Lessico: Martirio

29 novembre 2005
Pubblicato da

di Raul Montanari

Tecnicamente, quello che sta soffrendo in questi giorni Adriano Sofri si chiama martirio.
Non conosco personalmente Sofri, non faccio parte della cricca abbastanza tediosa di quelli che possono permettersi di parlarne chiamandolo per nome. Suo figlio Luca è il marito della mia migliore amica e questo è l’unico legame indirettissimo fra noi. Mi piace molto di quello che scrive. Anche se forse, in tutti questi anni, l’osservazione più divertente e in fondo più rispettosa che ho mai letto a riguardo suo e della sua vicenda è stata che bisognava farlo uscire dal carcere, una buona volta, in modo da poter cominciare a dissentire senza riserve da quello che diceva nei suoi articoli.
La parola martire viene dal greco e significa testimone. Ha assunto connotazioni emotive e drammatiche con la cristianità; prima i martiri erano semplicemente quelli che deponevano ai processi.
In questa accezione, chi assume su di sé una sofferenza per testimoniare un ideale è un martire. La parola viene spesso usata a sproposito: si parla di martiri perfino per i morti negli incidenti stradali. In realtà un uomo può subire violenze terribili, venire per esempio sequestrato, torturato, ucciso, senza per questo necessariamente essere un martire bensì una vittima, uno sventurato colpito alla cieca dalla bestialità del mondo. Invece perfino uno che si procuri qualche sbucciatura superficiale arrampicandosi su un albero per salvare un gatto subisce, nel suo piccolo, un martirio: in nome di un ideale d’amore si fa carico di una sofferenza.
Sofri è stato giudicato colpevole in ultimo grado da un tribunale italiano e ha socraticamente accettato di sottoporsi alla legge. Non è scappato né in Francia né nel Nordafrica, nonostante la dovizia di esempi precedenti al suo caso. Molti lo considerano colpevole del tipo di reato che gli è stato ascritto, molti lo trovano curiosamente anche antipatico, come se questo facesse qualche differenza, ma il suo comportamento è in tutto e per tutto una testimonianza coerente delle proprie idee. Ci sono di sicuro persone più innocenti e più simpatiche di Sofri che patiscono sofferenze ingiuste e orribili, ma non tutte sono martiri. Lui sì. Chiunque sia entrato in contatto con il carcere di Pisa ha avuto prova del suo impegno quotidiano come intellettuale e come cittadino: a favore del suo paese e dei suoi compagni di prigionia, e a detrimento di un organismo già fragile.
Il danno fisico devastante contro cui Sofri sta ora lottando è la conseguenza di un violento conato di vomito che ha leso l’esofago. Susan Sontag ci ha insegnato a leggere come metafore le malattie e le lesioni del corpo, ma prima di lei molti lo avevano fatto, dall’Antico Testamento a Elio Aristide. Jimi Hendrix non è morto per overdose, come quasi tutti credono, ma soffocato da un conato di vomito.
Spero che Sofri non solo non morirà, ma tornerà a essere l’uomo che era prima. Fino ad allora, che a mettere a rischio la sua vita siano stati la nausea e il vomito mi parrà qualcosa su cui riflettere, e tacere.

Tag: , ,

29 Responses to Lessico: Martirio

  1. effeffe il 29 novembre 2005 alle 16:34

    Anche a me ha fatto male sapere delle condizioni di Adriano Sofri. Sono anche sicuro che la parola martire non gli piacerebbe. Per quanto mi riguarda Adriano Sofri e Oreste Scalzone sono sullo stesso identico piano. Amnistia. Chiudiamo una volta e per tutte la stagione del piombo.
    effeffe

  2. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 29 novembre 2005 alle 17:04

    Gli ex mazzieri fascisti di Almirante (boia!) oggi, in quest’Italietta miserabile si permettono di esprimere giudizi su Sofri….

