Abbicì poetico (in prosa)

25 novembre 2005
Pubblicato da

di Valerio Magrelli

Esce in questi giorni, presso Luca Sossella editore, “Che cos’è la poesia?” di Valerio Magrelli (libro+cd della durata di un’ora, con musiche di Carlo Boccadoro). Un “contromanuale di poesia”, come lo definisce lo stesso autore, sotto forma di abecedario: ventuno voci, dalla A di “autore” alla Z di “zeppa”, più una premessa e un congedo, registrato dal vivo all’Auditorium Parco della musica di Roma il 13 maggio 2005. Ringrazio Luca Sossella per il permesso di riproduzione di due brevi voci di “Che cos’è la poesia?”
P.S.

Gnarus

È una parola latina che, confesso, non avevo mai sentito, prima di scrivere questo abecedario. Ne utilizziamo spesso la negazione, ovvero l’aggettivo “ignaro”. Ma proviamo a vederla da vicino. Il termine significa “ben informato”, “esperto”, “pratico di”, e deriva dalla radice indoeuropea gna, che sta per “conoscere”. A essa è correlato un vocabolo come “gnoseologia”, ma anche termini quali “narratore” e “narrazione”. Dunque, secondo il suo etimo, il narratore è colui che sa, cioè che conosce la storia da narrare. Ora, se questo è vero per chi guida il racconto, sarò lo stesso anche per chi compone versi? Altrimenti detto: che cosa sa il poeta della sua poesia? Insomma, conosce davvero ciò che scrive? Dobbiamo considerarlo “gnarus” o “ignarus”? E ancora : siamo poi veramente sicuri che oggi il narratore sia ancora così informato come un tempo sui fatti da narrare?
Mi piacerebbe affidare la risposta a un romanziere, Giuseppe Pontiggia: “Io non metto il messaggio nel testo, ma glielo chiedo. È da lui che lo aspetto, per scoprire ciò che non sapevo di sapere”. I nostri dubbi trovano conferma. Se il narratore stesso è diventato, almeno in parte, ignaro, figuriamoci il poeta…Come uscire da un tale labirinto? Forse il modo più semplice consiste nel capire che l’opera non va considerata come un oggetto dominato dall’autore, bensì come un processo che trasforma l’autore medesimo. Chi scrive versi, infatti, non lo fa per trasmettere, un dispaccio, bensì per cercare qualcosa che non potrebbe mai trovare altrove.

Paronomasia

Che splendida figura, la “paronomasia”! Si tratta di un fenomeno che si verifica grazie all’accostamento di due parole di significato diverso, ma con una sonorità analoga, come “stelle” e “stalle”, “traduttore” e “traditore”, “amore” e “fetore”. Come si vede, non siamo troppo lontani dalla grande famiglia degli anagrammi. Altrettanto appassionante è ciò che accade quando un vocabolo si acquatta dentro un altro, per esempio “nature” in “venature”. Addirittura impressionante, poi, è il caso di un nome proprio rannicchiato all’interno di un verbo, come nel fortunato “I like Ike” (dal soprannome del presidente Eisenhower).
Tutto questo rivela l’essenza metaforica del linguaggio, un’essenza che la poesia può sfruttare fino in fondo muovendosi negli interspazi delle sillabe, delle lettere, degli accenti.
Nessuna parola sta ferma: basta un piccolo tocco, ed eccola trasformarsi in qualcos’altro. Come una nube di particelle subatomiche, il testo trabocca di un’energia in cui suono e senso si versano continuamente l’uno nell’altro. Di questo testimonia la paronomasia, prodotto dell’incessante vibrazione da cui è percorsa la materia verbale.

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108 Responses to Abbicì poetico (in prosa)

  1. temperanza il 25 novembre 2005 alle 15:40

    Ecco uno indubbiamente preciso.

  2. gibril il 25 novembre 2005 alle 16:19

    Preciso, indubbiamente: ecco uno…

  3. gibril il 25 novembre 2005 alle 16:26

    Temp, preciso: non vorrei ingenerare equivoci per il fatto che, indubbiamente, mi sono scappati due puntini di troppo (uno più uno).

    “Preciso, indubbiamente. Ecco uno.”

  4. temperanza il 25 novembre 2005 alle 17:03

    Già.

  5. emma il 25 novembre 2005 alle 21:30

    Ultimamente mi succede di precedere – sia pure di un soffio -le segnalazioni di NI.
    Cercavo “Guerra” di Buffoni. Non era ancora disponibile.
    C’era il librino di Magrelli. L’ho comprato.
    Che sia per via dell’abbecedario? Cioè un’associazione con Deleuze?
    In tal caso non è un precedere, ma uno strano e forse improprio seguire.
    Comunque – non so se “preciso” (solo Temp può dirlo :-) – questo è il “Lettore” di Magrelli.

    “La televisione non fa fatica, perché ti scorre sempre sotto gli occhi. Invece, con i libri, gli occhi li devi muovere tu”. Questa illuminante confessione, rilasciata da un giovane intervistato, fa mostra di sé in uno fra i tanti stupidari del nostro fine-secolo, senza però tradire nulla di stupido. In verità, non credo si potrebbe spiegare meglio la differenza che intercorre tra lo schermo e la pagina, e dunque il rapporto che divide il telespettatore dal lettore, la passività dell’uno dall’attività dell’altro.
    Io forse mi spingerei anche oltre, fino a suggerire che tra narrativa e poesia, sia pure con le debite proporzioni, esista una relazione molto simile. Il romanzo tradizionale, cioè, trascina via chiunque gli resti attaccato, come succede per esempio con lo sci nautico. Nella poesia, al contrario, tocca al lettore trasformarsi in forza motrice. Sebbene egli non abbia scritto il testo, ha tuttavia il compito di rimetterlo in moto ogni volta. Deve muovere gli occhi, ma non solo; deve spostare addirittura i versi.

  6. gibril il 25 novembre 2005 alle 23:46

    Emma, ti dirò, invidio questa tuo fiuto nello scovare capolavori in libreria.
    Sarà perché da qualche anno mi sono dimenticato anche come sono fatte/fatti. E che merce vendono. Le librerie, intendo. I capolavori, intendo.

  7. temperanza il 26 novembre 2005 alle 01:26

    Preciso, ma incompleto, Emma, però sempre preciso.

