Racconto Camorra, impreciso ma apologetico

29 novembre 2005
Pubblicato da

di Sergio Nazzaro

Le mani del killer: l’omicidio Fortugno, ha fatto riscoprire all’Italia l’esistenza della ‘ndrangheta. Come sempre ci vuole il morto ammazzato, ed anche eccellente. Durante le primarie del centro sinistra, davanti ad un seggio, le mani di un killer pongono fine alla vita del vice presidente di un consiglio regionale. Eppure la sera non è la prima notizia del telegiornale. Non si sa ancora se è possibile piangersi questo morto o meno. Forse è colluso o forse no. Per piangere e indignarsi serve ancora qualche ora. Eppure in un paese democratico, davanti ad un seggio che cerca di esprimere l’essenza della democrazia, un uomo ammazzato malavitoso o no, dovrebbe essere la prima notizia. Si fa difficoltà nelle redazioni a reperire qualche foto di Fortugno, per commentarla questa benedetta notizia, qualche ora dopo.

Purtroppo è un uomo abituato al lavoro, non agli scatti del palcoscenico della politica. Un giorno sapremo perché e chi lo ha fatto uccidere. E avrà un nome il killer, l’assassino freddo come il ghiaccio che esegue il suo lavoro in una domenica pomeriggio affollata. Ma il suo nome non dirà niente a nessuno e lo dimenticheremo in fretta. Risalire attraverso quelle mani ad uno degli aspetti nascosti del crimine organizzato, che condivide potere e molte volte tiene in ostaggio lo Stato: la manovalanza di basso rango. Quei soggetti che incutono timore, ma che non sono i capi, solo strumenti, flash per un momento in una macchina dei carabinieri, su di un giornale e poi per sempre ombre.

La sera quando torno a casa vedo tante volte quelle mani che praticano estorsioni, rapine, violenza, omicidio. Vicini di casa. Discutono, si agitano, ed anche quando li osservi in lontananza senza poter ascoltare, si può comprendere il dialogo muto delle mani che si muovono silenziose nell’aria. Giovanni B. era un nessuno quando i La Torre detenevano il controllo pieno del territorio di Mondragone, dai confini con il territorio dei temuti nemici di Casale di Principe fino oltre la linea del fiume del Garigliano. E all’epoca il clan si avvaleva delle mani di Brodella, uno dei killer più ricercati d’Italia. Ancora oggi, non si sa che fine abbia fatto, anche se la sua voglia di espansione personale lo ha condannato in qualche pozzo profondo delle campagne circostanti. Come il vicesindaco Nugnes, ritrovato dopo una decina di anni a meno venti metri, con un candelotto di dinamite inesploso addosso. Giovanni B. all’epoca scappava dalla spranga di ferro del padre che, per risolvere una disobbedienza familiare, doveva mostrare ad un intero quartiere chi comandava anche in famiglia. Non è facile dimenticare una spranga di ferro che striscia a terra tra bestemmie irripetibili, prima di calarsi con forza sulla schiena di un essere umano. Ma Giovanni B. doveva invece dimostrare al padre e al quartiere che stava crescendo, e perciò doveva tirare calci in faccia al proprio genitore. Continuare la lotta furiosa, anche e mentre finalmente giungono le sirene dei carabinieri. Nessuno scappa, le forze dell’ordine sono il metro di paragone della propria forza. Nessuno riesce a dividere padre e figlio, neanche i carabinieri che si sporcano le divise con il sangue di quella fida familiare. Devono arrivarne altri, ma Giovanni B. sa che quello è il suo momento: dimostrare al quartiere e alle voci che corrono veloci in paese che ha i gradi per essere arruolato. Sbraita, alza le mani contro gli sbirri, finché qualcuno vestito in borghese non lo prende di forza e gli sbatte la testa contro la serranda della salumeria antistante il campo di battaglia. Una, due, tre volte finché l’animale non si calma. Mi sono sempre chiesto osservando la scena se il salumiere stesso difendendo la sua vetrata, o avesse dato una mano ai carabinieri.
Giovanni B. è grande e grosso, violento, ed oggi in tutti i processi a carico del clan spunta il suo nome. Tutti testimoniano che non ha mai preso parte ad azioni criminali. Così si proteggono i propri affiliati. Chi sta dentro si prende la sua croce, e cerca di fare barriera. Giovanni B. è cresciuto nel frattempo. Ogni tanto i carabinieri vengono a prenderlo, ma lui torna su moto potenti o su macchine costose, davanti allo smarrimento dei residenti che si chiede cosa faccia mai lo Stato. La sua fedina penale si allunga sempre di più: rapina, estorsione, violenza aggravata, riciclaggio di denaro, tentato omicidio: le mani di un killer. Giovanni si accompagna sempre a Paolo, il cognato. Paolo si muove lentamente, da quando gli hanno spaccato in testa oltre dieci mattonelle 50×50 ed è stata sbattuta contro un muro lasciando una striscia di sangue di 3 metri, visibile per giorni e giorni. Ma Giovanni B. che poteva mai fare quando ha trovato Paolo nel letto della moglie. Fratello e sorella insieme, bisognava dare una risposta forte e seria a quel affronto. Gli affari sono affari e i due sono costretti ad una convivenza forzata. Lo vedo quasi sempre Giovanni B. quando torno a casa. La macchina di traverso a indicare che il territorio è tutto suo, mi riconosce e mi fa passare. Abitiamo nello stesso quartiere. Con lui Giannino, che saluta sempre calorosamente, da quando anni addietro, spaventato a morte bussò alla porta di casa chiedendo aiuto perché stavano per sparare al padre e nessuno voleva chiamare i carabinieri. Li chiamammo, arrivarono con calma, perché tanto sono storie quotidiane. Non per noi, ma Giannino non l’hai dimenticato. E saluta sempre, anche se ora gira sempre armato.
Il tempo dei La Torre è finito, e i ragazzi del quartiere sono cresciuti: Giovanni, Paolo Giannino si radunano attorno a Tommaso, uscito da poco. E’ il loro momento, possono arrivare lontani. Giovanni sta ristrutturando la sua casa, di proprietà del comune, senza permessi e senza orario. Si sa, gli amici muratori vengono dopo aver finito la normale giornata di lavoro. Discutono, le mani si agitano, scavano nelle tasche, fanno gesti eloquenti. Ogni tanto affrontano una massa di carabinieri armati di tutto punto che arrivano la mattina presto a cercarli. Anche per le violenze commesse contro un DJ napoletano. Ma questa volta sono puliti. Non hanno organizzato loro una festa estiva con un DJ in spiaggia che, a fine festa, non è stata pagato ma anzi derubato e costretto ad un bancomat a prelevare altro denaro per i suoi aguzzini, dopo essere stato obbligato con la forza ad entrare nella loro macchina. Loro non hanno niente a che fare con queste stupidaggini in cui si ipotizza il sequestro di persona. Questa volta c’è la telecamera del bancomat che ha ripreso un veterinario, il figlio e due suoi amici commettere questa “ragazzata”. Non sono stati i camorristi, ma gente normale, lavoratori e studenti. Perché la violenza e i suoi modi di fare sono un patrimonio di tutti.