  3. gabriella fuschini il 29 novembre 2005 alle 18:18

    Caro Raul,
    mi piace molto leggerti quando metti a fuoco una situazione partendo dalla filologia e allarghi il punto di vista in modo sensibile come in questo caso. Non so se la parola martire piacerebbe a Sofri, ma la trovo pertinente con lo sviluppo delle tue riflessioni. Concordo pienamente con la frase finale: riflessione e silenzio.

  4. anodinoT. il 29 novembre 2005 alle 19:02

    Premesso che io non auguro sofferenza e morte a nessuno, su Sofri mi vien solo da dire: “morto un antipapa se ne fa un altro”

  5. corpodibacco il 29 novembre 2005 alle 22:10

    Un bel pezzo, specie dove parli delle malattie metaforiche e del vomitare. Sul martirio però, dissento completamente.

    L’etimolgia non basta per ragionevolmente usare cotanta parola, anche se può darsi che a Sofri faccia segretamente piacere.

    Tu dici che il martire è colui che soffre per un ideale.
    Anche Arafat voleva essere ‘un martire, un martire, un martire’ come ha dichiarto sotto assiedo nella sua casa di Ramallah.
    Dopo tanti anni di lotte dell’OLP però, alla fine l’ideale di Arafat mi è sfuggito completamete, l’ho perso, non so più qual’era e perché l’abbia così clamorosamente mancato. Pure, restava un martire per molti, dal che deduco che si possa essere martiri anche senza un ideale.

    Purtroppo, spiace dirlo, della posizione di Sofri penso la stessa cosa: martirio senza ideale (dunue, non un martirio, ma una umana e più che bastevole sofferenza). Ideale è forse accettare le leggi dello stato che ripetutamente afferma la tua colpevolezza? Ideale è non chiedere la grazia? Ideale è restar un bravo intellettuale e scrivere articoli e non degenerare in pieghe tragicamente voltagabbaniste?

    No, questo non è un ideale. Potrà essere “l’ideale”, per qualcuno, nel senso di cosa che si vorrebbe ritrovare più spesso.

    Non è un ideale, e non fa di lui un martire: è un aspetto dl suo carattere. A me bastano i caratteri, per stupire gioire o indignarmi dei miei simili. I martiri e i martirii li lascio ai disperati o ai devoti o ai nostalgici di qualunque devozione, per i quali il dolore e il martirio si confondono magicamente.

  6. silvio il 30 novembre 2005 alle 08:43

    Molto bello il pezzo di Raul, e sintetico: le idee non hanno bisogno di parole in eccesso. Di questo è testimone (martire) anche certo Sofri – non tutto; non, per esempio, l’editorialista per Repubblica – che in ogni caso testimonia almeno di quanto indegna sia di un sedicente paese civile la struttura carceraria italiana. Il parallelo che Corpodibacco prova a tracciare con la sorte di Abu Ammar è sgradevole, oltre che poco argomentato. Dirà la storia quando e come sia stato avvelenato, riveleranno gli anni le circostanze ignobili della sua morte. Ma ora, su Abu Ammar Mohammad Abdel Raouf Arafat e Adriano Sofri, silenzio; e ancora bravo Raul.

  7. ugo de franchi il 30 novembre 2005 alle 10:34

    martire sofri? ma quanti ragazzi sono morti anche per colpa sua cosa, per le cose che scriveva? più di 400 i morti e migliaia i feriti, contando certo anche i fascisti, naturalmente, anche se c’è ancora qualche imbecille che li escluderebbe – vedi il di costanzo che è fiero di dichiararsi stalinista, come se stalin non fosse uno dei grandi macellai della storia recente. già, perché quando sofri scriveva i suoi articoli inneggianti all’odio non era certo uno dei tanti ragazzini ignoranti che gli andavano dietro perché quella era la moda del tempo. no, sofri aveva letto libri, conosceva la storia. sapeva cosa poteva succedere accendendo le micce dell’odio; e quello che doveva succedere è poi regolarmente successo. e adesso molti lo ritengono un maestro, un martire addirittura. ma martire decché… e che lo si ammiri perché non sia fuggito dal carcere dopo essere stato regolarmente condannato mi pare davvero uno strano modo di ragionare.