  8. temperanza il 26 novembre 2005 alle 01:30

    La poesia non si fa con le idee, si fa con le parole

  9. emma il 26 novembre 2005 alle 08:29

    Gibril, non ho detto che fiuto capolavori; non ho questa capacità e non aspiro ad averla.
    Non credo che il libro di Magrelli sia un capolavoro né penso peraltro che intenda esserlo.
    Mi è successo di leggere un pezzo su NI riguardante “Parola plurale” e di avere già “Parola plurale”.
    Ora mi è successa la stessa cosa.
    Noto che in entrambi i casi il libro è edito da Sossella, editore di cui prima di avere tra le mani “Parola plurale” ignoravo tutto, perfino l’esistenza.
    Punto.

  10. emma il 26 novembre 2005 alle 08:57

    “La poesia non si fa con le idee, si fa con le parole”.

    A cosa ti riferisci Temp, allo “spostare i versi”?
    Allo “spostare i versi” che cambia il posto delle parole e dunque l’“estetico” della poesia?
    Ti riferisci forse alla poesia di Magrelli?

  11. mag il 26 novembre 2005 alle 09:46

    Esistono collegamenti neuronali tra le idee e le parole e il loro utilizzo?

  12. Wovoka il 26 novembre 2005 alle 09:59

    Ma tu sai che cos’è un’idea, Temperanza? In altre parole nella galassia di associazioni (reminiscenze) sensazioni immediatamente associate, e sentimenti lentamente evocati, che la scansione di certe configurazioni di parole sanno provocarti (con la tua collaborazione attiva, ovviamente) sapresti dire cosa compete alle “parole” e cosa alle “idee”? Non sfuma forse tutto quanto in un gioco di rappresentazioni mentali e reazioni corporee che sfuggono a qualsiasi speranza di autocomprensione? Io davvero non saprei dire cosa sia un’idea in contrapposizione alle parole che si suppone le diano forma.

    [Sull’opposizione assoluta tra emozioni e razionalità, ormai quasi una superstizione del passato (vedi anche i lavori di Damasio) c’è questo interessante saggio in rete, per chi riesce a masticarlo: http://web.media.mit.edu/~minsky/papers/MusicMindMeaning.html ]

  13. emma il 26 novembre 2005 alle 10:51

    Magda, non so se neuronale o culturale. Ma un qualche collegamento tra idee e parole e loro utilizzo dovrebbe esserci.
    Si spera che ci sia.
    Anche di tipo “razionale”, quando è il caso.
    Parlo il linguaggio del senso comune. Potendo scegliere, preferirei una forte presenza del collegamento culturale.
    Se non ci fosse *anche* un collegamento culturale e una qualche possibilità di collegamento “razionale” saremmo dominati in toto dall’inconscio e dalla genetica.
    Non è il massimo.
    Anche perché sia l’uno (inconscio), sia l’altra (genetica) – pur nella loro “grandezza” – non riescono a sfuggire all’uso strumentale (“ideologico”, nel senso marxiano), essendo comunque *anche* oggetti culturali.

  14. temperanza il 26 novembre 2005 alle 11:55

    Cari amici,
    le parole “La poesia non si fa con le idee, si fa con le parole” non sono mie. Questa notte stavo per aggiungere un commento e l’ho spedito senza averlo potuto completare e vista l’ora tarda ho lasciato perdere.
    Però, viste le reazioni, vuol dire che quando un grande poeta fa un’affermazione anche apparentemente paradossale, qualcosa del senso che ha dato loro arriva fino a noi.
    Sono infatti parole di Stephane Mallarmé e le ricordavo perché le aveva citate proprio Magrelli in un dibattito con una classe di studenti (che è in rete ma che io non solo non so linkare, e non ricordo neppure su quale sito si trovi)

    @Wowoka
    No, non so cos’è un’idea alla luce delle nuove scoperte delle scienze neuronali, e ne sono molto curiosa, prima o poi, tempo permettendo, vedrò se riesco a capirci qualcosa, ma so che cosa significa “idea” in bocca a un poeta come Mallarmé, che senso lui le dà e che senso dà alla sua contrapposizione con “parola” nella frase che ho riportata.

  15. gibril il 26 novembre 2005 alle 12:03

    C’è un’udibilità del silenzio che è già scrittura, pensiero. Poesia.
    Si scrive per pensiero, ma solo ciò che emerge dal silenzio, e si fa voce, offre al pensiero gli specchi nei quali osservare l’irriducibile alterità del suo rovescio.

  16. temperanza il 26 novembre 2005 alle 12:54

    Per chi fosse interessato: la conversazione in questione, che si è svolta tra Magrelli e gli studenti di un liceo napoletano nel 2001, si trova nel sito dell’Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche. La rubrica è Il Grillo.

  17. Wovoka il 26 novembre 2005 alle 13:08

    @temperanza: ok, sono certo che reinserita nel suo contesto originale quella frase può assumere un senso molto pregnante. Fuori di esso mi suonava un po’ vaga.

    @magda ed emma: è evidente che voi scherzate! Lo sapete benissimo che una parola non coincide con quei milligrammi di inchiostro distribuiti su di un foglio di carta, e che quelle configurazioni diventano parole soltanto nella mente di chi legge, ovvero nelle mappe dinamiche implementate dai neuroni, e in virtù isomorfismi derivanti da processi evolutivi e culturali di cui possediamo soltanto pallidi e inefficienti modelli. Mi sa che volete costringermi a fare il pedante per burlarvi di me :-)

  18. emma il 26 novembre 2005 alle 13:17

    Eh no Temp. La citazione senza il nome dell’autore non è tanto “precisa”… :-)

    La citazione “completa” è questa.
    Un grandissimo poeta francese, Stephan Mallarmé, a un pittore che gli aveva detto: “Io ho un sacco di idee, potrei scrivere tante poesie”, rispose: “La poesia non si fa con le idee, si fa con le parole”.

    Il Link è questo
    http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=790

    Anzi ci metto anche l’indice generale, così chi vuole si può leggere anche Fortini e gli altri.
    http://www.emsf.rai.it/citta_del_pensiero/lista.asp?r=50

  19. emma il 26 novembre 2005 alle 13:25

    Wovoka, se la metti in questi termini direi che sì, intendo burlarmi di te! :-)

  20. Wovoka il 26 novembre 2005 alle 13:30

    Fiuu … già vedevo filamenti neuronali schizzare fuori dai pori della fronte posarsi sulla pagina e trainare dentro le parole ;-)

  21. temperanza il 26 novembre 2005 alle 13:52

    @Emma
    Hai ragione. Tra l’altro, se mi insegni come si fa a mettere i link ti sono grata.

