Discriminazione istituzionalizzata

22 novembre 2005
Pubblicato da

di Magali Amougou

“L’aumento delle discriminazioni pone un grave problema nei confronti del nostro obbiettivo d’integrazione che si basa sull’eguaglianza dei diritti in tutti i settori”. Questa è una delle principali preoccupazioni che emerge dal rapporto del “Haut Conseil à l’Intégration”, una commissione consultiva sui problemi dell’integrazione attiva dal 2003 in ambito parlamentare. Questo rapporto riconosce la pratica sempre più frequente dell’esclusione e della messa in quarantena degli stranieri o delle persone di origine straniera.

Risulta così che la nuova generazione di francesi figli di immigrati è altrettanto vittima della discriminazione di quanto lo furono i loro stessi genitori arrivati in Francia negli anni Settanta. Inoltre, il rapporto insiste su una discriminazione che sembra estendersi all’insieme dell’organizzazione sociale. Si è così tentati di parlare di una “discriminazione istituzionalizzata”, che agisce al momento dell’assunzione, ma ancora prima all’interno del sistema scolastico e a livello territoriale e abitativo. La discriminazione è garantita da una quantità di attori che la praticano ai vari livelli della scala sociale e che favoriscono così lo stabilirsi della segregazione in tutte le sfere che abbiamo appena citato.

Negli ultimi tempi, in Francia, si è assistito ad un aspro dibattito intorno alla possibilità d’introdurre una legge per « la discriminazione positiva », sul modello della postive action statunitense. L’esistenza di un tale dibattito mette in luce una realtà non più occultabile: nel mondo del lavoro esistono delle vere e proprie “griglie discriminatorie”, che penalizzano diverse categorie di persone, e in particolare i francesi di origine africana. In una recente analisi del fenomeno, realizzata sotto la direzione di Daniel Borillo (1), un giurista che collabora con il CNRS (Centro nazionale di ricerca scientifica), viene citato un caso che potremmo ritenere paradigmatico. Si tratta della testimonianza di un responsabile del personale assunto di recente in un’azienda. Egli evoca le conversazioni “informali” con i suoi colleghi di lavoro a proposito dei candidati di origine araba. Le frasi ricorrenti sono di questo tenore: “la gente li sopporta già fuori, ci mancherebbe adesso che li sopportassero anche durante il lavoro” oppure “un arabo proveniente da una periferia a rischio potrebbe porre problemi”.

A riguardo, posso portare una mia personale esperienza, essendo io di madre francese e di padre camerunese, ma nata e vissuta sempre in Francia. Quando intrapresi le mie ricerche di lavoro, dopo un soggiorno di due anni in Italia, mi rivolsi alla ANPE (Agenzia nazionale per la ricerca dell’impiego) della mia circoscrizione. Fui quindi convocata presso gli uffici di Sarcelles, una cittadina della periferia parigina stigmatizzata come “periferia difficile”. Volevo lavorare nel giornalismo, ma mi mancava una formazione professionale specifica, avendo conseguito una laurea in letteratura italiana. L’Agenzia, in teoria, può provvedere a finanziare almeno in parte specifiche formazioni a persone disoccupate. L’impiegato che seguiva il mio caso cercò di dissuadermi senza mezzi termini: “Dimentichi l’idea di diventare giornalista, Lei è nera. Faccia l’insegnante, che sarà più semplice”. Ecco quanto mi fu detto, parola per parola, nel 2002. Ora devo precisare, che la persona che mi faceva questo discorso, era anche lei di origine africana. Anche se non poteva garantirmi l’accesso all’insegnamento, escludeva completamente ogni mia possibilità di successo nel campo del giornalismo.

Tuttavia questo impiegato non era particolarmente malevolo. Si limitava a fare bene il suo mestiere, che consisteva nel trasmettere le esigenze del mercato del lavoro, orientando diversamente i candidati a seconda della loro origine etnica. Bloccava in questo modo la loro stessa ambizione di imparare un mestiere col pretesto che non avrebbero avuto nessuna possibilità di trovare in seguito uno stage o un impiego. Questa agenzia riceveva quasi esclusivamente delle persone francesi di origine straniera o straniere. Immagino che esse dovessero quasi sempre sentirsi fare questo discorso. In breve, privi di una formazione professionale che in questa cittadina ci era rifiutata, noi diventavamo dei candidati al lavoro precario. Quindi con diploma o senza diploma, le prospettive professionali in genere oscillavano tra disoccupazione e lavori non qualificati quali cassiere, operatore telefonico, sorvegliante negli esercizi commerciali. Non deve così sorprendere l’atteggiamento di tale impiegato, in quanto esso, purtroppo, manifesta l’accettazione fatalista dei più odiosi comportamenti razzisti della società francese.