I ragazzi del quartiere commentano ridendo l’accaduto. “Ci vogliono rubare il lavoro!”. Forse un giorno anche loro avranno il grande omicidio da commettere, quello di cui parleranno tutti i giornali grandi, non quelli di paese, dove sono già passati tutti quanti. Saranno mani di killer sconosciute, con una storia che non interesserà nessuno. Come quella dei tre ragazzi indiani Gurdeep Singh (23 anni), il fratello Balkar (25 anni) e Baghatt Raideep (26 anni) che hanno ucciso Mario Zagaria (28 anni) nipote del latitante Michele Zagaria, ovvero il nuovo capo del clan dei casalesi, ovvero uno dei più temuti e potenti clan d’Europa. Poveri piccoli indiani che hanno commesso il peggiore errore della loro vita. Hanno massacrato con spranghe di ferro il loro datore di lavoro. No, non erano in missione per un clan camorristico rivale. Hanno agito per disperazione, per vendicare le angherie, i soprusi, per rispondere al trattamento da bestie che gli riservava il giovane nipote del boss in quanto padrone dell’azienda agricola dove lavoravano. Cosa avrebbero mai potuto fare, denunciare un nipote di un boss, tre immigrati clandestini? Farli tornare in India sarebbe una buona idea, ma chissà se sarà un posto sicuro. Le loro mani, mani di assassini disperati.

E tante sono le mani dei killer che infestano la Campania, centinaia di migliaia. Cosa avranno pensato le mani del killer dei Carpentieri di Lusciano quando hanno ammazzato un padre e un figlio di soli 11 anni, perché non volevano pagare il pizzo? E da quel lontano giorno del 1977 quelle mani non hanno ancora un volto. Come non ha ancora un volto le mani del killer di Romina del Gaudio, una giovane napoletana ventenne stuprata e uccisa. Il corpo è stato ritrovato nelle campagne di San Tammaro località Carditello in un bosco alle spalle della vecchia reggia borbonica di Caserta. La mattina del 4 giugno 2004, mentre vende contratti telefonici porta a porta (forse uno di quel milione e oltre di nuovi posti lavoro creati da Silvio Berlusconi) ad Aversa, scompare nel nulla. Il giorno prima un inquietante tentativo di rapimento avviene a Parete, vicino ad Aversa, ai danni di una ragazza simile a Romina. Mi chiedo se ormai stiamo diventando come Ciudad Juarez in Messico, dove le donne vengono ammazzate a centinaia mentre tutti stanno a guardare. Ciudad Juarez ha molte caratteristiche simili all’agro aversano, vive dei residui del capitale e di tonnellate di rifiuti e lavoro nero. Romina viene ritrovata soltanto il 21 luglio del 2004. Cosa avrà mai sofferto? Quali pene dell’inferno? L’ombra della camorra si addensa sull’omicidio. Il padre vive in Germania a Francoforte, è testimone in alcuni procedimenti giudiziari. Ma quanta eco ha avuto la notizia all’epoca e ancora oggi? Questa è una morte che ci possiamo piangere in tutta tranquillità, perché allora non lo facciamo? Romina non era un capoclan, neanche vicepresidente di un consiglio regionale, e non sarà mai niente, se non un corpo esanime e violentato in una campagna, un corpo mangiato dagli insetti. Per quanto mi sforzi non riesco ad immaginare le mani del killer che hanno premuto due volte il grilletto alla tempia di una ventenne. Ma in questo paese infame si spendono ore e ore e soldi per un’isola di perfetti sconosciuti che non hanno nessun merito, di talpe Maria de Filippi, di Costanzo P2 Show, ma nessuno grida vendetta per la morte atroce di una ragazza. Nessuno. Eppure sono maledettamente convinto che se fosse stata figlia di qualcun altro, non ci sarebbe stato silenzio. E’ ovvio, ma bisogna pur scriverlo.