    @Wowoka
    E’ vero, questa notte l’avevo scritta per non dimenticarmela prima di commentare, poi mi è scappato il mouse è non ho avuto più voglia di tornarci su, anche perché di solito di sabato non c’è nessuno, ma evidentemente il maltempo vi tiene in casa.

    E’ curioso tra l’altro che quella frase a Mallarmé l’avesse detta un pittore che avrebbe dovuto sapere che, come il segno e il colore sono la materia della pittura, le parole sono la materia della poesia. Ma evidentemente il pittore attribuiva alla poesia, che è fatta di parole come il pensiero astratto, la comunicazione famigliare la descrizione tecnica e altre modalità le più varie, uno statuto diverso da quello artistico. In fondo, non chiediamo a Schubert di spiegarci in concetti il Quintetto in do. Né a Leonardo di spiegarci in concetti la Gioconda.
    Sono abbastanza certa che Emma non direbbe oggi parlando di Bacon “Ma un qualche collegamento tra idee e “segni” e loro utilizzo dovrebbe esserci.
    Si spera che ci sia.
    Anche di tipo “razionale”, quando è il caso.”
    Non che un qualche legame in qualche modo non ci sia, la parola è indubbiamente più spuria di altri materiali. Ma è anche vero è la parola poetica a farsi pensiero, eventualmente, non viceversa. Da qui anche la grande difficoltà, che rasenta l’impossibilità, del tradurre poesia.

  22. tashtego il 26 novembre 2005 alle 14:44

    “Si scrive per pensiero, ma solo ciò che emerge dal silenzio, e si fa voce, offre al pensiero gli specchi nei quali osservare l’irriducibile alterità del suo rovescio”.

    Mi piasce questa frase di Gibril.
    Perché è difficile.
    Perché è intellettuale.
    Noi rozzi, davanti a una cosa così, restiamo a bocca aperta dalla meraviglia: qualcuno dice pure “anvedi”.

  23. tashtego il 26 novembre 2005 alle 14:52

    “…nelle mappe dinamiche implementate dai neuroni, e in virtù isomorfismi derivanti da processi evolutivi e culturali di cui possediamo soltanto pallidi e inefficienti modelli”.

    Anche a fronte di uno che ha letto Damasio e perciò stesso si sente autorizzato a scrivere una tal frase, il rozzo mormorerà sommessamente un “anvedi”.

  24. gibril il 26 novembre 2005 alle 14:54

    @ Tashtego

    Caro, spero tanto (per me) che nel tuo vocabolario “intellettuale” non sia un sinonimo di “pirla”.
    Comunque, a leggere il tenore di tanti tuoi commenti, “rozzo” non mi sei mai sembrato. E, in ogni caso, “anvedi” mi sembra un gran bel commento: piacerebbe sicuramente anche a Magrelli.

  25. mag il 26 novembre 2005 alle 14:58

    damasio l’ho letto pur’io, e alùra?
    tant la vita la va innanz li stesss anche sensa damasio

  26. gibril il 26 novembre 2005 alle 15:05

    @ Tashtego

    Se può esserti di aiuto (che so, per andare un passo oltre l’anvedi!) beccati questi due versi di Antonella Anedda. Colpisce un po’, ma nemmeno tanto, il mio (scarso) amor proprio di maschietto, ma sono fermamente convinto che le cose migliori, in poesia, negli ultimi trent’anni, in Italia, siano venute da donne. E non erano (non sono) nemmeno tanto magre…

    “Scrivo per pensiero
    perché ero in pensiero per la vita”

  27. temperanza il 26 novembre 2005 alle 15:16

    Non c’è dubbio, siete in casa.

  28. tashtego il 26 novembre 2005 alle 15:30

    gibril, va bene.
    però se non ti piace magrelli, dillo.
    mica è proibito.

  29. emma il 26 novembre 2005 alle 15:39

    Temp, il mio intervento era una risposta alla provocazione di Magda (“Esistono collegamenti neuronali tra le idee e le parole e il loro utilizzo?”), domanda nata pure lei dall’equivoco sulla frase di Mallarmè (“La poesia non si fa con le idee, si fa con le parole”).
    Io però non avevo in mente la poesia (e forse neanche Magda), avevo in mente piuttosto il linguaggio quotidiano, ordinario.
    Poi mi sono “allargata”, toccando (sempre a livello di senso comune, non sono certo un’esperta di neuroscienze) la “solita” questione del rapporto natura/cultura.
    Il legame tra “idee, parole e loro utilizzo” – se si lascia da parte il senso comune – mi sembra estremamente complesso, e non da ora. Basta prendere un qualsiasi manuale di storia della filosofia (non solo occidentale) per rendersene conto. E c’è sempre la possibilità di considerare i concetti generali (le parole che indicano i concetti generali) come semplici “flatus vocis”, puri suoni che vibrano nell’aria. Non è un’opzione recente.

    Giornata di pioggia e di fraintendimenti.

  30. temperanza il 26 novembre 2005 alle 15:46

    @Emma
    Ma non mi hai detto come si fa a riportare un link.

    Una perla presa da Itto itto di Edoardo Cacciatore (Manni 1994):

    “Chi pensa fuoriesce all’Esterno. Nonostante questo la sua corporalità tuttavia è incarcerata nella realtà. E’, perciò, cadescente mentr’è alterabilissima. E l’Esterno ci avrà chiarito quelle distanti Stanze: sì. Ma non ci ha cavato dalle nostre strettoie.”

  31. emma il 26 novembre 2005 alle 16:05

    Temp, non sono per niente un’esperta :-)
    Io faccio così: seleziono l’indirizzo che compare alla voce Indirizzo di Internet Explorer (se hai un altro programma per navigare sul web penso non cambi molto), lo copio-incollo dove voglio che compaia, indi premo sul tasto Invio della tastiera.
    Puoi fare delle esercitazioni sul programma di scrittura (Word o quello che hai, se non è Word).
    L’indirizzo dovrebbe colorarsi e diventare un link. Prova a cliccarci su.

  32. Wovoka il 26 novembre 2005 alle 16:12

    @tashtego
    tra “virtù” e “isomorfismi” mi è saltato un “di”, forse è stato quello … scherzo, capisco l’appunto e me ne dolgo. Damasio in quella frase c’entra per le mappe, per gli isomorfismi alludevo prevalentemente a Hofstadter, e per le analogie tra processi evolutivi e di apprendimento a Bateson. A me i loro sistemi di pensiero sembrano assai integrabili, ma probabilmente non si può pretendere di strizzare in tal modo le cose e risultare comprensibili. Beh, l’unica cosa che posso fare è dichiararmi disponibile a dare delucidazioni a catena, giù fino al massimo livello di dettaglio, così magari scoprirò anch’io se il mio era soltanto un bluff.

