Un tempo era il lavoro

21 novembre 2005
Pubblicato da

di Andrea Bajani

Un tempo c’era la fabbrica, e dove un tempo c’era la fabbrica oggi c’è una società di call center. Un tempo c’era la società chiusa fordista, l’organizzazione scientifica del lavoro di Taylor, e là dove un tempo c’era la società chiusa oggi c’è una società aperta e umorale, uno spazio di congiunture, di oscillazioni, di vite interstiziali. Un tempo c’era l’imponenza fisica della fabbrica, l’invadenza in cemento armato di uno spazio inamovibile. E dove un tempo c’era l’imponenza fisica della fabbrica ora ci sono insegne che cambiano sulle facciate dei palazzi, organizzazioni effimere che durano il tempo di due sponsorizzazioni confermate e poi si dissolvono nel nulla. Un tempo c’era una fabbrica-mondo, che portava dentro di sé tutto, che inghiottiva mondo, che disdegnava la natura, che non si curava dei cambiamenti del vento. E dove c’era la fabbrica-mondo oggi c’è un organismo con l’indice sempre alzato a misurare l’intensità della folata. Dove c’era la fabbrica-mondo ora c’è una barca sempre pronta a rientrare, ad abbandonare al naufragio l’equipaggio e scappare verso riva.

Un tempo c’erano quartieri interi, per i lavoratori delle fabbriche, zone circoscritte di rassegnata appartenenza, di residenza coatta, di frequentazione iterata, di continua traduzione dei medesimi rapporti personali da lavorativi a extralavorativi, di continua traduzione delle stesse facce da colleghi a vicini di casa ad amici da dopocena. E dove un tempo c’erano quartieri interi per vivere e dormire tra colleghi ora ci sono stanze da affittare tra studenti, giornalisti, ingegneri, infermieri e pendolari. E dove c’erano palazzi e vite incagliate in prossimità della fabbrica, ai margini della città, ora ci sono stralci di biografie che si incrociano in tinello, che si scambiano esperienze, saluti, fidanzati e poi non si vedono mai più. Un tempo c’erano esistenze di cemento, vite a fabbricato, residenze a vita, immobilità. E là dove c’era l’immobilità di una vita intera trascorsa a stendere il bucato allo stesso balcone, a sostituire allo stesso filo taglie che da piccole diventavano più grandi, poi adulte e poi scomparivano per ricomparire qualche balcone più in là, là dove c’era tutto questo ora c’è il ritorno implacabile alla vita dei nomadi. Là dove c’era l’immobilità di una vita nello stesso luogo, ora c’è l’attitudine da circensi o da testuggini a spostarsi inesorabilmente da un luogo all’altro, da un punto all’altro della città, da una provincia all’altra, da una regione all’altra, da un punto all’altro del mondo. Là dove c’era l’immobilità di uno stesso spazio vitale, ora c’è la disposizione a mettersi in viaggio e caricare su un treno borse, scatoloni e vite precedenti per andare a lavorare altrove. Un tempo c’erano cucine, salotti, camere da letto che restavano le stesse per tutte la durata della vita, e poi passavano ai figli, qualche volta arrivavano fino ai nipoti, sempre nello stesso posto della stessa abitazione. E là dove il mobilio si tramandava, oggi il mercato incoraggia l’arredamento temporaneo, l’acquisto di mobilio economico a tempo. Là dove il mobilio si tramandava, oggi il mercato consente cucine, salotti, camere da letto in materiali temporanei, da costruirsi facilmente con istruzioni non troppo dissimili da quelle delle sorprese degli ovetti Kinder. Là dove la famiglia aspettava l’arrivo di mobili da far passare dalla finestre, oggi le famiglie si raccolgono intorno alle istruzioni e costruiscono una casa di cartone come costruirebbero un castello con i Lego. E là dove il mobilio durava la durata di una vita, oggi dura la durata di una residenza temporanea di qualche anno. Poi finisce rottamato via, perché partire si parte leggeri e il mobilio di cartone non sopporta trasferimenti. Là dove un tempo c’era l’orizzonte immarcescibile della medesima credenza atavica, oggi c’è una nuova casa di cartone a ogni spostamento, l’opportunità di apparecchiarsi un appartamento che ha tutta l’apparenza di un appartamento vero, confortevole e brillante così come gli scenografici dorsi finti dei libri nelle librerie hanno tutta l’apparenza delle collezioni di opere immortali. Un tempo c’era la rassegnazione ad una stessa alienante mansione lavorativa per tutta la durata della vita, con l’unico brivido dinamico della turnazione e con l’unico traguardo concreto della pensione. E là dove un tempo c’era tutto questo ora la precarietà è così frammentata che non lascia spazio nemmeno all’alienazione di attecchire. Là dove c’era la rassegnazione alla stessa mansione, ora c’è un’attitudine nevrotica alla compresenza di mansioni all’interno della stessa giornata, dello stesso mese, o dello stesso anno lavorativo. Là dove un tempo c’era la disposizione inerziale a replicare i gesti per tutto l’arco della propria parabola lavorativa, oggi c’è la disposizione a una forma di spaventata eccitazione, a mettersi in cerca di un nuovo impiego ogni qual volta se ne presenti la necessità o l’occasione, c’è la disposizione a saltare dalla macchina qualche secondo prima che salti irrimediabilmente in aria.