In questo Sud mortale come una nube tossica, non ci sarà più guerra ma si muore ogni santo giorno: regolamenti di conti, assalti a furgoni portavalori. Non c’è la guerra e si vive peggio di prima. Ma le mani del killer sono anche pulite. Al Sud non ammazza soltanto l’assassino, ma anche l’imprenditore che fa fallimento, in accordo con il liquidatore, con gli avvocati. “Ma io vi ho messi tutti in regola, e qui da noi è un fatto raro di cosa vi lamentate? Lo stipendio arriva in ritardo, ma prima o poi arriva, lavoriamo 9 ore al giorno e anche il sabato, ma altrimenti non ce la facciamo a stare nel mercato”. “Ma si potrebbe agire diversamente con più rispetto per i dipendenti?” “Se le cose non vanno bene è colpa loro, gli do 750 euro al mese e si lamentano anche!” Ascolto queste parole, mi indicano come il solito sindacalista comunista, invece vorrei essere un indiano. Un fallimento controllato, soldi che spariscono, ma alla fine il dipendente paga per tutti. E ringraziando il cielo ci sono i contratti a progetto che fanno risparmiare i contributi all’azienda. Ma bisogna sempre avere il cartellino, fare nove ore al giorno ed anche il sabato è lavorativo. “E’ vero non potrai farti più il telefonino a rate, ma almeno sai che prima o poi lo stipendio te lo pago”. Osservo le mani dell’imprenditore (sic!) agitarsi, scrivere nell’aria e mi convinco di quanto assomigliano alle mani di chi ha tolto la vita a Romina del Gaudio, a Federico Del Prete, che ha bruciato il negozio di Silvana Fucito, che ha ucciso il fratello del giudice Imposimato, che ha minacciato il mio collega Roberto Saviano, che ha tolto la vita al boss di Frattamaggiore Antonio Orefice così potente da meritarsi l’appellativo di “Tonino senza pensieri”. Già qui sulla terra che calpestiamo. Quelle mani di imprenditore che hanno scoperto l’Eldorado nel poter costituire un’azienda di trenta persone con sole tre persone a contratto a tempo indeterminato e tutto il resto è un progetto. Quanta felicità negli occhi di quelle mani.

La mattanza continua penso, mentre le sirene squarciano la calma della mattina sulla Nola Villa Literno. Mi lampeggiano, non c’è nessuno, la rampa e strettissima, ma devono superarmi a forza. Lo spazio è nullo per due macchine, ma loro insistono. Dietro un’altra macchina con lampeggiante. Un colpo d’occhio e riconosco il ministro delle telecomunicazioni Mario Landolfi. E’ di Mondragone. Mi chiedo due cose: come mai si parla così poco dei problemi così gravi di queste zone nell’informazione (grandi intrighi malavitosi e politici, grandi rischi, ma poca retribuzione a parlarne e poco spazio dove pubblicarlo) e dove corra, quanta è l’urgenza di superare in un punto dove una lapide ricorda un morto d’incidente. Ma si sa i ministri hanno fretta e mi chiedo se Lorenzo Diana, il senatore abbia una scorta simile dopo le minacce di morte emerse nel processo Spartacus. I ragazzi a Locri provocatoriamente gridano” Ammazzateci tutti”. Lo fanno già ogni giorno non vi preoccupate, nessun problema. Teniamo a mente che la camorra, come la mafia e tutto il resto è un problema che va risolto con un progetto, a contratto!

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48 Responses to Racconto Camorra, impreciso ma apologetico

  1. Carlo Capone il 29 novembre 2005 alle 10:28

    Caro Sergio Nazzaro, grazie per questo bellissimo e dolente scritto. Da cui emerge un Sud precario e sottomesso. Ma è possibile, mi domando e impreco da anni, è accettabile, seguendo i disegni di un dio cui anche alla capnna col bue hanno imposto il pizzo, che in quelle zone soltanto signor Tonino viva senza pensieri?

    Un saluto commosso.

  2. francesco forlani il 29 novembre 2005 alle 12:32

    Que faire?
    effeffe
    ps
    Cosa scrivere questo testo lo suggerisce

  3. Carlo Capone il 29 novembre 2005 alle 15:10

    Caro Francesco, cosa fare? fino a quando ho vissuto a Napoli, occupandomi di certe faccende, un pochino lo sapevo. Per chi è restato, io mi permetto di suggerire intanto di fare. Vale a dire sfidare, combattere, rispettare se stessi, stimando questa vita come inutile se vissuta così come si trascina.
    Ma una vita inutile è anche frutto di un tramonto di idee. C’è stato un tempo che il territorio era presidiato dalle sezioni di un partito, un certo partito. E la camorra, e la mafia e la ndrangheta sapevano di doversi misurare con piccoli ma muniti fortini, veri e propri focolai di deterrenza e impegno civile.
    Gli epigoni di quel partito discutono di divani e poltrone: dove stanno le sezioni?

  4. effeffe il 29 novembre 2005 alle 15:37

    Caro Carlo,

    sono andato via da Napoli e Caserta quindici anni fa lasciando l’Italia. le sole sezioni che ricordo erano quelle di scuola. Ci ritorno spesso e in qualche modo mi preme fare anzi vorrei fare più di quanto non accada in concreto. Cosa vuoi che possa una rivista letteraria, mi dico spesso, anche se è bella e si chiama Sud, se non c’è continuità di lavoro sul campo. Di Roberto Saviano ammiro l’ossessione anche se mi unisco al coro di chi gli vuole bene e dice, cazzo proteggiti almeno. Quando nelle poche ore che vi trascorro ne attraverso le linee nemiche – la tratta Napoli Caserta è una trincea di strada ferrata popolata di bunker camorristici quando si attraversa la frontiera- mi prende una cosa allo stomaco. Come certi pugni presi da ragazzo nei quartieri a rischio, che non è il livido a non passare ma il vuoto di quegli occhi che ritrovi ogni volta come se il male del mondo stesse in agguato all’angolo. E’ terra dei miracoli quella e le esperienze di pura poesia che faccio ogni volta mi spingono a ritornarci. E’ che solo non so se si tratti di un canto delle sirene. Quando mi chiedo, que faire, caro Carlo lo penso davvero, poi faccio finta di non pensarci e me ne vado per le vie di Torino, dove sono per qualche mese ancora, dando occhiate distratte ai libri e alle ragazze. Fino a quando non troverò una ragione (per dirla con Tashtego, Wovoka e Temperanza) anche a questo. Perchè la ragione c’è
    effeffe

  5. andrea raos il 29 novembre 2005 alle 15:42

    Grazie a Sergio Nazzaro.