  33. temperanza il 26 novembre 2005 alle 16:12

    it.encarta.msn.com/encyclopedia

  34. temperanza il 26 novembre 2005 alle 16:13

    Tentativo fallito. E scusate gli OT

  35. gibril il 26 novembre 2005 alle 16:18

    @ Tashtego

    Ho amato (e amo profondamente) il primo libro di Magrelli. Anche perchè ha costretto parecchi poeti di allora a ridefinirsi e a ridefinire il senso del loro lavoro con la scrittura (e in questo sta parte della bellezza e dell’importanza di quel libro – almeno per me).
    Sono tanti anni (troppi) che aspetto il secondo.
    I compitini in classe, ad uso e consumo del mercato, o del mercatino rionale, non mi interessano. Io frequento piccole drogherie e botteghe artigiane. Nel tentativo, purtroppo destinato al fallimento, di non farle o vederle scomparire.

  36. emma il 26 novembre 2005 alle 16:21

    Una proposta potrebbe essere quella di postare la perla di Cacciatore ogni dieci / quindici commenti.
    Puntualmente.
    Senza eccezioni.
    E vada come vada :-)

    (Temp, devi cliccare su Invio a fine indirizzo. Portare a capo il cursore).

  37. temperanza il 26 novembre 2005 alle 16:24

    @Emma
    Thanks, ci riprovo.

  38. tashtego il 26 novembre 2005 alle 17:36

    non so voi che scuole avete fatto.

    per me la “Perla di Cacciatore” (d’ora in poi PDC) è del tutto incomprensibile, che solo a leggerla mi si intreccia qualcosa dentro, cioè all’Interno, mentre all’Esterno tutto resta più che incomprensibile.

    nemmeno io sono un esperto neuronale e di Damasio (L’errore di Cartesio) lessi solo la prima metà, ma feci in tempo ad appassionarmi alla vicenda di quel bravo minatore che divenne indifferente e cattivo dopo che l’asta di ferro gli era entrata nella fronte e uscita dalla calotta cranica.

    cioè, diceva Damasio, attenti alle emozzioni perché hai voglia ad essere intelligente: senza emozioni non te ne fregherà niente di niente.

    forse volete dire che senza emozioni non ti frega nemmeno di scrivere versi (ho sempre considerato superiore l’uomo/la donna che non gliene frega un cazzo di scrivere versi), ma non credo.

    credo che Temperanza-Mallarmé abbia ragione: lo specifico della poesia sono le parole: non a caso magrelli stesso dice che la poesia serve a rimettere a registro il linguaggio, a ri-tararlo, a rifargli la punta, dopo il consumo quotidiano che se ne fa.

    il primo libro di magrelli fu, se non sbaglio, Hora serrata retinae: ti riferisci a quello, Gibril?

  39. temperanza il 26 novembre 2005 alle 17:45

    @Tash
    Mi scuso con le tue budella, non volevo arrovogliarle via PDC.
    Quanto alle scuole, le mie sono state pessime, le vostre non so.

  40. tashtego il 26 novembre 2005 alle 17:52

    anche le mie pessime: scientifico dai fratelli delle scuole cristiane: cinque anni di inferno: unico vantaggio: ne sono uscito ateo e cicatrizzato.

  41. tashtego il 26 novembre 2005 alle 17:54

    anch’io vorrei tanto imparare a linkare, tipo alla Lipperini, disinvolto, “qui” e “qui”.

  42. temperanza il 26 novembre 2005 alle 17:56

    Ti batto: monache dall’asilo alla maturità. Anch’io ne sono uscita atea.

  43. gibril il 26 novembre 2005 alle 18:03

    Si, Tash.
    Anche se il mio post precedente contiene un evidente errore, dato il senso generale del sèguito (mi sa che devo prendere dosi più massicce di PDC: così, tanto per ritarare il linguaggio):

    “Ho amato (e amo profondamente) l’unico libro di Magrelli”.

  44. gibril il 26 novembre 2005 alle 18:08

    p.s.

    Ho letto vari lavori di Damasio, ma alla fine di ogni lettura ero esattamente uguale a quando avevo iniziato. Avevo perso tempo.
    Ho gravi problemi, secondo voi?

  45. tashtego il 26 novembre 2005 alle 18:16

    “monache dall’asilo alla maturità” (!!!).
    touché.

  46. temperanza il 26 novembre 2005 alle 18:22

    Eh sì, non è da tutti.

  47. gibril il 26 novembre 2005 alle 18:29

    @ Temp & Tash

    Atei va da sé.
    Ma mi spiegate come avete fatto a non diventare ciechi?

  48. temperanza il 26 novembre 2005 alle 18:37

    ?

  49. gibril il 26 novembre 2005 alle 18:49

    @ ?

    Nell’unico semestre passato in compagnia delle sorelle (per motivi che non sto a spiegarvi, ma comunque contro la mia volontà e quella dei miei genitori), ogni sera, prima di dormire, la più anziana ci diceva: ” E mi raccomando, là sotto, non osate toccarvi, se no domani mattina vi risvegliate ciechi!!”. Inutile dire che, appena si allontanava, mi toccavo fino a farmi male.

    Chi sa mai se Magrelli ha avuto esperienze del genere. Ora che ci penso, mi sembra di averlo visto ultimamente ritratto con gli occhiali. Sarà un caso?

  50. mag il 26 novembre 2005 alle 18:50

    io solo medie e superiori…..dalle suore
    pero’ ho integrato con un’adolescenza vivace….
    non posso dirmi atea, pero’ insomma….ci sto vicino.
    io di Damasio ho comprato Spinoza, e l’ho sfogliato…….bello lo sguardo neuronale su un filosofo.
    adesso pero’ scriverei volentieri dei racconti erotici.
    la neve m’ispira

  51. mag il 26 novembre 2005 alle 18:51

    toccarvi? io veramente al lunedi con un altra ragazza ci scambiavamo i bigliettini sulle esperienze del w.e. con i ragazzi….le prime sperimentazioni
    e adesso ci vediamo benissimo.

  52. temperanza il 26 novembre 2005 alle 18:55

    Cmq io sono dell’idea che anche la prosa dovrebbe “rimettere a registro il linguaggio, ri-tararlo, rifargli la punta, dopo il consumo quotidiano che se ne fa”, o meglio, a me interessa leggere una prosa che tenga presente anche questa usura quotidiana. Altrimenti vado al cinema.