Un tempo c’era l’assunzione, e l’assunzione notificava una rassegnata accettazione di una vita lavorativa tendenzialmente priva di sorprese, scontata nel suo naturale e più o meno conflittuale dipanarsi fino a maturata anzianità. E là dove un tempo c’era l’assunzione ora l’assunzione, sempre più anacronistica, è affiancata da un drappello di configurazioni contrattuali flessibili, che notificano al lavoratore la rassegnata accettazione a tenere sempre la valigia fatta sotto il letto, a cambiare tipologia di lavoro, colleghi, eventualmente città, a ogni scadenza di contratto, a ogni congiuntura sfavorevole. Là dove un tempo c’era la rassegnazione a una vita monocroma, oggi c’è un febbricitante dinamismo la cui lettura si divide tra il bicchiere mezzo pieno di un mercato del lavoro che concede chanches e incoraggia la ricerca del meglio, e il bicchiere mezzo vuoto di un mercato del lavoro che non concede se non tamponamenti d’emergenza, sostituzioni temporanee alla propria disoccupazione. Là dove un tempo c’era l’assunzione a tempo determinato, oggi ci sono selve di contratti circoscritti spesso nello spazio di un acronimo: contratti di collaborazione a progetto, job on call, somministrazione, lavori occasionali, contratti a termine. Un tempo c’era la pensione, che significava la rassegnata disposizione a trascorrere mediamente gli ultimi 30 anni della propria vita in una silenziosa e pantofolistica inerzia, alternando le carte, i giornali e la passeggiata con piccoli lavoretti domestici. Un tempo c’era la pensione, che significava la rassicurante attitudine di figli e nipoti a parcheggiarsi morbidamente in uno spazio protetto dagli anziani. Là dove un tempo c’era la pensione, domani ci sarà uno spazio dimanico e iperattivo, uno spazio in cui l’anziano, lungi dallo svuotarsi nella noia della partite a carte, tenterà di essere ancora utile al mercato in una frenesia nevrotica di terza età.

Un tempo c’erano delle madri e dei padri, e accanto a loro c’erano dei figli con traiettorie che in qualche modo era fin troppo semplice prevedere, coi nipoti in arrivo e i ritrovi di famiglia. Là dove un tempo c’erano delle madri e dei padri, adesso ci sono figli che non hanno il coraggio di fare dei figli e che non smettono di essere figli per paura di non farcela a camminare da soli. Un tempo c’era il lavoro, che era una cosa con cui fare i conti per metterla insieme alla vita. Là dove un tempo c’era il lavoro, adesso ci sono i semi-lavori, che sono una cosa con cui fare i conti per riuscire a mettere insieme una vita.