    In questa accezione, chi assume su di sé una sofferenza per testimoniare un ideale è un martire.

    Sofri è stato giudicato colpevole in ultimo grado da un tribunale italiano e ha socraticamente accettato di sottoporsi alla legge. Non è scappato né in Francia né nel Nordafrica, nonostante la dovizia di esempi precedenti al suo caso.

    In questa accezione, chi assume su di sé una sofferenza per testimoniare un ideale è un martire.

  8. Franz Krauspenhaar il 30 novembre 2005 alle 11:12

    Un caro saluto a Raul, sono contento che sia tornato su NI.

  9. tashtego il 30 novembre 2005 alle 11:37

    Vedo che anche qui, dove forse uno si aspetterebbe posizioni più omogenee, la questione di Sofri divide.
    È una faccenda complessa e spinossima, sulla quale la maggior parte di noi ha un pre-giudizio, cioè un’opinione senza gli elementi necessari a formulare davvero un giudizio.
    Spesso alla sinistra capita di campare sulle opinioni per non accettare le possibili risultanze di un giudizio approfondito.
    Sofri è stato sottoposto, se ben ricordo (mi si corregga se le cose stanno diversamente) a ben 9 (nove) processi, cioè a nove procedimenti atti a formulare un giudizio.
    Delle due l’una: o la giustizia italiana è totalmente in mano a maniaci criminali, fascisti vendicativi, a giudici deficienti, incompetenti, corrotti – e allora devono uscire TUTTI di galera – oppure non si vede perché il giudizio su un fascista qualsiasi, metti per la Strage di Bologna, ci sta bene e quello su Sofri invece no.
    Su questa storia sono stati scritti fiumi d’inchiostro, sono state analizzate le carte, si sono mobilitate schiere di “Amici di Sofri” e tutti a dire: è innocente, i processi sono sbagliati, i testimoni mentono sapendo di mentire.
    Sarà tutto vero, ma per me resta una supposizione.
    Quale prova, quale elemento decisivo, può farci dire, a noi che non abbiamo letto le migliaia di carte dei processi (qualcuno l’ha davvero fatto?), che siamo di fronte ad un errore giudiziario?
    Non solo devo delegare al procedimento del processo l’accertamento della “verità giudiziaria”, ma devo accreditare la stessa giustizia del mio paese di un minimo di equità, perché altrimenti dovrei esigere l’uscita di galera, come dicevo, di TUTTI i condannati, soprattutto di quelli senza AMICI intellettuali et potenti sparsi per tutto il paese, di tutti gli immigrati che marciscono dentro con un solo grado di giudizio, senza avvocato di pregio, senza uno straccio di niente.
    Sono martiri anche questi ultimi? Sono colpevoli? Ce ne frega qualcosa?
    La parola martire non la prendo in considerazione, ma ho rispetto per il personaggio Sofri e per il modo in cui si è comportato.
    Quello che scrive a volte mi piace, a volte meno.
    Per questi motivi devo anche pensare che i processi a cui è stato sottoposto erano tutti delle farse?
    Infine voglio dire questo: ritengo Sofri una vittima dei tempi in cui è vissuto e di cui è stato uno dei protagonisti.
    Vittima come tutti gli altri.
    Colpevole/incolpevole come tutti gli altri che vissero, come me, quella stagione politica.
    La Storia ci trascina con sé, dunque, e al di là delle sentenze giudiziarie, le nostre “colpe” sono sempre storiche e alla fine, dopo trent’anni, noi davvero non c’entriamo più nulla, anche, soprattutto, se non rinneghiamo niente di ciò che abbiamo fatto/pensato.
    Per questo motivo metterei fuori tutti i “politici”, anche quelli che hanno ucciso.