  6. temperanza il 29 novembre 2005 alle 15:44

    Le sezioni non ci sono più neppure nelle altre città, e non da ieri. Con la scomparsa delle sezioni molti di noi hanno smesso di fare politica.

  7. temperanza il 29 novembre 2005 alle 15:45

    Anche se non di pensarci e di cercare di illudersi che tutto sia politica.

  8. effeffe il 29 novembre 2005 alle 15:55

    … anche quando arrivi quasi a convincerti che sia tutto economia.
    effeffe

  9. wovoka il 29 novembre 2005 alle 16:31

    Impressionante, testi come questo mi fanno sentire il pathos che talvolta immetto nelle mie questioni artistiche o culturali del tutto ridicolo. Sarà che non ci sono abituato (la società nella quale ho sempre vissuto, per quanto un po’ marginale, pare un eden al confronto – mai una rapina, mai una minaccia, dopo l’adolescenza neppure un insulto) ma visto dal di fuori il confronto mi sembra senza scampo, come può un individuo opporsi ad una società, ad una storia? Io me ne andrei via, ad ogni costo. Come respirare, come sentirsi liberi, senza un sentimento di sicurezza personale?

  10. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 29 novembre 2005 alle 17:11

    All’epoca delle “sezioni” Fini, Gasparri, St(a)race, Alemanno e compagnia brutta un posto al Governo se lo sognavano….

  11. Carlo Capone il 29 novembre 2005 alle 17:30

    E’ vero, Francesco, una terra di miracoli. Non si spiega se no come possa produrre scrittori, poeti, riviste letterarie, malgrado i suoi mali. Avessi saputo dare io, a quella terra mia, ciò che tu le hai donato con Sud.

  12. effeffe il 29 novembre 2005 alle 17:35

    Non io, Carlo, ma Pasquale Prunas. Cinquantanni fa. Quando c’erano le sezioni…

    effeffe
    … le stesse, ahinoi, che l’han fatta morire. Eppure un modo ci deve essere, per usare una metafora di Biagio Cepollaro, per bucare la pellicola del paesaggio

  13. temperanza il 29 novembre 2005 alle 18:47

    Le sezioni l’hanno fatta morire? Sarà stato il dogmatismo, un’idea asfittica di potere, la morte della politica, ma le sezioni…

  14. arminio il 29 novembre 2005 alle 18:50

    caro effeeffe,
    lo dicevo già a saviano e sorrentino. bisognerebbe incontrarsi, ognuno per parlare del suo sud, anche del sud di chi è partito.
    depongo qui la mia mail per eventuali contatti.

  15. arminio il 29 novembre 2005 alle 18:51

    dimenticavo: farminio@libero.it
    se parliamo tra noi forse rinasce un pò di politica

  16. Carlo Capone il 29 novembre 2005 alle 19:14

    Caro Francesco, ovviamente il riingraziamento a te, in quanto donatore, era estendibile a tutti gli artefici della rivista.

    @ Giorgio

    Ma è questo il punto. Reinventare luoghi di aggregazione civile che restituiscano al cittadino le sue prerogative e in certo senso lo ri-formino. Questo è un paese con 9 milioni di analfabeti di ritorno, fenomeno diffuso in tutto il mondo occidentale anche a causa di una scuola ridotta a deposito cervelli in ammasso. Membrane posticce, voglio dire, preposte al conteggio di soldi e al saper trafficare.
    Riprendo la riflessione di Francesco Forlani: possibile che tutto sia diventato economia? possibile che il valore dell’uomo si svaluti alla dimensione di mero produttore di imprecisata ricchezza? e che lo Stato si vada costituendo come pigro spettatore di una lotta caina ?

  17. Carlo Capone il 29 novembre 2005 alle 19:17

    Accolgo l’invito di arminio: cfmail@libero.it

  18. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 29 novembre 2005 alle 23:07

    Qualcuno ha presente i “pezzi” imperdibili di Saviano su “Metrovie”, inserto campano del “Manifesto”, tutti i venerdì o un opuscolo allegato al n. 38/39 (agosto-settembre 2003) del mensile di Goffredo Fofi: “Lo Straniero”, con testi di Fofi, Braucci, Zoppoli, dal titolo emblematico “Addio, Napoli”?

  19. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 29 novembre 2005 alle 23:10

    OT o quasi: Fabrizia Ramondino ha pubblicato due raccolte di racconti: “Il calore” da Nottetempo e “Arcangelo” da Einaudi. Passate inosservate….

  20. magda mantecca il 29 novembre 2005 alle 23:27

    Caino? non posso che postarvi alcune riflessioni diq aulche tempo fà.

    MAMMALUPAITALIA

    Chissà se Melanie Klein in “invidia e gratitudine” sviluppando il concetto di seno buono-destro e seno cattivo-sinistro, conoscesse la leggenda di Romolo e Remo allattati dalla lupa.

    Secondo la sua tesi, i cuccioli d’uomo nascono in una posizione schizo-paranoide, scissa dalla madre fonte di bontà e verità, eternamente condannati a evolversi dal loro primordiale esilio psicologico sperando di riconciliarsi con l’oggetto metaforicamente buono, il seno destro materno.