Purtroppo le ineguaglianze sul mercato del lavoro sono già prefigurate dalle ineguaglianze relative alla scolarizzazione. A questo proposito, un’inchiesta realizzata qualche mese fa dall’Insee (Istituto Nazionale della Statistica e degli Studi Economici, l’equivalente del vostro Istat) rivelò un segreto di pulcinella: “le ineguaglianze persistono tra gli allievi” e la scuola di origine determina il loro avvenire professionale. Così i genitori che hanno i mezzi, elaborano delle strategie scolastiche volte a garantire l’avvenire professionale dei loro figli. Bisogna allora trasferirsi nella città “giusta” o nella periferia “tranquilla” per sfuggire dagli agglomerati urbani “a rischio”. Oppure si opta per la scuola privata a scapito della scuola pubblica. O ancora si cerca di ottenere delle deroghe, perché il luogo di residenza determina la scelta dell’istituto scolastico (dalla prima elementare all’università). All’interno di questa logica, il quartiere popolato da famiglie immigrate è di per sé sospetto, così come si finisce per associare, in una determinata scuola, la presenza di figli d’immigrati al rischio d’insuccesso scolastico. Tutto ciò contribuisce, ovviamente, a creare dei ghetti nelle cittadine e negli istituti scolastici.

Per quanto riguarda la situazione abitativa, nelle periferie francesi la discriminazione è oramai iscritta nel territorio. Già nel 1996 sono state censite 750 zone urbane “sensibili”. La segregazione si manifesta qui in modo clamoroso: si trovano dei caseggiati ben mantenuti, dove abitano in genere i bianchi, e dei caseggiati vetusti, abitati al 95% da famiglie originarie dell’Africa (Magreb e Africa nera). A Parigi, la situazione non è migliore. Da più parti si denuncia il trattamento ineguale delle domande per accedere agli alloggi sociali (case popolari). Penalizzate sono ancora una volta le famiglie di origine africana, che ristagnano anche per decenni in appartamenti decrepiti e insalubri. Eppure dispongono dei diritti sociali e dei redditi che permetterebbero loro di godere legittimamente di un aiuto dello stato.
A fronte di tutto questo, le proposte di legge sulla “discriminazione positiva” non rappresentano che una soluzione d’urgenza e ormai tardiva nei confronti di una gioventù francese d’origine straniera che è ormai stanca di subire una marginalità socio-economica.

Note
(1) Autori vari, Lutter contre les discriminations, a cura di Daniel Borillo, La Découverte, 2003.

(Apparso su Diario, Numero 43/44. Dal 17 novembre 2005)

3 Responses to Discriminazione istituzionalizzata

  1. marlène il 23 novembre 2005 alle 00:10

    stamattina convocata dall’ANPE sono andata al colloquio obbligatorio per “fare il punto sulla mia situazione” dopo un anno di iscrizione come “demandeur d’emploi”.
    la prima parte della mattinata consisteva in una tavola rotonda con il consigliere ANPE e una quindicina di iscritti francesi e non di ogni colore.
    sistematicamente e indipendentemente dal colore della pelle (sono bianca) chi (come me) non aveva conseguito un diploma corrispondente al settore di attività in cui intendeva lavorare veniva scoraggiato dal proseguire su una via che – secondo l’ANPE – gli stessi possessori di diplomi adeguati fanno fatica a percorrere.
    (e poi l’ANPE non finanzia tante formazioni non disponendo di molti fondi. bisogna rispondere a requisiti ben precisi: dopo due anni passati all’estero magari non avevi comunque diritto a nessuna formazione?).

  2. andrea inglese il 23 novembre 2005 alle 11:28

    Marlène, ti ricito la frase dell’articolo, che magari ti è sfuggita:

    L’impiegato che seguiva il mio caso cercò di dissuadermi senza mezzi termini: “Dimentichi l’idea di diventare giornalista, Lei è nera. Faccia l’insegnante, che sarà più semplice”.

    *

    Sei poi libera di pensare, anche, che si tratta di una pura “invenzione” dell’autrice, se questo ti rassicura sul fatto che in Francia non esiste la discriminazione, malgrado il fatto che le stesse forze di governo, di destra, abbiano proposto una legge per la “discriminazione positiva”.

  3. marlène il 23 novembre 2005 alle 15:04

    non metto in dubbio il fatto che esista la discriminazione in francia anzi.
    l’esempio dell’ANPE non mi sembrava molto adatto ecco.
    se fosse stata bianca magali si sarebbe vista orientare verso una professione come quella di insegnante corrispondente al diploma che ha conseguito (laurea in lett. it.) in ogni caso. così è successo a me e a tutti i casi simili che si sono presentati ieri mattina. l’ANPE ha come unico obiettivo quello di cancellare nomi dalle liste dei “demandeurs d’emploi”. cerca di farlo orientando le persone verso le vie meno contorte per raggiungere l’obiettivo.
    questa precisazione non toglie forza al fatto che il consigliere abbia giustificato la sua scelta con argomenti che riguardavano il colore della sua pelle.



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