(Pubblicato su “Il lavoro”, volume allegato a l’Unità del 20 ottobre 2005)

9 Responses to Un tempo era il lavoro

  1. francesco forlani il 21 novembre 2005 alle 11:41

    “da operai in soap operai”
    bravo Andrea
    effeffe

  2. paolo il 21 novembre 2005 alle 15:20

    E prendere oggi l’aereo e andare a lavorare
    in Cina o a Manhattan è un po’ come prendere la macchina del tempo.

    ciao
    Paolo

  3. tashtego il 21 novembre 2005 alle 17:28

    Non so.
    Certe cose sono vere, altre forse meno.
    Quella che a Barbieri sembra la stabilità di un tempo, imperniata attorno alla fabbrica, in realtà provocò esodi biblici, sradicamenti culturali tremendi (ferite che ancora oggi restano aperte), conflitti, lotte, scioperi e licenziamenti.
    Niente mai fu stabile e tranquillo attorno alla fabbrica, però è vero che esisteva uno Stato sostanzialmente social-democratico ed esistevano il Partito e il Sindacato che proteggevano gli operai dagli eccessi del Capitale, ne organizzavano le lotte, li rappresentavano in tutte le sedi politiche, implementavano la solidarietà di classe, sentimento fondamentale, eccetera.
    La vecchia solida credenza proletaria non so davvero se sia mai esistita, però esisteva la Classe Operaia ed era Tutto, era “Paese nel Paese”.
    Il Capitale si è sempre comportato allo stesso modo, cioè brutalmente.
    Ma un tempo ci si sapeva difendere meglio, ci si organizzava, si resisteva, spesso si vincevano battaglie importanti (mai la guerra).
    Oggi è la Politica che manca, gli individui restano isolati a coltivare le proprie illusioni, a perdere le proprie battaglie prima ancora di cominciarle, a farsi imbonire dal pensiero unico senza che nessuno, dico nessuno, organizzi davvero delle contro-narrazioni per svelare ciò che è coperto, confuso, celato.

  4. Elle il 21 novembre 2005 alle 17:31

    che meraviglia!
    sono di sesto san giovanni e questo pezzo è la mia foto. grazie.

  5. tashtego il 21 novembre 2005 alle 19:45

    bajani, scusami, ti ho chiamato barbieri, ehm.

  6. fabrizio il 21 novembre 2005 alle 22:22

    aggiungerei che anche ai livelli più alti si frigge giornalmente in un iperattivismo inutile, in una ricerca della strategia e della tattica migliori per sopravvivere o sopraffarre.
    una dichiarazione di estraneità – del tipo “guadagno abbastanza e non voglio più responsabilità di quelle che ho” – risulta incomprensibile perchè incomprensibile è la mancanza di desiderio di più denaro e di più potere.
    e allora non si può che inventare barocchi intrighi per ottenere un briciolo di tempo in più, rinunciando ad un blackberry o a un ennesimo supercellulare aziendale.

  7. gianni biondillo il 21 novembre 2005 alle 23:58

    Tutto vero. Attenzione, però, alla nostalgia.

  8. Antonio il 22 novembre 2005 alle 12:26

    Là dove c’era Newton ora c’è l’eleganza delle stringhe. Là dove c’era Taylor ora c’è Ohno. Là dove c’era il telegrafo ora ci sono gli automi cellulari. Là dove c’era il carosello ora c’è un mondo disegnato intorno a te. Là dove c’era Van der Rohe ora c’è Gehry. Là dove c’era l’omeostasi ora c’è l’ordine al margine del caos. Là dove c’era il progressivo sviluppo ora c’è una neotenica infanzia. Là dove c’era uno Stato dalla culla alla tomba ora c’è lo stato d’eccezione. Là dove c’era un’esistenza programmabile ora c’è la nuda vita. Là dove c’era una schiena piegata rivolta al passato ora c’è una schiena snodabile rivolta al futuro. Là dove c’era l’auraticità ora c’è la riproduzione digitale. Là dove c’era l’animal laborans ora c’è l’homo sapiens-loquens. Là dove c’era la freccia entropica del tempo ora ci sono le strutture dissipative. Là dove c’era il partito ora c’è la comunicazione politica. Là dove c’era la democrazia ora c’è la telecrazia. Là dove c’era il messianismo rivoluzionario ora c’è un eterno presente. Là dove c’era Croce ora c’è Bajani.

  9. temperanza il 22 novembre 2005 alle 13:11

    @Bajani.
    Ma quell’ “un tempo” a che tempo si riferisce? Perché per alcuni versi si riferisce al mio tempo, per altri a quello di mio padre e per altri ancora a quello di mio nonno e così non mi ci ritrovo.



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