  10. riccardo ferrazzi il 30 novembre 2005 alle 14:38

    Raul, tocchi un argomento sul quale, temo, nessuno riuscirà mai a dire una “verità”. E’ un fatto che Calabresi è stato ucciso e che qualcuno deve aver premuto il grilletto. Non riesco a credere che sia stato qualcuno mandato da Sofri, ma credo che se Sofri è volontariamente e socraticamente andato in carcere è perché oggi, a distanza di decenni, rileggendo le cose che scriveva a quei tempi deve essersi reso conto di aver attizzato un odio che poi non è riuscito a governare.
    Non so. Non riesco a giudicare. In effetti, temo che le cose arriveranno al punto in cui si potrà dire che “tutto il resto è silenzio”. L’avventura umana, gira e rigira, finisce sempre lì.

  11. andrea barbieri il 1 dicembre 2005 alle 09:02

    Ah, l’odio l’ha attizzato Sofri, non quelli comandati da Calabresi che hanno buttato un uomo da una finestra; non i giudici che hanno scritto “malore attivo”. E’ stata colpa di Sofri. Finalmente ho capito.

  12. ugo de franchi il 1 dicembre 2005 alle 11:36

    viva la giustizia proletaria, allora! ma li hai mai sentiti, caro barbieri, gli slogan che si urlavano nei cortei? e l’hai mai presa in mano una chiave inglese – la n.32 mi pare fosse la pià cool – o una mazza di piccone? puoi giustificare che per anni, ogni giorno, dei ragazzi si sono massacrati con quelle e per cosa? sofri, non solo lui certo, ha messo in moto un meccanismo perverso. molte persone sono morte o rimaste invalide o non più in grado di avere un’esistenza normale, dopo quegli anni formidabili. e che abbia accettato “socraticamente”, come qualcuno si ostina a sostenere, la sua pena non mi pare questo gran gesto.

  13. tashtego il 1 dicembre 2005 alle 11:52

    “Avventura umana” a parte (chissà a quale c. di “avventura” ci si riferisce) , in questa vicenda ci sono quelli che SANNO e quelli che SUPPONGONO.
    Questi ultimi sono la grande maggioranza e io sono tra loro.
    La catena causale che produsse l’omicidio Calabresi ebbe inizio con la strage del 12 dicembre 1969 (dodici morti). Data storica perché quel giorno il Paese entrò negli Anni di Piombo e perché lo Stato entrò ben visibilmente come attore sulla scena dello scontro in atto per la re-distribuzione del plus valore prodotto col boom economico del dopoguerra e perché quel giorno si rese evidente che mai e poi mai in Italia si sarebbe permessa l’instaurazione, democratica o meno, di un governo di sinistra: una tale eventualità andava contrastata con ogni mezzo, compreso il terrorismo di stato.
    La violenza di cui si resero responsabili i poliziotti agli ordini di Calabresi nelle ore che seguirono la strage è alla base del successivo omicidio del commissario.
    Per tale violenza, cioè per la morte di Pinelli, Calabresi fu “giustiziato”, dopo una campagna di stampa a sua volta molto violenta.
    Riaprire la diatriba sulle responsabilità non ha senso, se non si ricostruisce il clima di quegli anni.
    Se non si conosce l’aria che si respirava, le cose che si dicevano e che si facevano.
    La verità processuale non è la verità complessiva, è solo la verità relativa a quel procedimento e a quel capo d’accusa.
    La verità complessiva è un’altra, è molto complessa e al suo interno deve trovare posto la nozione di quella disperazione che coinvolse un’intera generazione alle prese con lo scontro frontale contro un Sistema freddo e brutale, che puntava alla sua eliminazione.
    Calabresi, non lo si dimentichi, faceva parte del braccio esecutivo di quel Sistema e fu colpito per questo.

  14. andrea barbieri il 1 dicembre 2005 alle 12:15

    No, ero troppo piccolo per prendere in mano una chiave inglese, ma dire che l’odio partisse da Sofri, non so, perlomeno sarà semplicistico credo. Ci sarà stata una situazione generale fatta di leggi, di discorsi, di fatti, di rabbia.
    E ancora oggi se permetti mi pare scandaloso che la vedova di Pinelli non abbia avuto giustizia, non proletaria, giustizia del codice penale.

  15. gianni biondillo il 1 dicembre 2005 alle 14:24

    Ci si dimentica, infine, che quell’Adriano Sofri non è questo Adriano Sofri. A meno che non si intenda la carcerazione come qualcosa di vendicativo e non di “riabilitativo”.