    E ‘proprio questo che svilupperebbe la capacità del bambino di rassicurarsi, sentirsi accettato e benvoluto dal “mamma-mondo” e di educarsi alla apertura, accettazione, gratitudine.

    Tra gli storici e i nostalgici rimane da allora un quesito irrisolto che crea tutt’ora crisi d’identità e disorientamento nazionale: ma la lupa aveva solo tette sinistre?

    A giudicare dallo stile di governo dei primi sovrani sino ad oggi, pare che gli italici, personaggi tutt’oggi in cerca d’autore, siano stati da allora allevati da Mamme-Italie monomammelarisinistre.

    Infatti il seno sinistro-cattivo svilupperebbe nel bambino coazione a ripetere,permanenza nella scissione, esilio dal “mamma-mondo” e sviluppo di invidia in luogo di gratitudine.

    Questo poi si consoliderebbe in età adulta in tendenza al rifiuto dell’autorità, tendenza a delinquere,tendenza al furto,alla fuga,all’intrigo e al compromesso.

    E allora come si spiega la tradizione dei santi, poeti, marinai?
    Che la mamma-lupa abbia ceduto di tanto in tanto la cura degli originari infanti a candide vestali baby sitter per l’occorrenza?

    ……..Sono aperte le interpretazioni ……….

    magdamantecca

  21. francesco forlani il 30 novembre 2005 alle 08:14

    Certo Arminio,
    francesco.forlani@wanadoo.fr
    effeffe

  22. giovanni il 30 novembre 2005 alle 09:34

    Non dal web rinascerà la politica, ma dal contatto umano, da coffee break cene riunioni di redazione. Il web serve a stabilire il contatto, che poi va reso tangibile, sennò resta inerte. Scripta manent e, dopo un po’ (presto) prendono la muffa: verba volant.

  23. mag il 30 novembre 2005 alle 10:01

    Non lo so Giovanni…..le piazze sono sempre meno attraenti e le conferenze-comizi-proselitistiche sempre meno seguite.
    Ci sono nuovi modi che cambiano le relazioni umane, anche quelle politiche, ma i leader, sottovalutano questo gap.
    poi non è piu’ vero che le parole svaniscono, anzi memorizzandole su supporti risultano maggiormente incisive della carta stampata.

  24. temperanza il 30 novembre 2005 alle 12:22

    Scusatemi, ma lasciatemelo anche dire, questo scambio di battute mi pare di una ingenuità sconcertante.
    Se per far rinascere la politica bastasse qualche riunione di redazione e qualche scambio umano sarebbe molto semplice. Secondo voi non ci sono più le riviste di un tempo perché è passata la voglia? Secondo voi la gente non si incontra più? Non ha più indignazione? Ha smesso di interessarsi ai problemi, non lavora più seriamente? E’ solo un problema di volontarismo?
    E ho anche l’impressione che voi attribuiate (e se non è così il modo di dirlo è confuso e quindi inefficace) all’economia uno statuto diabolico.

    E ancora, che cosa vuol dire:

    “Reinventare luoghi di aggregazione civile che restituiscano al cittadino le sue prerogative e in certo senso lo ri-formino.”
    In concreto (che è l’unica cosa che conti) che cosa vuol dire? Cosa vuoi fare, tu, hai delle idee che non siano un invito generico?

    E che cosa significa:

    “possibile che tutto sia diventato economia? possibile che il valore dell’uomo si svaluti alla dimensione di mero produttore di imprecisata ricchezza? e che lo Stato si vada costituendo come pigro spettatore di una lotta caina ?”

    Scusa Picone, che cos’è questo? A me sembra un lamento. E dai lamenti io non ho mai visto uscire se non altri lamenti. E sono quasi certa che uscirà solo questo.

  25. temperanza il 30 novembre 2005 alle 12:49

    E dico anche – perché non voglio fare solo critiche negative – che per approfondire i problemi (il che però non vuol dire rifondare la politica, compito immane e che ha bisogno di ben altre forze) bisognerebbe ricorrere maggiormente alle competenze, che qui mi pare manchino, andrebbero invece interrogate e messe a disposizione di tutti, se i discorsi qui sopra sono condivisi, in modo meno retorico-letterario.

    Questa demonizzazione dell’economia mi ha profondamente irritata perché va di pari passo con una lamentela generale sulla durezza delle condizioni di povertà di certe fasce sociali sempre più ampie e che ci toccano, e se siamo fortunati ci lambiscono. Quali sono gli strumenti per risolverla? L’invocazione a una maggiore nobiltà d’animo?

    Se Capone dice “Questo è un paese con 9 milioni di analfabeti di ritorno, fenomeno diffuso in tutto il mondo occidentale anche a causa di una scuola ridotta a deposito cervelli in ammasso” crede davvero che la causa non sia anche economica? In un paese piccolo e ricco come l’Islanda non ci sono abbandoni scolastici. Piccolo e ricco. A grandi problemi vanno applicate grandi idee e la demonizzazione dell’economia è un’idea piccolissima, miope, ridicola.

    E allora, invece di pescare qua è là brani suggestivi e fare le anime belle, sarebbe interessante chiedere interventi di economisti nostrani che si occupano dei problemi nostrani e andare a intervistare ad esempio Giavazzi o Boeri.

    Io di solito parlo solo di letteratura perché è l’unica cosa di cui qualcosa so, ma leggo invece anche d’altro e quando mi capita di confrontare il livello di certo commenti e interventi anche solo con gli interventi che leggo sul famigerato giornale della confindustria, mi cadono le braccia. Se questo è il livello di consapevolezza, la rifondazione della politica è di là da venire.

  26. mag il 30 novembre 2005 alle 13:02

    giusto, ma infatti credo che la Bocconi non sia solo fucina di imbecilli, ma che qualche spiraglio luminoso esista alla fine.
    la sinistra manca proprio di questo: talento economico programmatico.
    L’ultimo è stato Marx…siamo un po’ veterotestamentali.