  53. temperanza il 26 novembre 2005 alle 19:00

    @Gibril
    Nessuna delle mie avrebbe mai parlato così. E’ brutale.

  54. emma il 26 novembre 2005 alle 19:00

    Scuole pubbliche e statali, sempre.
    Mi hanno “preso” talmente che ci sono rimasta dentro a vita.

  55. Wovoka il 26 novembre 2005 alle 19:07

    Linkare qui è particolarmente facile, basta replicare sul proprio testo in editazione l’indirizzo che si vede sulla barra indirizzi del browser visualizzando la pagina che vi interessa linkare (operativamente: click sull’indirizzo, tasto destro del mouse, copia, poi click sul punto del proprio testo in cui lo si vuole inserire, tasto destro del mouse, incolla). L’unica cosa di cui preoccuparsi, una volta copiato l’indirizzo, è che esso risulti ben isolato attraverso spazi in cima ed in coda, e che non venga accidentalmente spezzato con degli “a capo” o caratteri estranei, in altre parole che sia “integro”.

    Riguardo a Damasio, a me conciliava parecchio il sonno la sera, però essendo fortemente polarizzato verso le evidenze che egli andava cercando (in quanto consentono di cominciare a mettere finalmente “alla prova dei fatti” un mucchio di teorie) l’ho trovato una lettura molto utile anche se non proprio appassionante.

  56. temperanza il 26 novembre 2005 alle 19:15

    Di certe cose non si parlava. Punto e basta. Esisteva il PECCATO allora, veniale e mortale, e si andava all’INFERNO. Non occorreva specificare, si sapeva.

    E per tornare alla prosa, possibilmente rimettere a registro e ritarare il modo di guardare le cose e di pensarle, rifar la punta alle idee, dopo il consumo quotidiano e l’abbondanza di automatismi, moti d’animo benpensanti, pigrizie mentali, ecc. ecc. ecc e di conseguenza e assieme, in grazioso intreccio, il linguaggio.

    Un po’ di fatica, che diamine.

  57. temperanza il 26 novembre 2005 alle 19:16

    Wowoka
    Non è per niente così facile per chi ha Mac e questo perché ……… non abbiamo il tasto destro del mouse.

  58. tashtego il 26 novembre 2005 alle 19:32

    https://www.nazioneindiana.com/2005/11/25/abbici-poetico-in-prosa/#comments
    ecco, ma non è attivo.
    questo ero buono a farlo anche prima.
    ma non si accende, non est sensibile.

    @wovoka
    damasio è bellissimo, come tutta la scienza che tocca i nervi scoperti dell’umanistico, i gangli del nostro ancora aristotelico percepirci. in particolare, anche grazie a damasio ho capito che le emozioni sono solo un super-conduttore per le nozioni (anvedi).

    @ temperanza
    programma troppo ambizioso quello di rifare la punta ad OGNI strumento: si finirebbe per non riuscire a metterne a posto nessuno: io se fosse il mio campo mi acconterei delle parole, ma non di tutte: solo di quelle NECESSARIE per quello che al momento voglio scrivere.
    ho disegnato una vita, prima dell’avvento del computer, ed ero un maniaco “della punta fatta bene” del rapidograph “ben pulito”, eccetera.
    uno dei miei maestri, uno di quelli “minori” nel cui studio ho lavorato per qualche giorno, sosteneva che le linee di un disegno debbono essere “astute”.
    suppongo valga anche per le parole della poesia.

  59. tashtego il 26 novembre 2005 alle 19:33

    invece è attivo!

  60. emma il 26 novembre 2005 alle 19:34

    Temp, le indicazioni sui link non sono servite a niente?

  61. temperanza il 26 novembre 2005 alle 19:37

    @Emma
    due volte ci sono riuscita e tre no, e non capisco perché, evidentemente mi agito a caso, ma mi ci sono incaponita e ci riuscirò.

  62. emma il 26 novembre 2005 alle 19:38

    Gibril, sono abbastanza d’accordo sull’“unico” libro di Magrelli.
    E poi non mi sembra così ligio, Magrelli, nel seguire i propri consigli.
    Prendiamo “rimettere a registro il linguaggio, ri-tararlo, rifargli la punta, dopo il consumo quotidiano che se ne fa”.
    Prendiamo un pezzo di “Didascalie per la lettura di un giornale”.

    La poesia

    Le poesie vanno sempre rilette,
    lette, rilette, lette, messe in carica;
    ogni lettura compie la ricarica,
    sono apparecchi per caricare senso;
    e il senso vi si accumula, ronzio
    di particelle in attesa,
    sospiri trattenuti, ticchettii,
    da dentro il cavallo di Troia.

    Mi sembra che dobbiamo leggere con ironia sia la poesia sia i consigli.

  63. temperanza il 26 novembre 2005 alle 19:38

    @Tash
    visto!!! fa quel cavolo che gli pare, uno crede che non sia attivo e non si sa perché lo è, e crede che sia attivo e non lo è.

  64. emma il 26 novembre 2005 alle 19:48

    Penso che possa essere utile controllare il risultato (prima di cliccare su “Submit Comment”) facendo un veloce copia-incolla del commento su Word.
    Su Word il risultato è immediatamente visibile. Se il link non c’è, su Word si rimedia facilmente.
    Se risulta necessario, si fa poi un copia-incolla da Word alla finestra dei commenti.

  65. temperanza il 26 novembre 2005 alle 19:48

    @Tash
    ma sì, volevo dire quello, “solo di quelle NECESSARIE per quello che al momento voglio scrivere”.
    Le altre infatti non sono di mia pertinenza.
    Una linea astuta probabilmente corrisponde a quella che per me è una lingua economica, precisamente adatta a quello e solo a quello che in quel momento vuole esattamente dire, tagliata su misura, insomma.
    E’ una specie di ambiziosissimo e fallimentare programma minimo.

  66. temperanza il 26 novembre 2005 alle 19:50

    @Emma
    Attualmente mi sto mandando delle mail, alcune riuscite, altre no.

  67. Marco il 28 novembre 2005 alle 03:03

    è curiosissimo e bello questo intrecciarsi dei discorsi sul funzionare / non funzionare dei link, e sul funzionare / non funzionare del lavoro poetico. secondo me gira molto bene questo flusso. così come girano assai bene le poesie di Magrelli (quelle con qualche gioco metatestuale, ma anche tutte le altre).