  16. francesco forlani il 1 dicembre 2005 alle 14:26

    Sarebbe ora che NI facesse qualcosa per riprendere il discorso sull’amnistia. Senza distinguo e con il coraggio di uno stato (cioè noi) in grado di chiudere una volta e per tutte quelle odiose pagine degli anni di piombo.
    effeffe
    ps
    “La violenza di cui si resero responsabili i poliziotti agli ordini di Calabresi nelle ore che seguirono la strage è alla base del successivo omicidio del commissario” dici, tu Tashtego. E non fa onore alla tua precisione.

  17. tashtego il 1 dicembre 2005 alle 14:47

    @forlani
    potresti essere più preciso?

    quello che affermo è semplice: l’omicidio di Pinelli, ufficialmente ancora un suicidio, è alla base della campagna contro Calabresi e dunque più o meno direttamente del suo omicidio.
    sono impreciso?
    se sì, in cosa?

  18. tashtego il 1 dicembre 2005 alle 15:15

    @ gianni biondillo
    la funzione riabilitativa et educativa del carcere è stata da tempo dimenticata da tutti, sinistra compresa, compreso il bertinottume.
    questo unicamente per andare incontro alla barbarie montante della medietà italica, cui si concede tutto, la cui opinione si coccola e si teme, mentre nessuno, tranne la TV di stao e non, si preoccupa di formarla.

  19. francesco forlani il 1 dicembre 2005 alle 15:27

    Scusa Tashtego ma a me la linea di causalità ( per cui ad una causa segue un effetto e così via all’infinito) spesso citata a proposito degli anni di piombo non mi convince. Dovremmo allora considerare delle violenze necessarie ( e certo che nella storia ce ne furono molte come quelle contro i nazi fascisti!!!) e giustificare la pena di morte, per esempio (cosa che non farò mai). Chi ha ammazzato Calabresi è un assassino punto e non un vendicatore degli anarchici di tutti i tempi e di tutto il mondo. Chi ha ammazzato Pinelli non è stato Calabresi. Chi ha ammazzato e si è fatto ammazzare,visto mmazzare, sentito ammazzare, ferire a morte, o anche solo di striscio, in quegli anni, ora a mente fredda, dubito che si troverebbe una ragione a tutto quello che è successo. Ma che è successo. Per un compagno che prese la P38 ce ne furono molti che non lo fecero, e che non l’avrebbero mai fatto e non certo perchè gli mancava il coraggio. Io credo che quella terribile stagione sia per fortuna morta. E quando ogni due anni ti arriva lo stesso delitto a sangue freddo siglato dalla stella a cinque punte mi viene da vomitare. E mi incazzo (per quello che può valere la mia incazzatura) quando poi ci si mette sui pulpiti a dire Sofri e Curcio si’, perchè hanno avuto il coraggio di …Negri e Scalzone no, perchè no, loro no, non hanno avuto il coraggio di… o, per concludere, con il pestaggio mediatico in Italia di Cesare Battisti dove a parte poche eccezioni (Bravissimi Manifesto, Wu-Ming, Carmilla ) c’è stato un unico fronte forcaiolo da destra a sinistra.
    Io dico solo Amnistia che come diceva Agamben significa saper dimenticare, ma tutto, dico io, proprio tutto.
    effeffe

  20. gianni biondillo il 1 dicembre 2005 alle 16:03

    EFFEFFE,
    per capirci: anche i responsabili della strage di Bologna?

  21. andrea barbieri il 1 dicembre 2005 alle 16:25

    “La violenza di cui si resero responsabili i poliziotti agli ordini di Calabresi nelle ore che seguirono la strage è alla base del successivo omicidio del commissario” io metterei nella catena causale anche l’assoluzione dei responsabili da parte della magistratura. Fossero stati condannati, sarebbe stato diverso.
    Io mi sono anche chiesto, se con la ex cirielli gli imputati per i fatti di bolzaneto, diaz ecc. uscissero di galera, cosa dovrebbero fare i ragazzi pestati?
    Forse io aspetterei il rientro a casa dei solerti torturatori con una sega elettrica in mano… poi magari mi impietosisco eh, magari taglio solo nipponicamente qualche dito.

