un’utopia. Forse, sarebbe una questione di culo. E allora un testo funzionerebbe solo riuscendo a stare in piedi da solo. Se tutto ciò è vero, sarà per questo che si legge così poca poesia? Non so, sto solo riflettendo ad alta voce.
    In ogni caso, devo dire che per me questo testo sta in piedi anche da solo. Funziona anche se mi manca la chiave di lettura. E’ vero che il delfino – ma anche la palla, come dice Emma – possono essere qualsiasi cosa. Per me, tuttavia, emergono come chiara metafora del ‘desiderio’ che non può essere soddisfatto, inteso in senso generico. L’homme desidera qualcosa dal dauphin, ma il dauphin questa cosa non gliela potrà mai dare. Questo testo, è la preghiera dell’illuso.

  16. gibril il 24 novembre 2005 alle 21:16

    @ Alessandra

    Grazie, mi hai dato una chiave di lettura; ma considera anche la “condizione” di chi (come me) non ha né il tuo intuito, é la tua capacità di lettura, né i tuoi strumenti di analisi. Non sarebbe un vero peccato lasciarlo all’oscuro?

  17. emma il 24 novembre 2005 alle 22:03

    @Alessandra e Gibril
    Al desiderio che non può essere soddisfatto non avevo pensato.
    Io ci ho visto soprattutto la relazione asimmetrica, l’esercizio di potere e di seduzione del più forte nei confronti del più debole. Dall’esito per niente scontato tuttavia, questo è vero.
    In fondo del delfino non sappiamo niente. Potrebbe essere soltanto un’allucinazione, e la voce in tal caso parlerebbe a se stessa.
    Meglio, chiederebbe a se stessa di raccontarsi delle balle.

  18. emma il 24 novembre 2005 alle 22:17

    Una poesia che sta diventando un giallo :-)

  19. gibril il 24 novembre 2005 alle 23:49

    (Ex)Giallo Faverey
    Notizie carpite via telefono a un mio vecchio caro amico (insegnante e studioso di letteratura inglese che ignora il pc e ama la buona poesia di cui è un lettore appassionato: da fidarsi ciecamente).
    Possiede un’antologia del 2004 che comprende testi delle otto raccolte che Faverey ha pubblicato in neerlandese dal 1968 al 1990: tradotte da Francis Jones (per lui molto valido) col bellissimo (l’aggettivo è mio) titolo “Against the forgetting”. E’ universalmente riconosciuto come uno dei più grandi poeti olandesi del XX secolo (nato nel Suriname nel 1933 e morto ad Amsterdam nel 2000) ed è accostato dalla critica inglese/tedesca/olandese
    (accademica e non) a poeti come Paul Celan. Esistono dei saggi sul suo “stile” in cui viene avvicinato a Petrarca (relata refero); lavori sui suoi rapporti coi mistici tedeschi (in particolare Meister Eckhart); studi che fanno risalire la sua poetica al pensiero di Eraclito e della tradizione filosofica dei presocratici. Lo conoscono e lo traducono praticamente in tutto il mondo.
    Questo è quanto, per adesso.
    Se penso che studio Celan da vent’anni, mi viene da spararmi!
    Che bella trappola, Eric. Tu sapevi!!! Maudit!

    p.s.

    Potrebbe servire come antidoto contro il nostro innato, mortifero provincialismo: pronti a masturbarci o a scannarci sull’opera prima del nuovo vate(r) prodotto da una delle tante rivistine da liceali con la fregola.
    Io mi vergogno un po’. Anche facendo due calcoli: dal Sessantotto al Duemila passano poco più di trent’anni e, in questo lasso di tempo, Faverey pubblica otto sillogi: bene: conosco sciami di masturbatores grillorum che otto raccolte le hanno completate negli ultimi tre anni.
    Che dilettante, questo Faverey.

  20. gibril il 24 novembre 2005 alle 23:56

    E adesso non venitemi a dire che dal Sessantotto al Novanta passano poco più di vent’anni: il lapsus, freudiano o meno, è sintomo della vergogna affiorata a fior di guance.

    Eric, tu sapevi! Se avessi soldi a sufficienza, pagherei un certo personaggio di Bradbury per farti bruciare tutti i libri che possiedi.



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