  68. mag il 28 novembre 2005 alle 07:19

    WoWo si dice approccio cognitivistico…..cio’ tu senti cio’ che pensi…..ma non tutti sono d’accordo.
    Vi piace Duccio Demetrio per esempio in “analisi per non pazienti”?e quando parla della scrittura come potere narrante e strumento della consapevolezza del se?

  69. tashtego il 28 novembre 2005 alle 10:26

    “…strumento della consapevolezza del se”.

    quando si comincerà a capire che il SE non esiste?
    che è un residuo di spiritualismo?
    che è la prosecuzione dell’ANIMA con altri mezzi?
    che siamo creature tipologiche?
    che la nostra unica individualità è di tipo genetico?
    cioè chimico?

  70. mag il 28 novembre 2005 alle 11:02

    ma anche la chimica si declina secondo patologie proprie.
    il se’ ti ricorda la cultura della Persona su cui si fonda per esempio il Cristianesimo?
    Dai freud proprio scemo del tutto non ero pero’.

  71. mag il 28 novembre 2005 alle 11:07

    quindi io che tipo sarei? e dovendo riprodurmi in scala industriale les Courbusier che funzione mi darebbe?

  72. temperanza il 28 novembre 2005 alle 11:40

    In scala industriale? Magda, tu mi basti nella versione artigianale, magari affiancata da un correttore di bozze;–)

  73. emma il 28 novembre 2005 alle 11:54

    …che la nostra unica individualità è di tipo genetico?
    cioè chimico?…

    Però Tash.
    Va bene ridurre l’enfasi sul SÉ.
    Ma poi i dogmatismi sono tanti.
    Ne spuntano in continuazione.
    E ovviamente si presentano sempre come “scientifici” (o come componente essenziale della “religione” che si professa…).

  74. mag il 28 novembre 2005 alle 12:14

    Me lo dicono tutti….Tempe..sai a Miami c’è l’uragano Katrina…qui a Bg c’è Magda.
    Del resto ammazzarmi sarebbe un delitto per i ricercatori che stanno facendo esperienza con la cavia umana.

  75. tashtego il 28 novembre 2005 alle 14:04

    Forse Magda è rimasta l’unica cosa viva che esiste a Bergamo.
    @Emma: sorrido quando affermo queste cose e qualcuno mi risponde, accade sempre, altre cose del tipo che segue.
    Ah, ma così si cade nel dogmatismo scientifico!
    Ah, ma attenti alla dittatura della scienza!
    Ah, ma allora così ci DISUMANIZZIAMO!
    Mica siamo un prodotto industriale, eh!
    Mica siamo fatti in serie, eh!
    Noi siamo esseri umani, eh!
    Eccetera.
    Cioè tipiche risposte di chi si è nutrito ampiamente del liceo classico/scientifico italiano (lo ripeto sino alla nausea, magari qualcuno finirà per capirlo), quello di Gentile, per intendersi, che ci ha impiantato nella mente il suo PARADIGMA UMANISTICO/CRISTIANO come un meme del tutto idealistico, secondo il quale, sì la scienza c’avrà pure ragione, ma stia al suo posto, non rompa le palle con eventuali visioni diverse dell’Umano nel Tutto e in ogni caso non si tocchino i sacri dogmi della Fede Umanistica:
    1) Dualismo Mente (anima) Corpo;
    2) Dualismo Uomo/Natura;
    3) Unicità dell’Individuo;
    4) Primato della Filosofia e dell’Etica (cristiana);
    5) Sacralità della Vita;
    6) eccetera.
    Su tutto questo una sottaciuta coincidenza tra cultura occidental-umanistica e dettato-cristiano, sino alla condivisione pressoché unanime della cazzata crociana del “Perché non possiamo non dirci cristiani”, che cala su ogni cosa (soprattutto sul concetto di conoscenza) come una cappa di melassa, come uno strato greve di sugna contro il quale nessuno ormai osa dire nulla.
    Anche qui in NI, l’unico che sembra voler guardare oltre il Sacro Paradigma sembra essere Wovoka. Gli altri manco ci pensano.

  76. tashtego il 28 novembre 2005 alle 14:07

    ah, dimenticavo:
    c’è anche un “attenti alla Scienza come Nuova Religione!”

  77. emma il 28 novembre 2005 alle 14:23

    E io sorrido pensando: “Ecco, se scrivo questo, Tash interverrà sicuramente per sostenere – fremendo – che è tutta colpa del LICEO CLASSICO/SCIENTIFICO ITALIANO” :-)

  78. tashtego il 28 novembre 2005 alle 14:32

    esatto: fremo.

  79. emma il 28 novembre 2005 alle 14:47

    Dunque siamo prevedibili, siamo quelle che tu chiami “creature tipologiche”.
    Ma perché “creature”?
    (Tieni presente che io sono atea)

  80. emma il 28 novembre 2005 alle 14:53

    Non è che per caso (o per chimica) sei un finto materialista dialettico? :-)

  81. tashtego il 28 novembre 2005 alle 15:26

    ma no.
    “creatura” è una parola fossile, che uso volentieri perché contiene in sé un certo qual senso di condivisione di origine-destinazione biologica.
    non so perché ti sembro “finto”, emma.
    a me tu sembri vera.
    (sono un materialista, ma non dialettico, perché è un’altra forma di idealismo)