  22. tashtego il 1 dicembre 2005 alle 16:41

    @forlani
    catena causale significa una serie di eventi legati tra loro da un rapporto di causa effetto.
    questo solo volevo ricordare, e lo ribadisco, al di là di qualsiasi considerazione atta a formulare il fatidico Giudizio: politico, etico, umano, eccetera.
    se tu sei in grado, fatti alla mano, di affermare che calabresi fu assassinato per una questione di gelosia, accomodati.
    per me le cose stanno in altro modo.
    in tutto quello che ho scritto qui sopra corre una sola perorazione: astenersi dal giudizio, please, e imparare a vedere queste cose in un altro modo, mettendoci dentro la Storia.
    sull’amnistia sono assolutamente d’accordo.
    e però tiriamo fuori di galera anche TUTTI quelli, qualsiasi cosa abbiano fatto, che si sono fatti più di vent’anni dentro.

  23. andrea inglese il 1 dicembre 2005 alle 17:23

    un saluto a raul: mi ha fatto piacere leggerti di nuovo su ni

  24. francesco forlani il 1 dicembre 2005 alle 17:23

    Caro Tashtego tutti i progetti e campagne e petizioni per l’amnistia in Italia cui ho partecipato (non ultima quella per la non estradizione di Cesare Battisti ) è totale. Senza distinguo per fatti successi in quegli anni ( mi sembra ovvio che gli assassini di D’antona e Biagi debbano pagare )e secondo parametri e norme che il progetto di amnistia prevedeva procedendo sia su un piano politico generale sia sui singoli casi e responsabilità connesse. In fin dei conti esiste già un’amnistia e si chiama prescrizione. Perchè lo stato (noi) non riesce a farsi carico della scelta? Perchè durante il governo Prodi e poi di d’Alema quella legge non fu votata? Perchè gli ex comunisti continuano ad odiare i movmenti o quello che resta di essi?
    effeffe
    ps
    @ Gianni. Magari sapessimo chi è stato l’autore della strage di Bologna! E Ustica, Piazza Fontana, Italicus…

  25. tashtego il 1 dicembre 2005 alle 18:23

    @forlani
    Però c’è gente che è andata in galera per la strage di Bologna, Francesco. Allora come la mettiamo? Sono martiri pure loro? Oppure no? La questione dell’amnistia è diversa dalla prescrizione, perché quest’ultima rende un reato non più giudicabile: vedi anche l’ex-Cirielli. Com’è noto c’è differenza tra giustizia e diritto, nel senso che la prima dovrebbe essere scopo e obbiettivo del secondo. Io dico che al di là di una certa soglia temporale, la “punizione” non ha più senso, perché chi ha commesso la “colpa” era un individuo diverso, anche biologicamente, di chi ne sconta la pena. Questo vale tanto più per gli atti risalenti ad un periodo storico ormai dimenticato, morto e sepolto, durante il quale tutti, buoni e cattivi, facevano cose oggi incomprensibili, inspiegabili. Come spiegare oggi ad un ventenne cosa si provava a vedere Almirante, allora segretario di un partito che sedeva in Parlamento, guidare una schiera di picchiatori (alcuni dei quali oggi ricoprono cariche di prestigio) con in mano lunghi bastoni contro gli studenti all’università di Roma? Come spiegare come, e soprattutto perché, a Oreste Scalzone fu rotta la spina dorsale? Perché fu ucciso Paolo Rossi? Cos’era un carosello di camionette? Una carica di fascisti? Cosa fu davvero Valle Giulia? Cioè cosa accadde lì e chi erano quelli che si scontrarono con la polizia e cosa volevano in realtà? Come spiegare anche a te, Forlani, quale fu il livello di scontro e di odio che si raggiunse da una parte e dall’altra? Come raccontare il clima dei giorni di Piazza Fontana? La disperazione che ne seguì? Come raccontare dei compagni che sparirono e andarono a nord fuori dei cancelli delle fabbriche, perché pensavano che non vi fosse più alternativa allo scontro diretto? Cosa si prova ad avere davanti, voglio dire a due metri di distanza, un poliziotto che ti punta addosso una pistola e tu non sai se un istante dopo quell’uomo ti avrà ucciso oppure no? Eppure quella mattina avevi solo preso il tuo motorino per andare ad una manifestazione pacifica. Cosa resta oggi di quel clima che ci consenta di dire “questo sì e quello no”? Che ci consenta di giudicare, di condannare, assolvere? Sarebbe meglio tacere e dire soltanto: fuori tutti dalla galera.
    E poi basta.