  27. wovoka il 30 novembre 2005 alle 13:13

    @temperanza
    D’accordo sul merito, ma la considerazione sul livello dei commenti mi pare futilmente vessatoria: un commento può avvenire nelle circostanze più disparate, che non si possono stare a chiarire ogni volta, e quindi invece di auspicare un elevamento degli “standard” altrui meglio impegnarsi sui propri, ovvero dare l’esempio.

  28. temperanza il 30 novembre 2005 alle 13:27

    @Wowo
    Se vuoi, se ti pare più utile, posso anche unirmi al plauso, ma cosa vuol dire “futilmente vessatoria”, chi avrei vessato? E che potere vessatorio ho, del resto? E se sei d’accordo sul merito, che cosa ti sembra futile? Non ho davvero capito, ma se ho offeso qualcuno mi scuso, io ho sempre pensato che val la pena discutere se si discute con franchezza, e anche con durezza.

  29. wovoka il 30 novembre 2005 alle 13:34

    @temp
    mhm ma sì, “vessatorio” era un termine eccessivo, ma suvvia non incazzarti per così poco, e non devi scuse a nessuno. pace! :-)

  30. giovanni il 30 novembre 2005 alle 14:02

    Altre persone intervistabili, oltre ai più che lodevoli Giavazzi e Boeri: l’estroso Geminello Alvi, la fascinosa Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, l’altero Mario Monti, lo splendido Giovanni Magnifico de L’euro. Ragioni di un soccesso sofferto, Roma, Luiss, 2005, il non così raggiungibile, dolcissimo Roberto Cerati e infiniti altri.
    Le competenze, come Temp sa molto bene, si acquisiscono con il noioso studio di cose molto noiose. Una volta che le si è ben apprese e dimenticate, ci si può utilmente incontrare in appassionate riunioni di redazione enogastroculturali.

  31. temperanza il 30 novembre 2005 alle 14:08

    @Wowo
    Non mi sono incazzata, non dirmi che dovrò usare gli emoticons, mi sembra di tornare all’asilo;–))

    @Giovanni, d’accordo sui nomi, e d’accordo anche sulle riunioni enogastroculturali, quello che non apprezzo è l’ingenuo entusiasmo accompagnato dal dolente lamento;–)) un emoticon anche per te.

  32. Carlo Capone il 30 novembre 2005 alle 14:35

    Cara Temperanza, ti scrive Picone. Il quale, sotto vesti di Capone, per un periodo della sua vita napoletana si è interessato di ripristino di legalità e Kamorra. Il quale sempre, quando qualcuno ha deciso di renderne pubbliche le idee in un libro inchiesta di eco nazionale, e gli amici di Picone scongiuravano il suddetto di levarsi dall’elenco telefonico di Napoli, Campania, Italia, ha risposto ‘no!’.
    Capone, per sua indegna sorte, ha fatto parte di un’Associazione chiamata Alternativa Napoli. Questa aggregazione era fatta di sangue, nervi, servizio e coraggio, e i suoi animatori erano magistrati, insegnanti, commercianti, studenti, chiunque ci stesse. Altro che aria o strazioni! Ogni settimana quest’aria fritta (due cui molecole erano state oggetto di colpi di pistola, mica di coppetielli, temperà) si riuniva in chiesa sconsacrata per aggregare cittadini e istruirli al concetto di legalità (mo’ hai capito bene che intendo significare, oppure no? bisogno di numero di telefono e attestazione di identità?). Una inziativa, tra le tante, fu denominata Scuola del Cittadino. Ebbene sì, quesa gente da te indirettamente insultata ( bada bene, per il semplice motivi che non consoci i fatti e tuttavia parli) costoro ogni merocoledì aggregavano dietro Piedigrotta chiunque volesse accostarsi alla Costituzione Italiana, ai Rapporti della commisisone Antimafia ( decima legslatura, Presidente Gerardo Chiaromonte) , al significato delle leggi, al concetto di bene comune illustratro da magistrati, ecologi (essì, si voleva anche una città a misura di uomo, non di bestie), chiunque insomma volesse combattere e testimoniare.

    Per un certo tempo dalla sua andata via da Napoli (perchè più dell’impegno potè la fame, in senso metaforico, temperà, dovessi capire male?) codesto Capone ha mantenuto i contatti con quelli che definisci portatori di idee astratte o non so bene cosa altro il tuo irato a i patri numi lessico alluda. Ma senza succeso: e sai il motivo, parecchi di questi (che è sacrosanto riferire non so che fine abbiano fatto) quei signori dell’aria, dicevo, vivevano irreperibili, blindati ed estranei in casa loro. E tutto questo per aver scelto di agire in soccorso di una bene, la legalità, che è pure tuo.

    CONGRESSO DEL CITTADINO, Temperà! sono chiacchiere queste? ma tu lo sai le castonerie che scrivi? sei cascata proprio male.
    Senza rancore, ovvio.

    Carlo Capone

  33. silvio il 30 novembre 2005 alle 14:59

    Temp, grazie del sorrisino (mai stato capace a farli) e bando ai piagnistèi! Ma, e d’altronde: si può piagnucolare intervistando una sagoma come Lorenzo Bini Smaghi o un talentaccio della finanza come il Paolo Scaroni? Penso che no, vero: salvo dolersi che, per buoni e giustificati motivi, né l’uno né l’altro governeranno mai l’Italia.