  82. gibril il 28 novembre 2005 alle 15:26

    Tash,
    il liceoclassicoumanisticocristianogentilianfascista ha prodotto anche (per mia fortuna, chiaro) qualche esemplare che è un po’ difficile far rientrare nel modello idealtipico (weberiano o lombrosiano?) che proponevi alle h 14.04 (problemi di digestione?).
    Il confronto/scontro con gli apparati di cui sopra mi è servito per maturare una serie di convinzioni (giuste o sbagliate che siano, poco importa: sono le mie) sulle quali criticamente (cioè verificandole giorno per giorno sulla mia pelle) ho cercato di impostare la mia esistenza. Così, come vengono (scrivo come mi ditta dentro, e tieni presente che ho una fame boia!):
    1) un ateismo convinto (che non significa rinuncia a qualsivoglia forma di spiritualità: basta intendersi sul signicato del termine);
    2) un materialismo (dialettico o meno) altrettanto convinto;
    3) l’idea che gli ultimi della storia, i senza voce, ieri come oggi, non sono una manifestazione dell’assoluto nel suo eterno oggettivarsi, ma il prodotto di una dialettica di classe ben precisa, e di logiche di dominio contro le quali (nel mio piccolo, e con tutte le dismisure che questa piccolezza racchiude) voglio smettere di agitarmi e di combattere solo il giorno in cui non ci sarò più;
    4) che l’umano, in tutte le sue manifestazioni, compreso quell’insieme di sogni, di paure, di speranze, di pulsioni, di desideri che chiamiamo spiritualità, è l’unico specchio in cui voglio guardarmi;
    5) che religione e scienza sono le due facce simmetriche di una stessa medaglia che splende e luccica nel firmamento dei secoli dei secoli al collo del potere (in qualsiasi forma e con qualsiasi maschera esso si presenti/manifesti);
    6) che dèi e tecnica vanno da una parte, e io, etica e spirito da un’altra;
    7) che la poesia e l’arte, in tutte le loro espressioni, sono il volto più luminoso e, per ciò stesso, più oscuro dell’umano;
    8) che se ti sembra che il quadro sia un po’ contraddittorio, ebbene la contraddizione è proprio l’essenza di quell’umano di cui sopra;
    9) che adesso devo andare a lavorare (e non ho nemmeno pranzato);
    10) che se non ho mangiato nemmeno un panino, la colpa è tutta tua;
    11) che ti lascio un caro saluto e un abbraccio di stima.

  83. mag il 28 novembre 2005 alle 15:28

    Tash non dirmi cosi dai….io di sacro ho solo l’osso.
    e poi lo sguardo verso la vita, c’è liturgia, sacralità, mithos, Pan, dai almeno lasciami panteista.
    Confucio con la sua regola aurea del buon vivere mette d’accordo tutti….senza scomodare dal comodino nessun sacro libro.

  84. mag il 28 novembre 2005 alle 15:31

    Poi prima del positivismo sacro e profano erano una cosa sola.
    Allora crescevano i paracelsi, oggi i paraculi.

  85. emma il 28 novembre 2005 alle 16:15

    Tash, “creatura” è una parola che ha un significato ben preciso. Ci si può sentire “parenti” di altri organismi viventi anche senza usare questa parola.
    ”Finto” non in senso lato, solo in relazione a “materialista” e all’uso di una terminologia propria di religioni creazioniste.
    Se si imposta la questione in termini “duri”, poi occorre essere “puri”.

  86. tashtego il 28 novembre 2005 alle 18:03

    @ emma
    non rinuncio a “creatura” perché esprime la mia tenerezza per il Vivente, anche se so che è improprio perché non c’è nessun creatore tranne il Caso.
    @glibran
    mi spiace se non hai mangiato (io presi arrosto di vitella con patate arrosto, leggero, che digerii perfettamente), mi spiace anche che tu metta religione e scienza sullo stesso piano.
    mi spiace infine che tu le opponga entrambe all’etica e se non sbaglio all’arte.
    davanti a questo modo di ragionare mi sento semplicemente mancare.
    vacillo, le mie armi sono spuntate, mi arrendo, mi sdraio, prendo fiato.
    @magda
    dicevo solo che mi sembri l’unica cosa viva rimasta a Bergamo, non l’unica cosa sacra.

  87. mag il 28 novembre 2005 alle 21:29

    si l’ho capito, e ti ringrazio molto.
    ma io ti rispondevo sul fatto che ritenevi wowo l’unico desacralizzato di ni,
    e sul ritenere “l’inanimità” in modo cosi assiomatico.
    la terapia d’urto della tabula rasa……..
    Quasi tu auspicassi l’unanimità dell’inanimità.
    con quasi affetto
    magda

  88. gibril il 28 novembre 2005 alle 21:49

    Tash, mon ami, ti prego: gibril, non gibran: ne va della mia carta d’identità.
    Gibran, tra l’altro, l’ho letto una sola volta, anni fa, e mi ha fatto lo stesso effetto (per ragioni chiaramente non attinenti ai contenuti) di Damasio negli ultimi tempi: anzi, ripensandoci, se allora avessi conosciuto Damasio, avrei detto che Gibran è un Damasio immerso in una vasca contenente estratto puro di stropharia cubensis. Se proprio devo, preferisco abbronzarmi al sole dei deserti di Edmond Jabès: lì, quando mi capita di transitarvi, mi trovo proprio a casa mia.
    Non oppongo la scienza né all’etica né all’arte: oppongo, invece, all’etica e all’arte “quella” scienza, quel “positivismo perenne” che da sempre è lo specchio rovesciato della religione e, salvo poche eccezioni, zerbino eccellente di ogni forma di potere.
    Mi sa che io e te abbiamo più cose in comune di quello che sembra. Comunque, ricordati che mi devi almeno un panino.

    @ Magda

    “Allora crescevano i paracelsi, oggi i paraculi”: veramente geniale nella sua apparente ovvietà! (anvedi).
    Posso usarlo liberamente, ovunque mi capiti, senza citare la fonte e, soprattutto, senza pagare diritti d’autore? Sono in cassa integrazione, purtroppo.

  89. mag il 28 novembre 2005 alle 22:54

    devi citare Magda, che ci tengo molto.
    ameno che tu sia moooooolto piu’ famoso di me:-)))
    a me Paracelso e Ippocrate…piacevano….mi avrebbero fatto anche la carta natale…pensa te…
    a proposito di che segno sei?
    io gemelli ascendente scorpione luna pesci giova ariete mercurio gemelli….

    dai che per natale vi leggo il futuro guardando nella palla.

  90. gibril il 28 novembre 2005 alle 23:34

    Sono nato a cavallo della mezzanotte tra il 20 e il 21 marzo: non me ne intendo, ma mi dicono che è un brutto affare: davvero! E’ vero?

  91. gibril il 28 novembre 2005 alle 23:37

    Mag,
    molto più (af)fama(to) di te, sicuramente. Chiedi conferma a Tash (tanto per aumentare i suoi sensi di colpa).