  26. francesco forlani il 1 dicembre 2005 alle 18:36

    Condivido tutto quanto tu abbia detto, però quegli anni non solo anagraficamente (ho quarantanni, quasi) li ho vissuti nella fase peggiore (anni ottanta). Comunque sia, non sogno altro che la chiusura di quelle vicende. Che per le nuove generazioni sono- a ragione- già chiuse. E purtroppo anche su cose che di quegli anni varrebbe la pena trasmettere ( sogno, invenzione di linguaggi, musica, musica, tantissima musica
    effeffe

  27. tashtego il 1 dicembre 2005 alle 20:01

    “di quegli anni varrebbe la pena trasmettere ( sogno, invenzione di linguaggi, musica, musica, tantissima musica)”.
    e perché non trasmettere innanzi tutto, prima di tutto, storia? cioè voglio dire: S T O R I A.

  28. pippo il 4 dicembre 2005 alle 05:17

    anzitutto spero che Adriano Sofri in queste ore stia già un po’ meglio. il paradosso di Sofri, dico il paradosso di oggi perché i fatti di ieri non li conosco abbastanza bene così come gli atti processuali, anche se mi sono fatto le mie idee su quel periodo, è che da una parte Sofri è un recluso che merita il nostro rispetto e sta in una condizione che mina la sua salute psico-fisica, al punto da arrivare a rischiare la vita come in queste ore; dall’altra Sofri penso abbia sbagliato a continuare a far parte del circo mediatico-giornalistico dopo la condanna definitiva. perché si è creata la sensazione nella gente che questo Sofri, attenzione, non che goda di un regime carcerario di favore, che non sarebbe un problema, ma che sia uno che fa parte della cerchia dei potenti. infatti il Sofri di oggi non è più un campione del dissenso o della protesta ma è un intellettuale che riflette sullo status quo, e talora ne prende perfino le parti e le difese. insomma fa parte, viene percepito come facente parte, dei “tutori dell’ordine” del giro giornalistico-politico-mediatico (tutti i suoi amici di oggi partecipano del potere) e questo è sicuramente un grosso problema/paradosso che lo stesso Sofri ha sbagliato ad alimentare, penso involontariamente, e che avrebbe fatto meglio a non sottovalutare. oltre al danno di essere in galera e soffrirne molto fisicamente, il rischio dell’antipatia popolare e che molti si scordino che il Sofri editorialista sia effettivamente un recluso… i suoi amici per dove e come sono collocati non lo stanno oggettivamente aiutando, avrebbero dovuto consigliargli di stare lontano dal circo mediatico. o sono matti, o non si rendono conto delle distorsioni che il tipo di potere da loro manipolato è in grado di produrre finendo col danneggiare il loro amico. anche per questo il ministro Castelli lo odia, per il potere che sembra avere pur stando dietro le sbarre. ripeto, la campagna per la sua scarcerazione avrebbe necessitato di una gestione molto più accorta da parte di Sofri medesimo e dei suoi amici.

  29. dario il 4 dicembre 2005 alle 22:56

    Bene, Raul. Questa vicenda la trovo molto italiana, non tanto perché sembra irrisolvibile e impaniata in cose ideologiche anche arcaiche, ma perché mette a disagio, crea IMBARAZZO. Non so se la vedi anche tu così.
    Ciao a tutti gli indiani
    Dario



indiani