  34. temperanza il 30 novembre 2005 alle 15:07

    Caro Picone
    per me carta canta. E dunque ho riletto quello che ho scritto per vedere dove avrei insultato te o altri. E come prevedevo, non ho insultato nessuno. Ho criticato, questo sì, ma solo perché credevo che le critiche fossero ammesse. Evidentemente non lo sono. La soluzione è semplice, smetterò di criticare, ma smettendo di criticare, accettando questa censura, smetterò anche di collegarmi a quello che voi dite.

    E quanto a insulti: 1) io non ho scritto che tu scrivi “castronate”, cosa che invece fai tu con me.
    2) vorrei esempi per il mio “lessico irato”.

    Ma cosa ricavo, io, da questa risposta che mi sembra (absit iniuria verbis) caoticamente permalosa? che qui si può dire soltanto : “eccellente intervento, davvero!” “Ti ringrazio, caro Pinco, del tuo importante contributo” “Sono rimasto sconvolto, caro Pallino, per la ficcanza del tuo commento”. Eccetera eccetare eccetera.

    Vi va bene così? Buon per voi.

  35. temperanza il 30 novembre 2005 alle 15:08

    Scusa, Capone.

  36. Carlo Capone il 30 novembre 2005 alle 15:14

    Mi scuso con NI per il tono non letterario: sono un’anima brutta. Specie se leggo discorsi a casaccio e atti a sfogare personali ubbie. Ma poi: a che serve questa cribbia di letteratura (“di cui solo parlo, un po’, perchè solo quello conosco”, scrive un’anima alta”) se non posta al servizio, almeno in certe aree, di un impegno civile?
    …..in certe aree? eggià, come non sapesismo che il Mezzogiorno è lo specchio della sporca coscienza del paese.

    Gesù, sto ricadendo nel vizio.

    PS Concludo e levo il disturbo (per oggi): quando si ingiuria qualcuno, o almeno si scende a livello di polemica dichiarata, bisognerebbe avere il coraggio di non celarsi dietro un nick. Ma figurarsi.

  37. Carlo Capone il 30 novembre 2005 alle 15:17

    Dici che non insulti nessuno e ti permetti di parafrasare, con gratutito gioco di parole, il cognome di un interlocutore? a regazzì, ma fammi il piacere.

    Carlo Capone

  38. temperanza il 30 novembre 2005 alle 15:38

    caro capone,
    quando una persona “vuole” leggere un insulto nelle parole dell’altra non c’è niente da fare, persevererà. Ti assicuro che non c’era nessuna intenzione di parafrasare, come tu dici, e tanto meno di fare giochi di parole. Se vuoi crederci, bene, altrimenti non so che farci. E a proposito di nick, non riaprirò qui una polemica già fatta in altre occasioni. Se vedi il mio nick e ti disturba puoi sempre saltare il commento e passare al prossimo. Quanto a me chiudo qui, non mi interessa fare altre precisazioni né discorrere in questi termini.

  39. mag il 30 novembre 2005 alle 16:01

    se posso dire, Tempe è persona severa e sobria,
    e questo nel normale qualunquismo viene colto come rigidità.
    In realtà segna dei confini e delinea ambiti in cui lei possa esprimere esattezza ed esaustività.
    io l’ho colta cosi.

  40. Carlo Capone il 30 novembre 2005 alle 16:04

    cara temperanza, anche per me la cosa termina qui. Mi scuso ancora, e stavolta direttamente con te, se mi sono lasciato trasportare. Per qualunque precisazione, se vuoi, qui sopra c’è il mio indirizzo.
    Il tuo nick non mi disturba affatto, e ci mancherebbe pure. Se hai deciso di ricorrervi avrai avuto le migliori ragioni. Come io col mio nome e cognome.
    Saluti

    PS Ma poi, per una vita mi sono sentito dare dell’Al Capone. Se qualcuno mi chiama picone un salto di qualità l’avrò allora fatto :-)

  41. Carlo Capone il 30 novembre 2005 alle 16:16

    @ Mag

    il marcare confini in cui esprimersi con esattezza comporta imprevisti.

    Nel mio caso ho avanzato l’ipotesi di centri di aggregazione civile sapendo bene di cosa parlassi. Temperanza ha ritenuto che producessi astrazioni o, peggio, belle parole. Io ho risposto con fatti dell’esperienza personale.
    Quanto a severità e sobrietà non adduco paragoni, altrimenti facciamo notte. Forse, ma questo vale per tutti, prima di avanzare giudizi si dovrebbe riflettere. Specie se non si conosce l’interlocutore e la sua storia.
    Ma il web è questo.