  92. mag il 29 novembre 2005 alle 07:38

    AH Gibril, sei cuspide pesci.ariete….e come tutti i cuspidi sei segnato da destini alieni, correnti ignote, doti premonitrici, taumaturgiche e magico-fenomeniche, emotività, omosessualità latente, perversioni, sentimentalismo un po’ decandente? allora sei piu’ pesci.
    Doti di verbalità, parola declinata sapientemente e abilmente, passionale e sanguigno, rispettoso delle gerarchie, idealista, infedele, grandi energie, generosità e ingenuità? allora sei piu’ ariete.

    cmq molti geni irrequieti della storia sono cuspidi, o addirittura nati in date assurde: Rossini è nato il 29 febbraio, pensa te…

  93. emma il 29 novembre 2005 alle 08:21

    @Tash
    1) “Non rinuncio a “creatura” perché esprime la mia tenerezza per il Vivente, anche se so che è improprio perché non c’è nessun creatore tranne il Caso.”
    Si potrebbe obbiettare che quando pensi a te stesso sei decisamente indulgente (come tutti, peraltro :-).
    Quando invece “spari” nel mucchio (“Tutti quelli di NI tranne Wovoka!), come dire, “fine dell’indulgenza” :-).
    2) Sul “Vivente” e sul “Caso”: quelle maiuscole potrebbero essere sospette. Ci sono stati anche Templi alla Ragione e Templi all’Ateismo. Non erano il massimo.
    3) Sulla “tenerezza” per i viventi.
    L’essere atei secondo me non dovrebbe impedire di trovare grandissimi Francesco d’Assisi o un sacco di altri mistici (mistici di tutte le religioni e anche senza religione; non sto parlando di Celestini o di New age).
    4) “…che la nostra unica individualità è di tipo genetico? Cioè chimico?…” (tua perentoria precedente affermazione).
    Ho l’impressione che non tutti gli “scienziati” siano disposti a sottoscrivere un materialismo così “ingenuo”.

  94. tashtego il 29 novembre 2005 alle 11:09

    @emma
    ok, rinuncerò alla parola “creatura”.
    uso spesso le maiuscole qui, in mancanza di corsivo.
    non è che uno qui si può buttare a scrivere trenta cartelle su come vede il concetto di individuo: certo non sono uno scienziato, ma nemmeno un ingenuo.
    p.s. penso che d’ora in poi mi asterrò da questa famiglia di argomentazioni: hai ragione è inutile parlarne qui.

  95. tashtego il 29 novembre 2005 alle 11:11

    @emma
    cioè: ok siamo tutti irripetibili individui, dotati della sacra l’UNICITA’.
    e fine.

  96. mag il 29 novembre 2005 alle 11:53

    tash, esiste una predisposizione innata, che, benchè illusoria, ci guida e puntella verso l’ignoto.
    E’ il senso titanico delle cose, il bisogno di sentirci immortali, Higtlinder, mitici, eterni.
    Gli dei antropomorfi sono una mediazione di tutto cio’.
    Ora pretendere di riunciare a Dio-Cristo DIO-Jhave- DIO-Allah va bene, ma anche rinunciare alla antropologica predisposizione all’eternità…..ci chiedi troppo.
    Un po’ di individualismo in fondo mi sembra un compromesso accettabile tra la fede cieca e il mero materialismo un po’ penalizzante sul mito d’eternità.

    Per esempio dopo non c’è nulla, pero’ i miti orfici un po’, ammettiamolo, sono seducenti….

  97. stranduttore il 29 novembre 2005 alle 18:05

    TO WHOM IT MAY CONCERN.

    Il “bestiario delle lettere” è traccia e struttura anche di un altro paio di recenti lavori. Penso che molti conoscano Il Catalogo della Gioia di Antonella Anedda. Credo invece che pochi abbiano visto [anzi: ne sono sicuro, visto che è stato stampato in 300 o forse 500 copie] L’Alfabeto di un Poeta di Mark Strand (Edizioni L’Obliquo, Brescia) – vi sfido a trovarlo.
    Nemmeno a farlo apposta, poi, l’utimo – o il penultimo – numero di Nuovi Argomenti ha in copertina, come filo conduttore, il titolo Cos’è la Poesia mutuato da What is Poetry, un breve pezzo di John Ashbery.

  98. emma il 30 novembre 2005 alle 22:06

    Stranduttore, non c’entra niente ma fa lo stesso.
    Io non ho visto né possiedo “L’alfabeto di un Poeta” di Mark Strand – Edizioni L’Obliquo – Brescia.
    Però possiedo “89 nuvole” di Mark Strand – Edizioni L’Obliquo – Brescia.
    Non l’edizione illustrata tuttavia.
    E insomma, hai voglia a immaginare nuvole…

  99. emma il 30 novembre 2005 alle 22:15

    Questa mi pare pertinente: “Una nuvola a Novara non è nulla a Napoli” (effeffe potrebbe pubblicarla su “Sud”).

  100. emma il 30 novembre 2005 alle 22:27

    Per fare 100: “I sani di mente vedono se stessi in una nuvola, i folli in molte”.

  101. mag il 1 dicembre 2005 alle 06:59

    i savi costruiscono castelli in aria
    i folli ci vanno ad abitare

    ai pazzi tutto manca tranne l’intelligenza

  102. Andrea Raos il 1 dicembre 2005 alle 10:06

    Emma, parlando di nuvole, hai letto “Nuvola neve” di Giuliano Mesa (Edizioni D’If)? Lo consiglio caldamente a te e a tutti.

  103. emma il 1 dicembre 2005 alle 13:20

    Va bene Andrea. Ho diversi librini D’IF. Prenderò anche questo :-)

  104. stranduttore il 2 dicembre 2005 alle 15:57

    @Andrea & Emma
    Emma fai bene a dar retta ad Andrea: Nuvola neve: Ottimo! Ottimo!

  105. emma il 3 dicembre 2005 alle 09:33

    Sono andata a vedere la presentazione di “Nuvola neve” sul sito D’IF.
    Se non capisco male, è un altro Abbicì poetico (in prosa e in poesia).

  106. andrea il 10 dicembre 2005 alle 07:38

    la migliore scienza è quella infusa

  107. emma il 12 dicembre 2005 alle 21:49

    Sì Andrea, ma forse gli Abbicì intendono dare una mano a “leggere” poesia, più che a “fare” poesia.

    Segnalo un’intervista a Magrelli [e a Sanguineti].
    Magrelli parla anche di “Che cos’è la poesia?”.

    http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=155350

  108. andrea il 13 dicembre 2005 alle 15:42

    emma sono staco poco chiaro volutamente perchè pensavo fosse sepolta la discussione.
    Il mio riferimento era dare una risposta al libro che vuole una piacevole difficoltà nella lettura contrapposto alla facile fruizione televisiva del tuo primo commento: “La televisione non fa fatica, perché ti scorre sempre sotto gli occhi. Invece, con i libri, gli occhi li devi muovere tu” (questa differenza fra attività e passività l’ho letta, sottolineata, in una intervista a Bloom sul sito della Rai, che ora non ricordo dov’è)

    Il mio commento scherzoso si riferiva a questo.
    La scienza infusa è molto passiva ma molto comoda.

    andrea



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