    Saluti

  42. francesco forlani il 30 novembre 2005 alle 16:46

    Giusto una precisazione. Lo so che le cose a volte appaiono futili, i giudizi un pò naif, le sensazioni molto personali. Qualche tempo fa – non molto in verità- qualcuno sperando forse di insultarmi mi diceva ” ma tu sei un sognatore”, e i sogni come diceva un filosofo a me non molto caro, Colletti, pare che generino mostri. Parto da alcune considerazioni che meriterebbero un approfondimento e cosi’ spero di fare in futuro. Innanzitutto oggi non solo non si sogna abbastanza, ma si dorme e per lo più male( per tacere il fare l’amore). I dati e le statistiche che contano (consumo pro capite di antidepressivi o reddito pro capite) mi dicono molto del mio mondo. Così come il mio bancario di turno quando mi annunciano il pignoramento dei beni (ormai viaggio con un debito da capogiro, e tu mi dici che è colpa mia e io ti dico e allora? che cambia?) o la sospensione di ogni strumento di potere di acquisto. Interdizione bancaria, strozzinaggio, mutui su tre generazioni -durante le lotte degli intermittants du spectacle a Parigi un artista ebbe il coraggio di rispondere alla domanda , proprietario di casa o affittuario?, che pagava l’affitto alla sua banca. La società in cui viviamo è molto più balzacienne di quanto non ci immaginiamo. E’ di quella economia li’ che io parlo, dell’economia reale. E di proprietà intellettuale. Quando Linux riesce a competere con Microsoft proponendo dei sistemi aperti e cioè non vincolati alla licenza, quando i ragazzi mettono in ginocchio le case discografiche con il sistema peer to peer (un disco costa venti euro!!!) e India e Brasile si producono da sole e senza pagare il brevetto il trattamento anti Aids che altrimenti non potrebbe essere dispensato ai propri malati, quando ogni creatura messa al mondo nasce già con un debito quantificato in diverse migliaia di euro, e quando lo stato sociale ti abbandona ( e magari avessimo uno stato, e magari fosse sociale) se il mercato ti abbandona. E quell’ipocrisia di chi vive in appartamenti di duecento metri quadri e si finge povero ( sapesse contessa…) e peggio ancora l’ipocrisia di chi vive in venti metri quadri e si finge ricco (in fondo di che ti lamenti)… Qui si discute di letteratura, d’accordo, m se di tanto in tanto parlassimo un pò anche delle nostre vite ( non della vita in generale) che male ci sarebbe?
    Per il resto sono d’accordo con Temperanza , Tashtego, Wovoka, Franz (si perfino con Franz) Andrea Inglese, Andrea Barbieri, Beppe Grillo, Giovà l’Armenien, l’Iglesia milanè, Andrea Raos (ANDREA RAOS!!!) si con Andrea Raos, la Benedetti, Gabriellina Helena de l’est, elena senza acca du nord est (treviso) e qui mi voglio rovinare (Lello Voce) , Angelini (molto raramente) Georgia con la e, lipperatura, babsi, carmilla, (Cesare scappa!!) M A G D A ecc ecc ecc eff eff
    ps
    e soprattutto con Robertino Saviano

  43. silvio il 30 novembre 2005 alle 19:40

    Ac laudetur Dominus Reverendissimimus Dominus Cardinal Franciscus Forlòns! (santa la polenta, no)

  44. mag il 30 novembre 2005 alle 19:51

    seguendo il discorso di ff che sa’ lasciare per ultime le primedonne(grazie)
    aggiungo:
    se menti fervide, attente, curiose, inquiete, si trovano a scegliere tra essere a libro paga della mondadori o battitore libero di libero pensiero, decidono, per esempio, con mutua assistenza, di diffondere relazioni, idee, analisi, creare movimento d’opinione decentrato ma accentrante….questa è la rivoluzione del sistema massmediale.
    Proposta:
    UNA PIATTAFORMA POLIMEDIALE GESTITA DA COOPERATIVA AD ESCLUSIVA BASE POPOLARE IN CUI L’OPERATIVITA’ SIA DELEGATA AL PRECARIATO EDITORIALE.
    la piattaforma si compone di web,carta stampata, reti televisive e radiofoniche, sms cellulari,manifesti, centri culturali, assessori,enti, etc etc.

  45. tashtego il 30 novembre 2005 alle 20:10

    come spesso mi capita, concordo con temperanza.
    capone risponde a questioni generali opponendo crediti suoi particolari, che nessuno gli nega, ma che nel contesto suonano un po’ fuori luogo, se non ricattatorii: “tu non sai quello che ho fatto e tuttora faccio nella lotta contro l’illegalità, dunque taci”.

    il sud è il sud è il sud.
    è vero che quando c’erano le sezioni del PCI, forse del PSI (prima degli anni Ottanta), queste funzionavano come presidi – simbolici, e non solo -, ma è anche vero che la sostanza culturale del sud (perché di questo si tratta, cioè di cultura) è risultata politicamente inattaccabile da qualche secolo a questa parte.
    voglio dire che anche in presenza di masse organizzate, di contro narrazioni, certe cose rimasero sempre le stesse.

    considero il sud d’italia come “italia allo stato puro”, cioè italia senza alcuna vernicetta di civiltà e di politica, che copra una sostanza di illegalità diffusa, cioè essenzialmente della pratica della sopraffazione, al sud come al nord, percolata da tempo in ogni settore, in ogni cultura e ambiente.
    il sud ci dice che il re è nudo, che nessuno può sentirsene estraneo, ci dice quello che siamo.
    detto ciò chi ne fugge fa bene.
    chi fugge dal paese fa ancora meglio.

  46. Carlo Capone il 30 novembre 2005 alle 21:54

    Caro Tashtego, il privato è pubblico, io la penso così. Non trovo fuori luogo citarlo, specialmente se a supporto di una tesi. La mia metteva in luce l’importanza delle aggregazioni civili come argine al dilagare mafioso. Qualcuno l’ha tacciata di generalismo. Ho ritenuto argomentare col personale vissuto. Nessun ricatto, quindi, ho troppa considerazione per l’altrui sentire, e se lo confuto mi sforzo di farlo nei modi opportuni. Senza chiamare pinco palla l’avversario. E son bravo pure io, se no.

    Piuttosto chiederei a chi stigmatizzzava di elaborare questo dissenso, propondndo i modi più efficaci per un approccio ai problemi in discussione. Visto che i generalismi giustamente non servono.

  47. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 30 novembre 2005 alle 22:58

    Scrive Mag: “Tempe è persona severa e sobria”. Come no! Proprio così! Ricordo bene le sue qualità. Certamente. Mag certo. Hai ragione. Tanta ragione. Quasi quaasi inizio a crederci davvero: “Tempe è persona severa e sobria”. Come no!

  48. mag il 1 dicembre 2005 alle 09:56

    siccome ho avuto anche io un’iniziale “scazzo” e ho reagito piu’ o meno come te…..ho poi capito che argomentando, usando buon senso e misura, anche lei ha usato modi diversi.
    E’ questione di rispetto credo e di diverse modalità d’approccio.



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